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Edoardo Semenza
La Storia del Vaiont
raccontata dal geologo che ha scoperto la frana

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Edoardo Semenza è il geologo che ha scoperto la grande frana del Vaiont nell’agosto 1959, più di quattro anni prima che scivolasse producendo il disastro, ed è figlio dell’ingegnere Carlo Semenza, progettista e costruttore della diga del Vaiont.
È nato nel 1927 a Vittorio Veneto da genitori milanesi; è cresciuto a Venezia e si è laureato a Padova.
Ha insegnato per più di quarant’anni all’Università di Ferrara varie materie geologiche e in particolare Geologia applicata. È autore di moltissimi lavori scientifici pubblicati anche su riviste straniere, molti dei quali si riferiscono alle frane. Tra questi: Sintesi degli studi geologici sulla frana del Vaiont dal 1959 al 1964 (1965), La grande frana di Ancona del 1982 (1983) e Classificazione e nomenclatura dei fenomeni franosi (1985), pubblicata come Presidente della Commissione Nazionale incaricata di questo lavoro.
I suoi studi sul Vaiont, giudicati positivamente da tutti, lo hanno fatto diventare uno dei maggiori esperti di frane. Ha organizzato, nel 1986, presso l’Università di Ferrara il Convegno Internazionale sulla Frana del Vaiont del 1963.
Come professore ha diretto numerosissime tesi di laurea e ha contribuito alla formazione di centinaia di geologi italiani, molti dei quali svolgono con successo la professione; per diversi anni è stato Presidente del Consiglio del Corso di Laurea in Scienze Geologiche e Direttore del Dipartimento di Scienze Geologiche e

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Edoardo Semenza
La Storia del Vaiont
raccontata dal geologo che ha scoperto la frana

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PRESENTAZIONE
Il professor Edoardo Semenza è uno dei fondatori del Corso di Laurea in Scienze Geologiche all’Università di Ferrara, dove ha insegnato per oltre quarant’anni materie geologiche e in particolare Geologia Applicata.
È autore di numerosi lavori scientifici pubblicati su riviste specializzate italiane e straniere. Ha contribuito a diverse monografie geologiche fra cui si ricorda la monumentale opera riguardante la geologia delle Dolomiti dell’emerito professor Piero Leonardi, di cui è stato aiuto per vari anni. Nel settore disciplinare della geologia applicata sono di particolare importanza: La sintesi degli studi geologici sulla frana del Vaiont dal 1959 al 1964 (1965), La grande frana di Ancona del 1982 (1983) e La classificazione e nomenclatura dei fenomeni franosi (1985) pubblicata come Presidente della Commissione Nazionale incaricata di questo lavoro.
Nel 1986 ha organizzato presso il nostro Ateneo la sessione annuale della Pennrose Conference avente per tema la frana del Vaiont. L’evento ha richiamato a Ferrara alcuni tra i maggiori esperti di frane in campo mondiale, che sulla base della lezione imparata dall’evento franoso del Monte Toc hanno fatto il punto sullo stato delle conoscenze in tema di sicurezza degli invasi artificiali. In questa occasione è stato presentato lo studio di A. J. Hendron e F. D. Patton The Vaiont slide, a geotechnical analysis based on new geologic observations of the failure surface. I dati geologici per questo studio sono stati forniti dal professor Semenza, che è stato uno dei due consulenti principali degli autori.

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Una fra le più recenti attività scientifiche del professor Semenza riguarda lo studio e il progetto di sistemazione della grande frana del Tessina, che dagli anni Sessanta minacciava alcuni paesi dell’Alpago (BL): la galleria di drenaggio da lui proposta ha contribuito notevolmente alla sua stabilizzazione.
Nel campo formativo si deve a lui l’istituzione a Ferrara del primo dottorato italiano di Geologia Applicata, al quale si sono consorziate le prestigiose sedi di Milano, Milano Politecnico e Padova. Diversi dottori di ricerca e numerosissimi laureati, formatisi alla scuola ferrarese di geologia applicata, ricoprono attualmente posizioni di ricercatore e docente presso università italiane, o svolgono la professione in enti pubblici e studi privati.
In questo lavoro, con la passione dovuta al suo personale coinvolgimento nella vicenda del Vaiont, e con la competenza maturata in tanti anni di studi, ha raccontato la successione degli eventi che hanno portato alla tragedia dell’ottobre 1963. Si tratta di una notevole opera di documentazione e di sintesi che spazia dagli aspetti più propriamente scientifici all’analisi e alla rilettura critica delle opere riguardanti il Vaiont, ai documenti raccolti dalla magistratura e agli atti dei procedimenti giudiziari, dalle prime sentenze del Tribunale di Belluno alle sentenze successive con particolare riguardo a quelle del Tribunale e della Corte d’Appello dell’Aquila.
L’opera fornisce quindi una documentazione essenziale per chi vuole avvicinarsi a capire meglio le cause che hanno portato alla tragedia del Vaiont.
Il Rettore dell’Università di Ferrara
Francesco Conconi

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INTRODUZIONE
I PERCHÉ DI QUESTO LAVORO
Sono il geologo che ha scoperto la grande frana del Vaiont1 nell’agosto 1959, più di quattro anni prima che scivolasse producendo il disastro, e sono figlio del progettista e costruttore della diga, ingegnere Carlo Semenza. L’importanza dell’argomento e i suoi problemi non ancora totalmente risolti mi hanno spinto a più riprese a occuparmene nei tanti anni trascorsi. Recentemente, dato il rinnovato interesse del pubblico, l’ho ripreso in mano e, da solo o con altri, ne ho parlato con molte persone, ho scritto pubblicazioni scientifiche, e ho tenuto conferenze, lezioni e seminari nelle università. Ora mi rivolgo invece ad un pubblico che vorrei fosse più vasto, e perciò mi sono sforzato di esporre le mie considerazioni con un linguaggio comprensibile a tutti, anche ai non specialisti di geologia e di costruzioni.
Già da molto tempo avevo in mente di farlo, scrivendo tutto quello che ricordavo della tragica vicenda del Vaiont, non soltanto sotto l’aspetto scientifico, ma anche sotto l’aspetto umano, cioè di quello che avevo vissuto e quello che altri mi avevano raccontato: e in questi ultimi anni vari libri, e soprattutto lo spettacolo di Marco Paolini, che a mio modo di vedere si discostano più o meno fortemente dalla verità, mi avevano stimolato a intervenire. Ma la spinta finale, che mi ha portato a realizzare quest’idea, è stato il progetto del film del regista Renzo Martinelli: un “film verità”, nel suo proposito originale, che coinvolge mio padre, varie persone che ho conosciuto e anche me. È anzitutto a loro che dedico questo mio lavoro; ma lo dedico anche, e soprattutto, alle vittime della tragedia, travolte dall’onda nella notte, alcune delle quali ho conosciuto, e il cui volto

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(1) Vajont o Vaiont? Anche se storicamente ci sono entrambe le forme, adesso tutti scrivono Vajont, e io invece mi ostino a scrivere Vaiont. Perché? In italiano si pronunciano allo stesso modo, ma avete mai provato a sentire uno che parla solo inglese? Io sì, e anche accompagnandolo sul posto: e se legge Vajont lui pronuncia Vagiònt! Ho pensato allora che, per evitare questo inconveniente, convenga scriverlo con la i. ↩
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mi è ancora impresso nella memoria; ma anche ai superstiti e a quanti hanno sentito e sentono l’ingiustizia della sorte loro e dei luoghi colpiti: tutti aspettano che la verità “vera” sia stabilita e meritano che chi sa lo faccia mettendo da parte ogni condizionamento. E a questa impresa certamente non facile ritengo di essere in grado di portare un contributo.
Ho cominciato dapprima a buttar giù pagine, e a mano a mano, per più di due anni ormai, la materia è andata aumentando, sia consultando documenti che avevo dimenticato o non avevo mai avuto tra le mani, o di cui addirittura ignoravo l’esistenza, sia con l’apporto di testimonianze preziose anche da parte di persone che prima non avevo consultato o non conoscevo neppure. E mi sono reso conto che non ero il solo a pensare che tutta questa vicenda fosse in diversi aspetti ancora da chiarire; leggendo libri e documenti, anche con l’aiuto dei miei famigliari e di amici, mi è parso anzi di capire che è in atto un’opera più o meno voluta di travisamento della realtà. Quest’opera è cominciata già nella notte del disastro ed è continuata con gli articoli apparsi nei giorni e mesi successivi su giornali e riviste di una certa parte politica, e con la Commissione parlamentare d’inchiesta, nella quale una minoranza spingeva in un certo senso e, non riconoscendosi nel testo della maggioranza, stilò una sua relazione in cui, stravolgendo spesso la storia e citando in modo incompleto o distorto i documenti, elaborò una sorta di teorema piuttosto fantasioso e di conseguenza ingiusto verso i protagonisti della vicenda. Sulla stessa linea sono una serie di libri pubblicati già nei primi anni del dopo frana. Ma la cosa più preoccupante è che nella stessa linea, benché con ben altro tono, sono anche alcuni commenti e considerazioni che nelle sentenze dei magistrati di Belluno accompagnano l’esposizione dei fatti accertati con la loro scrupolosa indagine, e in misura molto minore nelle sentenze dei tribunali dell’Aquila e della Cassazione. Commenti e considerazioni che sembrano tutti mirati a dimostrare comportamenti scorretti, ritenuti frutto dell’intenzione di nascondere la verità da parte dei tecnici, dei consulenti e degli organismi pubblici, e ciò a mio parere sulla base

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di congetture non sufficientemente dimostrabili. È evidente che il giudice deve diffidare di tutto, ma credo che tra i suoi doveri ci sia anche quello di considerare la possibilità della buona fede, specialmente nelle persone da lui non conosciute, ma che per tutto il loro operare sono sempre state considerate oneste. In questo caso invece mi pare di poter dire che la magistratura, sia pure in diverso grado nei differenti giudizi, non sempre ha seguito questa norma, e di conseguenza non è pervenuta a individuare tutta la verità dei fatti. Certamente il caso del Vaiont, con tutti i suoi aspetti scientifici e tecnici, risulta molto difficile da capire, e il giudizio sulle responsabilità è molto arduo: questa mia fatica vuole essere anche un contributo al superamento di tali difficoltà.
Il grande pubblico non conosce le sentenze, ma i libri di vari autori, ai quali ho accennato qui sopra, che sono stati pubblicati negli ultimi anni. Tra essi un posto speciale spetta anzitutto a quello della giornalista Tina Merlin, pubblicato la prima volta nel 1983 e rieditato nel 1993 e nel 1997, che riporta la storia del Vaiont come l’ha vissuta lei assieme agli abitanti di Erto; e poi a quello di Marco Paolini e Gabriele Vacis (1997), i quali partendo dal libro della Merlin costruiscono il canovaccio dello spettacolo suddetto, che ha ispirato poi Renzo Martinelli, regista del film Vajont.
Una particolare menzione merita invece il libro dell’avvocato Nicola Walter Palmieri (1997), che da una posizione totalmente diversa espone i vari aspetti della vicenda, con particolare riguardo a quello giuridico.
Anche altri libri, e articoli, inchieste e sentenze, meriterebbero commenti: e qua e là ne faccio qualcuno. Ma ho scelto questi tre perché sono recenti e quindi influenzano maggiormente il modo di pensare della gente. A ciascuno di essi riservo un commento in una delle appendici A, B e C. I commenti sono in vari punti quasi un doppione di argomenti esposti in questa mia storia, e talora si assomigliano, ma ho ritenuto di doverli fare ugualmente, per la comodità di chi ha sott’occhio una sola di quelle pubblicazioni, e per aiutarli a capire dove esse si discostano da quella che io ritengo la verità.

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Naturalmente i commenti ai primi due valgono talora anche per la requisitoria del Pubblico Ministero e per la sentenza del Giudice Istruttore di Belluno, parti delle quali hanno ispirato gli autori di quei libri.
Ciò che accomuna i tre libri è la mancanza, in misura maggiore o minore, di una conoscenza dei protagonisti e della vita di un periodo ormai remoto, in particolare dell’ambiente dei costruttori, in cui ci possono essere gravi mancanze, ma può esserci anche onestà intellettuale e grande senso di responsabilità. Un altro appunto che va fatto, soprattutto ai primi due, è lo stravolgimento della successione degli avvenimenti, che porta a formulare giudizi spesso privi di fondamento. Discorso analogo si può fare riguardo alla valutazione di argomenti delle scienze della Terra, e in particolare della geologia, della geologia applicata e della geofisica, della geotecnica e della geomeccanica, poco note ai più, che negli ultimi anni hanno conosciuto un grande sviluppo, per cui non è giusto giudicarne l’incidenza sugli avvenimenti degli anni Cinquanta e Sessanta in base alle conoscenze odierne. Queste osservazioni servono anche a proposito del film di Martinelli, uscito in prima mondiale l’8 ottobre 2001, al quale dedico l’Appendice D.
Un discorso meno importante, ma che indica una certa disinvoltura nel trattare questi temi, è l’utilizzazione fatta, o la citazione, di scritti o figure di pubblicazioni; ad esempio, in qualche pubblicazione di altri capita di trovare le mie foto degli anni 1959-1963, talora senza che ne sia citata la fonte, o citata in modo equivoco (“autore sconosciuto, proprietà Semenza”) mentre il testo dimostra chiaramente che gli autori non hanno neppure letto i miei lavori: certo la materia è ostica per i non specialisti, ma un po’ di correttezza non guasterebbe.
Tornando al discorso più importante, ritengo che questo mio libro possa contribuire a dimostrare come la realtà non corrisponda al teorema di cui ho detto più sopra. Spero che quanti sono seriamente interessati abbiano la pazienza di leggerlo, arrivando quindi a disporre di un maggior numero di elementi per capire qual è la vera

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storia del Vaiont. Sono convinto che soltanto così la lezione del Vaiont, con tutto il suo peso di dolore, possa risultare utile in futuro per una più approfondita comprensione dei fenomeni e per una più corretta pratica operativa.
Vorrei sottolineare l’importanza speciale di due insegnamenti che la vicenda ci offre. Uno viene dal constatare che la tragedia si è consumata anche a causa di una scarsa o assente comunicazione tra le persone coinvolte. L’altro viene dal fatto che uno dei maggiori passi in avanti nello studio della vicenda è stato compiuto da due geologi americani, i quali hanno seguito una nuova disposizione, imposta nei loro paesi dopo il disastro del Vaiont, che per i serbatoi progettati richiede di esaminare accuratamente i versanti dal punto di vista della stabilità: se questa non è garantita, occorre spiegare quale ne è l’impatto sul progetto e perché quei versanti sono diversi da quelli del Vaiont. La conoscenza della frana del Vaiont ha poi permesso a loro di trovare i rimedi per prevenire un pericolo analogo, consentendo di costruire ugualmente una diga. Lo studio è stato quindi provocato dalla necessità di fare chiarezza su vari aspetti della frana del Vaiont, per i quali, a loro parere, tale chiarezza non vi era ancora.
Questi insegnamenti rafforzano la mia convinzione che l’avanzamento della scienza e della tecnica, prodotto dallo studio di questo grandioso e terribile fenomeno, può consentire a tutti di guardare con maggiore fiducia alle grandi imprese dell’uomo; il quale è fatto per dominare la natura, ma può riuscirvi, come diceva il grande filosofo Bacone, soltanto se mette a frutto il proprio ingegno per conoscerla e obbedire alle sue leggi.
E a questo proposito, mi è caro ricordare qui un passo del grande poema di Dante che mio padre, tra il serio e il faceto, ripeteva spesso come ammonimento a se stesso, ovviamente, ma anche a tutti: “Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver come bruti,/ma per seguir virtute e conoscenza!”. Parole messe in bocca a Ulisse, considerato da Dante il prototipo dell’uomo che riconosce la dignità della propria natura, creata per praticare coraggiosamente la

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virtù e per crescere nella conoscenza senza adagiarsi nell’abitudine. È chiaro che, nel caso di chi costruisce, questo atteggiamento mentale deve essere accompagnato da grande capacità e dall’instancabile sforzo nel ricercare le effettive possibilità di far fronte a tutte le situazioni di rischio. Leggendo i libri e i documenti che hanno parlato da vari punti di vista della tragica vicenda del Vaiont, e parlando con persone che a vario titolo se ne sono occupate seriamente, mi è stato di grande conforto scoprire che queste qualità sono state riconosciute in mio padre da quasi tutti, e in particolare da tutti quelli che l’hanno conosciuto personalmente: sono a loro molto grato.
Scrivere questo libro non è stato facile, anche perché ho voluto unire caratteristiche difficilmente conciliabili: un racconto scorrevole e interessante, un linguaggio comprensibile a tutti e un’esposizione rigorosa e il più possibile esauriente, che dia ragione di quanto afferma; ricordi personali, studi geologici, aspetti ingegneristici, storici, giuridici, umani. Questa fatica mi è servita a comprendere meglio molte cose, anche sotto l’aspetto geologico, come risulta da diverse figure che compaiono qui per la prima volta. Posso sperare che anche per il lettore avvenga qualcosa di simile? Leggere è faticoso al giorno d’oggi, perché siamo più abituati a guardare immagini, e ad assorbire ogni cosa purché sia spettacolo: ma sono convinto e spero vivamente che questo mio contributo alla verità, anche senza l’aiuto di televisioni o case cinematografiche, un po’ alla volta riesca a farsi strada.
Devo qui ricordare che numerose persone mi hanno fornito preziose informazioni sul periodo in cui la storia si è svolta, o su aspetti a me poco familiari: tra questi voglio citare l’ingegner Italo Vielmo, già direttore centrale della società Consonda. Mi sono consultato con la dott.ssa Monica Ghirotti, mia allieva e autrice di varie pubblicazioni sull’argomento. Ho inoltre letto numerosi libri e documenti, procuratimi grazie anche alla gentilezza di molti. In tutto questo lavoro, piuttosto faticoso, mi ha aiutato specialmente mio figlio Paolo; mi hanno aiutato anche altri due miei figli, Pietro, geologo, che ha collaborato anche per la preparazione di alcune figure

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figure, e Michele, che ha elaborato e digitalizzato tutte le altre, nonché mia moglie Franca, che mi ha dato preziosi consigli in ogni fase e su ogni aspetto di questa difficile storia. A tutti va il mio ringraziamento e la mia riconoscenza.
Per rendere più facile la lettura, ho pensato di distinguere con accorgimenti tipografici le parti che approfondiscono aspetti più tecnici, le quali possono essere tralasciate per una lettura più scorrevole, tuttavia necessarie per non sacrificare il rigore dell’esposizione. Per i termini geologici e tecnici, per le abbreviazioni, nonché per le sigle relative alle località e ai particolari della zona della frana e dintorni, si può consultare il glossario (Appendice G). Alle note, numerose e talora molto lunghe, ho affidato l’approfondimento di vari aspetti della vicenda, a volte marginali, che favoriscono un migliore inquadramento di tutta la storia del Vaiont.
L’Autore

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PROLOGO
Nella mia stanza
Sono qui oggi 30 luglio 1999, e finalmente, dopo tanti ripensamenti, mi metto a scrivere quello che ho vissuto e imparato in tanti anni, sulla vicenda dolorosa del Vaiont, e su mio padre, Carlo (fig. 1), che ha studiato e operato più di tutti per la realizzazione del progetto, e più di tutti ne ha sofferto durante gli ultimi due anni della sua vita.
Sono qui nella stanza della casa in Alpago (Belluno), che è il mio studio nei periodi che posso trascorrere, d’estate, lontano dalle varie incombenze che mi legano a Ferrara.
Perché ne parlo adesso? Perché è qui che ho vissuto le ore della tragedia del Vaiont; ore di cui ricordo, come fosse ieri, molti momenti.
Ma questa stessa stanza mi fa venire in mente tanti altri fatti.
Nel settembre 1944, quando eravamo sfollati qui da Venezia per sfuggire da possibili bombardamenti, erano arrivati in Alpago i soldati tedeschi, per reprimere la guerriglia partigiana e per gestire lo sfruttamento del bosco del Cansiglio. Allora tornammo fortunosamente a Venezia: i tedeschi subito requisirono la casa, e questa stanza diventò il loro ufficio. E qui venivano i boscaioli a riscuotere la loro paga, ma avvennero anche fatti tremendi, come gli interrogatori di sospettati, talora con torture, e le delazioni che portarono all’arresto di numerosi giovani di leva, che si erano rifugiati nelle loro case dopo l’otto settembre 1943, e finirono poi in gran parte a Mauthausen. A fine aprile del 1945, andati via i tedeschi, la casa vuota fu occupata dai partigiani, che non avrebbero mai voluto andar via: ci volle un po’ di tempo per riaverla libera.
E sempre in questa stanza, che era in origine la “camera degli ospiti”, avevo passato tra il 1948 e il 1949 un inverno di malattia, che ha segnato, nel male e nel bene, la mia vita: un periodo di svolta, da una certa spensieratezza adolescenziale ad una maturazione cominciata allora, con la riflessione che mi ha portato poi a cambiare indirizzo di studio, approdando alle Scienze Geologiche.
E in questa stessa stanza alcune volte fu ospitato da mio padre il professore Giorgio Dal Piaz. Da questa casa partivano poi assieme per sopralluoghi

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sopralluoghi agli impianti in costruzione o in progetto, e fu in quelle occasioni che vidi per la prima volta le carte geologiche, e anche un trattato di geologia applicata appena uscito, il primo in lingua italiana, del professore Ardito Desio (1948). Tutto ciò contribuì certamente alla mia scelta.
Figura 1 Carlo Semenza (9-7-1893, 30-10-1961), al Vaiont nei primi mesi del 1960. Mia madre teneva sempre sul comodino questa foto; sul retro, il 25 febbraio 1968 (qualche giorno dopo la pubblicazione della sentenza del Giudice Istruttore) aveva scritto queste parole: “Ecco la prima, la grande, vittima del Vajont”.

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LA STORIA
1. Il 9 e il 10 ottobre 1963
Il 9 ottobre 1963 ero partito alla mattina presto da casa, insieme al giovane Mario Mascellani, tecnico dell’Istituto di Geologia dell’Università di Ferrara, diretto a Cortina e al regno incantato dell’Alpe di Fanes Grande. Stavo riesaminando in quel periodo la geologia della zona, nel quadro delle ricerche sulla struttura della regione dolomitica, per la preparazione della grande monografia sulla Geologia delle Dolomiti1 del mio maestro professore Piero Leonardi, alla quale tutti i componenti dell’Istituto stavano lavorando da anni; per questo avevo programmato di stare qualche giorno in montagna, mentre la famiglia era a Ferrara. Tornando verso casa dopo un’indimenticabile splendida giornata di sole, che mi aveva permesso di scattare tre rotoli di foto, alle sette e mezza di sera mi ero fermato a Longarone (fig. 2) dal mio fotografo di fiducia Cesare Manarin. Consegnai i rotoli a sua moglie, perché lui era fuori paese: sarebbe tornato più tardi, in tempo per morire con gli altri.
Ricordo che mi diede notizie sul Vaiont (da tempo non ne avevo, se non indirettamente): disse che si sapeva che la frana si muoveva più del solito, e che probabilmente quella sera sarebbe scesa del tutto; e che però sopra la diga sarebbe passata soltanto un po’ d’acqua, senza pericolo per la gente. Non l’ho più rivista, né ho rivisto il bambino, zittito da sua madre perché voleva intromettersi nel nostro breve colloquio, che ancora ricordo come fosse ieri; né ho più visto le mie foto dell’Alpe di Fanes; ma quegli scenari spettacolari li ho ancora negli occhi.
Rientrato a casa, dopo cena mi sedetti qui a questo tavolo a leggere il giornale, e come spesso mi succede mi addormentai con la testa sul tavolo. Mi svegliai dopo le 23, ed era buio. Non ci feci caso, perché spesso qui veniva a mancare la luce (qualche volta succede anche adesso), specialmente durante i temporali. Ma non era quella la causa: il tempo era bellissimo

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Figura 2 Schizzo geografico della zona interessata dall’impianto idroelettrico Piave-Boite-Maè-Vaiont e dintorni (Veneto orientale e Friuli occidentale), con i laghi e le dighe nella situazione attuale.

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bellissimo, e invece era la centrale di Soverzene che era andata “fuori servizio” a seguito del disastro avvenuto alle 22,39.
Accesi la mia lampadina tascabile, che tengo sempre a portata di mano, ed andai a letto al piano di sopra. Verso le 6 del mattino seguente mi svegliai, come al solito, e alle 6,30, mentre mi facevo la barba, sentii alla radio la prima notizia, che diceva pressappoco così: “Ieri sera è crollata la diga del Vaiont e l’acqua del lago ha distrutto Longarone. Però un ingegnere dell’ENEL afferma che la diga non è crollata, ma che l’acqua del serbatoio è stata sospinta al di sopra della diga da una grande frana che è caduta nel lago”. Subito diedi un urlo, per svegliare Mario, che dormiva nella mansarda, e insieme decidemmo di andare immediatamente a vedere.
Prima di partire telefonai ad un geologo di Belluno, mio amico, per informarlo: sapeva già tutto, anzi era stato tutta la notte a Longarone a scavare tra le macerie per disseppellire le salme ed eventuali superstiti, ed era appena tornato a casa a riposarsi. Mi confidò anche che finché era buio (la luna era all’ultimo quarto, e poteva illuminare Longarone soltanto dopo la mezzanotte) erano tutti convinti che la diga fosse crollata, e di conseguenza qualcuno si proponeva di disseppellire prima o poi mio padre e Giorgio Dal Piaz, su cui compiere vendetta, in quanto ritenuti i responsabili della tragedia. Viene spontaneo notare che la convinzione che la diga sia crollata è tuttora latente nella mente di varie persone, anche giornalisti, o autori di libri di testo scolastici…
Verso le 7,30 uscii in auto con Mario, e mi diressi verso Longarone. A Ponte nelle Alpi lasciammo la macchina, e a bordo dell’auto di un conoscente, evidentemente autorizzato, arrivammo a Faè, e poi a piedi fino a Longarone, incontrando l’amico ingegnere Nando Valletta, dell’ENEL, che nella notte era stato incaricato per telefono dall’ingegnere Biadene di arrivare al più presto fino alla diga, per vedere come stavano realmente le cose. C’era già stato con un geometra, a piedi, seguendo il percorso che io avrei seguito più tardi, come racconto, e stava andando in gran fretta a Nove, per riferire a Biadene quello che aveva visto. Non avemmo tempo quindi per scambiarci più di qualche parola, per cui non capii nemmeno che fosse già stato lassù (me l’ha ricordato recentemente).
Vidi poi alla mia sinistra uno spettacolo sconvolgente: l’area dove la sera prima sorgeva Longarone era in gran parte trasformata in una pietraia,

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pietraia, brulicante di soccorritori. Mi soffermai soltanto pochi minuti e, conscio che in quel momento tutto era ormai organizzato dalle Forze dell’ordine, scesi verso il Piave. Più o meno chiaramente sentivo la necessità di arrivare al più presto sul posto della frana, dove forse nessuno era ancora arrivato, per capire cosa fosse successo, e fare, se possibile, una diagnosi del fenomeno. L’avevo scoperto io quattro anni prima, e ne avevo seguito per diverso tempo l’evoluzione, anche se non avevo certo potuto prevederne esattamente i particolari dell’esito finale. Ritenevo tra l’altro che nessuno meglio di me fosse in grado di capire gli aspetti geologici dell’accaduto, e di giudicare se ci fossero altri pericoli: se magari ce ne fossero stati avrei anche potuto esserne coinvolto fisicamente, ma a questo non pensai minimamente.
Figura 3 Il fianco destro della valle del Piave alla mattina del 10 ottobre 1963 (E. Semenza). Si può vedere che Longarone è stata distrutta quasi completamente: sono restate in piedi soltanto le case a Nord del Municipio e la frazione di Roggia, a Sud invece la distruzione è stata totale e così pure a Pirago, dove è rimasto in piedi soltanto il campanile del cimitero. L’altezza dell’onda è stata massima a Sud dei grandi muraglioni, e molto alta anche più a Sud, mentre a Nord ha raggiunto altezze via via

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Proseguimmo quindi sempre a piedi e, attraversato il Piave su alcune tavole di legno,1 potemmo avere un quadro generale della distruzione avvenuta nel paese di Longarone e a Pirago (fig. 3). Risalimmo poi il ripido versante, in basso arrampicandoci sulle rocce denudate dalla grande ondata (fig. 4) e in alto aggrappandoci agli arbusti, fino all’imbocco della prima delle Gallerie S. Antonio Alte, bagnata ma sgombra. Usciti dalla prima galleria, vedemmo la diga, e qui, presso l’imbocco della seconda, dovemmo scavalcare un ammasso di circa 150 m³ di blocchi rocciosi, crollati da un piccolo “tetto” della parete soprastante, staccati evidentemente dalla violenza dell’acqua. Le gallerie successive, che terminano poco a monte della diga, erano quasi piene di detriti, trascinati dall’acqua.2 Restava un piccolo spazio al di sotto della volta, per cui potemmo passare abbastanza agevolmente, quasi carponi. E all’uscita avemmo la prima visione della frana.
decrescenti rapidamente fino a Villa Malcolm: sulla sinistra, dietro al colle di Pirago, si vede la valle del Maè, dove in un grande slargo a monte del ponte della ferrovia si sono fermati molti dei cadaveri, qui portati dall’onda (cfr. fig. 42). Al posto di Longarone c’è una grande distesa di detrito e di ghiaia, strappati dall’onda nella valle del Vaiont e soprattutto nell’alveo del Piave, dove si è creata una grande buca, e quindi un lago, visibile in basso a sinistra (cfr. fig. 4, e la nota 31).

