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pag.68

sviluppando ulteriormente con i movimenti del 1960, come dimostra la comparsa dei gradini “antitetici” (vedi il capitolo 10, la nota 451 e la fig. 39).

Analogie fra il Colle Isolato e il Castelletto. Un’ulteriore precisazione si impone, a questo punto, a proposito della giacitura degli strati del Colle Isolato. Infatti essi, come si è detto nel capitolo 6, erano all’incirca orizzontali (nella direzione Nord-Sud), salvo nella fascia di contatto con la parete indisturbata del fianco destro, mentre i loro corrispondenti nella parete sul fianco sinistro pendevano verso NE. Ciò si può spiegare ammettendo che la massa, che poi avrebbe costituito il Colle Isolato (I), già prima del movimento della paleofrana avesse subito un moto di scivolamento rotazionale indipendente, simile a quello del Castelletto (Ca) (vedi fig. 18). Lo scivolamento del Colle Isolato, con rotazione di 10-20 gradi, ha interessato soltanto i “banchi di Socchèr”, i quali, dopo essersi scollati dai sottostanti “strati sottili Fonzaso-Socchèr”, hanno compiuto un ulteriore scivolamento sul versante fino ad appoggiarsi direttamente sugli ultimi metri inferiori di quella serie (vedi il profilo 3 della fig. 29). Da questa posizione, infine, quando cioè la paleofrana si è mossa, la massa del Colle Isolato è stata spinta verso Nord slittando su un “truciolo” di “strati sottili Fonzaso-Socchèr” e sulle ghiaie e sabbie dell’antico alveo del Vaiont (vedi la fig. 25 e il profilo 5 della fig. 29). Considerando attentamente le carte (Rossi e Semenza, 1965) si può affermare che il Colle Isolato e il Castelletto non soltanto sono simili, ma probabilmente facevano parte, durante l’antico franamento, di una massa unica che ha ostruito il fondovalle ricoprendo le ghiaie e le sabbie, nonché parte del versante destro. Le due piccole masse erano infatti disposte secondo un allineamento parallelo a quello della parete settentrionale della paleofrana (PN) e le formazioni che le compongono avevano quasi la stessa giacitura ed erano quasi alla stessa altezza. Con queste due masse ne sono allineate altre due: una tra il Colle Isolato e il ponte del Colombèr (I’, vedi figg. 22 e 23), e un’altra, piccolissima, di qualche centinaio di m³, situata sul fianco destro circa 150 metri a Ovest del ponte di Casso tra i 630 e i 660 di quota (MC). Quest’ultima ho potuto vederla il 20 febbraio 1961 nella scarpata della nuova strada che portava all’imbocco di una “finestra” della galleria di sorpasso, allora in fase di scavo. Le due masse minori hanno caratteristiche simili a quelle delle altre, e ritengo perciò possibile che in origine costituissero un tutt’uno.

Le piccole diversità tra queste quattro masse si possono spiegare col fatto che per l’erosione intervenuta successivamente alla Paleofrana esse si sono trovate in situazioni diverse: infatti la massa dei banchi di Socchèr del Colle Isolato era appoggiata su una base stabile, mentre quella analoga del Castelletto appoggiava ancora, almeno in parte, su una superficie inclinata tagliata negli strati sottili del Fonzaso-Socchèr,




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  1. (45) I movimenti dei ghiacciai vallivi sono spesso accompagnati da fessurazioni della loro massa che si muove verso valle, fessurazioni che variano a seconda dell’andamento della superficie della roccia sottostante: oltre ai noti crepacci, che si aprono dove il substrato ha un rilievo positivo trasversale, vi sono altre fessure, anch’esse di direzione trasversale a quella del moto, ma non aperte, che si possono formare quando il substrato passa da un’inclinazione maggiore, in alto, a una minore in basso. Allora nella parte in basso i corpi tabulari individuati dalle fessure subverticali, spinti dai corpi retrostanti e frenati alla base, tendono ad esser ribaltati in avanti, con un effetto “a domino”, che determina in superficie la comparsa di gradini “antitetici”, che formano cioè una “scala particolare”, su cui si sale anche se in ogni gradino il margine superiore è più alto di quello inferiore del gradino successivo, sito più a monte. A quest’ultimo tipo andavano ascritte le fessure osservate da Müller nella zona della Pozza (fig. 39). Perciò la loro comparsa costituiva una conferma sia dei movimenti, sia dell’andamento poco inclinato di questa parte della superficie di scivolamento della frana. Si tratta comunque quasi sempre di movimenti lenti, e a questo proposito si deve precisare che l’autore parlava anche di fenomeni di creep, il che ha dato luogo a speculazioni varie. Occorre precisare che questo termine, che di solito qualifica un movimento visco-plastico senza particolari accelerazioni, è usato da specialisti di varie discipline con significati un po’ diversi, per cui, secondo me e altri, sarebbe auspicabile limitarlo o precisarne il significato di volta in volta. Ad esempio, si auspica, da parte di chi cura la classificazione dei movimenti di versante (Varnes, 1978), di riservare questo termine a movimenti lenti e superficiali di materiale sciolto. Ma effettivamente i geomeccanici (cioè i “meccanici delle rocce”) da molto tempo lo usano per indicare movimenti lenti anche in materiale roccioso situato in profondità, e anche nei ghiacciai. Nel caso specifico può esserci stato fraintendimento da parte di qualcuno, non tra questi due significati, come hanno pensato i periti del secondo collegio, (in particolare Roubault alle pagg. 36 e seguenti della parte III di Calvino et al., 1967), ma nel senso che sentendo parlare di creep ha ritenuto che si trattasse di movimenti comunque lenti e non suscettibili di grosse accelerazioni.