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(3) L’alveo, spostato alquanto verso Est rispetto a prima della frana, era piuttosto stretto e poca acqua scorreva in superficie, probabilmente perché l’ondata, risalita lungo la valle, ridiscendendo da Davestra aveva trasportato ghiaia che si era fermata qui, dove il corso d’acqua era stato improvvisamente ristretto per l’arrivo del materiale trasportato dalla prima ondata, cioè quella uscita dalla valle del Vaiont. Più precisamente, quella che si vedeva era una situazione complessa: il materiale trasportato dalla prima ondata si trovava in fondovalle soltanto sui due lati del suo percorso, dove la violenza del getto d’acqua era minore, mentre davanti all’uscita della gola si era formata una grande buca perché qui la violenza del getto era estremamente forte, e quindi tutto il materiale ghiaioso, assieme ai detriti trasportati dal getto, aveva investito il centro di Longarone, distruggendo i fabbricati e poi depositandosi seppellendo ogni cosa. L’ingente quantità del materiale, trasportato e deposto lungo la valle del Piave dall’ondata di ritorno, non era ancora stata asportata dall’acqua del fiume, allora non in piena, e perciò poteva contenerla quasi tutta al suo interno. Invece gran parte della buca suddetta non era stata ancora colmata, e quindi era piena d’acqua (figg. 3 e 4). ↩ ↩2
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(4) Questi detriti erano stati deposti secondo il processo normale dei corsi d’acqua non turbolenti: si trattava cioè di depositi alluvionali con “gradazione normale”, ossia con gli elementi più grossolani in basso e quelli via via più fini verso l’alto. Ciò significa che, come era logico dato che sono stati gli ultimi depositi dell’acqua al termine del processo di tracimazione, il flusso era ormai relativamente lento e quindi tranquillo: in queste condizioni il deposito non è caotico, ma ben stratificato, e la dimensione dei frammenti depositati va diminuendo con il diminuire della velocità. ↩
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Quello che vedemmo è praticamente ciò che si può vedere anche oggi, benché ora ci sia una certa copertura vegetale, oltre a diversi interventi viari, che nascondono particolari importanti. Tutta la massa franata appariva come un blocco unico, che era risalito più di un centinaio di metri sul versante opposto. Da quel punto tutta la massa appariva completamente priva di vegetazione, evidentemente dilavata dalla grande ondata. A ridosso della diga vi era un piccolo lago, al livello del ciglio della diga stessa, e nel lago scendeva da Est un piccolo ruscello, che divagava sulla superficie di un cono alluvionale, evidentemente prodotto da un corso d’acqua di grande portata, ma ormai asciutto.
Figura 4 Il fianco sinistro della valle del Piave, di fronte a Longarone (E. Semenza, pomeriggio del 10 ottobre 1963). Nell’incisione del Vaiont si vede la diga, e dietro ad essa una piccola parte della massa franata. Si può valutare l’altezza dell’onda all’uscita dalla gola del Vaiont (circa 60 metri) che ha dilavato i due versanti (cfr. figg. 27 e 42). Nell’alveo del Piave si possono osservare i fenomeni spiegati nella nota 3. In basso una squadra di alpini impegnati nel soccorso.

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Una vista assai migliore l’avemmo a Casso, Vi eravamo arrivati per il sentiero che dai pressi della diga sale verso Ovest, fino a raggiungere quello che sale da Codissago, e qui però ci fermammo a guardare il panorama allucinante della Valle del Piave sconvolta dall’ondata, da Faè fino a monte di Longarone. Poi proseguimmo quasi in piano verso Est fino al paese. Da qui si vedeva molto meglio la forma della massa franata (fig. 5): il suo margine meridionale conservava quasi esattamente l’andamento a M della fessura perimetrale (vedi capitolo 9), e le due parti più arretrate risultavano tuttora più alte di quella frontale, ed erano ancora coperte dalla loro vegetazione, con i tronchi quasi ovunque inclinati all’indietro in conseguenza della rotazione subita dalla massa. Alle loro spalle si vedeva la superficie di distacco, che in alto era delimitata dalla linea a M or ora citata. Questa superficie - adesso quasi totalmente ripulita dalle piogge - era allora in gran parte coperta da detrito caduto nella notte.
Presso il cimitero del paese incontrammo l’ingegnere Mario Ruol dell’ENEL, anche lui incaricato da Biadene nella notte, arrivato con un geometra da Cimolais attraverso il Passo di S. Osvaldo ed Erto e poi per il vecchio sentiero che passa nella parte alta del versante della valle, praticamente non interrotto dall’onda.
Tutta l’erba del prato accanto al cimitero era piegata verso Ovest, e bagnata. Risulta che effettivamente l’onda non ha provocato lassù gravi danni, salvo un po’ più in basso alla scuola e a una casa, situate entrambe sul lato Sud-Ovest dell’abitato (fig. 6), dove il terreno pende verso Sud-Est, come il versante sottostante, sul quale l’acqua è risalita più facilmente che in altre direzioni: quindi l’erba dev’essere stata piegata da una piccola lama d’acqua o anche dallo spostamento d’aria prodotto dall’onda. Ma anche nella parte più alta di Casso sono arrivati grandi spruzzi e varie pietre, che hanno sfondato in vari punti i tetti delle case: una di queste, di circa 60 chili, ha sfondato il tetto della chiesa, appoggiandosi alla volta dell’abside; ora sta sulla balaustra davanti all’altare, dove funge da ambone.
Nel prato vedemmo anche gli elicotteri che trasportavano altrove gli abitanti, alcuni dei quali sembravano riluttanti. Ma risulta che una trentina di uomini e due donne rimasero là, per occuparsi del bestiame, non facilmente trasportabile.

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Figura 5 La frana del 9 ottobre 1963 vista da Casso la mattina successiva (E. Semenza). Se ne possono distinguere quasi tutti i particolari, descritti in buona parte nella didascalia della figura 44. Il significato delle sigle è precisato qui di seguito: alcune si riferiscono a particolari della figura 16. In basso verso destra si vedono i tre imbuti (vedi capitolo 14), ai quali nei giorni successivi se ne sono aggiunti altri due. In alto le due parti della scarpata della frana, alle quali sono adiacenti le due parti più arretrate della massa franata: sono i due lobi boscosi LW (occidentale) e LE (orientale) non raggiunti dall’ondata di ritorno, che ha invece asportato tutta la copertura vegetale nel resto della massa. Nel centro della foto, il [lago del Massalezza (B)](lago del Massalezza) (vedi fig. 43), formatosi in corrispondenza della confluenza dei due rami, orientale e occidentale, nella depressione dovuta alla rotazione subita dalla massa durante il movimento; qui è ristagnata per lungo tempo l’acqua dell’ondata di ritorno (figg. 42 e 44). Sulla sinistra si intravedono la Pineda (P) e il lago residuo a monte della frana. NW è la parete nordoccidentale del Pian del Toc, indicata altrove con PNW. La sigla ZO,

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sulla destra, indica una piccola zolla della frana, che aveva cominciato a muoversi insieme al resto, ed è poi stata spinta lievemente verso Ovest dalla massa principale, arrestandosi però quasi subito. Al di sotto e a destra di ZO appare il versante sinistro della valle a fianco della diga, costituito dai regolari strati di Calcare del Vaiont che si immergono verso Est. Verso sinistra, in basso, il cono alluvionale (CNW) formatosi immediatamente dopo la frana, a opera di quella parte dell’ondata che proveniva dal vallone che fiancheggia la parete frontale della frana, e ha scavato poco a monte il solco ben visibile nel ripiano detritico biancastro. Si tratta di un deposito creato nell’ultima fase dell’onda che si riversava verso la diga: qui nelle prime settimane si vedevano piccoli imbuti, poi cancellati dai lavori stradali, di significato analogo a quelli molto più grandi citati più sopra. A fianco di questo ripiano, I indica il Colle Isolato. Per tutti questi fenomeni si veda il capitolo 14. Per la questione della nuova posizione del Colle Isolato dopo il franamento si vedano in particolare la nota 731 e la figura 29.

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(73) Un grosso problema ci si presentò a proposito del fatto che il Colle Isolato e la massa principale della frana erano separati da una forte incisione, che terminava verso Ovest all’apice di un piccolo cono alluvionale, ben visibile fin dal mattino del 10 ottobre. Come mai, se la massa aveva spinto in avanti e in alto il Colle Isolato, adesso non lo toccava più? Lo studio dettagliato di affioramenti rocciosi, presenti nella suddetta incisione, estremamente fratturati ma con le connessioni stratigrafiche ben conservate e con gli strati ripiegati, permette di affermare che essi corrispondono alle marne della parte basale della massa, parte che immediatamente dopo lo scivolamento era presente fino a quota alquanto maggiore: ma essa è stata erosa subito dopo dall’enorme ondata (fig. 29, profilo 8), che qui aveva raggiunto un’altezza circa 200 metri maggiore di quella del ciglio della diga, e nel riflusso si era diretta in buona parte verso di essa. La pressione esercitata da questa ondata, molto forte sia per la sua altezza sia per la grande velocità, e la scarsa compattezza degli “strati sottili Fonzaso-Socchèr” presenti in quel tratto, possono ben spiegare l’incisione, anche se la durata del fenomeno è stata molto breve, e se l’altezza della colonna d’acqua è andata diminuendo molto rapidamente; negli ultimi minuti della sua attività questo flusso, divenuto meno violento, depositò su quegli affioramenti un leggero strato di sedimento torrentizio, ancora ben visibile. Ne consegue che su questo punto l’ipotesi da me data precedentemente (Semenza, 1965), a dir la verità senza molta convinzione, non è più valida: avevo infatti immaginato che la massa, dopo essere risalita verso Nord sul versante opposto, fosse poi ridiscesa un po’ verso Sud, lasciando il Colle Isolato nella nuova posizione. ↩
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Ridiscendemmo poi per lo stesso percorso, compiendo altre osservazioni, facilitate dalla diversa orientazione del sole (fig. 4).
Ma conviene che adesso passi a raccontare un po’ la storia delle mie ricerche precedenti.
Figura 6 Il paese di Casso, visto dai pressi del cimitero (E. Semenza, 10 ottobre 1963). Si possono valutare i danni subiti dall’abitato, nel complesso lievi. L’onda non è arrivata fino al paese, e i danni sono stati provocati da grandi spruzzi e dalle pietre, sospinti avanti dall’onda, che hanno sfondato in vari punti i tetti delle case: i danni più gravi sono stati subiti dal fabbricato in primo piano e dalla scuola, in basso a destra. Nel versante dietro al paese si vede la terminazione meridionale del grande accumulo di una delle due frane scese nel 1674 (vedi paragrafo A6).

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2. Come ho conosciuto il Vaiont
Non saprei stabilire una data per l’inizio della mia frequentazione della Valle del Vaiont. Ricordo di averla attraversata più volte durante viaggi piuttosto avventurosi, talora in camioncino1 dall’Alpago all’alta Val Cimoliana, con mio padre e altri familiari. Ricordo che mio padre parlava spesso di un progetto, che la SADE (Società Adriatica di Elettricità), della quale era Direttore Centrale per le Costruzioni Idroelettriche, pensava di realizzare in futuro, e mi pare che prevedesse una diga nella gola che il Torrente Cimoliana attraversa poco a monte di Cimolais, e una derivazione da lì al futuro serbatoio del Vaiont.
♦ Da studente. Ricordo anche che da studente, curioso di tutto ciò che aveva attinenza con la mia futura professione, ero venuto a conoscenza dei problemi della zona del Passo di S. Osvaldo, dove nel 1951 erano stati fatti sondaggi (e anni dopo anche indagini geofisiche) per valutare lo spessore e l’eventuale permeabilità dei depositi superficiali (detriti e ghiaie alluvionali del Quaternario). Avevo sentito anche delle ricerche nella zona dell’abitato di Erto, dove erano stati eseguiti cunicoli e sondaggi per valutare la stabilità della zona. Oggi so che queste ricerche, svolte da G. Dal Piaz con la collaborazione di F. Ferasin, erano state decise per valutare le eventuali conseguenze dell’innalzamento dell’invaso da quota 679 a 727 (poi fissata a 722,50). Entrambe queste ricerche avevano avuto esito positivo. Ulteriori ricerche nella stessa zona sono state condotte fino al 1961.
La permeabilità del Passo di S. Osvaldo. Al Passo di S. Osvaldo vi è una massa di frana, mentre più ad Ovest un’estesa pianura, formata da sedimenti alluvionali, digrada verso la conca di Erto (Pra di Tegn): si riteneva che al di sotto delle alluvioni la vecchia valle (per la quale in tempi remoti doveva essere passato il T. Cimoliana, che confluiva nel T. Vaiont prima di essere “catturato” da un affluente del T. Cellina), potesse avere un fondo molto basso; ciò avrebbe potuto consentire un’eventuale fuga dell’acqua attraverso quei terreni che la riempivano. Non si sapeva però se fossero permeabili o meno, e quindi se capaci di assicurare una tenuta idraulica sufficiente. Le ricerche tuttavia avevano fugato ogni dubbio, in quanto la base dei depositi permeabili era a quota 750: difatti in questa zona non vi sono stati problemi.
La stabilità di Erto. A Erto, dove le case più basse sono a quota 761 m, la popolazione temeva il lago, poiché riteneva instabile la zona. I

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(5) In quel periodo, che si può definire post-bellico, viaggiare nel cassone di un camioncino era quasi una cosa normale. ↩
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sondaggi e i piezometri immessi nel terreno trovarono la roccia, Flysch eocenico, qui in buono stato a differenza di altre zone della valle, e detrito quaternario appoggiato su di essa secondo una superficie poco inclinata. Subito al di sotto delle case le indagini riconobbero poi un livello di conglomerato, altri lembi del quale affioravano nella valle, ad esempio a S. Martino e in Val Tuora (vedi fig. 51): la situazione venne giudicata rassicurante, e difatti il paese rimase sempre stabile.
♦ Prime ricerche personali. Un passo avanti nelle mie conoscenze è avvenuto quando, come assistente di Leonardi, presso l’Università di Ferrara, fui da questi incaricato, nel 1957, di completare gli studi sulle condizioni geologiche della zona di Longarone, dalla Val Zemola (tributaria di destra della valle del Vaiont) al gruppo della Cima dell’Albero (a Ovest di Longarone), già oggetto della Tesi di Laurea in Scienze Naturali di Isabella Vedana (Università di Ferrara, 1953). Ebbi così l’occasione di fare una revisione di tutti gli aspetti della geologia della zona (E. Semenza, 1960).
Il principale risultato delle mie ricerche è stato l’estensione, alla parte occidentale della zona, delle grosse novità nella stratigrafia e nella struttura trovate da Ferasin nella parte orientale della zona, che sono l’interpretazione della fortissima riduzione dello spessore (fino a pochi metri) delle formazioni del Giurassico superiore e del Cretacico inferiore e medio a Nord e a Est di Erto, e la precisazione della situazione del massiccio del M. Borgà, dove formazioni antiche sono sovrascorse venendo a ricoprire quelle più giovani della conca di Erto (vedi fig. 28).
Gli studi del dottor Francesco Ferasin. Importantissimi per me, oltre ai sopralluoghi assieme all’autrice della tesi, sono stati lo studio dell’amico dottor Francesco Ferasin, assistente all’Istituto di Geologia dell’Università di Padova, deceduto tragicamente nell’autunno del 1958, e i nostri colloqui. Con il suo studio dell’area di Cimolais (1955) aveva fatto importanti scoperte stratigrafiche e tettoniche, senza tuttavia arrivare a completare la sua indagine nella zona ad Ovest di Erto.1
Imprecisioni della carta geologica ufficiale. Le novità di cui ho fatto cenno nella nota,1 che riguardano praticamente soltanto l’area del longaronese, non erano ancora conosciute quando una ventina di anni prima era stata compilata la prima carta geologica ufficiale;2 ciò ha reso un po’ più difficile l’operato di chi, come me e altri, si accingeva a studiare la Valle del Vaiont.
Il dilemma del Massiccio del Borgà. In seguito (1958), esaminando la zona a Ovest del rilevamento di Ferasin, ho potuto risolvere il dilemma
- un livello b, superiore, nel complesso molto rigido, costituito da grossi banchi calcarei compatti di vario tipo (che chiamerò qui “Banchi di Socchèr”) con alcuni potenti livelli rossastri, uno dei quali, (visibile nella fig. 36) è sito alla base ed è meno compatto;
- un livello c, sottostante, facilmente ripiegabile, che è una potente serie sottilmente stratificata di marne e calcari marnosi rossi, o verdastri o grigi, in parte cretacica, sopra, e in parte giurassica, sotto (chiamata qui “strati sottili Fonzaso-Socchèr”);
- un livello c’, basale, del Giurassico superiore, di calcari selciferi di color grigio, in strati sottili con intercalazioni argillose (che qui chiamerò “Fonzaso con argille”), la cui parte più alta è stata la sede di buona parte del piano di scivolamento della frana, a causa dello scarso attrito e della scarsa permeabilità dell’argilla.

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(6) Ferasin, studiando i dintorni di Cimolais, era arrivato fino alla Val Zemola, scoprendo l’esistenza della fortissima riduzione dello spessore (fino a pochi metri) delle formazioni del Giurassico superiore e del Cretacico inferiore e medio (che qui fino allora erano giudicate addirittura inesistenti). In quell’area, che corrisponde al fianco NNE della sinclinale di Erto, quelle formazioni sono sostituite dalla cosiddetta “serie condensata”, visibile nel profilo ‘b’ della figura 28 (formazione indicata con la lettera ‘a’) che comprende, ma non dovunque, il famoso Marmo di Erto (Giurassico superiore e Cretacico inferiore), dal caratteristico colore rosa, e al di sotto un sottilissimo livello di calcari selciferi verdi e rossastri (parte bassa del Giurassico superiore). A Sud-Ovest invece, e quindi nella Valle del Vaiont medio bassa e nella bassa Val Mesazzo, il medesimo intervallo stratigrafico corrisponde a quella che lui chiamò Formazione di Socchèr, che raggiunge nell’insieme lo spessore di circa 200 metri. Questa è una complessa alternanza di livelli di natura alquanto diversa, che oggi vengono distinti all’interno delle due formazioni, di Socchèr e di Fonzaso (Ferasin 1955 e 1956; Rossi e Semenza 1965; Riva et al. 1990), e che qui semplificando raggrupperò in tre livelli, b, c e c’ (vedi la fig. 28; N.B.: nella figura 28 c e c’ sono uniti), che si susseguono dall’alto al basso come segue: ↩ ↩2
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(7) Foglio Belluno della Carta Geologica delle Tre Venezie, alla scala 1:100.000 (1941). Questa parte del foglio era stata disegnata sulla base del rilevamento di G. Boyer, con revisioni di S. Zenari. ↩
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del Massiccio del Borgà, a proposito del quale c’era contrasto tra l’interpretazione di Boyer (1913) e quella di Ferasin, scoprendo che l’enorme “lembo di ricoprimento” (Klippe), individuato da quest’ultimo, era troncato a NE da un piano di faglia verticale, scoperto da Boyer, ma con rigetto verticale1 “a forbice”, cioè variabile, da 1000 metri circa, a NW, a zero, a SE.2
♦ L’eccezionale singolarità della Valle del Vaiont. La riduzione di spessore del Giurassico superiore e del Cretacico inferiore e medio a Nord e a Est di Erto, e l’esistenza del lembo di ricoprimento del Borgà, danno l’idea della eccezionale singolarità della Valle del Vaiont, e sono almeno in parte all’origine dell’incomprensione, da parte di molti, della vera natura della zona Pian del Toc - Pian della Pozza, e della rimanente porzione dell’antica frana, che si è rimossa negli anni 1960-1963. E credo di poter affermare che in generale, e a prescindere dal Vaiont, è soltanto con un rilevamento geologico adeguatamente dettagliato che è possibile riconoscere i fenomeni avvenuti nel passato, o almeno fare ipotesi probabili sulla loro modalità e sulla loro età.3
Basti accennare a tutto ciò che è stato pensato, e anche scritto, dopo il disastro del ’63, da parte di persone anche di alta qualificazione professionale o accademica, sulla natura della valle e su eventuali ulteriori pericoli, e pensare alle conseguenze derivate da un’interpretazione della geologia, errata per la necessità di far presto e per non aver interpellato chi, come me, la conosceva certamente più di loro. Conseguenze gravissime in termini di spesa, per indagini e provvedimenti inutili, e in termini di disagi e sofferenze per le popolazioni, evacuate a forza e tenute lontane per anni dai loro paesi. Ma di questo parlerò più diffusamente al capitolo 15.

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(8) Il rigetto di una faglia (verticale, orizzontale o obliquo) è la distanza tra due punti che prima del movimento erano adiacenti. ↩
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(9) Georges Boyer aveva studiato il massiccio del Borgà come estrema parte orientale dell’area del suo pregevolissimo studio, area che parte a Ovest dal Gruppo del Talvena, interpretando il Borgà in un modo incompleto, ma indicando giustamente al suo margine NE l’esistenza della grande faglia del Valon di Copada, con rigetto di circa 1000 m, evidentissima a chi guarda il massiccio da NW. Il suo studio, pubblicato nel 1913, sarebbe probabilmente proseguito nella parte a oriente; ma fu invece interrotto dalla guerra, che lo vide combattente e ferito sul campo di battaglia in Alsazia, e poi ricognitore sugli aerei, fino a che morì in un incidente aereo nella primavera del 1916. Il carteggio intensissimo che durante i suoi studi nella zona intrattenne con Giorgio Dal Piaz (suo amico e maestro) ne mette in luce l’impegno scientifico e l’entusiasmo, doti che certamente l’avrebbero portato a risolvere questo difficile problema. Ferasin invece, guardando da Est, non aveva potuto vedere quella faglia, in quanto da Ovest verso Est essa va gradualmente riducendo il suo rigetto, fino ad annullarlo poco a Est della Forcella Copada, mentre aveva esattamente riconosciuto l’esistenza del ricoprimento del Borgà sulla serie della bassa Val Zemola, tra la Forcella Copada e la Valle del Vaiont a Ovest di Erto. Sia Boyer che Ferasin, accomunati dalla tragicità del loro destino, avrebbero potuto da soli risolvere il problema se ne avessero avuto il tempo. Toccò invece a me, e vi riuscii avvantaggiandomi degli studi di entrambi. Mi bastarono infatti due escursioni: una da Erto alla Forcella e poi giù fino a Davestra, per riconoscere la giustezza dell’idea di Ferasin circa l’esistenza del lembo di ricoprimento, e un’altra nell’alta Val Zemola, per trovare la “radice” del ricoprimento e avere quindi la chiave per capire la storia strutturale dell’area nordoccidentale del Vaiont. Quest’ultima è difficile da spiegare in poche righe. Va premesso che un lembo di ricoprimento è una parte di una falda di scorrimento (cioè di una massa che si è sovrapposta scorrendo sopra ad un’altra a causa di sforzi tettonici), che è stata separata dalla parte principale della falda per erosione o altro fenomeno. Ritengo che questa parte principale sia individuabile in un sovrascorrimento ben visibile nell’alta Val Zemola e che il lembo stesso sia rimasto distaccato da essa per erosione, o scivolando fino al fondo della sinclinale di Erto prima delle ultime fasi tettoniche che hanno corrugato l’insieme del M. Buscada e del M. Citta (E. Semenza, 1960; Riva M. et al., 1990). ↩
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(10) Per dare un’idea della difficoltà della zona, devo accennare che esisteva un’ipotesi secondo cui tutti i massicci montuosi, mesozoici, di una vasta zona attorno al Vaiont fossero sovrapposti alle formazioni più recenti, cenozoiche, affioranti nella conca di Erto, presso Cimolais e nell’Alpago, che sono effettivamente analoghe tra loro. Questa ipotesi, derivata dalla chiara sovrapposizione visibile a NW di Erto, del Calcare del Vaiont (del lembo di ricoprimento del Borgà) sulla Scaglia e di questa sul Flysch, non regge però se si considerano tutti gli altri contatti tra le formazioni cenozoiche e mesozoiche nell’intera area in questione, ed è chiaramente in contrasto con lo studio di Ferasin del 1956. Tuttavia Weiss (1964) riporta ancora quell’idea, e afferma addirittura (a pag. 20) che essa è stata confermata dalla Großmechanik dell’anno 1963 (cioè il franamento del M. Toc). ↩
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Figura 7 Carta topografica della zona di Longarone e della valle del Vaiont prima dei lavori relativi all’impianto, ma con la diga, la strada nuova in sinistra e il livello del massimo invaso del lago.

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3. Che cosa si conosceva sulla stabilità dei versanti della valle del Vaiont prima dell’estate del 1959?
Qualcuno potrebbe pensare che lo studio sulla stabilità della zona d’invaso avrebbe dovuto esser fatto prima del 1959. E alla luce della prassi attuale è vero. In realtà questo studio era stato eseguito, già da tempo, ma non con quel dettaglio che sarebbe stato necessario per riconoscere tutti gli eventuali indizi di instabilità dei versanti. Il fatto è che gli studi, che di solito a quei tempi si facevano sulle frane, erano piuttosto scarsi, e non esistevano, almeno in Italia, una scuola e una cultura sufficienti al riguardo.
♦ Gli studi preliminari erano sempre concentrati soprattutto sui problemi della zona di imposta della diga. Se ne doveva indagare la stabilità e la tenuta
Figura 8 Schizzo panoramico di tutto ciò che sta a Nord di una linea all’incirca Est-Ovest che da Longarone risale il fondovalle del T. Vaiont e poi la Val Tuora fino al passo di S. Osvaldo (fig. 8 di Selli e Trevisan 1964, modificata). Si nota la posizione della diga nei due diversi progetti.

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idraulica, così come si doveva valutare la tenuta idraulica dell’intero bacino. Questi erano i compiti di tipo geologico che andavano svolti ed esposti nelle relazioni geologiche sia preliminari sia esecutive.1 E questi erano stati svolti, sia da J. Hug (1925 e 1927) sia da G. Dal Piaz (1928), e avevano portato alla scelta di due diverse sezioni per l’imposta della diga: al ponte di Casso (Hug) e poco a valle del ponte del Colombèr (Dal Piaz) (figg. 7, 8 e 30).
Il primo progetto di diga, al Ponte di Casso. Hug, anche in base ad un raffronto con la diga della Wäggital in Svizzera, riteneva migliore questa sezione perché i calcari ivi affioranti erano meno permeabili di quelli piuttosto fessurati esistenti nell’altra sezione (vedi la risposta alle osservazioni di Palmieri, nel paragrafo C2). Su questa scelta si basava il primo progetto di utilizzazione delle acque del Vaiont, con una diga alta fino a quota 656.
Si notano inoltre: a = il livello del lago al momento della frana, q. 700,40; b = l’altezza raggiunta dall’onda sul versante destro; c = l’area del versante destro coperta dalla massa franata; d = il livello del massimo invaso, q. 656, previsto a monte della diga progettata al Ponte di Casso.

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(11) Il regolamento dighe, in vigore all’inizio dei lavori (1957), risaliva al 1931 (31 gennaio 1931, n. 1370), e venne sostituito dal DPR 11 gennaio 1959, n.1363, che a differenza del primo cita l’obbligo, per la relazione geologica, di contenere gli elementi oggettivi relativi alla stabilità dei versanti (vedi Fabbri, pag. 299 e segg.); è da notare che questa parte del regolamento fu curata dal prof. Penta. Corrispondentemente nel succitato trattato di geologia applicata di A. Desio (1948), le indagini sulla stabilità dei versanti non erano nemmeno citate tra gli argomenti che il geologo doveva trattare nella relazione per una diga: questi erano la stabilità delle imposte della diga, la loro impermeabilità, e l’impermeabilità del bacino. È significativo che, nella edizione del 1973 di quel trattato, è stata aggiunta la stabilità dei versanti. ↩
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Il secondo progetto di diga, al Ponte del Colombèr. Dal Piaz sottolineò che il Calcare del Vaiont, nel quale è incisa la gola al ponte del Colombèr, ha qualità decisamente migliori dell’insieme dei vari terreni affioranti al ponte di Casso e nella gola a monte e a valle di esso, che fanno parte della Formazione di Socchèr e della Scaglia. Il volume dell’invaso poi, data la possibilità di costruire al ponte del Colombèr una diga assai più alta e più a valle, era enormemente maggiore. E per quanto riguarda la permeabilità, al momento della scelta definitiva le tecniche di impermeabilizzazione consentivano di superare le difficoltà avanzate da Hug negli anni Venti (cfr. G. Dal Piaz 1937).
♦ La decisione finale di costruire la diga al Colombèr. Questa decisione, ardita ma coerente con tutte le conoscenze necessarie per quanto riguarda la diga, venne presa nel 1945 poco dopo la fine della guerra, e modificata negli anni successivi innalzando il livello del massimo invaso dai 667 iniziali a 679 e infine a 722,50, anche sotto la spinta della crescente necessità di produrre energia elettrica, per favorire la ripresa economica nazionale.1 L’impresa era tale da coinvolgere non solo l’interesse, ma anche il prestigio della SADE, il cui Presidente, Conte Vittorio Cini, volle rendersene conto personalmente andando a visitare la stretta (fig. 9).
♦ Gli studi sulla stabilità dei versanti. Si è già detto delle ricerche sulla stabilità di Erto e sulla permeabilità del Passo di S. Osvaldo. Il resto dei versanti era stato preso in considerazione, ma non con uno studio sistematico di dettaglio, allora non richiesto e che nessuno faceva. In ogni relazione era menzionato l’ammasso di frana che costituisce la Pineda.
♦ La Pineda (fig. 13). Nelle varie relazioni, che accompagnavano le domande di concessione a ogni variazione del progetto, e in particolare in quelle del 1948, del 1957 e del 1958, Dal Piaz accennava solamente all’esistenza della massa di un’antica frana “ad Est del Torrente Massalezza” (dapprima senza nome, ma poi indicata esattamente come il colle della Pineda, situata circa 3 km ad Est della prevista zona d’imposta della diga e decisamente diversa per natura dalla frana scoperta più tardi a cavallo del Massalezza). Egli affermava che avrebbe potuto “dare luogo a smottamenti e distacchi”, ma riteneva giustamente, data la natura di quell’ammasso, che si sarebbe trattato di fenomeni di scarsa entità. La giustezza di questa idea si spiega con la forma spigolosa e la probabile cementazione dei frammenti calcarei che compongono interamente l’ammasso, e con l’orizzontalità

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(12) Questo innalzamento rese necessario il collegamento, nel complesso dell’impianto Piave-Boite-Maè-Vaiont, del serbatoio di Vodo con quello di Pontesei. Il massimo invaso di questi due serbatoi era a quota tale (850 Vodo, e 800 Pontesei) da poter riempire la parte del serbatoio del Vaiont che sarebbe stata a un livello più alto di quello degli altri serbatoi: questi ultimi infatti, avendo il massimo invaso praticamente allo stesso livello (683 Pieve, 679 Vaiont 1° progetto, 677 Val Gallina), costituivano in sostanza un unico serbatoio. L’innalzamento suddetto richiese inoltre la costruzione della centrale del Colombèr, a valle della quale l’acqua del serbatoio del Vaiont poteva entrare senza problemi nella galleria di derivazione verso la centrale di Soverzene. ↩
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della sua base di appoggio. E la sua dimostrazione è data dal fatto che il colle, che non si era mai mosso dall’inizio dell’invaso, non ha subito alterazioni rilevanti né quando è stato investito dall’ondata del 9 ottobre 1963, che ha distrutto parte delle case ivi esistenti (fig. 42), né durante il susseguente periodo di contatto con il lago residuo, che aveva quasi l’altezza del massimo invaso progettato.
♦ Il Pian del Toc (PT) (figg. 15 e 17). Alla zona del Pian del Toc soltanto Müller1 accennava nel suo secondo rapporto, del 16 agosto 1957, parlando di “alcune unità rocciose molto grandi”, di cui una “di circa 1 milione di m³ o più”, con fenomeni di instabilità, evidenziati da fessure verticali.
Figura 9 Al Colombèr, con la chiesetta di S. Antonio sullo sfondo (23 luglio 1953). Da sinistra: il conte Vittorio Cini, presidente della SADE, l’ingegnere Carlo Semenza, che illustra il progetto della diga, l’ingegnere Mario Mainardis, entrambi direttori centrali, l’ingegnere Antonio Rossi, vice-presidente.

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Tuttavia della roccia disgregata di questa zona dice chiaramente che può essere facilmente asportata o fatta scivolare:1 non si trattava certo della grande frana, che allora nessuno aveva neppure sospettato, ma soltanto della sua parte frontale e più superficiale. Accenni ad altri fenomeni importanti non erano stati fatti, e quindi da questo punto di vista non vi erano particolari preoccupazioni.
4. La frana di Pontesei
Il 22 marzo 1959 si staccò una grande frana di scivolamento rotazionale, ossia su una superficie di movimento concava, valutata allora di circa 3 milioni di m³ di materiale sciolto, in località Fagaré sul versante sinistro del lago artificiale di Pontesei,2 situato nella Valle Zoldana a Est di Forno (figg. 10 e 11).3 I lavori di costruzione della diga si erano svolti dal 1955 al 1956. Entrando nel lago, il cui livello quel giorno era 13 metri al disotto del massimo invaso, e senza risalire sul versante opposto, la frana vi produsse un’ondata che contro l’opposta sponda raggiunse circa 20 metri di altezza e che travolse un uomo. Per distinguerla dall’altra di cui parlerò più sotto la chiamerò “Frana di Pontesei-Fagaré”.
♦ Il racconto di un testimone oculare. Molte delle notizie che riporto mi sono state fornite recentemente dall’ingegnere Camillo Linari, a quel tempo in servizio alla SADE. Avvisato dalle guardie forestali, verso le 6 del mattino, che le fessure erano aumentate, e anzi formavano un gradino molto alto sulla carreggiata, per cui si era provveduto a sbarrare la strada, l’ingegnere lasciò subito Forno di Zoldo, e si avviò a piedi, assieme al geometra Marinello, per la strada di servizio sul fianco destro (meridionale) del serbatoio, andando verso la diga, per evitare la zona di Fagaré, sulla sinistra, dove la frana si stava muovendo, e per poterla guardare meglio. Qualche minuto prima del franamento, verso le 7, i due furono sorpassati dall’operaio Arcangelo Tiziani che procedeva nella stessa direzione in bicicletta, non per sorvegliare la frana,4 ma per andare alle baracche dell’impresa Cargnel, per la quale lavorava, situate a valle della diga. Al momento del franamento Linari, resosi conto del pericolo, assieme all’altro si mise a
È da notare, a proposito di questo rapporto di Müller, che Calvino, nella seconda perizia a pagina 11 (Calvino et al., 1967), citando una parte della frase sopra riportata, sembra far apparire che Müller abbia denunciato addirittura “il forte pericolo di frane, sebbene si tratti di formazione rocciosa, della sponda sinistra, sui cui verdi pascoli sorgono numerosi casolari”, senza lasciar capire che parlava di un’area molto limitata.

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(14) Era proprio la parte frontale della massa che si mise poi in moto nel 1960, e scivolò velocissimamente nel 1963. Ma ecco come ne parlava (traduzione SADE): “Anche la zona della sponda sinistra, caratterizzata da stacchi estesi collegati fra loro, sui verdi prati della quale si trovano diverse case, presenta seri pericoli di slittamento, malgrado sia costituita da roccia. Però in quei posti la roccia è molto disgregata e degradata e perciò può essere facilmente asportata o messa in movimento di slittamento.” Che corrisponde bene al testo originale: “Auch das links-ufrige, durch ausgedehnte, zusammenhängende Abbrüche charakterisiertes Gebiet, auf dessen grünen Almboden mehrere Häuser stehen, ist stark gleitgefährdet, obwohl es aus Fels aufgebaut ist. Das Gestein ist aber dort sehr stark zerrüttet und aufgelockert, kann daher leicht abgetragen oder in Gleitbewegung versetzt werden”. Esisteva però una traduzione precedente un po’ affrettata, fatta in cantiere e in questo punto meno precisa. L’unica riportata dal giudice Fabbri a pagina 89, che si trova quasi uguale in Ascari a pagina 57 e da qui in Paolini e Vacis a pagina 124. In essa la frase diventa: “Anche il terreno di sponda sinistra, caratterizzato da ammassi di sfasciume, sui cui verdi pascoli sorgono numerosi casolari, è in forte pericolo di frana, sebbene sia una formazione rocciosa. La roccia è ivi molto fratturata e degradata e può pertanto facilmente scoscendere o essere posta in movimento”. Il pensiero di Müller risulta pertanto falsato, in quanto sembra che, parlando di instabilità, si sia riferito a tutta la sponda, mentre parlava solo di una zona (Gebiet) con determinate caratteristiche; manca poi l’avversativa (aber) e, soprattutto, le parole abgetragen … werden (essere asportata, attivamente, dall’uomo, per eliminare il problema) vengono tradotte con “scoscendere”, che fa pensare ad un fenomeno naturale. Invece, sia da questo passo, sia da tutto l’insieme di questa e delle altre relazioni di Müller risulta che egli non aveva affatto scoperto la grande frana, e che le sue parole del 1957 si riferivano ad ammassi di dimensioni limitate, facilmente asportabili. Se avesse capito o anche solo sospettato l’instabilità di buona parte del versante, le sue parole e le sue indicazioni sarebbero state ben diverse! ↩
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(15) Pontesei (plurale di pontesel), è una voce dialettale veneta che indicava la stretta dove due ponticelli, distanti 450 m l’uno dall’altro (uno dei quali tuttora ben visibile a valle della diga), consentivano alla strada di fondovalle di attraversare la gola del T. Maè. Secondo testimonianze di persone del luogo, prima della costruzione dei due ponti suddetti, ne erano stati costruiti vari altri, poi distrutti da fenomeni franosi, evidentemente ricorrenti. Circa il volume, un’altra valutazione, fatta da Caratto (1997) sulla base dei sondaggi eseguiti successivamente, ha portato ad un volume di circa 6 milioni di m³. La questione non è ancora stata risolta, restando il dubbio su eventuali grandi franamenti precedenti difficili da distinguere con i sondaggi. ↩
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(16) vedi Milli (1968 e 1975), Caratto (1997). ↩
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(17) Come affermano invece T.Merlin a pagina 57/47 (vedi A5) e Paolini e Vacis a pagina 42 (vedi B5). ↩
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risalire di corsa il versante, che in quel punto fortunatamente era abbastanza facilmente percorribile, a differenza di quasi tutto il resto del versante. Si venne a trovare perciò assai più in alto dei due metri circa al di sopra della strada, lì raggiunti dall’onda. Il Tiziani invece, forse perché non si rendeva conto di che cosa stesse succedendo dietro di lui, e forse perché
Figura 10 Schizzo topografico della zona di Pontesei, con la diga, le fessure della zona di distacco della frana in roccia sopra la spalla sinistra della diga, qui chiamata “frana di Pontesei-spalla diga” (C) e la frana di “Pontesei-Fagaré”, del 22 marzo 1959. (A = orlo superiore della nicchia di distacco, B = massa franata; 1, 2, 3 e 4 indicano le sezioni di misura dei movimenti).

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zoppicava, non fu purtroppo altrettanto pronto e fu travolto. L’onda (qui alta 6 o 7 metri sopra il massimo invaso, per il fenomeno di sovralzo che si verificò nell’angolo tra la diga e la roccia dell’imposta destra, mentre nel centro della diga l’altezza fu probabilmente minore) gli era arrivata addosso dal di dietro, trascinandolo poi nell’acqua: nonostante le ricerche sul fondo del lago, svuotato appositamente in un paio di giorni, non si riuscì a trovarne traccia.
Figura 11 Fotografia della frana di Pontesei-Fagaré, dalla diga (I. Vielmo, 23 o 24 marzo 1959). Si nota il nuovo corso del torrente che unisce il lago a monte con quello a valle, che è in fase di abbassamento per la ricerca del corpo di Arcangelo Tiziani. Sulla sinistra il versante destro, con la strada di servizio, su cui al momento della frana si trovavano Tiziani (più a sinistra verso la diga) e l’ingegnere Linari con il geometra Marinello; sempre sulla sinistra, ma un po’ verso il centro di fronte alla frana, si notano le scarpate senza vegetazione a monte della strada, fra due delle quali Linari e Marinello sono saliti di

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♦ Fu come se suonasse improvvisamente un campanello di allarme. Infatti le manifestazioni di instabilità di quel versante, da sempre esistite e note ai tecnici della SADE, non avevano mai destato particolari preoccupazioni, in quanto si riteneva trattarsi di fenomeni di scarsa entità. Questo franamento, e in particolare la sua velocità e la sua compattezza, furono invece un ammonimento a prendere in maggiore considerazione questo tipo di fenomeni.1
corsa per sfuggire all’onda, che comunque ha superato la strada solo di pochi metri, lasciando integre anche le protezioni di vimini visibili sopra la strada. Sulla massa franata, scivolata dall’altro versante, si notano gli alberi inclinati a causa della rotazione subita dalla massa e un tratto dissestato del muro di sostegno della nuova strada (indicato dalla freccia), che prima del franamento era allineato con quello che si vede a destra nella foto. In alto a destra la nicchia di distacco.

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(18) Circa il tempo di caduta, a partire dalla testimonianza di Linari, che parlava di due fasi per un totale di due-tre minuti, si sono sviluppate discussioni, in rapporto alla conduzione delle prove del modello idraulico della frana del Vaiont (vedi capitolo 11); qualcuno “gli ha fatto dire” che la frana sarebbe caduta in trenta secondi, mentre questo era soltanto il tempo della fase iniziale del movimento (cfr. Paolini e Vacis, pag. 131, e Corte d’Appello dell’Aquila, pag. 105). Il Tribunale ha ritenuto, in base a tutte le testimonianze e i dati a disposizione, che la frana sia discesa in circa due minuti (Tribunale dell’Aquila, pagg. 241-242). ↩
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Una lunga fessura. Una fessura era stata rilevata nella parte media del versante detritico in sinistra il 17 agosto del 1957, quando il lago aveva superato la quota 790, che è 10 m al di sotto di quella del massimo invaso; la fessura, con andamento grossolanamente arcuato, partiva a Ovest a quota 840 circa e saliva fin verso quota 960 per ridiscendere a Est fino a quota 890. Da quel momento la sua apertura era stata misurata periodicamente su quattro sezioni con l’aiuto di picchetti. I movimenti osservati (dopo i primi, non registrati), registrarono una prima impennata fino a 35 cm di spostamento totale durante un rapido svaso del serbatoio (60 m in 20 giorni), ma erano poi nettamente diminuiti e in seguito quasi arrestati dal marzo all’ottobre del 1958, non mostrando variazioni di velocità riferibili né alle precipitazioni né alle numerose e rapide variazioni del livello del lago. Le misure furono poi sospese fino al 3 marzo 1959, quando con la scomparsa del manto nevoso si constatò la presenza di fessure trasversali sulla strada, che segnavano chiaramente i margini laterali della massa e denunciavano la ripresa del movimento; le misure del 16 marzo mostravano incrementi fino a 1,36 m in quei 13 giorni. Il fenomeno tuttavia venne sottovalutato.
Evidentemente, se vi fosse stata un’esperienza maggiore nel campo delle frane, tutto l’insieme dei fenomeni sommariamente citati avrebbe potuto consigliare un diverso comportamento da parte di chi gestiva l’impianto. Non risulta che nessun geologo se ne sia occupato prima del franamento del 22 marzo 1959. L’incarico al professore Penta fu dato subito dopo (vedi nota 35).1
♦ Grande preoccupazione vi era invece per un altro fenomeno franoso. Esso era situato alla confluenza del Rio di Bosconero nel T. Maè, che interessava la spalla sinistra della diga, e che per distinguerlo dall’altra chiamerò qui “Frana di Pontesei spalla diga”: si trattava di uno scivolamento traslativo lungo varie superfici di strato nella roccia dolomitica situate poco più in alto della zona d’imposta della diga, attivo da anni, e i suoi movimenti erano studiati con vari metodi di misura. Si era anche cercato di contrastarlo al piede con un contrafforte a cavallo della valle del Rio di Bosconero, il quale purtroppo si rivelò inutile, probabilmente a causa della forte fratturazione della roccia nella zona di contatto.2
Dall’agosto 1958 le velocità di questa frana (ovviamente diverse a seconda dei metodi e dei punti di misurazione) erano aumentate con l’innalzamento

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(35) Francesco Penta, professore di Geologia Applicata alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma, autore di numerose pubblicazioni sulle frane, componente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e della Commissione di Collaudo della diga del Vaiont. Si veda in A3 il capoverso “Commissione di Collaudo”. ↩
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(19) vedi Capra e Linari (1960) e Walters (1962). ↩
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del livello del lago, fino ad un valore massimo di circa 0,22 mm al giorno ai primi di marzo 1959.1 A questo punto era stato deciso un abbassamento di 13 metri del livello del lago, il che ebbe come conseguenza l’arresto dei movimenti.2
Invece la frana di Pontesei-Fagaré che, come detto, sarebbe scesa velocemente il 22 marzo, non destava preoccupazione: l’idea era che si sarebbe mossa lentamente e su una superficie poco profonda. Si trattava invece di una massa di notevole spessore, di materiale sciolto.
Le caratteristiche della frana di Pontesei-Fagaré. Era costituita di detrito calcareo-dolomitico derivante dalle soprastanti pareti di Dolomia Principale, e in misura minore di detrito dolomitico o arenaceo derivante dalle formazioni del S. Cassiano, con intercalati alcuni livelli di argilla rossa derivante dagli strati del Raibliano: uno di questi, probabilmente continuo, è situato alla base. La profondità della superficie di scivolamento rotazionale, valutata con l’esame dei risultati di sei sondaggi eseguiti dall’ENEL nel 1969, è di varie decine di metri di spessore, raggiungendo 75 m nella parte bassa, secondo Milli (1975): ciò ha permesso al mio allievo Caratto (1997) di calcolare, nel suo pregevole studio, una cubatura di circa 6 milioni di m³, ipotizzando però (sulla base del ritrovamento sul fianco destro di materiali detritici, attribuibili probabilmente ad altri franamenti precedenti dal fianco sinistro) una risalita sul fianco destro, che è smentita invece dalla documentazione fotografica e dalle testimonianze di chi ha fatto i primi sopralluoghi.
È possibile che l’abbassamento del livello del lago abbia provocato un’accelerazione della frana, ma d’altra parte ne ridusse probabilmente le conseguenze. Dati precisi sul fenomeno sono riportati nella nota 20.1 Da tutto ciò si può constatare una volta di più che a quei tempi l’analisi di stabilità dei versanti in materiale sciolto, al giorno d’oggi ben nota agli specialisti, non veniva eseguita con studi approfonditi e organici.
5. Lo studio dei fenomeni di instabilità del bacino del Vaiont
La conseguenza quasi immediata della frana di Pontesei fu la preoccupazione per il bacino del Vaiont che si stava creando con la costruzione della diga, iniziata nell’agosto 1958.

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(20) Le velocità, misurate all’inizio (estate 1957) soltanto in superficie, erano state notevoli (poco più di un millimetro al giorno) e poi per un anno si erano ridotte al minimo (fino a circa 0,08 mm/giorno) in seguito all’abbassamento del lago (lo stesso abbassamento che si ritiene abbia invece provocato l’inizio dei movimenti della frana di Fagaré), per assumere col nuovo invaso, iniziato nel luglio 1958, il valore di 0,22 mm/giorno (riportato nel testo) ottenuto però con misure più precise all’interno dell’ammasso roccioso. Lo spostamento totale in 17 mesi è stato di circa 3 cm. ↩ ↩2
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(21) È da notare che invece al paragrafo LII-3 della requisitoria del Pubblico Ministero Mandarino (del 1967) vi è un lungo racconto, molto dettagliato, in cui però si parla soltanto della frana di Pontesei-Fagaré. La stessa cosa fanno in sostanza i periti del secondo collegio (Calvino et al., 1967, 11-13), che riportano tuttavia anche un brano della lettera del prof. Caloi del 23 settembre 1959, dicendo che “invita a rileggere la propria relazione del luglio ’58. ’Ciò che è avvenuto vi è previsto con esattezza sconcertante”. Ma i secondi periti annotano: “La relazione 3-7-58 Caloi-Spadea si riferisce invece ad una massa rocciosa adiacente alla diga”, cioè all’altra frana (di Pontesei spalla-diga) di cui ho parlato nel testo.
A prescindere da questo episodio, che può essere considerato “un infortunio” dovuto a una temporanea disinformazione di Caloi, è fondamentale sottolineare l’importanza attribuita da molti alle vicende della frana di Pontesei-Fagaré. Invece i fenomeni di movimento descritti più sopra furono sottovalutati dai tecnici della SADE, forse perché analoghi a quelli da sempre esistiti su quel versante. C’è da notare peraltro che in precedenza quei fenomeni li avevano indotti a progettare la strada nuova sul fianco destro: ma a ciò si oppose il Comune di Forno di Zoldo, che temeva non le frane, ma la copertura nevosa, molto più prolungata sul fianco destro, che è in ombra per tutto l’inverno e anche oltre. Nessuno temeva le frane, anche dopo che i sondaggi sul fianco sinistro, eseguiti per cubare la cava di pietrisco da impiegare per il calcestruzzo della diga, avevano evidenziato l’esistenza di un cospicuo spessore di argille rossastre raibliane (fino a 15 metri) al di sotto del detrito calcareo-dolomitico affiorante.
La frana del 22 marzo 1959 fu quindi una “sorpresa”, in un certo senso, ma non fu poi avvolta nel segreto, come dimostrano le citazioni, soprattutto di Walters (1962) che a pagina 257 riporta una lettera di C. Semenza del 1959, e più tardi di Bianchin ed E. Semenza (1965. pag. 31). Questo tendono invece a dimostrare i periti del secondo collegio (Calvino et al., 1967), che hanno parlato di “elementi di giudizio fondamentali”, che furono “taciuti” o almeno rimasero ignoti “agli specialisti di scienze geologiche e di ingegneria”, i quali avrebbero formulato per la vicenda del Vaiont “ricostruzioni e commenti parziali, miranti a sottolineare il carattere di eccezionalità del fenomeno e ad escluderne la prevedibilità.” Calvino (1974) ha addirittura preso i dati sulla frana di Pontesei-Fagaré per fare un parallelo con quelli della frana del Vaiont del 1963, e dimostrare così la sua prevedibilità. Ma il paragone non regge, come ha mostrato la sentenza del Tribunale dell’Aquila (pag. 296 e segg.). ↩
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♦ Il programma di studio proposto da Müller. Del problema fu incaricato l’ingegnere (poi professore) L. Müller (fig. 12), che come esperto geomeccanico seguiva già da anni i problemi riferiti alle imposte dalla diga; aveva già scritto anche qualche nota sulla stabilità dei versanti (1957), ma non aveva eseguito studi approfonditi (vedi capitolo 3). Müller il 21 luglio 1959 effettuò un sopralluogo nel bacino, a cui partecipai anch’io, e tre giorni dopo, d’accordo con mio padre e con l’ingegnere Pancini, mi inviò una lettera chiedendomi di eseguire un programma di studio secondo una sua proposta dettagliata, allo scopo di mettere in evidenza eventuali fenomeni di instabilità. Sulla base di questi studi si riprometteva di stilare al più presto un rapporto.1
♦ Lo studio effettuato da E. Semenza e F. Giudici. Svolsi il programma prima da solo e da fine settembre con il valido aiuto del dottor Franco Giudici, da poco laureato a Padova. Eseguimmo quindi un rilevamento ex novo della zona a monte della diga, utilizzando la carta alla scala 1:5.000 preparata dalla SADE (analoga agli attuali elementi della Carta Tecnica Regionale), e avemmo modo di scoprire molte particolarità geologiche e geomorfologiche, ponendo naturalmente l’attenzione su tutti i possibili indizi di franamento, seguendo le istruzioni datemi per iscritto da Müller.
Già nella prima fase, nel mese di agosto, trovai alcune piccole frane estremamente superficiali (scivolamenti traslativi di detrito, inattivi, di 1 m di spessore al massimo), presso il cimitero di Erto e sulla scarpata a monte della strada sopra il paese, che non costituivano nessun pericolo serio per l’abitato, nemmeno in presenza del lago, dato che erano situate molto più in alto del massimo invaso.
♦ La Pineda. Esaminai inoltre con attenzione la zona della Pineda (fig. 13), segnalatami come possibile zona franosa sia da G. Dal Piaz
Figura 12 Il professor Leopold Müller (1908-1988).

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(22) Il 6° Rapporto (Müller 10 ottobre 1959), contenente anche altri argomenti, fu poi presentato il 10 ottobre per motivi di salute e per altri impegni, suoi e dei collaboratori. Nella lettera del 24 luglio aveva esposto il programma di lavoro in tre “tappe”: 1) un primo rilevamento “speditivo” di tutta l’area all’incirca al di sotto della strada; 2) un rilevamento più preciso e dettagliato delle aree che presentassero chiari pericoli di franamento; 3) un completamento mediante eventuali sondaggi e trincee nel terreno. Circa le prime due tappe, che riguardavano il mio lavoro, precisava in dieci punti ogni particolare di ciò che attualmente si potrebbe definire uno studio preliminare di carattere geologico-tecnico, con raccolta di dati geomeccanici, geotecnici e idrogeologici. ↩
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L. Müller. Tuttavia riconobbi ben presto che si trattava, come già affermato da Dal Piaz, di una massa di frana antichissima, scesa dal fianco settentrionale della valle del Vaiont, che non poteva dare problemi importanti sia per la sua struttura sia perché era scesa fino al fondovalle e poggiava su una superficie all’incirca orizzontale (cfr. il capitolo 3).
Essa era composta di Calcare del Vaiont estremamente fratturato, ed era scivolata in blocco dal fianco sudorientale del M. Borgà, finendo sul vecchio fondovalle, dove affiorava il Flysch eocenico. Sopra quest’ultimo la massa si appoggiava, e si appoggia ancor oggi, secondo una superficie ben evidente sul fianco sinistro del T. Vaiont e sui due fianchi del T. Mesazzo, dato che i due torrenti hanno eroso la massa fino alla base. Perciò questa massa, alla quale si riferivano ripetuti accenni negli studi fatti fino allora circa la stabilità dei fianchi della valle, poteva tutt’al più, così come tutti gli autori avevano riconosciuto,
Figura 13 La parte più occidentale del Colle della Pineda, vista da NW (E. Semenza, 1959). Ammasso franoso antichissimo, composto di Calcare del Vaiont estremamente fratturato, sceso dal versante destro, e poi sempre rimasto stabile. Il suo margine occidentale, sulla destra, dista circa 400 metri dal margine orientale della paleofrana del Toc.

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dar luogo a piccoli distacchi, di detrito spigoloso, privo di matrice argillosa.1
Molto importante è stata invece la scoperta della massa di un’antica frana sul fianco sinistro della valle a cavallo del Rio Massalezza: ne parlo nel capitolo seguente.
6. La scoperta dell’antica massa di frana (o paleofrana) del Toc
Già verso la fine di agosto posi l’attenzione sulla zona del Pian del Toc e del Pian della Pozza (versione italiana del nome locale Paùsa) (fig. 14), che si presentava come una massa in un certo senso anomala, avente un’area di circa un chilometro quadrato (che fosse grande il doppio lo si è scoperto poi). Nella sua parte più prossima al torrente essa sporgeva nettamente dal resto del fianco sinistro della valle, e per una notevole lunghezza era addirittura bordata da pareti molto ripide o verticali (figg. 15 e 16), nelle quali la roccia affiorava ovunque, ma spesso con particolarità
Figura 14 Il versante settentrionale del M. Toc, visto dalla nuova strada a valle della diga (E. Semenza, 25 agosto 1959). In primo piano sulla destra il fianco sinistro della gola del Vaiont, con il Calcare del Vaiont, i cui banchi immergono verso Est, e al centro lo scavo dell’imposta sinistra della diga, con il pulvino già costruito. In secondo piano la massa della paleofrana: a sinistra la parete NW (cfr. fig. 17), dietro la gru il Pian della Pozza e a destra la porzione più alta della paleofrana (cfr. fig. 15). Nello sfondo, in alto, la cresta NE del M. Toc, che culmina con il Becco di Toc, e a destra il torrione della Costa Vasei. Nel lembo di prato più a destra si scorgono le Casere Nelve.

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(23) Si vedano le relazioni scritte da G. Dal Piaz dal 1930 al 1960. ↩
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varie assai preoccupanti, come è precisato più sotto. Tutta la parte rimanente del versante aveva invece un andamento conforme a quello degli strati della sottostante formazione, cioè il Calcare del Vaiont, e quindi una pendenza costante verso NNE, benché con inclinazione variabile (figg. 27 e 28). Ritengo utile dare una descrizione dettagliata di queste pareti. Le sigle (di cui mi servirò anche nel seguito del testo) fanno riferimento allo schizzo della figura 16’. I nomi delle formazioni sono quelli che ho dato, allo scopo di facilitare la lettura ai non esperti di geologia, nella nota 6.1
La parete nordoccidentale del Pian del Toc (PNW; fig. 17). Notai anzitutto che nella parete nordoccidentale di questa “massa sporgente”, avente direzione più o meno NNE-SSW, la roccia affiorante (della Formazione di Socchèr) appariva interessata, su gran parte della sua

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(6) Ferasin, studiando i dintorni di Cimolais, era arrivato fino alla Val Zemola, scoprendo l’esistenza della fortissima riduzione dello spessore (fino a pochi metri) delle formazioni del Giurassico superiore e del Cretacico inferiore e medio (che qui fino allora erano giudicate addirittura inesistenti). In quell’area, che corrisponde al fianco NNE della sinclinale di Erto, quelle formazioni sono sostituite dalla cosiddetta “serie condensata”, visibile nel profilo ‘b’ della figura 28 (formazione indicata con la lettera ‘a’) che comprende, ma non dovunque, il famoso Marmo di Erto (Giurassico superiore e Cretacico inferiore), dal caratteristico colore rosa, e al di sotto un sottilissimo livello di calcari selciferi verdi e rossastri (parte bassa del Giurassico superiore). A Sud-Ovest invece, e quindi nella Valle del Vaiont medio bassa e nella bassa Val Mesazzo, il medesimo intervallo stratigrafico corrisponde a quella che lui chiamò Formazione di Socchèr, che raggiunge nell’insieme lo spessore di circa 200 metri. Questa è una complessa alternanza di livelli di natura alquanto diversa, che oggi vengono distinti all’interno delle due formazioni, di Socchèr e di Fonzaso (Ferasin 1955 e 1956; Rossi e Semenza 1965; Riva et al. 1990), e che qui semplificando raggrupperò in tre livelli, b, c e c’ (vedi la fig. 28; N.B.: nella figura 28 c e c’ sono uniti), che si susseguono dall’alto al basso come segue: - un livello b, superiore, nel complesso molto rigido, costituito da grossi banchi calcarei compatti di vario tipo (che chiamerò qui “Banchi di Socchèr”) con alcuni potenti livelli rossastri, uno dei quali, (visibile nella fig. 36) è sito alla base ed è meno compatto; - un livello c, sottostante, facilmente ripiegabile, che è una potente serie sottilmente stratificata di marne e calcari marnosi rossi, o verdastri o grigi, in parte cretacica, sopra, e in parte giurassica, sotto (chiamata qui “strati sottili Fonzaso-Socchèr”); - un livello c’, basale, del Giurassico superiore, di calcari selciferi di color grigio, in strati sottili con intercalazioni argillose (che qui chiamerò “Fonzaso con argille”), la cui parte più alta è stata la sede di buona parte del piano di scivolamento della frana, a causa dello scarso attrito e della scarsa permeabilità dell’argilla. ↩
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estensione, da pieghe ad assi (ossia cerniere) di direzione EW. Più precisamente, andando da Nord a Sud, si notava una variazione graduale, per cui nella parte più settentrionale (zona Punta del Toc) comparivano banchi apparentemente orizzontali (banchi di Socchèr, b), che erano tagliati da alcune grandi fessure più o meno verticali anch’esse di direzione EW, talora aperte anche qualche metro;1 più a Sud erano presenti anche gli strati sottili Fonzaso-Socchèr (c), con le pieghe suddette, relativamente ampie, con qualche faglia; ancora più a Sud la fratturazione e il ripiegamento andavano infittendosi fino a rendere difficile il riconoscimento della giacitura degli strati.2
Figura 15 Il versante settentrionale del M. Toc visto dai pressi di Casso (E. Semenza, 1° settembre 1959). Si distingue l’intera massa della paleofrana (tranne la parte più bassa della sua parete settentrionale), divisa in due dal solco del T. Massalezza; a destra del solco nel centro della foto si notano dal basso all’alto il Pian del Toc (più piccolo), il Pian della Pozza (più grande) e i prati più alti, prossimi all’avvallamento di quota 1110 (A. nella fig. 16’). Tutta la zona della paleofrana, prevalentemente prativa, è formata da materiale roccioso corrispondente ai livelli qui chiamati “Strati sottili Fonzaso-Socchèr” (Giurassico superiore e Cretacico inferiore) e “Banchi di Socchèr” (Cretacico inferiore e parte del superiore), mentre a destra e in alto quasi tutte le zone boscate corrispondono agli affioramenti del

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(24) È a questa porzione, relativamente piccola, che ritengo si riferisse Müller al paragrafo 4 del suo 2° Rapporto, del 16 agosto 1957. Accennando ad una massa rocciosa di circa 1 milione di m³ situata a circa un km dalla diga: a questa stessa zona pare che si riferiscano le frasi “presenta seri pericoli di slittamento”, e “può essere facilmente asportata o messa in movimento di slittamento” (nota 14, capitolo 3). ↩
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(25) Per quanto riguarda la fratturazione, è da notare che su tutta la massa non esisteva neppure un solo corso d’acqua, e la valle del Torrente Massalezza, che la divideva in due (probabilmente scavata prima dell’antico franamento, che aveva provocato la fratturazione della massa), era quasi costantemente all’asciutto. Più precisamente, esisteva una sorgente a monte della massa di frana al suo contatto con il calcare del Vaiont (a q. 900 circa). La sua portata era di norma scarsissima, meno di un litro al minuto, ma aumentava molto durante le piogge. Nel tratto a valle si formava un corso d’acqua temporaneo, di portata mai rilevata, che comunque andava scemando rapidamente verso valle, senza mai arrivare fino alla parete settentrionale. Ciò era segno che l’acqua piovana penetrava tutta e subito nell’interno attraverso le numerosissime fratture più o meno largamente aperte, per uscire da sorgenti situate alla base della massa; una di esse era ben visibile a Ovest del “Pinnacolo” (cioè dell’estremità NW del Pian del Toc). Questi fatti dimostrano che la massa in frana era un acquifero, indipendente da ciò che si trovava al di sotto di essa (vedi capitolo 16). ↩
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La parete settentrionale (PN; figg. 18 e 19). I banchi di Socchèr erano invece regolarissimi sulla parete settentrionale della massa, incombente sul fondovalle, pendevano debolmente e costantemente verso Est, e da lontano apparivano non fratturati. Al piede della parete vi era un’ampia e ripida fascia di detrito, al di sotto della quale era situata un’altra parete verticale di calcari (Fonzaso con argille, c’, e Calcare del Vaiont). Al di sotto dell’estremità orientale della parete, un piccolo scavo mise in luce rocce estremamente fratturate (cataclasiti), simili a quelle esistenti alla base della parete Est, descritte nel capoverso seguente. Era logico pensare che queste si estendessero anche al di
Calcare del Vaiont (Giurassico medio). In basso a destra si vede la cabina dei comandi della diga, alla base della quale sarebbe arrivata la diga, una volta ultimata (cfr. fig. 14); verso la sinistra si distingue l’affioramento del canalone (di color bianco, cfr. fig. 20) mentre ancora più a sinistra, presso il margine della figura, si intravede la massa biancastra della Pineda (cfr. fig. 13). Le linee tratteggiate in bianco delimitano la massa della paleofrana; la linea con i tratti più lunghi si riferisce all’ipotesi del 1959, mentre quella con i tratti più brevi indica ciò che si è capito in seguito, cioè nell’estate-autunno 1960 e il 10 ottobre 1963.

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Figura 16 e 16’ Fotografia aerea della zona della paleofrana del Toc e dintorni, scattata nel 1954 (Fotografia Aerea dell’Istituto Geografico Militare - autorizzazione n. 5357 del 30/03/2001). Nella figura 16’, volutamente sbiadita e a scala maggiore di ½, sono stati disegnati gli elementi principali più o meno chiaramente visibili nella figura 16, con le sigle usate qui sotto e nel testo per distinguerli. Salta all’occhio quasi dovunque lo stacco morfologico tra l’area della frana (contornata dalla linea continua), con chiare ondulazioni ad asse EW, e quella circostante a Ovest (a sinistra) e a Sud (in basso), dove affiora il Calcare del Vaiont, che non ha partecipato al movimento, ed ha una superficie molto regolare. Il margine Est ha evidenze morfologiche meno chiare. Si notino nella massa della frana il solco della Valle del Massalezza (M), indicato dalle frecce, e i suoi due affluenti (o rami) e in basso la cima del M. Toc (T. soltanto nella fig. 16); e inoltre: in alto il solco del T. Vaiont (TV), a destra in alto buona parte del Colle della Pineda (P), a sinistra la Valle del Piave e Longarone (L).

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Le altre sigle.
Fuori della frana:
C = Casso
Co = Ponte del Colombèr
CTr = Faglia del Col Tramontin (tratteggiata e parzialmente coperta da EE)
D = Diga del Colombèr
D’ = Diga progettata al Ponte di Casso
MS = Mulini delle Spesse
Or = Costa delle Ortiche
R = T. Rui
Tu = Ponte Tubo
V = Torrione di Costa Vasei
Particolari della paleofrana:
A = avvallamento di q. 1110 (fig. 33)
Ca = Castelletto (fig 18)
DP = Depressione del Pian della Pozza (fig. 21)
E = Porzione orientale (a Est del Massalezza)
EE = Espansione orientale, al di fuori della nicchia
(vedi capitolo 6)
I = Colle Isolato
(figg.
22 e
23)
I’ = Massa analoga al Colle Isolato, ma meno evidente
(fig. 23)
M = T. Massalezza
MC = Masserella analoga al Colle Isolato, presso il ponte di Casso (vedi capitolo 7)
ME = Ramo orientale del Massalezza
MW = Ramo occidentale del Massalezza (fig. 32)
Ne = Casere Nelve
PE = Parete orientale (fig. 20)\
PN = Parete settentrionale
(figg.
18 e
19)
PNW = Parete nordoccidentale del Pian del Toc
(fig. 17)
PP = Pian della Pozza
PT = Pian del Toc (fig. 17)\
W = Porzione occidentale (a Ovest del Massalezza)
3-60 = Zona della frana del marzo 1960
(fig. 19)
11-60 = Zona della frana del 4 novembre 1960
(figg.
17,
35 e
36)

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Figura 17 La parete nordoccidentale del Pian del Toc (PNW). Andando da sinistra a destra, dopo lo spigolo che culmina in alto con la Punta del Toc, si notano dapprima i “banchi di Socchèr”, molto regolari come nella parete settentrionale (cfr. figg. 18 e 19); poi grandi fessure subverticali, una delle quali curva, associata sui due lati a pieghe a grande raggio (cfr. fig. 29, profilo 3); infine, sulla destra, una zona molto fessurata, che vista da più vicino mostrava pieghe molto fitte, a piccolo raggio (parte inferiore dei “banchi di Socchèr”, simile ai sottostanti “strati sottili Fonzaso-Socchèr”). In basso e sulla destra c’è il ripido versante sul quale si è verificata la frana del 4 novembre 1960 (figg. 35 e 36), al centro le case di Pian del Toc e più a destra alcune case della zona orientale, situate sopra la strada nuova. Sullo sfondo, a sinistra in alto, la ripida scarpata della Pineda (cfr. fig. 13), con al di sopra alcune case (E. Semenza, aprile 1960).

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sotto di tutta la parete settentrionale, qui coperte dalla fascia di detrito che appoggiava su di una cengia formatasi a causa della loro forte erodibilità, e dalla massa del “Castelletto“ (Ca). Questa parete terminava ad Est (sulla sinistra) con uno spigolo, al di là del quale cominciava la parete Est. Ma poco prima dello spigolo gli strati mostravano un lieve ripiegamento, passando ad una pendenza debole verso Ovest (fig. 20).
La parete orientale (PE; fig. 20). Nella parete orientale della massa la situazione era drammatica: la base (formata da banchi di Socchèr) mostrava scavernamenti in corrispondenza di potenti fasce cataclastiche, cioè di roccia estremamente fratturata, immergenti verso Nord con
Figura 18 Parete settentrionale della paleofrana (PN): porzione centro-occidentale. I “banchi di Socchèr“, molto regolari e apparentemente poco fessurati, pendono verso Est. In alto si nota a fatica la piccolissima incisione del T. Massalezza. In primo piano la massa del Castelletto (Ca) staccatasi in passato dalla parete scivolando verso la valle con moto rotazionale: il suo movimento era appena ricominciato lentamente con la creazione del lago (cfr. fig. 46) (C. Manarin, marzo 1960).

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una pendenza attorno ai 20-30°, e la parete era abbondantemente interessata da fessure verticali simili a quelle visibili nella parete nord-occidentale del Pian del Toc (PNW), ma non aperte.
A Est della parete orientale (PE) incominciava un grande canalone detritico. Aveva forma di imbuto, e nella sua parte alta, al di sopra di una paretina di roccia simile a quella della succitata parete orientale (“banchi di Socchèr”), affioravano gli “strati sottili Fonzaso-Socchèr”, ripiegati e molto fratturati. Questa situazione anomala, osservata soltanto
Figura 19 Parete settentrionale della paleofrana (PN): porzione centro-orientale. A sinistra si nota la nicchia della piccola frana di crollo avvenuta in marzo (3-60), che ha interessato la zona dov’era lo spigolo visibile nella figura 20, e a destra il Castelletto (Ca, cfr. fig. 18); in alto a destra il solco del T. Massalezza (cfr. figg. 16, 18 e 30) (C. Manarin, marzo 1960).

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soltanto nella zona EE, cioè l’esistenza di un livello più antico al di sopra di uno più recente è stata spiegata attribuendo il livello più antico a un’altra massa franosa (più piccola e limitata alla zona Est), scesa su quella principale durante il moto della paleofrana o in un tempo immediatamente successivo (vedi anche i capitoli 7 e 14).
Figura 20 Lo spigolo tra la parete settentrionale (PN, a destra) e quella orientale (PE, al centro) della paleofrana (E. Semenza, luglio 1959). Nella prima, in prossimità dello spigolo, si nota in basso un piccolo ripiegamento e nella seconda è evidente ovunque la notevole fratturazione, mentre alla sua base compaiono fasce cataclastiche pendenti verso Nord. Al margine della parete orientale, verso sinistra, si nota un canalone prevalentemente occupato da detriti, che taglia obliquamente il versante. Qui passa la faglia del Col Tramontin (CTr): infatti alla sua sinistra, in basso (al di sotto del sentiero), affiorano i “banchi di Socchèr“ in posto, cioè non facenti parte della paleofrana, pendenti verso Est come quelli del versante Nord della valle (vedi figg. 22 e 23), ma con un’inclinazione alquanto maggiore (su questa serie, in una forra poco a monte, presso il ponte di Casso, si trova la sezione dello sbarramento secondo il primo progetto). Invece più sopra nel canalone, qui non bene evidenti, affiorano altri materiali più fratturati, facenti parte della paleofrana, della quale costituiscono l’espansione orientale (EE) la cui base va salendo gradualmente verso Est. La paleofrana infatti, da quota 900 in giù, si è espansa al di fuori della nicchia delimitata dalla faglia del Col Tramontin (CTr), ricoprendola: in conseguenza in questo tratto essa non è visibile (vedi fig. 16’). La sua posizione è indicata dalle frecce.

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A Est del canalone nella parte bassa del versante ricompariva la roccia sana (fig. 20). Qui i banchi di Socchèr pendevano sui 40° verso Est, ma dopo un certo tratto riprendevano la giacitura sui 20° verso Est, che è quella che si osservava anche, a prescindere dalla massa ora descritta e dal Colle Isolato, in tutte le formazioni affioranti su entrambi i fianchi di questo tratto della valle, ben visibili soprattutto sul versante destro (figg. 22 e 23). Questi particolari si possono spiegare con una faglia (CTr)1 che probabilmente interessa soltanto il versante Sud della valle. Poco a monte, vicino all’angolo in basso a sinistra della figura 20, era situato il Ponte di Casso, citato più sopra (capitolo 3) come il luogo dove il progetto prevedeva la diga fino ai primi anni Trenta (D’). È da notare tuttavia che nella parte media e in quella alta del canalone non si vedeva questa discordanza: qui essa era stata coperta dall’espansione orientale della paleofrana (EE) al di là della faglia (CTr), che all’inizio del movimento ne costituiva il margine. Si vedano le conclusioni alla fine di questo capitolo e il capitolo 7.
Figura 21 La depressione (DP, la cosiddetta dolina) e a destra le case in località “Pian della Pozza” (PP), viste da Est. A sinistra la vecchia mulattiera, o strada romana (quasi orizzontale), e a destra la nuova strada. In corrispondenza di questa depressione allungata si era pensato nel 1959 che fosse situato il margine meridionale della paleofrana (vedi fig. 31): si tratta invece di una depressione che ricalca grossomodo una piega degli strati (E. Semenza, agosto 1959).

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(26) vedi Riva et al. (1990). ↩
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Posizione del margine orientale della paleofrana. Come si può dedurre da quanto si è detto, il margine orientale della paleofrana non coincideva con lo spigolo tra la parete Nord e quella orientale, descritte più sopra, ma si estendeva circa 300 metri più a Est, con una porzione molto meno compatta e di spessore minore, che anzi andava rapidamente assottigliandosi fino a zero. Devo precisare che a queste conclusioni si è giunti in realtà alquanto più tardi.
Il Colle Isolato (I; fig. 22). Ma un altro elemento molto importante era quello che è stato da me chiamato il “Colle Isolato”. Si trattava di una massa rocciosa situata sul versante destro della valle, di forma e aspetto del tutto diverse da quelle della parete adiacente, situata nel versante sotto il paese di Casso. La differenza consisteva anzitutto nella intensa ed evidentissima fratturazione verticale, totalmente mancante negli affioramenti circostanti (si pensi, ad esempio, all’attuale palestra di roccia), e poi nella giacitura degli strati, qui prevalentemente orizzontale e quindi nettamente discordante rispetto a quella regolarissima degli strati di tutto il versante destro, che pendevano verso Est, e più vicina invece a quella della parete opposta. In sostanza questa massa appariva quasi come la naturale continuazione della parete settentrionale della massa franata sul versante sinistro, sopra descritta, e in particolare del Castelletto (Ca) (vedi figg. 18 e 19). Si aggiunga che nella parte più settentrionale del Colle Isolato i banchi di Socchèr erano visibilmente incurvati, in quanto andando da Sud a Nord si passava dalla suddetta giacitura quasi orizzontale a una di circa 20-30° con immersione verso Nord, arrivando poi a giaciture molto più inclinate fino a verticali o addirittura rovesciate, dando così immediatamente l’idea di un arricciamento per la reazione ad un ostacolo non verticale (costituito dal versante adiacente), incontrato da una massa proveniente da Sud. Questo particolare, evidentemente ignoto ai più, dimostra l’inconsistenza dell’idea molto diffusa che tale massa sia franata dal fianco destro della valle.
La massa del Colle Isolato appoggiava, benché non chiaramente, su materiale sciolto, dove un occhio esercitato più del mio di quel tempo avrebbe potuto riconoscere dei livelli orizzontali di ghiaia; inoltre era situata in corrispondenza di un forte restringimento della gola del torrente, qui larga una quindicina di metri, anziché una cinquantina come avviene alla stessa quota circa 250 metri più a valle, in corrispondenza della diga. Analoghi restringimenti vi erano al ponte del Colombèr e a un centinaio di metri a monte di esso in corrispondenza dell’albergo (figg. 24 e 37): in quest’ultima area, al di sopra della strada sul fianco destro, era presente una massa rocciosa, simile per natura e giacitura, ma più piccola (I’, figg. 22 e 23), che mostrava di avere medesima origine del Colle Isolato.

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Figura 22 Il Colle Isolato (I), evidenziato con la linea tratteggiata nella figura piccola in basso a destra, in una foto scattata da un punto nella zona della spalla sinistra della futura diga (E. Semenza, 29 settembre 1957). Esso si distingue dal resto del versante settentrionale (destro) della valle del Vaiont, qui raffigurato, per la sua forma e per le numerose incisioni verticali, che corrispondono a importanti fratture, e per i grossi “banchi di Socchèr“ ben visibili nella parte alta, inclinati verso sinistra (Nord). Invece nel resto del versante, in una fascia che scende dall’angolo in alto a sinistra verso il fondovalle sulla destra, si notano i “banchi di Socchèr“, inclinati uniformemente verso destra, non deformati e nettamente discordanti con quelli del Colle Isolato. Al di sopra dei banchi, sulla destra, la Costa Frasein, coperta dal bosco. Sullo stesso versante destro in alto la nuova strada a quota 740 circa, suborizzontale, è ben visibile tranne che nel tratto centrale, dove attraversa in galleria i banchi calcarei della parete (si noti l’accumulo biancastro dei detriti di scavo, mancante invece nella foto aerea del 1954, fig. 16); più in basso a sinistra si nota un tronco di un’altra strada, tracciato prima della decisione di innalzare l’altezza della diga, e poi abbandonato: questo tronco incide una massa di volume minore, qui meno evidente, di origine analoga a quella del Colle Isolato (I’, cfr. fig. 23). Al margine destro della foto la parete della Punta del Toc (vedi fig. 17), che è l’estremità settentrionale della massa principale della paleofrana, rimasta sul versante sinistro della stretta gola scavata dopo il vecchio franamento. In basso la vecchia strada presso il ponte del Colombèr (Co), con la chiesetta di S. Antonio a sinistra e l’albergo un po’ più avanti a destra (vedi anche la fig. 24); più avanti ancora la strada aggira la base del Colle Isolato (vedi fig. 25) e poi sale verso Erto, coi due tornanti visibili sulla destra.

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♦ Conclusioni. Da quanto esposto e dalla presenza di una sorgente di grande portata presso lo spigolo occidentale della parete Nord,1 risultava abbastanza chiaramente che una grande massa, affiorante sul fianco sinistro, era separata dal resto del versante da superfici di movimento (piani di scorrimento in basso e faglia con discordanza a Est) e doveva essersi distaccata dal versante, scivolando verso NNE in corrispondenza di un livello sottostante, più tardi individuato come la porzione calcarea basale della Fm. di Fonzaso (“Fonzaso con argille”), e fratturandosi abbondantemente. Un’altra massa più piccola (I) affiorante sul fianco destro della Valle del Vaiont (da me chiamata Colle Isolato), assieme all’altra simile (I’) doveva aver fatto parte dello stesso fenomeno di franamento, ma risultava
Figura 23 Le due masse che compaiono nella figura 22 (I e I’, rispettivamente a destra e a sinistra), viste di fronte dal versante sinistro, evidenziate nella figura piccola in basso a sinistra (E. Semenza, 26 agosto 1959). Qui si vedono più chiaramente sia la loro somiglianza sia le differenze rispetto al resto del versante, dove affiorano, pendenti verso Est (destra) sui 20°, in alto i “banchi di Socchèr” (attuale palestra di roccia), e in basso a sinistra la parete formata in alto dal “Fonzaso con argille” e al di sotto del Calcare del Vaiont. Queste due ultime formazioni s’intravedono anche nella parte più bassa della foto, al di sotto delle due masse isolate I e I’.

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(27) vedi Giudici e Semenza (1960) e E. Semenza (1965). ↩
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Figura 24 La stretta gola del ponte del Colombèr (Co) vista dalla passerella allora esistente a valle della posizione della diga (sulla parete in basso a sinistra si vede l’ombra della passerella, e poco sotto, molto più marcata e non rettilinea, quella della diga allora in costruzione) (E. Semenza, settembre 1959).
A sinistra del ponte (versante destro), al di sotto del ripiano dove sorge la chiesetta, non affiora roccia, s’intuisce la presenza di una profonda incisione riempita di materiale sciolto (ghiaia), che corrisponde al vecchio alveo del T. Vaiont, precedente alla paleofrana.
La situazione è simile a quella che si ha in corrispondenza del Colle Isolato (I), e che si deve avere anche alla curva dell’albergo (in alto, margine destro): evidentemente anche qui il vecchio alveo è stato ricoperto da una parte della paleofrana (I’), che successivamente è stata parzialmente demolita dall’erosione (vedi figg. 23 e 26). L’erosione ha invece demolito completamente quella parte di essa che era presente in corrispondenza del piazzale della chiesetta.

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staccata dalla massa principale a causa dell’erosione operata successivamente dal torrente.
A Sud di questa zona, che come si è detto si estendeva fino al Pian della Pozza, c’era una depressione (fig. 21), detta comunemente ma erroneamente dolina (vedi capitolo 8 e paragrafo C4), che a questo punto delle mie ricerche ritenevo costituisse il margine superiore della paleofrana (fig. 31 A).
7. Mia diagnosi conclusiva sulla paleofrana e prognosi sulla sua rimobilizzazione
♦ Diagnosi. I dati dunque consentivano di formulare una diagnosi dettagliata, ben più che un’ipotesi: la massa sospetta situata in sinistra, affiorante su un’area stimata allora di circa 1 km², e con un volume attorno ai 50 milioni di m³, era ciò che restava di una paleofrana (cioè una frana antica) più grande, scesa dal versante settentrionale del M. Toc fino a sbarrare e riempire un tratto dell’antico solco fluviale del T. Vaiont, e da questo successivamente erosa (fig. 29).
L’antico alveo sepolto. Un anno dopo, quando il lago fu abbassato dopo la frana del 4 novembre 1960, si sarebbe visto chiaramente (e non solo intravisto, come risulta dalla relazione Giudici-Semenza del giugno 1960) che in realtà l’antico alveo era già colmo di ghiaie e sabbie fluviali (fig. 25) fino a poco più della quota 600.1
Il nuovo alveo. L’emissario del lago, creatosi a causa dell’ostruzione della valle, aveva inciso nella massa un nuovo solco, che per 500-600 m correva 70-80 m più a Sud dell’antico: un classico caso di alveo “epigenetico”, ossia nuovo, che era molto più stretto dell’altro rimasto sepolto nei tre punti sopra descritti, in quanto era stato attivo per un tempo molto minore (fig. 26).
♦ Prognosi. Da ciò nacque l’ipotesi che la vecchia massa di frana avrebbe potuto muoversi nuovamente con la creazione del lago, specialmente se il piano di movimento fosse stato inclinato notevolmente verso Nord.
♦ Reazioni. Esposi questa ipotesi subito, alla fine di agosto 1959, a mio padre, che evidentemente ne parlò con G. Dal Piaz. Questi però negò ogni validità alle mie conclusioni. La sua convinzione negativa riguardo alla mia

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(28) È possibile che si tratti di depositi dell’ultima età interglaciale, deposti in un solco scavato all’inizio della stessa età, o forse in una precedente età interglaciale. La frana doveva essere avvenuta invece dopo lo scioglimento del ghiacciaio dell’ultima fase glaciale, detta würmiana, che aveva certamente riempito la valle fino a una quota di varie centinaia di metri più alta del fondo dell’alveo torrentizio suddetto, senza però asportare tutti i depositi fluviali precedenti, annidati nella gola e quindi protetti nei confronti dell’azione erosiva del ghiacciaio stesso. ↩
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scoperta fu poi ribadita più volte per iscritto, in particolare nella relazione del luglio 1960. Quanto a mio padre, nel suo quaderno di appunti ha conservato lo schizzo di un profilo geologico da me fatto il 1° ottobre 1959, che indica la sostanza di quella che ritenevo la situazione del Pian del Toc e del Colle Isolato. Ho sempre pensato che credesse di più a me, nonostante la lunga amicizia e il rispetto che aveva per il professore, allora quasi
Figura 25 La base della massa rocciosa che compone il Colle Isolato (I) vista da Ovest, come appariva dopo il primo svaso (E. Semenza, 20 febbraio 1961). I grossi “banchi di Socchèr” appoggiano su pochi metri degli “strati sottili Fonzaso-Socchèr“. Questo contatto non è concordante, e ciò può significare che i “grossi banchi” hanno trascinato per un certo tratto un “truciolo” piallato via dai sottostanti “strati sottili” sui quali appoggiavano prima del moto della paleofrana. Al di sotto affiorano ghiaie e sabbie fluviali deposte dal T. Vaiont prima che la paleofrana le ricoprisse. In basso si nota il muretto della vecchia strada.

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novantenne; ma ora ritengo, avendo esaminato tanti documenti, che probabilmente fosse molto incerto. Anch’io rispettavo il professore, ma non certo fino al punto di negare la validità delle mie ricerche e deduzioni.
♦ Precisazioni. Devo precisare, a questo punto, che Giorgio Dal Piaz non è stato l’unico a negare l’esistenza della paleofrana; riflettendo, ora mi sono convinto che, a parziale giustificazione di questo mancato riconoscimento, occorre fare alcune puntualizzazioni.
La struttura del substrato. Anzitutto va detto che è necessario avere ben chiara la struttura del substrato, cioè del Calcare del Vaiont, situato non molti metri al di sotto del piano di scivolamento della paleofrana:
Figura 26 Schizzo disegnato da E. Semenza il 26 agosto 1959 sul taccuino di campagna, che esprime la convinzione dell’autore, formatasi quel giorno, circa la successione degli eventi: dalla situazione pre-paleofrana (I), alla discesa di questa (II), e allo scavo della nuova incisione più a Sud, disegnata sulla destra (III). Lo schizzo è in vari punti impreciso: in particolare la nuova incisione appare qui piuttosto larga, anziché strettissima (cfr. figg. 22 e 24), e inoltre si vede la vecchia valle (a sinistra) riempita da materiale franato, anziché da ghiaie e sabbie deposte in precedenza dal torrente, messe in evidenza specialmente un anno e mezzo dopo (vedi fig. 25). Questi e altri particolari sono corretti nel profilo 6 della figura 29.

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questa struttura, con le sue variazioni di inclinazione, è evidentissima nella parete orientale della valle del Piave, come la si vede da Longarone (figg. 27 e 28).
Piegamenti. Passando ora a parlare della massa della paleofrana, va detto innanzitutto che i piegamenti osservati nella parete nord-occidentale del Pian del Toc, riflessi in parte nelle forti ondulazioni della superficie del versante sovrastante, dal Pian del Toc fin oltre il Pian della Pozza, erano certamente precedenti all’antico scivolamento “in blocco”, e quindi non causati da esso, né ad esso contemporanei. Si deve inoltre osservare che nella parete stessa, andando da Nord a Sud, si notava un progressivo peggioramento dello stato deformativo della massa (vedi fig. 17).
Progressivo scollamento. Allora non davo importanza alla variazione suddetta; ma alla luce di quanto ho in seguito appreso posso attribuirla ad un progressivo scollamento della massa dal suo substrato,1 accompagnato da un ripiegamento nella zona di contatto con la parte anteriore che dapprincipio restava ferma. Questo scollamento si è iniziato a Sud, cioè nella zona dove gli strati erano molto inclinati, e, nel tempo, si è andato lentamente estendendo verso Nord, fino alla zona dove (in questa direzione) essi erano praticamente orizzontali.
“Rotaie”. In realtà gli strati pendevano debolmente verso NE, ma il moto di scivolamento dell’intera massa aveva una direzione quasi NNE, che è grossomodo quella della faglia che limita la massa a Est, e anche della cerniera fortemente inclinata di una piega sinclinale trasversale (cioè Nord-Sud, vedi nota 83)2 presente nella ripida parte posteriore della nicchia, attualmente ben visibile. Questi due elementi (faglia e cerniera) funzionavano quindi entrambi da “rotaie” per la porzione meridionale della paleofrana, qui già scollata e in grado di spingere la rimanente porzione della massa, che era la più vicina alla gola. Di conseguenza, ad un certo punto, quest’ultima porzione dovette anch’essa scollarsi e quindi tutta la paleofrana si mosse velocemente: ma in questo moto veloce la porzione non poteva ripiegarsi e rimase perciò quasi indisturbata, come la si vedeva nella parete settentrionale.
Scivolamenti rotazionali. Osservando tuttavia nelle vecchie fotografie i dettagli della parte più settentrionale (frontale) della paleofrana, ho potuto riconoscere recentemente che essa era stata sede di antichi fenomeni franosi di scivolamento rotazionale. Ad esempio la fig. 17 mostra che la parte frontale aveva assunto quella giacitura suborizzontale (nella direzione Nord-Sud), che caratterizzava anche il Colle Isolato, cioè quella parte della paleofrana che dopo l’erosione era rimasta sulla destra. Uno scivolamento rotazionale permette che tutta la massa coinvolta mantenga almeno in buona parte la forma originaria.

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(29) Cfr. Müller (1968) pag. 72. ↩
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(83) Sinclinale significa piega con la concavità verso l’alto; trasversale vuol dire con direzione di piegamento a circa 90° da quelle principali della regione, che qui sono all’incirca Est-Ovest. Per asse della piega s’intende la sua cerniera. ↩
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E così si spiega come mai anche il Colle Isolato fosse poco disturbato, a prescindere dal piegamento nella sua fascia più settentrionale e dalle numerose fratture verticali. Fratture verticali. Erano numerose anche nella fascia frontale della massa rimasta a sinistra; la stessa parete frontale doveva corrispondere in passato ad una di queste fratture. La regolarità della parete era d’altronde favorita dalla mancanza di ruscellamento e quindi di erosione
Figura 27 Le pareti sul fianco sinistro della valle del Piave, viste da Longarone (E. Semenza, luglio 1959). Da sinistra a destra: la parte a Nord della valle del Vaiont, che culmina qui col M. Pul presso Casso, poi la gola del Vaiont, e infine la parte a Sud della Valle del Vaiont, che culmina sulla destra col M. Toc (T). Nella parte inferiore del versante della valle del Piave affiorano (poco visibili nella fotografia, perché abbondantemente coperte dal bosco) le stesse formazioni cretaciche che affiorano anche nella valle del Vaiont a monte della diga: qui nella Valle del Piave esse sono però ribassate fortemente per una faglia di direzione Nord-Sud, (CTo, evidenziata dalla linea bianca tratteggiata), il cui piano si immerge verticalmente alla base delle pareti soprastanti (vedi fig. 28, profilo ‘b’). L’osservazione di queste pareti è molto importante, e la loro illustrazione risulta più comprensibile se si tiene presente il profilo ‘a’ della fig. 28. Tra queste pareti, quelle situate più in alto sono molto regolari, hanno un’altezza di

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erosione superficiale su tutta la massa, molto permeabile per
la sua intensa fratturazione (fig. 17).
Fenomeni iniziali di ribaltamento. Quanto alle grandi
fratture verticali nella parte frontale, si deve
osservare che esse favorivano spesso fenomeni iniziali
di ribaltamento, molto comuni in situazioni simili, che
generalmente possono evolversi in un crollo. Si noti
che, come ha affermato Müller (1961 e 1964), il
fenomeno di ribaltamento si è venuto
300-400 metri e sono formate dal Calcare del Vaiont. Sulla destra, al di sotto di quelle pareti ve ne sono altre meno regolari, che corrispondono ai livelli più compatti delle formazioni del Giurassico inferiore (che stanno al di sotto del Calcare del Vaiont). Le pareti superiori mostrano chiaramente la struttura geologica, che continua verso l’interno della valle del Vaiont e si trova quindi alla base delle altre formazioni (di Fonzaso e di Socchèr) che esistono nella zona della frana del M. Toc. Nella metà sinistra della foto (sui due fianchi della gola) gli strati mostrano un andamento suborizzontale (ma in realtà pendono verso Est sui 20°; cfr. fig. 28, profilo ‘b‘), mentre nella metà destra diventano inclinati sui 40° e più in alto sui 25°, con immersione verso NNE (cfr. fig. 28, profilo ‘a‘). Queste variazioni di pendenza spiegano i ripetuti e complessi movimenti di scivolamento nel versante del Toc, descritti nel testo e nella fig. 29.

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Figura 28 Profili geologici che illustrano la parte occidentale della Valle del Vaiont dopo la frana: ‘a’ profilo in direzione NS (dal M. Toc al M. Salta, una cima del massiccio del Borgà) e ‘b’ profilo in direzione EW (Val del Piave-Conca di Erto). I profili si intersecano a circa 90°, e la loro posizione è indicata nella carta tettonica. Profili e carta sono presi da Riva et al. 1990, tavv. 1, 3 e 3 bis, modificate. N.B: i profili ‘a’ e ‘b’ corrispondono ai profili 2 e 14 di Riva et al.; nella carta è indicato anche il tracciato del profilo ‘c’ della figura 48.
Nel profilo ‘a’, da confrontare con la parete visibile nella figura 27, si vede lo stile delle deformazioni più importanti e più antiche (mioceniche?), compreso il grande lembo di ricoprimento del M. Borgà, qui visibile nella parte che riguarda il M. Salta; si vede anche la frana del 1963.
Nel profilo ‘b’ si vedono le grandi faglie di direzione più o meno NS riferibili a sforzi più recenti, che sono all’origine delle differenze nelle condizioni di stabilità delle diverse zone della valle del Vaiont. Il ripiegamento della zona a Ovest del Lago del Vaiont esprime in modo molto semplificato una serie di piccole pieghe coricate (cioè con piano assiale poco inclinato o suborizzontale) di direzione WSW-ENE.

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Sigle delle formazioni, in ordine cronologico, dalla più recente alla più antica.
Q = depositi quaternari;
F = Flysch (Eocene);
M = marne di Erto (Paleocene);
S = Scaglia rossa (Cretacico sup.-Paleocene);
a) serie “condensata” (Giurassico sup.-Cretacico sup.),
esistente nella parte nordorientale della zona del
Vaiont;
b) “banchi di Socchèr” (Cretacico inf. e sup.);
c) “strati sottili Fonzaso-Socchèr” (Giurassico sup.-Cretacico
inf.) più il “Fonzaso con argille” (Giurassico sup.),
distinto nel testo con la
lettera c’ (per queste tre formazioni si veda la nota 6);1
CV = Calcare del Vaiont (Giurassico medio);
FI = Fm. di Igne (Giurassico inf.);
FS = Fm. di Soverzene (Giurassico inf.);
DP = Dolomia Principale (Triassico sup.).
Altre sigle.
Fa = Faglie e sovrascorrimenti;
Fr = Superfici di rottura della frana del 1963;
(a), (b) e (c) = intersezioni tra i profili.
Sigle delle faglie e dei sovrascorrimenti.
CB = F. della Croda Bianca,
CE = F. del Col delle Erghene,
CTr = F. del Col Tramontin,
Sa = Sovrascorrimento del M. Salta (o del Borgà),
Sp = Sovrascorrimento delle Spesse.
Con i numeri 1, 1’, 1”, 2, 3, 3’, 3” e 4 sono indicate le masse
franate “in blocco”, descritte brevemente in Riva et al.
a pag. 71: nessuna di esse è attualmente attiva.
Non è invece indicata la frana “di blocchi“ del M. Salta.

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(6) Ferasin, studiando i dintorni di Cimolais, era arrivato fino alla Val Zemola, scoprendo l’esistenza della fortissima riduzione dello spessore (fino a pochi metri) delle formazioni del Giurassico superiore e del Cretacico inferiore e medio (che qui fino allora erano giudicate addirittura inesistenti). In quell’area, che corrisponde al fianco NNE della sinclinale di Erto, quelle formazioni sono sostituite dalla cosiddetta “serie condensata”, visibile nel profilo ‘b’ della figura 28 (formazione indicata con la lettera ‘a’) che comprende, ma non dovunque, il famoso Marmo di Erto (Giurassico superiore e Cretacico inferiore), dal caratteristico colore rosa, e al di sotto un sottilissimo livello di calcari selciferi verdi e rossastri (parte bassa del Giurassico superiore). A Sud-Ovest invece, e quindi nella Valle del Vaiont medio bassa e nella bassa Val Mesazzo, il medesimo intervallo stratigrafico corrisponde a quella che lui chiamò Formazione di Socchèr, che raggiunge nell’insieme lo spessore di circa 200 metri. Questa è una complessa alternanza di livelli di natura alquanto diversa, che oggi vengono distinti all’interno delle due formazioni, di Socchèr e di Fonzaso (Ferasin 1955 e 1956; Rossi e Semenza 1965; Riva et al. 1990), e che qui semplificando raggrupperò in tre livelli, b, c e c’ (vedi la fig. 28; N.B.: nella figura 28 c e c’ sono uniti), che si susseguono dall’alto al basso come segue: - un livello b, superiore, nel complesso molto rigido, costituito da grossi banchi calcarei compatti di vario tipo (che chiamerò qui “Banchi di Socchèr”) con alcuni potenti livelli rossastri, uno dei quali, (visibile nella fig. 36) è sito alla base ed è meno compatto; - un livello c, sottostante, facilmente ripiegabile, che è una potente serie sottilmente stratificata di marne e calcari marnosi rossi, o verdastri o grigi, in parte cretacica, sopra, e in parte giurassica, sotto (chiamata qui “strati sottili Fonzaso-Socchèr”); - un livello c’, basale, del Giurassico superiore, di calcari selciferi di color grigio, in strati sottili con intercalazioni argillose (che qui chiamerò “Fonzaso con argille”), la cui parte più alta è stata la sede di buona parte del piano di scivolamento della frana, a causa dello scarso attrito e della scarsa permeabilità dell’argilla. ↩
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sviluppando ulteriormente con i movimenti del 1960, come dimostra la comparsa dei gradini “antitetici” (vedi il capitolo 10, la nota 451 e la fig. 39).
Analogie fra il Colle Isolato e il Castelletto. Un’ulteriore precisazione si impone, a questo punto, a proposito della giacitura degli strati del Colle Isolato. Infatti essi, come si è detto nel capitolo 6, erano all’incirca orizzontali (nella direzione Nord-Sud), salvo nella fascia di contatto con la parete indisturbata del fianco destro, mentre i loro corrispondenti nella parete sul fianco sinistro pendevano verso NE. Ciò si può spiegare ammettendo che la massa, che poi avrebbe costituito il Colle Isolato (I), già prima del movimento della paleofrana avesse subito un moto di scivolamento rotazionale indipendente, simile a quello del Castelletto (Ca) (vedi fig. 18). Lo scivolamento del Colle Isolato, con rotazione di 10-20 gradi, ha interessato soltanto i “banchi di Socchèr”, i quali, dopo essersi scollati dai sottostanti “strati sottili Fonzaso-Socchèr”, hanno compiuto un ulteriore scivolamento sul versante fino ad appoggiarsi direttamente sugli ultimi metri inferiori di quella serie (vedi il profilo 3 della fig. 29). Da questa posizione, infine, quando cioè la paleofrana si è mossa, la massa del Colle Isolato è stata spinta verso Nord slittando su un “truciolo” di “strati sottili Fonzaso-Socchèr” e sulle ghiaie e sabbie dell’antico alveo del Vaiont (vedi la fig. 25 e il profilo 5 della fig. 29). Considerando attentamente le carte (Rossi e Semenza, 1965) si può affermare che il Colle Isolato e il Castelletto non soltanto sono simili, ma probabilmente facevano parte, durante l’antico franamento, di una massa unica che ha ostruito il fondovalle ricoprendo le ghiaie e le sabbie, nonché parte del versante destro. Le due piccole masse erano infatti disposte secondo un allineamento parallelo a quello della parete settentrionale della paleofrana (PN) e le formazioni che le compongono avevano quasi la stessa giacitura ed erano quasi alla stessa altezza. Con queste due masse ne sono allineate altre due: una tra il Colle Isolato e il ponte del Colombèr (I’, vedi figg. 22 e 23), e un’altra, piccolissima, di qualche centinaio di m³, situata sul fianco destro circa 150 metri a Ovest del ponte di Casso tra i 630 e i 660 di quota (MC). Quest’ultima ho potuto vederla il 20 febbraio 1961 nella scarpata della nuova strada che portava all’imbocco di una “finestra” della galleria di sorpasso, allora in fase di scavo. Le due masse minori hanno caratteristiche simili a quelle delle altre, e ritengo perciò possibile che in origine costituissero un tutt’uno.
Le piccole diversità tra queste quattro masse si possono spiegare col fatto che per l’erosione intervenuta successivamente alla Paleofrana esse si sono trovate in situazioni diverse: infatti la massa dei banchi di Socchèr del Colle Isolato era appoggiata su una base stabile, mentre quella analoga del Castelletto appoggiava ancora, almeno in parte, su una superficie inclinata tagliata negli strati sottili del Fonzaso-Socchèr,

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(45) I movimenti dei ghiacciai vallivi sono spesso accompagnati da fessurazioni della loro massa che si muove verso valle, fessurazioni che variano a seconda dell’andamento della superficie della roccia sottostante: oltre ai noti crepacci, che si aprono dove il substrato ha un rilievo positivo trasversale, vi sono altre fessure, anch’esse di direzione trasversale a quella del moto, ma non aperte, che si possono formare quando il substrato passa da un’inclinazione maggiore, in alto, a una minore in basso. Allora nella parte in basso i corpi tabulari individuati dalle fessure subverticali, spinti dai corpi retrostanti e frenati alla base, tendono ad esser ribaltati in avanti, con un effetto “a domino”, che determina in superficie la comparsa di gradini “antitetici”, che formano cioè una “scala particolare”, su cui si sale anche se in ogni gradino il margine superiore è più alto di quello inferiore del gradino successivo, sito più a monte. A quest’ultimo tipo andavano ascritte le fessure osservate da Müller nella zona della Pozza (fig. 39). Perciò la loro comparsa costituiva una conferma sia dei movimenti, sia dell’andamento poco inclinato di questa parte della superficie di scivolamento della frana. Si tratta comunque quasi sempre di movimenti lenti, e a questo proposito si deve precisare che l’autore parlava anche di fenomeni di creep, il che ha dato luogo a speculazioni varie. Occorre precisare che questo termine, che di solito qualifica un movimento visco-plastico senza particolari accelerazioni, è usato da specialisti di varie discipline con significati un po’ diversi, per cui, secondo me e altri, sarebbe auspicabile limitarlo o precisarne il significato di volta in volta. Ad esempio, si auspica, da parte di chi cura la classificazione dei movimenti di versante (Varnes, 1978), di riservare questo termine a movimenti lenti e superficiali di materiale sciolto. Ma effettivamente i geomeccanici (cioè i “meccanici delle rocce”) da molto tempo lo usano per indicare movimenti lenti anche in materiale roccioso situato in profondità, e anche nei ghiacciai. Nel caso specifico può esserci stato fraintendimento da parte di qualcuno, non tra questi due significati, come hanno pensato i periti del secondo collegio, (in particolare Roubault alle pagg. 36 e seguenti della parte III di Calvino et al., 1967), ma nel senso che sentendo parlare di creep ha ritenuto che si trattasse di movimenti comunque lenti e non suscettibili di grosse accelerazioni. ↩
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che aveva davanti a sé il solco vallivo, per cui poteva ancora subire movimenti, come quello del marzo 1960 (fig. 18); le altre due poi erano soltanto resti scompaginati di dimensioni minori appoggiati su un versante non in frana e non molto ripido e di conseguenza la loro stabilità era discreta.
La separazione di questi quattro elementi può essere stata facilitata da faglie di scarsa importanza, contemporanee al movimento della paleofrana, simili a quella che tagliava il Colle Isolato. La direzione varia di queste faglie e delle fratture può aver guidato l’erosione successiva al movimento della paleofrana, producendo così il nuovo percorso del torrente, che è in parte nuovo, mentre in parte ricalca quello precedente.
Da dove era venuto il Colle Isolato. Un’altra considerazione va fatta poi circa la zona del versante sinistro da cui il Colle Isolato e l’altra massa minore I’ dovevano provenire. È evidente che si trattava del marcato avvallamento dal quale poi si è staccata la frana del 4 novembre 1960. Ma si deve ritenere che l’avvallamento sia stato prodotto, dopo il primo movimento della paleofrana, da altri episodi di scivolamento, simili a quello del 1960, i quali hanno qui gradualmente asportato tutto ciò che era a diretto contatto con il Colle Isolato nel momento in cui fu spinto avanti. Le porzioni ad esse corrispondenti, ma situate più a Est dell’avvallamento, si potevano ancora vedere sulla parete orientale di quell’avvallamento (PNW) fino al 9 ottobre 1963 (fig. 17). Esse sono sostanzialmente simili a quelle che si vedono ancora oggi, lungo il primo tratto, pianeggiante, della strada che va dalla Statale verso la massa franata. Per l’evoluzione subita in passato da questa parte della frana si veda la figura 29.
♦ Conclusioni. Queste considerazioni mi fanno ritenere – come probabile motivo di riluttanza a riconoscere l’esistenza della frana, da parte di Dal Piaz e di altri (ad esempio Caloi 1964 e 1966) – il fatto che essi, osservando la parete settentrionale e non prendendo abbastanza in considerazione le altre, credevano impossibile che una massa di frana avesse un aspetto così tranquillo. Anche le caratteristiche del Colle Isolato devono aver costituito una grossa difficoltà, e difatti la mia idea su questo particolare da molti non era stata accettata. Se però si accetta l’interpretazione data, che allora non ero certo in grado di formulare, e schematizzata nella figura 29, le difficoltà possono venir superate.
Müller invece, quando cominciò ad occuparsene dopo il 4 novembre 1960, non accettò l’idea della paleofrana, con le caratteristiche da me indicate (movimento veloce con ostruzione della valle), mentre riconobbe subito l’esistenza e le dimensioni reali della frana, da lui considerata in

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Figura 29 Tentativo di ricostruzione “palinspastica” della zona della paleofrana, ossia dei vari movimenti di versante che vi si sono succeduti nel tempo, dal primo (postglaciale?) fino all’ultimo, del 1963 (E. Semenza, maggio 2001). La ricostruzione, molto schematica e quindi semplificata, si riferisce a un profilo che va dal Colle Isolato (I), visibile sulla destra nel profilo 6, alla depressione della Pozza (DP), visibile al centro dello stesso profilo 6, e più in alto, fino a oltre il margine Sud della paleofrana (profilo 2 nelle figg. 30 e 45a). L’operazione è stata fatta riportando indietro ogni volta la massa, ricomponendone nelle grandi linee l’assetto precedente a ogni movimento, cioè annullando sia l’erosione intervenuta, sia le pieghe e le faglie, e rifacendosi soprattutto alla adiacente parete nordoccidentale del Pian del Toc (PNW, vedi fig. 17). In tutti i profili la parte bianca inferiore corrisponde al Calcare del Vaiont, la sottile fascia grigia al “Fonzaso con argille”, la parte tratteggiata e puntinata che gli sta sopra agli “strati sottili Fonzaso-Socchèr”, e la parte rigata ai “banchi di Socchèr”. In tutti i profili dall’1 al 5 è riportato anche (puntinato) il profilo topografico del 1959, cioè quello del n. 6. Nel profilo 8 invece è riportato (puntinato) il 7. Dal profilo terzo in poi c’è alla base della serie marnosa una linea grossa di diversa lunghezza che indica il piano dello scollamento progressivo, e poco sopra una linea sottile che con le sue ondulazioni intende dare un’idea della deformazione subita da tutto l’insieme degli “strati sottili” durante il progressivo scollamento dal loro substrato.
Il profilo 1 si riferisce alla probabile situazione precedente ai primi movimenti (alla fine dell’ultima fase glaciale?); il piccolo “ventaglio” di faglie è immaginato come associato ad un ripiegamento disarmonico in corrispondenza della piega (di età miocenica?) del substrato. L’alveo del torrente è già pieno di ghiaia, forse precedente all’ultima fase glaciale.
I primi movimenti di versante sono iniziati (profilo 2) nella parte frontale (settentrionale) probabilmente con fenomeni di “rifluimento” verso Nord (indicati con la freccia) negli “strati sottili Fonzaso-Socchèr”, associati a “ribaltamento” (vedi la voce ‘frana’ nel glossario) dei “banchi di Socchèr”.
Più tardi (profilo 3) dovrebbe essere iniziato, lungo un piano (indicato con la linea nera più grossa) alla base degli “strati sottili Fonzaso-Socchèr”, molto deformabili, il processo di scollamento progressivo accompagnato da fenomeni di ripiegamento; nella parte frontale i “banchi di Socchèr” sono interessati, probabilmente un po’ più tardi, da fenomeni di scivolamento rotazionale.
Nel profilo 4 si sono immaginati i successivi fenomeni di erosione della parte più a monte.
Il profilo 5 cerca di riprodurre il grande e complesso fenomeno della paleofrana, avvenuto dopo il ritiro del ghiacciaio, al termine del processo di scollamento dell’intera massa. Parte della serie dei “banchi di Socchèr” si deve essere frantumata (aree con punti irregolari), divenendo quindi facilmente erodibile. Lo scivolamento nella parte alta dev’essere stato accompagnato da ripiegamenti e fratturazione notevoli.
Nel profilo 6 si mostra la situazione precedente al 4 novembre 1960, alla quale si è giunti con fenomeni erosivi durati migliaia di anni, soprattutto nella parte più bassa ma anche in quella più alta del versante sinistro; a destra della nuova forra, strettissima, c’è il Colle Isolato che copre le ghiaie del vecchio alveo (cfr. fig. 26); poco sopra la forra, la linea tratteggiata mostra la frana, che aveva già avuto un movimento di pochi metri (fig. 35), ed è scesa definitivamente il 4 novembre 1960 (figg. 36 e 37).
Il profilo 7 mostra la situazione successiva al franamento del 4 novembre 1960: l’accumulo è sul fondovalle.
Infine nel profilo 8 è riportato il franamento del 9 ottobre 1963. I “banchi di Socchèr” del Colle Isolato sono stati ruotati, sospinti in alto e parzialmente ricoperti dalla massa. L’ingrandimento nel riquadro mette in evidenza l’area tratteggiata sulla fronte, che rappresenta la parte della massa franata (di forma e dimensioni ignote, probabilmente maggiori) che è stata asportata dall’ondata nel suo moto di ritorno dal versante destro, verso la massa franata e verso la diga.

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Figura 30 Carta degli interventi effettuati o progettati e dei fenomeni franosi nella zona del Toc, fino al 9 ottobre 1963 (dalla Tavola X di Selli e Trevisan 1964, dalla figura 5 di Hendron e Patton 1986, e dalla figura 1 di Semenza e Ghirotti 2000, modificate). Le sigle dei franamenti sono le stesse

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della figura 16. I segmenti trasversali alla galleria di by-pass indicano le “finestre” d’accesso usate per accelerare lo scavo. Sono tracciati anche i profili 2, 5 e 10A della figura 45 e il profilo ‘c’ della figura 48.

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movimento lento da secoli. Con lo studio suo e dei suoi collaboratori ne descrisse tutte le caratteristiche, mettendo in evidenza i vari fenomeni inquadrandoli giustamente in un processo di scollamento progressivo (ma ancora in corso, secondo lui, mentre secondo me si era già compiuto prima del movimento della paleofrana, come si può vedere nella figura 29), e preconizzando infine i suoi possibili sviluppi, come è esposto più diffusamente nei capitoli seguenti.
8. Le indagini per controllare l’esattezza della diagnosi
Dato il disaccordo suddetto, il dilemma di mio padre dev’essere stato molto angoscioso; sta di fatto, comunque, che esso lo indusse a programmare una serie di indagini (ricerche geosismiche, sondaggi, misure di eventuali spostamenti) decise probabilmente anche con la consulenza di Müller (anche se di esse non vi è nessun accenno preciso nel suo 6° Rapporto, del 10 ottobre),1 volte a chiarire come realmente stessero le cose.2 La prima di queste, cioè l’indagine geosismica del professore Caloi, fu infatti eseguita nel novembre 1959 (vedi fig. 30).
♦ Prosecuzione dello studio di E. Semenza e F. Giudici. Nel frattempo mi dedicai alla prosecuzione dello studio, per completare il rilevamento geologico-tecnico dettagliato di tutta la zona del bacino. In questo lavoro, da fine settembre fui coadiuvato validamente da Franco Giudici. Lo studio richiese altri mesi e ulteriori controlli, alcuni dei quali però – si era in inverno – rinviati alla primavera; pertanto la relazione fu consegnata all’inizio di giugno.
♦ Geosismica. La suddetta indagine di Caloi fu eseguita nella zona della Punta del Toc, e purtroppo diede risultati contrastanti con le evidenze geologiche: indicavano infatti che la roccia della massa, già da pochi metri al di sotto della superficie, era di una solidità eccezionale, mentre dall’evidenza di campagna risultava molto fratturata. Ho sempre pensato perciò a errori di esecuzione o di interpretazione dei risultati. Anche altri consulenti, così come i periti del primo collegio e i giudici del Tribunale dell’Aquila3 manifestarono notevoli perplessità in proposito.

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(30) Questa relazione ricalca praticamente la lettera scrittami da Müller nel luglio 1959 (vedi capitolo 5), con l’unica variante che l’ubicazione e le modalità degli eventuali sondaggi e trincee, già previsti in quella lettera, avrebbero dovuto essere stabiliti assieme a me dopo la fine del rilevamento di dettaglio delle eventuali zone ritenute pericolose dal punto di vista dei franamenti. L’autore era stato comunque informato da me delle prime risultanze del mio studio il 1° ottobre a Salisburgo, in un incontro insieme a mio padre e all’ing. Pancini durante l’annuale Colloquio di Geomeccanica (vedi capitolo 7, capoverso “Reazioni”). Questi Colloqui erano organizzati da Müller, fondatore e primo presidente dell’ISRM (International Society for Rock Mechanics) e direttore dal 1963 della rivista «Felsmechanik und Ingenieurgeologie - Rock Mechanics and Engineering Geology». I colloqui erano frequentati regolarmente da mio padre, dall’ingegner Pancini, da altri ingegneri che lavoravano al Vaiont, e qualche volta da me. ↩
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(31) Mio padre aveva un vivissimo senso di rispetto per la natura, e si rendeva conto che nel suo mestiere doveva sempre cercare di alterarla il meno possibile: era cioè combattuto tra il dovere di rispettarla e la necessità di costruire impianti per la produzione di energia elettrica (cfr. C. Semenza, 1950). A quei tempi la produzione era ottenuta per la stragrande maggioranza con impianti idroelettrici (sia in conseguenza della “autarchia”, sia per l’alto costo del petrolio), mentre adesso la grande maggioranza è ottenuta con le centrali termiche (atomiche o a idrocarburi). Circa l’assoluta necessità di rispettare la natura, amava spesso citare le parole di Bacone (Francis Bacon, 1561-1626): Natura non nisi parendo vincitur, “La natura non si vince, se non obbedendo ad essa” (Novum organum, I, 3). Anche in questo caso, gli fu chiaro che per obbedirle era necessario fare di tutto per capirla. ↩
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(32) Cadisch et al. (1965), pag. 85 e segg.; Tribunale dell’Aquila, pagg. 270-271. ↩
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♦ Sondaggi. La seconda indagine, svolta tra il maggio e il luglio del 1960, consistette nell’esecuzione di tre sondaggi (S1, S2 e S3) tra il Pian del Toc e il Pian della Pozza (fig. 30) il cui scopo era di verificare l’esistenza della paleofrana e il suo spessore; ma si incontrò sempre roccia talmente fratturata da rendere la perforazione (a rotazione e a secco, come richiesto) difficilissima, e ad un certo punto impossibile; si fermarono quindi rispettivamente alle quote 658,50, 779,50 e 602,50 m, e non arrivarono alla superficie di contatto con la roccia sana (il Calcare del Vaiont), che certamente doveva esserci. Lo spessore della paleofrana doveva quindi essere maggiore di quello da me stimato. Fu anche scavata una trincea nella depressione suddetta (la cosiddetta dolina, di fig. 21) a Sud del Pian della Pozza, che a circa un metro di profondità incontrò strati poco inclinati di roccia, molto fratturati e allentati.
♦ Risultati dei sondaggi. I sondaggi e la trincea diedero comunque, secondo il mio modo di vedere, importanti risultati:
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la conferma dell’esistenza della paleofrana, in quanto soltanto il suo movimento poteva aver provocato la grande fratturazione della massa;
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la scoperta della scarsissima inclinazione, in direzione Nord-Sud, di quel tratto del piano di movimento della paleofrana, dato che esso non era stato raggiunto dai sondaggi; quindi la previsione che una ripresa del movimento, almeno per quella parte che era stata indagata, non era così probabile come in precedenza avevo temuto e affermato;
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la certezza che il piano dell’antico movimento, essendo così profondo, non poteva emergere a monte in corrispondenza della depressione, come da me ipotizzato all’inizio, ma più a monte; di conseguenza la massa franata doveva essere di proporzioni molto maggiori del previsto (fig. 31).
♦ Misure di spostamenti. La terza indagine fu quella topografica, per misurare eventuali spostamenti. Fu condotta da tecnici della SADE a partire dai primi di maggio del 1960, cioè poco dopo l’inizio dell’invaso (febbraio) e proseguì regolarmente e con grande frequenza fino al 9 ottobre 1963.1 Già con le prime misure si registrarono piccoli movimenti nella zona più vicina al lago, dove erano situati i punti controllati (paline o riscontri su manufatti). Ma un piccolo moto di scivolamento era avvenuto

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(33) Le misure furono fatte con sistemi ottici, da capisaldi sul fianco destro della valle, a varie decine di “punti” (paline o traguardi su fabbricati) distribuiti su tutta la superficie della massa sospettata, e anche al di fuori di essa, in modo da avere un confronto e quindi un’indicazione circa l’estensione reale dell’area interessata dal fenomeno. Certo, le misure ottiche, su distanze così grandi, e con il tremolio dell’aria, dovuto al moto ascensionale del vapore dal lago, non potevano avere la grande precisione che è possibile al giorno d’oggi con i raggi laser; tuttavia l’esame dei risultati sul medio e lungo periodo consentì, per tutto il tempo delle misure, di conoscere in modo più che soddisfacente i movimenti subiti dalla massa. ↩
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probabilmente già in marzo, dato che sulla parete frontale della massa della paleofrana si era verificato un notevole crollo all’estremità orientale (vedi fig. 19) e che si era riattivato il moto di scivolamento rotazionale del Castelletto (Ca) (vedi fig. 18). Questi movimenti, dovuti alla cattiva qualità della roccia (marna) esistente al piede dei calcari che compongono quella parete, avevano certamente allarmato mio padre e i suoi collaboratori, come risulta da una riga scritta nel suo quaderno durante l’incontro del 4 aprile 1960, avvenuto a Padova, al quale partecipai anch’io, con G. Dal Piaz, Biadene e Pancini e Giudici: “Io temo che i movimenti si aggraveranno”. In quella occasione si era parlato dei sondaggi da fare e di trincee nella depressione del Pian della Pozza, come risulta dalla lettera che quella sera stessa avevo scritto a mio padre, contenente due schizzi di profili geologici attraverso la frana. Questi sono interessanti per mostrare quanto fosse incompleta allora la mia conoscenza del fenomeno: vi accennavo anche alla possibile esistenza di argilla, alla possibile suddivisione della massa in due parti franate in tempi differenti, una sull’altra e con meccanismi
Figura 31 Il piano di scivolamento (S) della paleofrana: nel profilo A) secondo la prima ipotesi (da Giudici e Semenza, giugno 1960, modificato aggiungendo la linea punteggiata), e nel profilo B) secondo quella di E. Semenza dell’agosto 1960 (cfr. fig. 45).

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meccanismi diversi; e proponevo la posizione di sondaggi per capire quale potesse essere la soluzione di questi dilemmi.
♦ Estensione del rilevamento. In seguito alle indagini venne la necessità di estendere il mio rilevamento nel versante al di sopra del Pian della Pozza: l’oggetto dello studio che avevo compiuto in precedenza era infatti la valle del Vaiont a monte della diga, ma soltanto fino alla quota 850, cioè poco più di 100 metri al di sopra del massimo invaso, area della quale mi era stata fornita la carta speciale alla scala 1:5.000. Oggi, alla luce dell’esperienza acquisita, so che non avrei dovuto limitarmi all’area relativa all’incarico avuto, ma estendere lo studio al di fuori di essa, per avere un quadro più esauriente dei fenomeni geologici presenti.
D’altra parte, la massa individuata era già piuttosto grande, e l’allarme lanciato era già molto preoccupante anche senza aver studiato la parte superiore del versante! Comunque, tra la fine di luglio e il 2 agosto 1960, feci un rilievo speditivo nella zona al di sopra della quota 850, e arrivai ben presto alle seguenti conclusioni.
♦ Nuove conclusioni.
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La massa in questione, limitata alla sua base da un potente livello di cataclasiti e miloniti (rocce più o meno intensamente fratturate o addirittura macinate) era per il resto composta da rocce un po’ meno fratturate.
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Nella parte alta essa appoggiava su strati rocciosi sani inclinati sui 40° con pendenza verso Nord (fig. 32).
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Il margine superiore della massa arrivava più o meno fino al piccolo avvallamento di q. 1110 (A) (vedi fig. 33) nella parte ad occidente del T. Massalezza, e doveva essere molto alto anche in quella orientale, dove però le evidenze geomorfologiche erano meno marcate.
Avendo così individuato il perimetro, evidenziato poi esattamente in ottobre dalla fessura a M (vedi capitolo 9), mi fu facile nel 1961 (vedi capitolo 11), in base alla struttura dell’intero M. Toc, disegnare su una serie di profili più o meno Nord-Sud, il probabile andamento della superficie di distacco della vecchia frana, sulla quale avrebbe potuto verificarsi un nuovo movimento. Questo andamento si rivelò poi molto vicino alla realtà col franamento del 9 ottobre 1963 (vedi fig. 45).

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Precisazioni. La zona al margine orientale della paleofrana, totalmente boscosa, era rimasta fuori dalle mie indagini, ma studiando oggi le carte (Rossi e Semenza 1965) posso osservare che qui la massa della paleofrana, assieme ad un’altra più antica ad essa sovrapposta (vedi il 5° capoverso del capitolo 6), si estendeva per circa 200 metri a Est del margine orientale della frana del 1963 (EE). Quest’ultimo infatti corrisponde al piano di faglia (CTr) che parte dalla forcella di quota 1375
Figura 32 Il ramo occidentale del T. Massalezza (MW), che corrisponde a un tratto del margine Sud della paleofrana a quota 1000 circa (E. Semenza, 29 luglio 1960). A sinistra (Sud) si vedono gli strati calcarei (“Fonzaso con argille”) che pendono verso Nord sui 40°, mentre a destra, sull’altro versante dell’incisione, affiorano in basso miloniti e cataclasiti, e verso l’alto (non visibili nella foto) “strati sottili Fonzaso-Socchèr”, molto fratturati. Il notevole spessore delle miloniti e cataclasiti testimonia chiaramente l’importanza del piano di movimento della paleofrana, che è stato poi riutilizzato durante i movimenti dalla primavera del 1960 al 9 ottobre 1963.

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circa, e doveva arrivare al fondovalle poco a Ovest del Ponte di Casso. Evidentemente la paleofrana, con l’altra minore sovrapposta, arrivata al di sotto della quota 800 circa, si era espansa a Est fuori della sua nicchia, come è poi avvenuto di nuovo nel 1963. Le porzioni delle due paleofrane, essendo fuori della nicchia, non hanno però potuto partecipare al nuovo movimento e sono state invece a loro volta ricoperte dalla nuova espansione in corrispondenza del medesimo margine.
♦ Nuove previsioni. A questo punto (primi di agosto 1960) i nuovi dati raccolti permettevano una previsione, subito da me espressa oralmente ai tecnici della SADE, nel complesso meno pessimistica di quella precedente riguardo ai possibili movimenti futuri. Essa si basava sulla forma “a sedile” della superficie di movimento della paleofrana (vedi fig. 31B) e sulle velocità del movimento della massa, fino a quel tempo misurate, che erano dell’ordine del millimetro al giorno.
Figura 33 Un tratto della fessura perimetrale a “M”, al margine meridionale del piccolo avvallamento di quota 1100 (A), situato a SW dell’origine del ramo occidentale del T. Massalezza (MW) (E. Semenza, 9 novembre 1960).

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9. La frana del 4 novembre 1960
Come si è detto, i primi movimenti misurati si erano verificati nel maggio 1960, con l’invaso a quota 595 circa (vedi fig. 53), e avevano riguardato i punti di misura più settentrionali, cioè i più vicini alla parete settentrionale (PN); i movimenti andarono poi aumentando di velocità ed estendendosi gradualmente agli altri punti di misura, posti più a Sud. Col lago a q. 645 circa, probabilmente verso la fine ottobre, cominciò ad aprirsi una grande fessura a forma grossomodo di M (fig. 30), di oltre due chilometri di lunghezza, che ricalcava il margine meridionale (fig. 33) e le porzioni più alte dei margini occidentale e orientale della massa della paleofrana: margini individuati nelle grandi linee dalle mie ricerche dell’estate precedente. La sua larghezza lungo il margine superiore (meridionale) era tra i 50 e i 100 cm, e il piano di movimento si immergeva in profondità verso Nord con inclinazione media di 30-40°. Lungo il margine occidentale si osservavano fenomeni che denotavano il carattere trascorrente della rottura, cioè il fatto che la massa si muoveva parallelamente al margine (fig. 34).
Il 4 novembre 1960, sulla fronte della massa così individuata, e precisamente sul ripido versante a Nord del Pian della Pozza, circa 200 metri a Nord della strada si staccò una grande “fetta” larga circa 350 metri di materiale roccioso, già individuata precedentemente (fig. 35), che scivolò verso valle su una superficie di movimento leggermente concava (fig. 36), sbriciolandosi e provocando un’ondata di 2 metri, la quale infrangendosi contro la diga raggiunse un’altezza di una decina di metri. Si trattava di circa 700.000 m³ (fig. 37), e cioè una piccolissima parte frontale1 della massa totale in movimento (vedi fig. 29, profili 6 e 7).
♦ Interpretazioni discordanti. È da registrare tuttavia che il movimento dell’intera massa, che ha fatto comparire la fessura perimetrale “a M”, e subito dopo ha provocato la frana, non fu interpretato in modo unanime. In particolare Penta2 ritenne possibile, e anzi più probabile, che il movimento avvenisse non su una superficie di rottura profonda, come sostenuto da me e da Müller, ma superficiale, ossia a debole profondità. Ma è per me inspiegabile, oggi come allora, che uno specialista così famoso abbia avanzato una simile ipotesi, che contrastava sia con le osservazioni di campagna,

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(34) Circa 700.000/250.000.000, cioè circa 1/357 del totale. ↩
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(35) Francesco Penta, professore di Geologia Applicata alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma, autore di numerose pubblicazioni sulle frane, componente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e della Commissione di Collaudo della diga del Vaiont. Si veda in A3 il capoverso “Commissione di Collaudo”. ↩
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Figura 34 Un tratto di quella parte della fessura perimetrale che corrisponde al margine occidentale della paleofrana, nella sua porzione superiore, ben visibile nel valloncello a monte delle Casere Nelve (Ne). La foto è presa da Sud verso Nord e la parte che si è mossa è sulla destra: le varie inclinazioni degli alberi corrispondono evidentemente a movimenti superficiali nella coltre detritica. Le vistose deformazioni recenti del manto erboso sono tipiche di un movimento “trascorrente”, cioè parallelo al piano di contatto tra la parte che si è mossa e quella rimasta ferma. Sullo sfondo i due versanti della valle del Vaiont a Ovest della diga, separati dalla gola: in secondo piano il pendio boscoso del versante Sud, in ultimo piano la parete del versante Nord, in cui si nota la nuova strada a q. 725 a valle della diga (E. Semenza, 9 novembre 1960).

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sia col comportamento della massa; essa infatti si muoveva chiaramente, benché con modalità non ovunque identiche, in un blocco unico, come dimostrato dall’apertura della lunghissima fessura, apertura che era praticamente uguale lungo tutto il margine meridionale.1
♦ Momento di svolta. I fatti dell’ottobre-novembre 1960 hanno comunque segnato una svolta importantissima nella vicenda, e accresciuto
Figura 35 L’orlo della scarpata che limitava a Nord il Pian della Pozza prima della frana del 4 novembre 1960 (E. Semenza, 14 aprile 1960). È evidente il piano di movimento fortemente inclinato lungo il quale in precedenza era scivolata per una decina di metri la zolla ribassata, visibile sulla sinistra; questo piccolo movimento non può essere messo in relazione diretta con il lago, che a quel tempo non aveva ancora raggiunto il limite inferiore del piano di movimento della frana del 4 novembre. Quest’ultimo come si vede nella figura 36 è stato la fase finale di quel movimento: potrebbe però essere collegato ai primi movimenti dell’intera massa della paleofrana.

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(36) I movimenti della massa erano misurati con grande regolarità, e riguardavano le due componenti, orizzontale e verticale (questi ultimi erano misurati con frequenza molto minore, cfr. Tribunale dell’Aquila, pag. 278), relative a ciascun punto. Ma nei diagrammi riassuntivi e nelle note inviate al Ministero sono sempre state riportate soltanto quelle orizzontali. I periti del secondo collegio e i giudici di Belluno hanno ritenuto che ciò fosse una mancanza. Tuttavia, proprio dalle osservazioni della seconda perizia a questo proposito risulterebbe che l’assistente governativo era a conoscenza di queste misure e ne trattava nella sua relazione dell’8 ottobre 1962 trasmessa a Roma dal Genio Civile di Belluno (Calvino et al., 1967, pag. 11-63). Bisogna comunque osservare che in realtà gli spostamenti orizzontali erano i più significativi, in quanto esprimevano quasi esattamente il movimento della parte più settentrionale della massa. Che la componente verticale dello spostamento fosse maggiore nella parte meridionale della frana, sempre più alta di quella misurata nella parte settentrionale, come risulta dai diagrammi delle misure 1961-1962 della rete di livellazione lungo la strada in sponda sinistra, poteva essere un indizio ulteriore di uno scivolamento su di una superficie concava profonda, piuttosto che di uno scorrimento di una “lama superficiale”. Ma in realtà c’erano ben altre evidenze che permettevano di escludere l’ipotesi di una “lama” superficiale: fra queste la fessura perimetrale e l’integrità dei pozzi (sugli spostamenti verticali vedi Müller 1964, pag. 179, e Müller 1968, pag. 27). ↩
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enormemente le preoccupazioni di mio padre; è di pochi mesi dopo (20 aprile 1961) la famosa lettera all’ingegner Vincenzo Ferniani (Appendice E e fig. 38), che dall’agosto 1919 e per vari anni era stato suo diretto superiore e “maestro” nell’Ufficio di Vittorio Veneto, durante la progettazione e la costruzione degli impianti idroelettrici Piave-S. Croce della SADE.1 La lettera mette in evidenza la sua incertezza tra le diverse opinioni dei vari geologi e specialisti
Figura 36 La porzione superiore della scarpata principale della frana del 4 novembre 1960 (vista quasi dallo stesso punto dal quale è stata scattata la foto della figura 35) (E. Semenza, 9 novembre 1960); l’accumulo della frana è molto più in basso, ed è visibile nella figura 37. Gli strati che affiorano appartengono alla parte più bassa dei “banchi di Socchèr”.

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(37) Ferniani era già stato in visita al Vaiont il 14 marzo 1960, assieme al prof. G. Dal Piaz, ed era prevista un’altra visita per quando quest’ultimo avesse preparato la relazione, poi consegnata il 7 luglio 1960 (vedi Appendice E): ma di questa seconda visita non ho trovato notizie. ↩
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Figura 37 Dalla diga, il 10 aprile 1961 (E. Semenza) (cfr. figg. 24 e 25). Il livello del lago è molto al di sotto di quota 600 mentre la strada è poco sopra, e si vede l’accumulo della frana del 4 novembre 1960, che consiste in un ammasso detritico; questo è già stato parzialmente eroso dall’acqua che, dalla parte del lago a monte dell’accumulo scendeva verso valle, dove il livello era stato abbassato aprendo gli scarichi della diga. Sullo sfondo in alto la Punta del Toc, in parte smantellata da crolli recenti, come si può capire confrontandola con le figure 14 e 17.

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(che si può intuire anche da un’altra lettera spedita a Ferniani l’11 luglio 1960); ma come si vedrà da quanto è accaduto, proprio in quei mesi egli stesso diede l’avvio a una nuova e importante serie di indagini e provvedimenti, a dimostrazione della sua volontà di arrivare a capire come le cose si stessero svolgendo realmente, quali avrebbero potuto esserne le conseguenze e quali contromisure sarebbe stato più opportuno adottare.1
Oltre a interessare immediatamente, come è detto qui sotto, Müller, ingegnere minerario specializzato in geomeccanica, si volle avere qualche altro parere più strettamente geologico, e quindi il 26 novembre venne per una breve visita il professor Raimondo Selli, che tuttavia poté fornire soltanto interpretazioni provvisorie: la sua collaborazione infatti non ebbe seguito.
Figura 38 Al cantiere della diga del Vaiont. Da sinistra: il professore Giorgio Dal Piaz, l’ingegnere Carlo Semenza e l’ingegnere Vincenzo Ferniani (probabilmente nel luglio 1960).

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(38) Iniziò allora per mio padre il travaglio interiore che forse fu all’origine dell’emorragia cerebrale che dodici mesi dopo lo stroncò, all’età di 68 anni. ↩
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♦ L’incarico a Müller. Venne invece subito interpellato Müller, che fino a quel momento si era occupato principalmente della zona della diga,1 e in seguito era stato impegnatissimo nello scrivere il suo libro di meccanica delle rocce. Durante il suo sopralluogo (15 e 16 novembre 1960), al quale parteciparono gli ingegneri Biadene, Pancini, Linari e Ruol, nonché il sottoscritto, Müller esaminò accuratamente la situazione e, come risulta dal verbale, espose la sua diagnosi del fenomeno.
♦ Abbassamento del livello. Su suo consiglio si decise di procedere subito allo svaso del serbatoio: svaso controllato e graduale, nel senso che si effettuava un abbassamento del livello di 5 metri in due giorni, seguito da un arresto di 4-5 giorni, e poi da un nuovo abbassamento, un altro arresto di uguale durata e così via, fino a raggiungere il livello di 600 m a fine dicembre (cfr. fig. 37). Questo provvedimento portò immediatamente ad una fortissima diminuzione dei movimenti e in fine all’arresto quasi totale (fig. 53).
♦ Galleria di sorpasso. L’abbassamento fino a 600 m era indispensabile tra l’altro per permettere lo scavo della galleria di sorpasso, il cosiddetto by-pass ideato da mio padre (vedi fig. 30), necessario per impedire che, se la valle fosse stata divisa in due dalla frana, si producesse un innalzamento incontrollabile del livello del lago a monte, che sarebbe rimasto senza emissario, con conseguenti pericoli per gli abitati, e contemporaneamente per permettere all’acqua di venire utilizzata ugualmente. La galleria, con diametro di m 4,50, fu scavata tra il febbraio e il settembre del 1961, con imbocco presso i Mulini delle Spesse a q. 617,4 e sbocco a ridosso della diga a q. 600,7, e con due finestre “di servizio” a Ovest del Ponte di Casso (a q. 613,9) e al Colombèr (a q. 608).
♦ Nuova indagine geosismica. Questa venne subito eseguita, ancora sotto la direzione di Caloi, lungo due tracciati nuovi, che arrivavano fino alla fessura perimetrale, e anche lungo parte del tracciato delle indagini dell’anno precedente (vedi fig. 30). Ne risultò, a differenza di quanto era stato trovato con le prime indagini, che la roccia aveva caratteristiche meccaniche pessime. Ciò venne ritenuto l’effetto dei movimenti intervenuti. Tuttavia il confronto tra la prima e la seconda indagine di Caloi, la massa

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Come già detto nel capitolo 3, in realtà si era occupato della stabilità dei versanti, sia pure in modo non approfondito, anche in precedenti occasioni: prima in una pagina del 2° Rapporto, del 1957, e poi (vedi capitolo 5) nel sopralluogo del luglio 1959, che fu seguito dalla formulazione del programma di studi sulla stabilità dei versanti del bacino, poi iniziato da me, e infine da lui formalizzato nel rapporto del 10 ottobre 1959. ↩
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molto fratturata da me osservata nel rilevamento di campagna del 1959, e le indagini geosismiche effettuate dopo la frana del 1963, dimostrano che la prima indagine di Caloi non era stata eseguita o interpretata correttamente.
Osservazioni alla relazione sulla seconda indagine geosismica di Caloi. La relazione parlava di fortissimo degrado nella struttura rocciosa, avvenuto dopo la prima indagine. Ma nonostante questa sua convinzione, ribadita anche in pubblicazioni successive e corredata da argomentazioni geodinamiche, ciò è stato giudicato impossibile dal punto di vista geologico – e non soltanto da me, ma anche da altri, come Selli e Trevisan1 – dato che il movimento avvenuto era in totale di un metro. È importante sottolineare qui la diversità di mentalità e di preparazione scientifica tra i geofisici, tutti o quasi di estrazione fisica o matematica, e i geologi, la cui esperienza è invece di carattere naturalistico, basata principalmente sulle osservazioni di campagna. In un caso come questo, un geologo non può far altro che ripetere che evidentemente la prima indagine non era stata eseguita o interpretata correttamente; ma purtroppo i relativi sismogrammi non furono ritrovati.2
Confronto con le indagini del 1965. A questo proposito è ancora più importante confrontare quei risultati con quelli delle indagini geofisiche compiute da Morelli e Carabelli (1965) per il Tribunale di Belluno. I valori della velocità sismica, allora riscontrati nella massa franata nel 1963, risultano molto simili a quelli della seconda indagine di Caloi, nonostante la massa si fosse spostata di circa 400 m. È quindi ancora più difficile accettare l’idea che la stessa massa avesse subito in un anno, con un movimento di un solo metro, un degrado come quello affermato da Caloi dopo la sua seconda indagine.
Se i risultati della prima indagine fossero esatti, si avrebbe un assurdo: quel movimento di un metro in alcuni mesi avrebbe provocato un dimezzamento della velocità sismica – è un indice dell’integrità della roccia – mentre il velocissimo movimento di 400 m del 9 ottobre 1963 non ne avrebbe provocato nessuna ulteriore diminuzione.
Reazioni di G. Dal Piaz. È da registrare che G. Dal Piaz verso la fine di dicembre del 1960 riconobbe che effettivamente doveva essere avvenuta in passato una “grande frana” nella zona a Nord della Pozza, come constatato, afferma, da me e da Giudici. Ciò risulta da un suo manoscritto in due capitoli, dal titolo Appendice alla relazione geologica in data 7 luglio 1960, mai trasformato in relazione e anzi, nel secondo capitolo, dedicato alla zona di cui stiamo trattando, chiaramente appena abbozzato. Tuttavia, da come si esprime sembra che l’autore si riferisca soltanto all’area dove era appena scesa la frana del

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4 novembre; e di questa antica frana non era probabile, secondo lui, che avesse fatto parte il Colle Isolato. La sua diagnosi è quindi molto diversa da quella mia e di Giudici, e non vi è nemmeno un accenno alla fessura perimetrale, mentre parla delle altre fessure a livello della strada: è stato comunque un passo avanti, del quale sono venuto a conoscenza poco tempo fa.
10. Il 15° Rapporto Müller
Il 3 febbraio 1961 Müller consegnò il suo 15° rapporto sul Vaiont, dedicato interamente alla frana nella zona del Toc, mentre i precedenti rapporti avevano riguardato praticamente soltanto i problemi geomeccanici della zona della diga. Questo rapporto è estremamente importante per la storia della frana, ed è anche uno dei punti di contrasto tra i commentatori della vicenda del Vaiont.
♦ Citazioni parziali e distorte. Citazioni fuorvianti sono state purtroppo fatte spesso da vari autori, copiate probabilmente in serie, a partire da quel punto della Relazione di Minoranza dei parlamentari del PCI della Commissione Parlamentare d’Inchiesta, che a pagina 13 afferma: (la frana) « “…dopo essersi mossa una volta, non tornerebbe tanto presto all’arresto assoluto.” Ciò conferma che la sola misura di sicurezza possibile era rappresentata dall’abbandono dell’impresa». La Relazione, pur tendendo a far credere che l’autore sostenesse la necessità di abbandonare il progetto, distingue tuttavia la citazione di Müller (tra virgolette) dal proprio commento (in corsivo). Ma in seguito tutti o quasi gli autori riportano l’insieme delle due frasi senza distinguerle tra loro, come se fossero entrambe di Müller considerandole anzi le più importanti di quel Rapporto e sostenendo di conseguenza, che questo suo presunto suggerimento di abbandonare l’impresa non sarebbe stato seguito.
♦ Che cosa aveva scritto veramente Müller? Ho
voluto rileggere per esteso so quel passo, e soprattutto
controllarne la versione originale in tedesco, e ho potuto
verificare cosa il testo di Müller diceva e cioè:
“Le misure dei movimenti finora eseguite dimostrano
che con l’abbassamento del livello del lago si verificò
una diminuzione del movimento,

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ma per il momento non un arresto totale. Come succedeva anche prima, ogni pioggia intensa provoca ancora ogni volta accelerazioni temporanee, di breve durata, ma spesso molto considerevoli. Alla domanda, se gli scivolamenti possano essere arrestati mediante provvedimenti artificiali, in linea generale si deve rispondere di no, perché anche se in teoria si volesse rinunciare del tutto alla creazione di un serbatoio, si dovrebbe supporre che una frana così grande, dopo essersi mossa una volta, non tornerebbe tanto presto all’arresto assoluto. Non rimane quindi altra via che cercare di ottenere il controllo dello scivolamento, e di limitare con misure artificiali sia i volumi rocciosi sia le velocità delle masse in frana, in modo da evitare gravi danni alle persone e alle costruzioni esistenti”.1
Müller quindi riteneva impossibile arrestare totalmente e definitivamente i movimenti, ma possibile limitarne la velocità.
♦ Müller non consigliò l’abbandono del bacino. Anche il Tribunale dell’Aquila riconobbe che “il prof. Müller non solo non consigliò mai l’abbandono del bacino… ma addirittura incoraggiò la soluzione opposta”.2 In realtà, leggendo la relazione, si constata che l’autore aveva sempre in mente il futuro esercizio del serbatoio. Infatti, dopo aver scartato l’idea di provocare un franamento rapido, per la sua pericolosità (per la diga e per i paesi a monte), raccomandava invece di frenarlo nel miglior modo possibile.
♦ Movimenti sotto controllo. Al momento del rapporto le velocità si erano quasi azzerate, e perciò Müller scrive che “in avvenire sarà possibile stabilire una relazione valida (auswertbare Beziehung) tra il livello del lago, le precipitazioni e la velocità dello scivolamento, ed avere con ciò la possibilità di regolare la velocità”. Nel caso che la velocità avesse potuto essere tenuta sotto controllo, come è avvenuto fino ai primi di agosto del 1963, i movimenti della massa avrebbero fatto sì che la sua fronte arrivasse a superare lentamente l’orlo della forra del torrente, provocando la caduta nel bacino di porzioni piccole e ondate di modesta altezza. Cadute simili si sarebbero ripetute a distanza di tempo, fino a che la massa rimasta a monte non fosse divenuta troppo piccola per riuscire a spingere avanti quella sulla fronte, che si appoggiava sulla parte suborizzontale della superficie di movimento. Questa era la convinzione di Müller, con la quale concordavo.3

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(42) Testo originale di questo passo: Die bisherigen Bewegungsmessungen zeigen, daß durch Spiegelsenkung des Sees zwar eine Verzögerung der Bewegung, aber zunächst kein Stillstand eintritt. Nach wie vor verursacht jeder heftigere Regen immer wieder vorübergehende, kurzfristige, aber oft sehr erhebliche Beschleunigungen. Die Frage, ob die Gleitungen durch künstliche Maßnahmen zum Stillstand zu bringen seien, muß generell verneint werden, denn selbst wenn man, theoretisch betrachtet, auf die Anlage eines Stausees ganz verzichten wollte, wäre anzunehmen, daß eine so große Gleitung, nachdem sie einmal in Gang gekommen ist, nicht so bald wieder ganz zur Ruhe kommen würde. Es bleibt somit kein anderer Weg als der Versuch, die Gleitung unter Kontrolle zu bekommen und die abstürzenden Gesteinsmengen sowie die Geschwindigkeiten durch künstliche Maßnahme so zu beschränken, daß größere Schäden für Menschen und vorhandene Bauwerke vermieden werden können. ↩
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(43) Tribunale dell’Aquila, pag. 267; Corte d’Appello dell’Aquila, pag. 195; cfr. Palmieri, pag. 51. ↩
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(44) Non si capisce come qualcuno abbia potuto accusarmi di avere cambiato idea, magari dietro pressioni interessate, come è stato supposto da Fabbri (pag. 454) e da qualcuno durante il processo dell’Aquila. È chiaro infatti che nessuno aveva previsto la velocità della frana che scivolò il 9 ottobre 1963. Aver conosciuto la forma della frana non significa aver previsto la sua velocità. A questo proposito si deve dire che a tutt’oggi esistono ancora interrogativi sui motivi per i quali si è raggiunta una simile velocità, come affermava Datei nel 1964 e molti altri dopo di lui. Si veda il capitolo 16. ↩
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♦ Galleria di sorpasso e piezometri. L’idea della galleria in destra era già stata avanzata durante la riunione del 16 novembre 1960; ma era chiaro che erano previsti nuovi sviluppi della ricerca, al fine di conoscere meglio la situazione e soprattutto il comportamento dell’acqua all’interno del versante sinistro, e di precisare altri possibili interventi. In particolare Müller affermava che, mediante l’installazione di piezometri (tubi attrezzati con strumenti per la misurazione della pressione dell’acqua), si sarebbero ottenuti i dati necessari per trovare il metodo che regolasse, come più sopra accennato, la velocità del movimento.
♦ Diagnosi di Müller sulla frana. Ciò premesso, si deve riconoscere anzitutto che in questo rapporto, l’autore, partendo dalla relazione Giudici-Semenza del giugno 1960, descriveva magistralmente i fenomeni che si erano verificati nell’autunno 1960. Ma parlando della paleofrana, cioè dell’antica frana da me individuata e descritta nella nostra relazione, e che nel 1960 si era riattivata, affermava invece che in passato doveva essersi mossa soltanto con piccoli spostamenti; da altri suoi scritti risulterebbe che fosse rimasto di questa idea anche dopo il 1963.
♦ La divisione in due parti. L’autore avanzava anche l’idea che la frana fosse divisibile in due parti, separate dal corso del T. Massalezza; ciò, a mio avviso, si giustificava con la necessità di descrivere le differenti modalità dei movimenti, che si osservavano in superficie nelle diverse zone della frana. Infatti, una diversità di velocità e di tipo di movimento è piuttosto frequente, specialmente nel caso di grandi masse franose, ed è spiegabile con le differenze nella pendenza e nella resistenza d’attrito lungo la superficie di scivolamento, o nella consistenza del materiale.
Differenze all’interno della massa in frana. In questo caso, in particolare, Müller riconobbe, nella porzione più bassa della parte occidentale, un movimento “tipo ghiacciaio”1 (fig. 39, da Müller 1964’), movimento che mancava nella parte orientale. Ma giustamente spiegò la differenza con l’irregolarità della forma della superficie di scivolamento (vedi fig. 28, profilo a), dovuta ai grandi ripiegamenti avvenuti durante la formazione della catena alpina: l’area poco inclinata della parte più settentrionale di quella superficie, estesa a occidente fin sotto il Pian della Pozza, si andava infatti restringendo progressivamente verso oriente, fino quasi ad annullarsi, in quanto la cerniera della sinclinale aveva una direzione obliqua rispetto a quella della parete sinistra della gola.2

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(45) I movimenti dei ghiacciai vallivi sono spesso accompagnati da fessurazioni della loro massa che si muove verso valle, fessurazioni che variano a seconda dell’andamento della superficie della roccia sottostante: oltre ai noti crepacci, che si aprono dove il substrato ha un rilievo positivo trasversale, vi sono altre fessure, anch’esse di direzione trasversale a quella del moto, ma non aperte, che si possono formare quando il substrato passa da un’inclinazione maggiore, in alto, a una minore in basso. Allora nella parte in basso i corpi tabulari individuati dalle fessure subverticali, spinti dai corpi retrostanti e frenati alla base, tendono ad esser ribaltati in avanti, con un effetto “a domino”, che determina in superficie la comparsa di gradini “antitetici”, che formano cioè una “scala particolare”, su cui si sale anche se in ogni gradino il margine superiore è più alto di quello inferiore del gradino successivo, sito più a monte. A quest’ultimo tipo andavano ascritte le fessure osservate da Müller nella zona della Pozza (fig. 39). Perciò la loro comparsa costituiva una conferma sia dei movimenti, sia dell’andamento poco inclinato di questa parte della superficie di scivolamento della frana. Si tratta comunque quasi sempre di movimenti lenti, e a questo proposito si deve precisare che l’autore parlava anche di fenomeni di creep, il che ha dato luogo a speculazioni varie. Occorre precisare che questo termine, che di solito qualifica un movimento visco-plastico senza particolari accelerazioni, è usato da specialisti di varie discipline con significati un po’ diversi, per cui, secondo me e altri, sarebbe auspicabile limitarlo o precisarne il significato di volta in volta. Ad esempio, si auspica, da parte di chi cura la classificazione dei movimenti di versante (Varnes, 1978), di riservare questo termine a movimenti lenti e superficiali di materiale sciolto. Ma effettivamente i geomeccanici (cioè i “meccanici delle rocce”) da molto tempo lo usano per indicare movimenti lenti anche in materiale roccioso situato in profondità, e anche nei ghiacciai. Nel caso specifico può esserci stato fraintendimento da parte di qualcuno, non tra questi due significati, come hanno pensato i periti del secondo collegio, (in particolare Roubault alle pagg. 36 e seguenti della parte III di Calvino et al., 1967), ma nel senso che sentendo parlare di creep ha ritenuto che si trattasse di movimenti comunque lenti e non suscettibili di grosse accelerazioni. ↩
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(46) Perciò il movimento tipo ghiacciaio del settore inferiore dell’area occidentale era dovuto alla debole inclinazione della superficie di movimento: sul retro della porzione di massa qui esistente premeva la porzione più meridionale, la quale era appoggiata su quella parte della superficie di movimento che era molto inclinata. L’area più orientale era invece praticamente tutta appoggiata su una superficie di scivolamento molto inclinata, ma si muoveva poco perché nella porzione bassa questa superficie probabilmente non coincideva più con le superfici di stratificazione, ma le tagliava: in tal modo si creava un notevole ostacolo al movimento. Un altro ostacolo al movimento di quest’area, evidenziato specialmente da Hendron e Patton (1985), è l’attrito lungo il grande piano di faglia che limitava a Est la massa instabile. Da queste differenze nel tipo di movimento, evidenziate dall’acuta analisi di Müller, nacque invece in qualcuno, e forse anche in lui, l’idea che nel prosieguo le due parti avrebbero potuto staccarsi l’una dall’altra, scendendo con modalità diverse. Ciò in realtà contrastava con l’aspetto unitario che essa aveva alla sua fronte. ↩
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♦ Contromisure ipotizzabili. Nel rapporto l’autore descriveva inoltre le sei contromisure ipotizzabili (a-b-c-d-e-f), precisando tuttavia che nessuna di esse avrebbe potuto risolvere del tutto il problema, in quanto alcune erano irrealizzabili, e altre lo erano solo parzialmente.
a) Abbassamento lento del livello. In realtà questo provvedimento era stato già preso e si era dimostrato efficace; nel rapporto si osservava altresì che le piogge avevano invece contribuito a diminuire ogni volta questa efficacia; per conoscere meglio gli effetti delle piogge e delle variazioni del livello del lago sull’andamento della falda nella massa l’autore consigliava, come s’è detto, l’installazione di piezometri.
Val la pena ora di elencare le altre possibili contromisure in corsivo (b-c-d-e-f). A ciascuna di queste seguono i commenti, qui riassunti, fatti dall’autore già nel rapporto, e talora mie brevi osservazioni, tra parentesi, fatte, si badi bene, con le conoscenze di oggi, e quindi con tutto quanto si è imparato in questa quarantina d’anni.
Figura 39 I gradini antitetici nei “banchi di Socchèr” della zona della Punta del Toc (fig. 15 di Müller 1964’, modificata). La prima figura è uno schizzo da una fotografia, e la seconda è un profilo schematico con evidenziati i movimenti avvenuti. In particolare, le frecce ricurve ‘S’ indicano il moto di ribaltamento (o rotazione verso l’esterno), individuato nelle fratture osservate nel novembre del 1960 nella zona del Pian del Toc e del Pian della Pozza; le frecce grosse ‘Q’ indicano la direzione dei moti distensivi che ne conseguono, denunciati in superficie dai fenomeni di spostamento relativo, indicati con la lettera ‘T’ (vedi i capitoli 7 e 10, e la nota 45).1

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(45) I movimenti dei ghiacciai vallivi sono spesso accompagnati da fessurazioni della loro massa che si muove verso valle, fessurazioni che variano a seconda dell’andamento della superficie della roccia sottostante: oltre ai noti crepacci, che si aprono dove il substrato ha un rilievo positivo trasversale, vi sono altre fessure, anch’esse di direzione trasversale a quella del moto, ma non aperte, che si possono formare quando il substrato passa da un’inclinazione maggiore, in alto, a una minore in basso. Allora nella parte in basso i corpi tabulari individuati dalle fessure subverticali, spinti dai corpi retrostanti e frenati alla base, tendono ad esser ribaltati in avanti, con un effetto “a domino”, che determina in superficie la comparsa di gradini “antitetici”, che formano cioè una “scala particolare”, su cui si sale anche se in ogni gradino il margine superiore è più alto di quello inferiore del gradino successivo, sito più a monte. A quest’ultimo tipo andavano ascritte le fessure osservate da Müller nella zona della Pozza (fig. 39). Perciò la loro comparsa costituiva una conferma sia dei movimenti, sia dell’andamento poco inclinato di questa parte della superficie di scivolamento della frana. Si tratta comunque quasi sempre di movimenti lenti, e a questo proposito si deve precisare che l’autore parlava anche di fenomeni di creep, il che ha dato luogo a speculazioni varie. Occorre precisare che questo termine, che di solito qualifica un movimento visco-plastico senza particolari accelerazioni, è usato da specialisti di varie discipline con significati un po’ diversi, per cui, secondo me e altri, sarebbe auspicabile limitarlo o precisarne il significato di volta in volta. Ad esempio, si auspica, da parte di chi cura la classificazione dei movimenti di versante (Varnes, 1978), di riservare questo termine a movimenti lenti e superficiali di materiale sciolto. Ma effettivamente i geomeccanici (cioè i “meccanici delle rocce”) da molto tempo lo usano per indicare movimenti lenti anche in materiale roccioso situato in profondità, e anche nei ghiacciai. Nel caso specifico può esserci stato fraintendimento da parte di qualcuno, non tra questi due significati, come hanno pensato i periti del secondo collegio, (in particolare Roubault alle pagg. 36 e seguenti della parte III di Calvino et al., 1967), ma nel senso che sentendo parlare di creep ha ritenuto che si trattasse di movimenti comunque lenti e non suscettibili di grosse accelerazioni. ↩
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b) Impedire o ridurre drasticamente la penetrazione dell’acqua di precipitazione e disgelo. Era una cosa impraticabile, dato l’enorme numero di fessure, e quindi il costo spropositato (ma, visto a posteriori, anche inutile, data l’altissima permeabilità poi riscontrata, per cui l’acqua sarebbe entrata ugualmente nella massa dal lago).
c) Alleggerire la frana. Si trattava di demolirla parzialmente; ma erano moltissimi milioni di m³, e quindi un’opera superiore alle possibilità umane (ma, a parte la spesa, si sarebbe trattato comunque di un lavoro di molti anni).
d) Drenare la massa. Ciò avrebbe potuto essere realizzato scavando una galleria nel sottostante Calcare del Vaiont, da cui raggiungere mediante un breve pozzo verticale la falda della massa in frana, ed eventualmente una seconda galleria più profonda (questo provvedimento, benché finalizzato a drenare la massa in frana, avrebbe risolto il problema in quanto avrebbe drenato l’acquifero sottostante, costituito dal Calcare del Vaiont; ma la galleria pensata a questo scopo – figura 30 – non fu eseguita per le ragioni che esporrò più sotto).
e) Cementare tutta la massa in modo da renderla impermeabile. Impresa ciclopica, costi enormi e risultati incerti.
f) Costituire un ostacolo al piede della massa in frana. Con altre masse rocciose fatte cadere con esplosivo dalla fronte della massa stessa, o dal versante opposto; provvedimento dall’esito incerto, e con aspetti pericolosi.
♦ Il provvedimento più utile. Dopo l’abbassamento graduale del livello del lago, la cosa più utile sarebbe stata, come ho accennato più sopra, il drenaggio del versante. Ma i piezometri installati non hanno consentito di ricostruire a sufficienza la diversità di permeabilità di tutte le formazioni qui esistenti, e quindi di scoprire l’esistenza di due “acquiferi”,1 separati da un livello impermeabile.
Nella massa in frana vi era sin dall’inizio una fortissima permeabilità. Il livello piezometrico nella massa in frana, misurato con i piezometri consigliati da Müller in questo rapporto, e installati nel corso del 1961 (tra maggio e novembre), risultò essere sempre, una volta superato il livello 660, all’incirca il medesimo del lago, a dimostrazione della fortissima permeabilità della massa (costituita, come si ricorderà, dai due livelli delle formazioni di Socchèr e di Fonzaso, molto fratturati a causa dell’antico franamento subito); perciò il drenaggio nella massa stessa non avrebbe avuto alcun effetto, a causa della continua e forte alimentazione da parte del lago.
Il Calcare del Vaiont era un acquifero indipendente, con una permeabilità scarsa. Il sottostante Calcare del Vaiont a quel tempo non era ancora stato riconosciuto come un acquifero indipendente da quello della

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(47) Con la parola acquifero (che sta per “corpo acquifero”) si intende qualsiasi corpo geologico che può contenere acqua e cederla. ↩
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massa di frana. Ciò è stato fatto soltanto con lo studio pubblicato nel 1985 da Hendron e Patton (vedi capitolo 16), che hanno dimostrato come al di sopra del Calcare del Vaiont è ovunque presente un livello ricco di straterelli argillosi (“Fonzaso con argille”, c’), praticamente impermeabile e quindi in grado di separare nel versante un acquifero inferiore da uno superiore.
Una galleria nell’acquifero inferiore? Hendron e Patton hanno suggerito che un drenaggio ottenuto con una galleria in questo acquifero, come già proposto da Müller, e con scarico ad Ovest della massa in frana, avrebbe certamente costituito un elemento molto importante, in quanto avrebbe potuto eliminare o comunque ridurre le sottopressioni sulla superficie di scorrimento, che si ritiene abbiano favorito il movimento della massa soprastante (vedi capitoli 16 e 17). Ma a quel tempo non ci si era ancora resi conto delle condizioni di esistenza dell’acqua nell’intero corpo del versante: per conoscerle si sarebbero dovuti installare dei piezometri capaci di misurare il livello piezometrico (cioè la pressione dell’acqua) in ciascuno dei due acquiferi del massiccio del M. Toc, mantenendoli isolati l’uno dall’altro: così facendo si sarebbe potuto capire il regime delle due falde, separate tra loro dal livello impermeabile. Ma tutto ciò fu ostacolato dall’estrema difficoltà dello scavo.
Inadeguatezza dei piezometri. I quattro piezometri, tuttavia, non avevano le caratteristiche dette qui sopra, e pertanto non hanno permesso di conoscere il livello piezometrico di ciascuno dei due acquiferi, dato che il livello raggiunto dall’acqua nel tubo era influenzato dalla pressione dell’acqua delle falde incontrate lungo tutta la sua lunghezza.1 A ciò era dovuto il diverso andamento delle misure in essi registrate, a seconda che attraversassero o no il livello impermeabile (vedi fig. 53).2
Interpretazione di Hendron e Patton (vedi capitolo 16). Essi ritengono che l’instabilità della massa sia stata la conseguenza della forte sottopressione esercitata dalla falda inferiore dopo lunghi periodi piovosi. Quest’ultima tuttavia non è mai stata misurata. E a dir la verità, se si volesse conoscere esattamente questo aspetto, per me fondamentale, nell’intera vicenda, si potrebbe effettuare questa ricerca anche adesso, con spesa non proibitiva.
Un’idea non realizzata. Una galleria di drenaggio, come quella di cui dicevo più sopra, era stata ideata (vedi fig. 30), e di essa era stato fatto un progetto di massima di cui esiste il disegno. Risulta anche che era stata discussa la possibilità di costruirla a una quota inferiore (circa 720 m anziché 900), per aumentarne l’effetto drenante. Tuttavia l’idea non venne mai realizzata, per il timore di andare incontro alle stesse enormi difficoltà incontrate durante lo scavo di due cunicoli nell’interno della massa in frana, causate dalle pessime condizioni di stabilità dell’ammasso

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(48) Si trattava di semplici tubi di rivestimento, finestrati verso il fondo, nei quali veniva introdotto uno scandaglio, che permetteva di misurare il livello raggiunto dall’acqua nel tubo. ↩
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(49) In precedenza qualcuno aveva ritenuto, dato che la falda nella massa di frana sembrava avere inizialmente una pendenza verso il lago, poi ridotta a zero, che essa avesse dapprima una permeabilità non molto alta, e che poi la permeabilità fosse aumentata a causa del dilavamento da parte degli invasi e svasi. Ciò però era basato sulle misure effettuate nel piezometro P2, il più meridionale dei tre funzionanti, situato a Sud della depressione del Pian della Pozza; i valori di queste misure inizialmente erano molto più elevati e variabili di quelli degli altri due, che erano sempre quasi uguali a quelli del lago; ma dal giugno del 1962 essi erano diventati uguali ai valori degli altri piezometri. Hendron e Patton (1985) hanno spiegato questo fatto supponendo che il P2 fosse l’unico ad arrivare fino all’acquifero inferiore, di cui misurava le variazioni di pressione, e che esso poi fosse stato troncato dal movimento della frana. Quindi il regime della falda superiore, data l’altissima permeabilità dell’acquifero, era influenzato quasi soltanto dal livello del lago, ed era praticamente indipendente dalle precipitazioni (fig. 53) mentre il regime della falda inferiore era influenzato quasi soltanto dalle precipitazioni avvenute nella parte più alta del versante del M. Toc, ma con un ritardo notevole, data la scarsa permeabilità del suo acquifero. Per la precisione, occorre dire anzitutto che, come risulta dalla figura 5 di Selli e Trevisan (1964): 1) nessuna misura fu fatta nei piezometri da fine aprile a dopo la metà di maggio 1962; 2) il piezometro P2 non registrò alcun valore della falda dai primi di febbraio fino a dopo la metà di maggio del 1963. La spiegazione data dal rapporto quindicinale SADE del 28 febbraio 1963 era l’intasamento del foro a q. 687 (Calvino et al., pag. II, 71), mentre per Hendron e Patton era rotto, o piegato e sfilato (vedi anche fig. 28 in Semenza e Ghirotti, 1998). Certo è che il lago, in questo intervallo, era al di sotto di q. 687, e che a quella quota il foro non conteneva acqua ed era interrotto; ciò posto, una spiegazione che mi sembra pertinente è che l’interruzione del foro si trovasse in corrispondenza del piano di scivolamento; ma poiché la quota 687 è assai superiore a quella del tratto suborizzontale di quel piano, che nella forra affiorava a quota circa 600, il P2 doveva trovarsi più a Sud del ripiano stesso, confermando così l’idea che la depressione della Pozza corrispondesse all’asse del piegamento della superficie di scivolamento (fig. 45). Quindi l’idea della pendenza della falda nell’interno di tutta la massa di frana, e quella dell’aumento della permeabilità nel tempo, vengono entrambe a cadere: il livello dell’acqua nel piezometro P2 inizialmente era più elevato perché era influenzato dalla pressione idrostatica esistente sotto la superficie di scivolamento. Dopo la rottura era uguale a quello degli altri piezometri e del lago perché influenzato soltanto dalla pressione esistente sopra la superficie di scivolamento. ↩
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l’ammasso roccioso.1 Ma sarebbe stato possibile scavarla senza queste difficoltà se si fosse partiti dal Calcare del Vaiont nella zona ad Ovest della massa in frana nei pressi della diga, come indicato nella figura suddetta, mantenendola poi sempre nella stessa formazione: si sarebbe così ottenuta la diminuzione delle sottopressioni suddette.
♦ Importanza dell’apporto di Müller. A questo punto, credo di dover affermare chiaramente che l’apporto di Müller in tutta la vicenda della frana, come in quella della diga, ha un grandissimo valore, che si è manifestato durante tutto lo sviluppo del progetto, specie nel periodo novembre 1960–novembre 1961, ma anche dopo il disastro; infatti è suo il primo studio geologico-applicativo post-frana (1964). Ma nell’insieme dei suoi interventi, nonostante alcune idee non sempre condivisibili su particolari non del tutto essenziali nel campo della geologia (come l’uso del termine creep, e il suo mancato riconoscimento dell’esistenza della paleofrana), le sue osservazioni e i suoi consigli sono stati veramente magistrali.
La considerazione e la stima aumentano ogni volta che si legge quanto ha scritto sia prima sia dopo il 1963, in pubblicazioni che trattano i possibili aspetti dei movimenti franosi sotto tutti i punti di vista, anche sotto quello della sicurezza delle persone; infatti tutte le contromisure ipotizzate nel 15° Rapporto erano da lui stesso giudicate possibili o praticamente impossibili in funzione anche del rischio. Per quanto riguarda i suoi rapporti con me devo dire che sono sempre stati più che buoni, e non posso dimenticare che fin dal 1952, quando ero ancora studente, ci eravamo scambiati diverse lettere; mi aveva invitato anche a lavorare con lui a Salisburgo.2 Più tardi ci siamo persi un po’ di vista, ma fu lui, tramite il suo collaboratore dottor Broili, a consigliare a Hendron e Patton di venire da me nel 1976 per conoscere la geologia della valle del Vaiont, dove essi volevano fare il loro studio, pubblicato nel 1985 (vedi capitolo 16).
11. Il modello fisico-idraulico
Per iniziativa della SADE tuttavia si decise anche un altro provvedimento, oltre al suaccennato scavo della galleria di sorpasso. Si diede inizio cioè a una serie di esperimenti su un modello fisico-idraulico alla scala

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(50) vedi Müller (5 maggio 1961). Le armature a quadri in legno, indispensabili in questo tipo di materiale, non potevano reggere a lungo alle spinte provocate dai movimenti in atto: lo scavo presentava quindi gravissimi pericoli. ↩
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(51) A quei tempi era molto interessato al programma di studi del Corso di Laurea in Scienze Geologiche dell’ordinamento italiano, che prevedeva un esame di matematica e due di fisica, inesistenti in quello austriaco. Inoltre egli, ingegnere minerario, e interessato a lavorare in Italia, non trovava facilmente giovani sufficientemente esperti nelle due lingue e nella geologia delle Alpi italiane, in grado di dedicarsi alla geologia applicata, e li cercava quindi in Italia. Dopo aver avuto la mia collaborazione al Vaiont, e non potendo io essere disponibile a tempo pieno, trovò come collaboratore il dott. Luciano Broili, friulano, che lavorò nel suo ufficio per diversi anni. L’importante attività svolta da quest’ultimo al Vaiont è documentata dal suo lavoro del 1967. ↩
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1:200, costruito a Nove (vicino a Vittorio Veneto) nello scoperto attorno alla Centrale idroelettrica della SADE; gli esperimenti furono affidati al professore Augusto Ghetti, direttore dell’Istituto di Idraulica dell’Università di Padova. Era in assoluto il primo modello di frana costruito nel mondo, e l’idea fu di mio padre, che era un convinto sostenitore della utilità dei modelli nel campo delle costruzioni.1 Il modello esiste ancora, ed è visibile da chiunque vada a visitare la Centrale (fig. 40).
Non un modello di frana, ma dei suoi effetti idraulici. È importante precisare che più che di un modello di frana, si trattava di un modello per studiare gli effetti idraulici della caduta di una frana in un serbatoio, come afferma il titolo della relativa relazione finale. Infatti, dopo la prima serie di prove, si rinunciò al tentativo “di riprodurre nel modello il naturale fenomeno geologico della frana”, per gravità, e si cercò “di esaminare gli effetti di varie possibili frane artificiali, cioè fatte scendere sulla superficie di distacco prevista dai geologi, con differenti velocità di discesa”, ottenute trainando il materiale con un trattore.2 Nel modello fu fatta scendere nell’acqua, con modalità varie in 22 esperimenti, una massa di volume e peso corrispondenti (fatte le debite proporzioni e correzioni per il cambio di scala).
La prima serie di esperimenti (agosto-settembre 1961). Ebbi l’occasione di vedere il primo esperimento, che fu eseguito il 30 agosto 1961 con una superficie di movimento costituita da un tavolato rivestito di lamiera a inclinazione uniforme (30°): la massa in movimento era costituita da ghiaia, trattenuta dapprima con reti metalliche flessibili, mantenute in posizione con funi, allentate poi di colpo. L’impatto della ghiaia sull’acqua mi sembrava molto diverso da quello che ci sarebbe stato nel caso di una massa compatta, e osservai che si sarebbe dovuto usare un materiale diverso, e, inoltre, che la superficie di movimento avrebbe dovuto rispecchiare quella della vera frana, superficie che in quella occasione fui incaricato di precisare con la serie di profili citati nel capitolo 8. Ma in settembre, prima che le modifiche richieste venissero fatte, furono eseguite altre quattro prove orientative, una con piano inclinato ancora di 30° e tre con piano inclinato di 42°.
La seconda serie di esperimenti (gennaio-aprile 1962). Questa serie, di 17 prove, fu condotta dal 3 gennaio al 24 aprile, utilizzando una nuova superficie di scivolamento in muratura, costruita sulla base dei profili da me forniti (fig. 40).
Ma le mie richieste di variazioni avevano messo gli sperimentatori in grosse difficoltà.
Anzitutto la forma della superficie di movimento era tale da rendere molto difficile il moto rapido; d’altra parte mancavano dati precisi sul materiale nel quale la superficie di taglio si sarebbe sviluppata: i sondaggi

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(52) La sua convinzione era tale da esser stato tra i principali ideatori e utilizzatori dell’ISMES (Istituto Sperimentale Modelli e Strutture) di Bergamo, nato nel 1951 sull’esempio di un istituto portoghese: diceva che i paesi più poveri, come allora erano il Portogallo e l’Italia, non potevano permettersi il lusso di non fare modelli, in quanto essi portano di solito a consistenti risparmi nella costruzione. Modelli erano stati fatti e utilizzati, per prove di carattere geomeccanico, per diverse dighe della SADE, tra le quali quelle di Pieve di Cadore e del Vaiont. Qualcuno aveva trovato le seguenti parole di Michelangelo: I più benedetti denari che si spendono a chi vuol fabbricar sono i modegli, e aveva fatto sì che una società costruttrice lo scrivesse su un portacenere, che venne diffuso, suppongo a scopo pubblicitario, negli ambienti dei costruttori. E mio padre lo esibiva nel suo studio, con mal celata soddisfazione. ↩
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(53) Citazioni da una lettera di Ghetti a Biadene del 14 febbraio 1962. ↩
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sondaggi infatti non avevano fornito sufficienti elementi di giudizio in questo senso.
Per quanto poi riguardava il materiale che doveva riprodurre la massa della frana, i blocchetti suggeriti da me, e poi assai più autorevolmente dal professore L. Bjerrum di Oslo con una lettera del 23 gennaio 1962,1 avrebbero comportato grosse resistenze di attrito sulla superficie di movimento: resistenze che in natura non vi erano, come era dimostrato dal moto della massa. Quindi il materiale da far scendere non fu cambiato, e si usò ancora la ghiaia (fig. 40 c): questa non poteva certo provocare da sola un impatto simile a quello della parete rocciosa del Toc; gli sperimentatori ne erano ben consapevoli, e allora per arrivare a qualcosa di simile si provvide a “irrigidire” l’insieme con l’inserimento di settori rigidi verticali, e trainandolo con funi azionate da un trattore (fig. 40 d). In questo modo si poté ottenere una velocità variabile a volontà. Dato che lo scopo principale dell’esperimento era di provocare sull’acqua un impatto con diverse velocità di caduta della massa, e la difficoltà era di trovare un materiale che scivolando su quel piano fosse capace di provocarlo, ritengo questi accorgimenti validi, e anche nelle discussioni fatte nei processi si giudicò che negli esperimenti condotti ad alta velocità l’impatto così provocato non fosse molto diverso da quello di un materiale rigido.2
La suddivisione della massa in due parti. Una parte a valle del T. Massalezza e l’altra a monte. Questa ipotesi derivava dall’analisi di Müller, che distingueva varie modalità di movimento osservabili nelle varie parti della frana. Essa era ritenuta dai tecnici la più probabile nel caso si verificasse effettivamente un grande franamento: sta di fatto che tutti gli esperimenti vennero eseguiti facendo scendere quelle due parti separatamente. Nel modello, le due parti furono fatte scendere dapprima in tempi diversi in modo che i loro effetti fossero separati; ma poi in diverse prove Ghetti fece scendere la seconda parte nel momento in cui l’ondata prodotta dalla prima tornava indietro; così l’effetto “di sovralzo totale” era anche superiore a quello che si sarebbe avuto con la discesa della massa in un tempo unico.3
♦ I tempi di caduta e i risultati. Gli esperimenti vennero effettuati con tempi di caduta da alcuni minuti fino a un minuto (corrispondente a circa 4,24 secondi nel modello, secondo il rapporto 1:√200, dato che il modello è in scala 1:200). Quest’ultimo tempo era stato sperimentato per iniziativa di Ghetti anche per meglio conoscere il rapporto tra i tempi e l’altezza dell’onda, ed era da lui stesso considerato già “eccezionalmente ridotto”. Con il tempo di un minuto le ondate ottenute, sia con il lago pieno sia con il lago a 700 m, erano corrispondenti a circa 30 metri contro la sponda
L’uso della ghiaia era stato criticato in particolare dai periti del 2° collegio (Calvino, Gridel, Roubault e Stucky 1967). Roubault aveva fatto a Nancy degli esperimenti su un modello in scala 1:830 (Roubault, 1967), i cui risultati erano stati maggiori facendo scendere, lungo delle rotaie su di un piano inclinato a pendenza costante, un carrello rigido e carico, simulante una massa compatta, con velocità diverse ottenute variando la massa di un contrappeso che funzionava mediante una carrucola (vedi fig. 41). Le ondate erano state invece minori lasciando scendere per gravità (senza carrello) materiali incoerenti: ondate maggiori per materiali più grossolani, ondate minori per materiali via via più fini, fino alla sabbia. I dati esposti nella relazione su queste esperienze non permettono una valutazione adeguata, soprattutto della taratura del modello; fra l’altro non si parla della quota dell’invaso; ma la cosa più sorprendente è che la massa di frana veniva fatta scendere per gravità, mentre a Nove nella seconda serie di esperimenti la velocità veniva impressa artificialmente dal trattore. Quindi le diverse ondate ottenute sembra si possano più facilmente attribuire alle diverse velocità raggiunte dal carrello a rotelle, e da materiali di diverse dimensioni, e quindi con attrito diverso. Invece i periti le avevano attribuite semplicemente all’impatto con l’acqua di materiali di diverse dimensioni e compattezza.
Avevano detto fra l’altro che la ghiaia usata da Ghetti cominciava prima a colmare la valle, e quella rimasta fuori non era in grado di cedere all’acqua la propria energia cinetica. Ma anche un carico di ghiaia, se fatto scendere velocemente trainato da un trattore (il tempo di un minuto corrispondeva nel modello a circa 4,24 secondi) è in grado di trasmettere all’acqua la gran parte della propria energia cinetica.
Gli stessi periti del 2° Collegio dovettero riconoscere in dibattimento la sostanziale giustezza dei risultati di Ghetti. Nell’udienza del 20 maggio 1969 (Tribunale dell’Aquila, pag. 295) “Gridel risponde: riconosco che se nel modello del prof. Ghetti fosse stata, per mezzo di un artificio, riprodotta la frana nel tempo di 2 secondi nel modello, pari ai 25 secondi nella realtà, l’onda che ne sarebbe derivata sarebbe stata corrispondente a quella reale di 200 metri. Calvino, Roubault e Stucky si dichiarano d’accordo con Gridel”. E nell’udienza del 27 maggio 1969 il prof. Votruba, consulente di parte civile, dichiarò: “È possibile, nel caso, che la ghiaia ad una velocità così elevata - si stava parlando di una velocità di 26 metri al secondo - si comporti in modo uguale come una materia compatta” (vedi anche B8).
A prescindere dalla velocità, si noti anche che le reti di canapa che trattenevano la ghiaia (fig. 40 c), una volta allentate, pur consentendo la plasticità del movimento davano comunque una certa compattezza alla fronte della frana.
Anche Ghetti fece degli esperimenti dopo la frana (vedi B8, alla fine del capoverso “Gli esperimenti di Roubault e quelli di Ghetti”). Poiché non fu possibile usare il modello di Nove per fare esperimenti con i tempi brevissimi della vera frana, dato che il modello era stato posto sotto sequestro dalla magistratura, fece un modello più piccolo, bidimensionale, a Padova, che con tali tempi diede luogo a onde e sopralzi molto vicini alla realtà.

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(54) vedi Fabbri, pag. 175. ↩
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(55) Dalla lettura della sentenza del Tribunale dell’Aquila (pag. 294 e segg.) e dalla perizia del 2° collegio si desume quanto segue. ↩
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(56) Considerazione espressa da Ghetti nella sua relazione del 1962, e riportata da Fabbri a pagina 197 (cfr. Tribunale dell’Aquila, pag. 295). Il sovralzo totale, che negli esperimenti era misurato con vari strumenti presso la sponda opposta e la diga, oltre che con fotografie e film, è scomponibile in sovralzo “statico”, che è l’aumento di livello che rimane per effetto dell’immersione della frana nel lago, una volta raggiunto lo stato di quiete, e sovralzo “dinamico”, dovuto al moto ondoso transitorio. Il sovralzo statico dipende dal volume di frana immerso, mentre quello dinamico dipende dalla velocità e poco o nulla dal volume della frana. ↩
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destra. Ma il volume di acqua tracimante nel primo caso era di 10 milioni di m³, e nel secondo di soli 21.000 m³, e ciò lo portò a concludere che “già la quota di 700 m può considerarsi di assoluta sicurezza nei riguardi anche del più catastrofico prevedibile evento di frana”.
♦ Velocità molto più catastrofica del previsto. Purtroppo nessuno aveva immaginato che la velocità potesse essere così grande come quella che si verificò il 9 ottobre 1963. A questo proposito, va osservato che i periti nei tribunali hanno detto che essendo l’energia cinetica proporzionale al quadrato della velocità, sperimentando un tempo di caduta di un terzo, cioè 20 secondi, corrispondente ad una velocità tripla, si sarebbe avuto un effetto 9 volte superiore (180 metri anziché 20 di sovralzo dinamico, più 10 di sovralzo statico), corrispondente all’incirca a quello reale.
♦ Proposte di ulteriori studi. Occorre comunque precisare che, a conclusione della sua relazione, Ghetti scrisse: “Sarà comunque opportuno, nel previsto prosieguo della ricerca, esaminare sul modello convenientemente prolungato gli effetti nell’alveo del Vaiont ed alla confluenza nel Piave del passaggio di onde di piena di entità pari a quella sopraindicata per i possibili sfiori sulla diga. In tal modo si avranno più certe indicazioni sulla possibilità di consentire anche maggiori invasi nel lago-serbatoio, senza pericolo di danni a valle della diga in caso di frana” (ma sarebbe occorso realizzare un nuovo modello in scala più piccola: era difficile aggiungere al modello già piuttosto grande la gola del Vaiont a valle della diga e un lungo tratto di valle del Piave).
Disgraziatamente, invece, le prove vennero sospese, dopo la prima metà del 1962, e non più riprese. Probabilmente ciò non sarebbe avvenuto se fosse stato ancora in vita mio padre, che certamente era il più convinto della loro utilità, mentre sembra che i suoi successori non lo fossero abbastanza. Ciononostante, ancora più disgraziatamente, i risultati raggiunti fino a quel punto vennero considerati affidabili, per la previsione dell’evento più catastrofico che avrebbe potuto verificarsi. Ciò può forse essere in parte spiegabile con la convinzione, espressa in una riunione del 30 marzo 1962, che il tempo di un minuto sperimentato da Ghetti fosse troppo breve.
Bisogna comunque riconoscere che, come dimostra la sua relazione, la proposta di Ghetti era di studiare il comportamento a valle di sfiori di

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Figura 40 Il modello fisico-idraulico di
Nove
(Vittorio Veneto)
in scala 1:200, usato per la seconda serie di prove.
a) Come si presenta adesso (E. Semenza, giugno 1999): sulla
destra è la superficie di movimento (cfr. la foto b);
b) particolare di superficie di scivolamento della frana (E.
Semenza, agosto 1998): sulla destra c’è la diga, e sotto di essa,
in ombra, la gola;
c) fotografia della relazione Ghetti

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del 1962; sulla sinistra si vede la massa di ghiaia
appoggiata sulla superficie di scivolamento,
trattenuta dalle reti di canapa e da cordicelle,
prima di una prova della seconda serie;
d) schema del dispositivo di trascinamento dei
settori immersi
nella massa di ghiaia, nella seconda serie di prove
(da Ghetti, 1962 modificata).

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modesta entità (non c’era bisogno di prove per capire che esondazioni importanti sarebbero state disastrose) e di valutare la possibilità di anche maggiori invasi (oltre 700 m) senza pericolo.
♦ Conclusioni. L’idea di questi esperimenti, i primi del genere, era giusta, e la loro conduzione, per quanto è stato giudicato da altri più competenti di me, nonché dai tribunali, era sostanzialmente corretta; sono invece mancati sia un supporto geotecnico (che avrebbe potuto essere fornito da
Figura 41 Schema di uno dei due tipi di prove effettuate col modello fisico-idraulico costruito a Nancy dopo il franamento. Facendo scendere un carrello carico di sassi, e variando il contrappeso, si è riusciti a ottenere un’onda simile a quella prodotta dalla frana reale (da Roubault, 1967).[^1nd]
[^1nd] Nota della versione digitale: per maggiori dettagli vedi pag. 37 della tesi di Eleonora Pierobon

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Müller), sia, dopo la morte di mio padre, una convinzione più determinata da parte del committente, secondo il consiglio implicito nel famoso motto Provando e riprovando.1
12. Verso la catastrofe
♦ Eventi dell’ottobre 1961. Terminato lo scavo della galleria di sorpasso e avviata la sperimentazione sul modello idraulico, il 17 ottobre 1961 ci fu l’inaugurazione della diga e l’ultima visita della Commissione di Collaudo.

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(57) Motto che sembra voler esprimere la continua incontentabilità dei ricercatori, fatto proprio dalla famosa Accademia del Cimento, fondata a Firenze nel 1657 da Leopoldo dei Medici. Ma Dante (Paradiso, 3, 39) aveva usato le stesse parole con un significato diverso, poiché “provando” equivaleva a dimostrando e “riprovando” equivaleva a confutando! ↩
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Subito dopo iniziò il secondo invaso. Ma questo mese diede il via ad un nuovo periodo nella vicenda, con l’uscita di scena di G. Dal Piaz e C. Semenza.
Nel viaggio di ritorno dall’inaugurazione, G. Dal Piaz fu coinvolto in un incidente d’auto a Vittorio Veneto, riportando contusioni dalle quali non si riprese più, fino al giorno della sua morte (20 aprile 1962). Il 30 ottobre morì improvvisamente mio padre.1
La responsabilità dell’impianto passò quindi a Biadene, che gli succedette nell’incarico di Direttore Centrale del Servizio Costruzioni Idrauliche.
♦ Secondo invaso. Iniziato nella seconda metà di ottobre, fu eseguito con le cautele adottate durante il primo svaso, cioè innalzando il livello di pochi metri, fermandosi per alcuni giorni, e poi continuando così, sempre controllando ovviamente gli eventuali movimenti. L’incremento fu quindi molto lento, e da quota 600 m circa si arrivò a circa 700 m soltanto nel novembre del 1962. A questo punto i movimenti, che erano ripresi molto lievemente in aprile, avevano raggiunto la velocità di quasi 1,5 cm al giorno, e si decise allora di iniziare lo svaso. Durante questa fase le velocità iniziarono subito a diminuire, dapprima molto lentamente, poi più rapidamente fino ad azzerarsi nel marzo del 1963, quando il livello del lago era sceso a quota 650 m.
♦ La nazionalizzazione delle imprese elettriche. La nazionalizzazione fu un evento alquanto improvviso. È opportuno spendere qualche parola sull’argomento, anche perché l’influsso di ciò sul comportamento dei responsabili dell’impianto è stato da molti male interpretato.
Fino alla fine del 1961 la nazionalizzazione non era ancora prevista né seriamente prevedibile: era ovviamente nel programma dei socialisti, ma essi erano all’opposizione. L’idea prese corpo con il rovesciamento di alleanze politiche scaturito dal Congresso della D.C. di fine gennaio 1962, a opera del Segretario Aldo Moro, cui seguì, a fine febbraio, il primo governo di centro-sinistra, guidato da Amintore Fanfani.
La legge fu poi approvata il 6 dicembre 1962, ma già in marzo emerse che la nazionalizzazione si sarebbe attuata, come del resto prevedevano

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(58) Carlo Semenza morì verso le otto di mattina di lunedì 30 ottobre del 1961, dopo meno di 24 ore di coma passate all’Ospedale al Mare del Lido di Venezia. Era stato colpito da emorragia cerebrale in casa sua, poco dopo il ritorno dalla messa domenicale nella chiesa della sua parrocchia, S. Maria Elisabetta del Lido, dove era andato con mia madre. L’ultima domenica di ottobre era allora la festa di Cristo Re, e aveva quindi ascoltato la lettera di S. Paolo ai Colossesi (1,12-20) e il vangelo di S. Giovanni (18, 33-37), e anche la predica sulle medesime letture: mi conforta pensare che gli fossero ancora nella mente le parole di Paolo, secondo il quale Gesù è venuto per pacificare, “mediante il sangue della sua croce, le cose della terra e le cose del cielo” e le parole di Gesù a Pilato: “Il mio regno non è di questo mondo”, nonché la preghiera dopo la comunione, con la quale il celebrante aveva invocato per tutti di potere, “avendo ricevuto questo alimento d’immortalità per sempre regnare con Lui nella celeste dimora”. Con in mente queste parole forse è entrato nel mistero della morte con quella tranquillità che gli era mancata nell’ultimo anno. Certamente, poco prima di entrare in coma aveva avuto chiara la percezione della fine e lo disse a mia madre, che lo rincuorò e gli portò un caffè, che non riuscì a bere. Fino a quel momento era stato nel pieno delle sue forze, e addirittura dal 6 al 16 ottobre aveva affrontato un pesante viaggio in Perù, con escursioni in alta quota, che forse sono state all’origine del malore del 29 ottobre. Il giorno prima avevo incontrato lui e mia madre a Mantova, in visita al Palazzo Ducale e alla mostra del Mantegna, dove ero andato da Ferrara con mia moglie e i tre figli (gli altri sono nati dopo): fummo insieme a pranzo, e nulla faceva presagire quello che sarebbe successo la mattina seguente. Pochi giorni prima (il 17 ottobre) l’avevo visto al Vaiont per l’inaugurazione della diga, che il 3 novembre 1962, un anno dopo la sua morte, gli è stata dedicata. ↩
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precedenti proposte del P.S.I., “indennizzando le società espropriate in rapporto al loro capitale azionario secondo la media dei valori di borsa degli anni precedenti a quello di presentazione del disegno di legge”,1 cioè del triennio 1959-1961. Quindi già nel marzo 1962 le società elettriche sapevano che l’indennizzo non sarebbe dipeso dal valore dei singoli impianti. Insomma, l’eventuale collaudo dell’impianto del Vaiont non avrebbe avuto alcun influsso sull’entità dell’indennizzo per la nazionalizzazione della SADE.
Di fatto, il secondo invaso fu eseguito con estrema lentezza e con le cautele suddette, e senza puntare al collaudo. A questo proposito può anche essere interessante leggere la lettera del 21 aprile 1961 (riportata nell’Appendice E) di C. Semenza all’ingegnere Ferniani: “Nell’anno prossimo… credo che in ogni caso effettueremo soltanto un parziale invaso”.
Anche per il terzo invaso, richiesto e iniziato a nazionalizzazione avvenuta, dopo la metà di marzo 1963 da Biadene ormai funzionario dell’ENEL, non fu richiesta l’autorizzazione per raggiungere il livello massimo (q. 722,5), ma solo quota 715, che era certamente molto, e anche troppo, vista l’indicazione di Ghetti, ma non sarebbe stata affatto sufficiente per ottenere il collaudo. Per quest’ultimo sarebbe stato necessario, una volta raggiunta senza problemi q. 715, fare una nuova richiesta, avere una nuova autorizzazione per la quota di massimo invaso, e poi raggiungerla senza danni.2
Nonostante questo, dopo il disastro, l’accusa della cosiddetta “corsa al collaudo” per fini economici fu sostenuta dal Pubblico Ministero A. Mandarino, e fu accolta anche dal Giudice Istruttore M. Fabbri, pur con delle distinzioni che dichiaratamente avevano l’intento di spiegare, ampliandole, le argomentazioni di Mandarino, ma implicitamente le contraddicevano.3 Ma tale accusa fu respinta sia dal Tribunale sia dalla Corte d’Appello dell’Aquila, che la dichiarò non solo falsa di fatto, ma anche “priva di ogni base logica”.4 Per maggiori dettagli vedi nota 99.5
♦ Terzo invaso. Come si può vedere nella figura 53, il terzo invaso iniziò prima della metà di aprile, e il livello crebbe dapprima velocemente e poi a velocità sempre più ridotta, arrivando a fine giugno a 700 metri circa. In questo periodo il movimento della frana riprese con velocità bassissima:
Sul fatto che i contributi già “liquidati” venissero poi di fatto pagati in 30 rate annuali (comprensive di capitale e interessi), si veda la Commissione Parlamentare, pagg. 101-102 da cui risulta Credito per le opere pubbliche, incassando una cifra inferiore ma immediata (639 + 354 milioni), e che la cessione era stata accettata con decreto ministeriale (l’ultimo del 28 maggio 1960). Che poi, dopo la catastrofe, il pagamento di tali rate dallo Stato al Consorzio di Credito sia stato di fatto sospeso cautelativamente nel 1964, sembra fosse difficilmente prevedibile a priori.
Rimane poi il discorso della Merlin, sempre a pag. 122/101, nota 15: “Ovviamente era ancora pregiudicata l’intera cifra nel caso che l’opera non fosse giunta a buon termine” (cfr. Mandarino, paragrafo LXIV). Sono, come le altre, questioni da avvocati. Comunque la nazionalizzazione comportava il trasferimento all’ENEL oltre che di tutti i beni anche di tutti i rapporti giuridici. Si noti che si trattava di un trasferimento, non di una vendita, e che l’indennizzo stabilito nel 1962 per l’esproprio era basato sul valore delle azioni negli anni 1959-1961, “senza alcun riferimento al valore e alla funzionalità degli impianti (Corte d’Appello, pag. 205). E a prescindere dalla data della presa in consegna, la data del trasferimento era il 16 marzo 1963.
La Corte d’Appello sottolinea ancora alla pagina 205 che oltretutto “la persistenza, nel Biadene, di un ‘legame psicologico’ con la SADE appare essa stessa poco credibile: l’attaccamento poteva essere concepibile nei confronti dell’impresa, alla quale egli continuava ad appartenere ed alla quale doveva dedicare ancora anni del suo proficuo lavoro, ma non era concepibile nei confronti della società espropriata, priva ormai di qualsiasi apparato tecnico e ridotta a gestire soltanto il proprio patrimonio”. Si ricordi ancora che Biadene era socialista e fautore della nazionalizzazione. Semmai, secondo la Corte (pag. 206), Biadene poteva essere attaccato alla diga. Ed era considerato un decisionista, abituato a risolvere sul campo problemi costruttivi difficili, come aveva dimostrato in precedenza, quando aveva lavorato a costruire ferrovie in Iran, in zone impervie.
Per tutto ciò non sembra lecito insistere sul tema della corsa al collaudo: tanto meno farne la chiave di lettura di tutta questa fase della vicenda.

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(59) Palmieri (1997), pag. 123; cfr. le pagg. 122-125 per tutto questo argomento. ↩
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(60) Invece Paolini (e a seguito di lui la sceneggiatura del film di Martinelli) alle pagine 91-92 e 96-97 afferma che la quota 715, richiesta e autorizzata, era sufficiente per il collaudo. Si tratta di un falso clamoroso! ↩
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(61) Cfr. Mandarino (1967), paragrafo LXIV; Fabbri (1968), pagg. 416-420. ↩
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(62) Corte d’Appello, pag. 205; Tribunale dell’Aquila, pagg. 326-327. ↩
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(99) Sulla “corsa al collaudo”; Palmieri (1997, pag. 125) dice che questa idea trovò accoglienza nella sentenza di rinvio a giudizio (cfr. anche Mandarino, paragrafo LXIV), ma venne respinta sia dal Tribunale (pag. 323 e segg.) sia dalla Corte d’Appello dell’Aquila, che così si è espressa (pag. 205); “La tesi, chiaramente ispirata alle correnti demagogiche che hanno accompagnato il processo di nazionalizzazione delle imprese elettriche, è priva di ogni base logica”. Il contributo statale non ancora corrisposto, 283 milioni (erano stati già liquidati 1135 milioni nel 1958 e 1959, e non 10 o 20 miliardi come capita di leggere qua e là…), sarebbe ormai entrato nelle casse dell’ENEL, come ammette anche la Merlin (nota 15. pag. 122/101). Si veda anche il capoverso “contributi governativi” al paragrafo A3. Riguardo a un ulteriore 15% della spesa totale (essendo 1135+283 il 30%), il Tribunale dell’Aquila rileva: “Non risulta che la SADE abbia avanzato alcuna domanda prima del trasferimento dell’impresa”, quindi “resta confermato che la cifra residua era solo quella di 283 milioni sopraindicata, che sarebbe stata ulteriormente liquidata a collaudo avvenuto. Questa somma, per giunta, a trasferimento avvenuto, avrebbe costituito una sopravvenienza attiva di pertinenza dell’ENEL. Pertanto, a parte l’esiguità della cifra, la tesi secondo cui, anche dopo il trasferimento dell’impresa, i tecnici, legati ancora spiritualmente alla SADE e in particolare all’ing. Biadene, avrebbero proseguito la ‘corsa al collaudo’ perché ‘con il collaudo la SADE’ potesse vedere ‘anche maturato il diritto al contributo statale’ non riesce davvero a convincere e va, pertanto, respinta” (Tribunale dell’Aquila, pagg. 326-327) ↩
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questa aumentò poi lentamente nella prima metà di agosto, nonostante che il livello rimanesse costante. A questo punto, “col senno di poi” si sarebbe dovuto iniziare lo svaso, e invece il livello venne portato lentamente a raggiungere i 710 metri alla fine di agosto. Ma da questo momento le velocità1 aumentarono, arrivando a circa 1 cm al giorno a metà settembre e a circa 2 cm al 25 del mese. Dal 26 settembre si iniziò uno svaso rapido, ma le velocità divennero più forti, aumentando ogni giorno, fino a 5 cm il 4 ottobre e a 30 cm al giorno alla mattina del 9 ottobre; per il moto finale è stata calcolata una velocità di 60-100 km/h.
♦ Perché? Certamente, in tutta la vicenda del Vaiont, i due mesi che precedettero il disastro sono i più difficili da interpretare; si può tuttavia cercare di capire quali siano state le ragioni di un comportamento evidentemente sbagliato, ma difficile da classificare in termini di colpe e responsabilità.
♦ La quota “di sicurezza”. Innanzitutto bisogna dire che la misura di 700 metri, per il livello del lago al quale non si sarebbe dovuto avere nessun pericolo, fino all’ultimo momento fu ritenuta valida (e anzi, almeno quando fu deciso di provare a superarla, fin troppo prudenziale e quindi non del tutto vincolante, in quanto indicata da Ghetti per il tempo “eccezionalmente ridotto” di un minuto, ritenuto troppo breve). Di conseguenza i tecnici si sentirono autorizzati a disinteressarsi praticamente della frana considerandola un problema secondario, e a concentrarsi sui problemi delle spalle della diga, tra l’altro a loro più congeniali, che erano continuamente presenti e li impegnavano fortemente.
♦ Le affermazioni di Caloi. Un altro motivo di tranquillità veniva dalle ripetute affermazioni di Caloi, secondo il quale le numerose scosse sismiche, registrate in precedenza e soprattutto nelle ultime settimane, e avvertite molto chiaramente dagli operai addetti ai lavori, non erano dovute ai movimenti della frana, ma a terremoti aventi l’epicentro altrove. Queste affermazioni sono state smentite dallo studio di Belloni e Stefani (1992). Ma d’altra parte si deve ricordare che proprio negli ultimi giorni vi furono soltanto poche scosse, la maggior parte delle quali soltanto strumentali, ossia percepibili soltanto dagli strumenti di misura.

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(63) Cfr. Palmieri (1997), figg. 26, 27 e 28. ↩
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♦ Il creep. Anche il frequente uso della parola creep, che come si è detto (capitolo 10, nota 45) indica, a seconda di chi l’adopera, un movimento lento soltanto in materiale sciolto, oppure anche in roccia, può aver avuto un effetto rassicurante. È chiaro che se si fosse trattato di un creep di materiale sciolto, che è un movimento sempre molto superficiale, il pericolo sarebbe stato estremamente ridotto. Ma sembra incredibile sostenere che i tecnici pensassero che dall’uso della parola creep si giustificasse l’idea di Penta, il quale riteneva probabile che si trattasse di una frana di debole spessore. Infatti i tecnici, poiché i piezometri (tranne il P2 negli ultimi metri) non denunciavano rotture o deformazioni, avevano chiara l’evidenza che il movimento interessava in blocco una massa di grande spessore.1
♦ La diminuzione della velocità di movimento nei successivi invasi. Ma a convincere i tecnici della relativa innocuità della frana era stata soprattutto la constatazione che i movimenti, misurati in continuità sulla superficie della frana stessa, avevano raggiunto velocità massime minori passando dal primo invaso (1960, 3,5 cm al giorno) al secondo (1961-1962, meno di 1,5 cm al giorno), nonostante che il livello del lago nel secondo invaso fosse stato assai maggiore (700 metri anziché 650). Addirittura, nel marzo 1963 i movimenti si erano arrestati scendendo a 650 m, quota alla quale nel primo invaso era caduta la frana del 4 novembre 1960 e si era raggiunta la massima velocità (superata poi soltanto ai primi di ottobre 1963).
♦ L’ipotesi della “prima bagnatura”. Per spiegare questo fatto era stata formulata da Müller, e accettata da Penta, l’ipotesi2 che il materiale “sensibile” alla presenza dell’acqua, situato in corrispondenza del piano di movimento, subisse, in occasione del primo invaso, un qualche processo di assestamento; per cui al secondo invaso non dava luogo a movimenti sensibili, come invece avveniva con il lago a un livello superiore, quando evidentemente veniva bagnata una nuova porzione del piano di movimento. Bisogna tuttavia dire che questa ipotesi era stata formulata in modo dubitativo, e in seguito dallo stesso Müller (1964) riconosciuta erronea. Ma essa sembrò poi confermata nel terzo invaso a fine luglio, quando, col lago da 15 giorni a livello costante di poco più di 705 metri, le velocità erano di circa 0,5 cm al giorno. Questa apparente conferma però non teneva conto

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(64) Cfr. Gridel, in Calvino et al., pag. IV,6. ↩
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(65) Ipotesi riportata alla pagina 93 della Relazione Finale della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul disastro del Vaiont e nella sentenza del Tribunale dell’Aquila, che alle pagine 301 e seguenti fa una lunga discussione, arrivando addirittura a giustificare il superamento dei 700 m. ↩
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dell’importanza della piovosità, pure affermata da Müller nel 1961 (vedi capitolo 16).
♦ Difficile capire. Certo, nonostante questi motivi di tranquillità, appare difficilmente comprensibile il motivo per cui a questo punto, anche con l’esperienza dei primi due invasi, durante i quali i movimenti erano rallentati soltanto dopo un notevole abbassamento del livello, e nonostante l’indicazione della relazione Ghetti sulle prove col modello idraulico, non si sia riabbassato subito il livello del lago, ma anzi da metà agosto si sia ripreso a innalzarlo ulteriormente fino a 710. Le velocità, rimaste quasi costanti in agosto, in settembre andarono aumentando, lentamente ma di continuo. Tuttavia le velocità raggiunte nella prima metà di settembre erano minori di quelle raggiunte nel secondo invaso, e ciò sembrava dimostrare la giustezza dell’ipotesi dell’assestamento progressivo. Il 18 settembre si decise di abbassare il livello, ma soltanto il 26 settembre si iniziò di fatto lo svaso; la velocità però, a differenza di quanto era avvenuto negli invasi precedenti, non diminuì, e anzi andò aumentando rapidamente. Ciononostante fino all’ultimo i tecnici non ritennero che la situazione potesse diventare grave: della relazione Ghetti era stata evidentemente recepita soprattutto l’affermazione che la massima ondata possibile non avrebbe superato i 30 metri, e quindi l’aver abbassato il livello, raggiungendo nell’ultimo giorno la quota 700 circa, garantiva che la tracimazione sarebbe stata minore di 10 metri (il massimo invaso era a q. 722,5, e il coronamento a q. 725,5). Con questa convinzione, il problema della frana venne di fatto accantonato, e l’attenzione e l’impegno si concentrarono sui problemi delle spalle della diga. Proprio nelle ultime settimane le loro deformazioni, conseguenza dell’aumento del livello da 700 a 710 m, avevano avuto un incremento non lineare; durante lo svaso, poi, tali deformazioni non si annullavano, mostrando quindi un andamento non elastico. Questi due fatti consigliarono la posa in opera di nuovi tiranti, specialmente alla base della spalla destra. Si intendeva così garantire la resistenza delle spalle anche alle più alte ondate previste.
♦ Che cosa si temeva negli ultimi giorni? Oltre alle preoccupazioni per le spalle della diga vi era certamente il timore per la zona in frana. Qui il dissesto si andava accentuando sempre di più, e quindi era stato deciso di

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sgombrare gli abitanti e le loro cose, e a questo compito erano addetti alcuni operai del cantiere, che lo svolgevano nonostante il timore di restarne coinvolti; malgrado il loro impegno, due anziani coniugi non vennero sfollati dalla Casera Nelve e furono travolti dall’onda.
Ma sul fianco destro, e in tutto il resto della valle, per scongiurare i pericoli dell’onda prevista per il moto finale, ritenuto ormai imminente, ci si limitò a far sgomberare tutta la fascia di terreno che rimaneva al di sotto dei 730 metri circa: al di sopra di questa quota si riteneva non vi fosse nessun pericolo. A riprova di ciò si deve ricordare che, al cantiere presso la diga e nella cabina degli strumenti presso la spalla sinistra, perirono numerosi dipendenti dell’ENEL e delle imprese addette ai lavori ancora in corso. Tra questi vi erano persone di grande valore professionale e morale, addette alle misure degli spostamenti della frana, al controllo continuo degli strumenti e alla preparazione dei rapporti, e quindi più di chiunque altro al corrente della situazione della frana. Assieme a loro perirono anche altri dipendenti ENEL in servizio alla Centrale di Soverzene, saliti lassù per vedere alla TV la partita della finale di Coppa dei Campioni su uno schermo molto più grande.
♦ La difficile ricostruzione del perché. A dir la verità la ricostruzione dei comportamenti che i tecnici ebbero in quel periodo (da novembre 1961 al 9 ottobre 1963) mi è molto difficile, in quanto non venni più incaricato di occuparmi della cosa. Ripresi a farlo dopo il 9 ottobre 1963, quando ebbi un nuovo incarico, dall’ENEL. Qualche notizia l’ho avuta da varie persone che si occuparono dei lavori; ma molto meglio di quanto posso dire io, hanno già scritto altri, ad esempio l’ingegnere Piero Sembenelli (1992) e i proff. Hendron e Patton (1985), i quali, oltre a puntualizzare gli errori compiuti, e a dire ciò che si sarebbe potuto fare per gestire meglio una situazione obiettivamente molto difficile, hanno sottolineato la scarsa comunicazione intercorsa in quegli anni tra i vari esperti che si occuparono del fenomeno.
♦ Il passaggio dalla SADE all’ENEL. È probabile che questo passaggio (come mi è stato precisato dall’avvocato Camillo Berti, a quei tempi funzionario della SADE e poi dell’ENEL) abbia comportato nei costruttori, e in particolare in Biadene, responsabile dell’impianto, un certo disagio.

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Infatti fino a quel momento, dopo la morte di mio padre, egli si era trovato a non avere al di sopra di sé nessuno con cui confrontarsi in merito alle decisioni da prendere. Seguiva però un programma formulato da mio padre o insieme a lui, e comunque, su ogni cosa, teneva aggiornata la direzione generale della Società, che poteva in qualsiasi momento prendere decisioni su tutto ciò che avesse aspetti tali da coinvolgerne la responsabilità. Ma dopo il passaggio all’ENEL, nonostante i suoi alti incarichi nell’impresa elettrica della SADE trasferita all’ENEL (vice direttore generale e direttore dell’Azienda Produzione Energia) per cui conservava la responsabilità di prima nella conduzione dei lavori e nella gestione dell’impianto, Biadene non ebbe dalla nuova direzione nazionale, nonostante i continui rapporti sulla situazione, tempestivi riscontri in termini di decisioni operative, e ciò molto probabilmente per la situazione di transitorietà nella quale tutto l’ENEL si trovava. Inoltre, per quanto riguarda gli aspetti geologici, bisogna dire che Biadene non aveva da parecchio tempo rapporti né con Penta, geologo della Commissione di Collaudo, che d’altra parte era sempre stato ottimista, né con Müller, che non era più stato consultato per la frana, né con me. Egli si trovò quindi a dover affrontare da solo la situazione, per la quale d’altra parte si sentiva ben preparato, prendendo rapidamente le decisioni da lui ritenute necessarie e sotto la propria responsabilità.
♦ La scarsissima piovosità dell’inverno 1962-1963. Ma riguardo alla decisione di proseguire nell’innalzamento del livello del lago, può aver influito anche la crisi idrologica dell’inverno 1962-1963. Palmieri1 cita a questo proposito il commento del professor Duni (1971), che ritiene quale vera causa del disastro la scarsissima piovosità dei primi mesi del 1963, denunciata anche dal Direttore Generale dell’ENEL, professore Angelini, nella sua relazione del 31 maggio 1963: “Sono stati già adottati tutti i provvedimenti tendenti a spingere al massimo le riserve di serbatoio”.
Ciò spiegherebbe la richiesta fatta il 20 marzo 1963 da Biadene, ormai funzionario ENEL, di anticipare l’inizio del terzo invaso. La crisi idrologica, e quindi energetica, avrebbe perciò indotto i responsabili dell’ENEL ad anticipare l’invaso, per anticipare a sua volta il funzionamento della centrale idroelettrica del Colombèr (che già aveva funzionato, ai livelli più alti del secondo invaso), nonostante la mancanza del collaudo.

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(66) Palmieri (1997), pag. 145. ↩
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Si deve qui ricordare che la centrale del Colombèr era destinata a funzionare soltanto con il massimo invaso o quasi, mentre quella di Soverzene era in attività da una decina d’anni con l’acqua proveniente dai laghi di Pieve di Cadore (q. 683) e della Val Gallina (q. 677), e poteva ricevere direttamente, negli ultimi anni, anche quella del lago del Vaiont soltanto quando la sua quota era compresa tra i 680 circa e i 591 dell’imbocco della galleria di derivazione. Per quote superiori l’acqua doveva prima passare per la centrale del Colombèr.
♦ Praga, 9 ottobre 1963. Da un certo punto di vista, molto illuminante è anche un episodio che mi è stato riferito dall’ingegnere Stanislav Novosad di Ostrava (Rep. Ceka). Proprio il 9 ottobre del 1963 era riunito a Praga il Comitato Internazionale delle Grandi Dighe, che in passato era stato presieduto anche da mio padre.1 I partecipanti avevano saputo evidentemente delle vicende del Vaiont, ed erano forse stimolati da quanto il professore Terzaghi di Vienna, famosissimo fondatore e massimo esponente mondiale della Geotecnica, aveva da poco scritto in un articolo, nel quale diceva che nelle valli molto profonde dove era avvenuto il franamento di masse di grande spessore, ovviamente dimostrato da studi geologici e sondaggi, non era il caso di realizzare un invaso.2
Certamente ignari di quanto stava ormai fatalmente avvenendo, discussero a lungo se fosse o meno il caso di accogliere questo consiglio, che a dir la verità non vale sempre e dovunque, fissando comunque una regola di comportamento che potesse servire per evitare inconvenienti. Ma al termine della discussione convennero sulla inutilità di una norma del genere, in quanto convinti appunto della capacità, da parte dei costruttori, di fronteggiare ogni difficoltà che a mano a mano si presentasse. Quanto avvenne alle 22,39 di quel giorno suona evidentemente come un monito a non prendere alla leggera quel consiglio.
13. Gli effetti dell’onda
I particolari della catastrofe sono stati descritti da molti, e quindi non ritengo necessario dilungarmi. Alcuni aspetti però non sono stati sempre compresi o narrati correttamente.

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(67) La carica di presidente di quel comitato aveva una durata annuale. ↩
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(68) In some very deep valleys located between high mountains, the rocks underlying the slopes of the valley have been displaced and damaged by movements along deep-seated surfaces of sliding. Hence no dam should be built in any deep valley unless a geological survey supplemented by borings has demonstrated conclusively that such movements have not taken place. Mia traduzione: “In alcune valli molto profonde, situate tra alte montagne, le rocce che si trovano al di sotto della superficie dei versanti vallivi sono state dislocate e danneggiate da movimenti avvenuti lungo superfici di scivolamento profonde. Perciò non si dovrebbero costruire dighe in nessuna valle profonda se non si è dimostrato, mediante un rilevamento geologico corredato da sondaggi, che non vi sono avvenuti movimenti di questo genere.” (Terzaghi, 1962). ↩
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Figura 42 Area colpita dall’onda (dalla tav. XXV di Carloni e Mazzanti, 1964, modificata). Il limite dell’onda sulla frana non risulta facilmente interpretabile, dato che la topografia è quella precedente

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alla frana e anche alla diga. Ovviamente l’area colpita dall’onda in valle del Piave è molto più ampia a Nord e a Sud, e nella valle del Vaiont si estende alquanto più a Est.

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L’area colpita dall’onda è riportata per intero nella carta di Carloni e Mazzanti (1964, tav. XXV) (fig. 42), e in parte in una di quelle di Rossi e Semenza (1965) (fig. 43).
L’ondata prodotta dall’impatto della frana ha raggiunto la massima altezza, circa 210 metri sopra il ciglio della diga, davanti a Casso (fig. 46), dove però i danni sono stati piuttosto limitati. Qui, come ho già detto nel capitolo 1 anche nelle parti più alte, come alla chiesa, sono arrivati enormi spruzzi assieme a sassi anche di varie decine di kg, che hanno aperto brecce in molti tetti, mentre la scuola, che nel paese è l’edificio situato alla quota più bassa, e un’altra casa più in alto, hanno avuto maggiori danni (fig. 6), senza che tuttavia i maestri che dormivano nella mansarda ne venissero feriti. Più a Est risultarono distrutte alcune case sparse e la Casera Frasein, gruppetto di fabbricati nel quale perirono tutti quelli che vi si erano rifugiati, essendo stati sloggiati dal Pian della Pozza e dintorni. Analogamente avvenne per varie case al Crocifisso, alle Spesse e in buona parte della Pineda.
Figura 43 La zona della frana e dintorni colpita dall’onda: in giallo sono rappresentati i depositi lasciati dall’onda, mentre le varie tonalità di grigio corrispondono ai vari livelli geologici, per i quali si rimanda alla pubblicazione di Rossi e Semenza (1965) dalla quale la figura è tratta.

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Nel paese di Erto non si ebbe nessun danno, mentre furono distrutte alcune case fuori dal centro e i fabbricati alle quote più basse della frazione di S. Martino. L’ondata aveva raggiunto quote diverse, a causa dei costoni che rendono irregolare il versante, in corrispondenza dei quali l’acqua si alzava di più, mentre si riabbassava subito dietro di essi.
Una parte dell’onda, scendendo dalle alte quote raggiunte sul versante destro a Casso e dintorni, si riversò anche sulla massa franata, trascinando detriti antichi o frammenti strappati dalla superficie dell’ammasso roccioso, e distribuendoli nelle zone dove il suo moto era meno veloce (fig. 43): parte di quest’acqua venne a ristagnare nella parte più bassa della Valle del T. Massalezza, che ora risultava pendente verso Sud a causa della rotazione subita durante il franamento. Sulla massa franata tutti i fabbricati esistenti risultarono distrutti dall’onda, a eccezione di due: la Casera di Attilio Manarin, in località Piana Soi, che in origine era a q. 974 sul lobo orientale (e ora è a q. 813), che fu però completamente diroccata dalle scosse verificatesi durante il movimento,1 e la Casera Pierin, lungo la strada, circa 500 metri a Est dell’alveo del Massalezza, che fu invece sepolta dal lobo occidentale, qui sovrascorso per circa 100 metri sopra la massa principale, come dirò nel capitolo seguente.
In valle del Piave le distruzioni furono molto più gravi (fig. 3), e i morti furono in numero molto superiore: la frazione di Vaiont e le altre sul fondovalle cancellate totalmente, Longarone distrutta quasi completamente (lasciando integra la parte più a Nord, col municipio e la scuola), e lo stesso avvenne per le frazioni di Villanova e Faè, mentre danni minori si ebbero a Codissago, e ancor meno a Castellavazzo e Dogna. Dopo aver colpito Longarone l’ondata si divise in due: una parte risalì nella valle verso Nord fino a Davestra, dove distrusse il ponte sul Piave e poi tornò indietro, mentre l’altra si diresse verso Sud, distrusse Pirago lasciando intatto soltanto il campanile della chiesetta del cimitero, e discese per la valle fino al mare, facendo danni soprattutto nelle case di Borgo Piave a Belluno.

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(69) È probabile che ciò sia avvenuto anche per gli altri fabbricati esistenti sulla massa franata, prima di venir colpiti e cancellati dall’onda di ritorno. Risulta anche che alla Casera Nelve due anziani coniugi siano periti perché gli incaricati dello sgombero non li avevano trovati. ↩
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14. Il nuovo studio, dopo la frana del 9 ottobre 1963
Già pochi giorni dopo il franamento fui incaricato dall’ENEL, assieme al professore Daniele Rossi, anch’egli dell’Università di Ferrara, di eseguire un rilevamento geologico di dettaglio alla scala 1:5.000 della zona della frana, che terminammo in un paio di mesi; disegnammo due carte, una delle quali riguardava la situazione esistente, e l’altra invece ricostruiva
Figura 44 La parte meridionale della massa franata il 9 ottobre 1963, e la scarpata principale della frana, come si presentavano verso la fine del mese di ottobre del 1963 (D. Rossi); più in alto si vede la conca che caratterizza il versante del M. Toc al di sopra dei 1.500 metri, dove ha favorito lo sviluppo del carsismo, come è detto nel capitolo 16. Le due parti in cui si può dividere la scarpata della frana pendono in direzioni diverse, convergenti verso il solco del T. Massalezza. Sui due lati di questo si possono individuare nella massa franata due lobi arretrati, dove l’ondata non è arrivata e quindi il bosco è ancora presente. Quello orientale, sulla sinistra, è nettamente diviso in due da una scarpata dovuta ad una superficie di movimento relativo tra le due parti. Questa superficie compare nella figura 45b, profilo 10A con le lettere A’ e B’. A’ corrisponde alla scarpata qui visibile, mentre B’ corrisponde alla

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quella precedente alla frana. Ciò fu possibile sulla base delle abbondantissime informazioni, sia topografiche (permesse anche dal ritrovamento di un certo numero di resti di manufatti sulla superficie della massa scivolata), sia stratigrafiche e tettoniche, che il nuovo rilevamento aveva fornito, grazie all’asportazione totale della vegetazione (sulla massima parte della massa scivolata) e a quella quasi totale dei depositi quaternari (fig. 44).
sovrapposizione illustrata nella
figura 47. Confrontando questa
figura con la 5 si notano nella scarpata,
sulla sinistra, ampie aree liberate dai detriti,
scivolati via dai lastroni rocciosi che la formano.
La superficie di queste aree aumenterà molto nelle
settimane successive in seguito al dilavamento operato
dalle intense piogge di novembre: il materiale rimosso
da entrambe le parti della scarpata si depositerà
in ampi coni alluvionali presso le sponde del lago
del Massalezza, visibile sulla sinistra. Col tempo
si produrranno anche altri franamenti relativamente
piccoli della zona al disopra dell’orlo della scarpata,
e il materiale detritico franato coprirà buona
parte della zona boscosa con gli alberi inclinati
all’indietro, visibile sulla destra.

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Figura 45 Profili geologici 2 e 5 (zona occidentale) e 10A (zona orientale), prima e dopo il 9 ottobre 1963, disegnati da Rossi e Semenza per lo studio di Hendron e Patton (da E. Semenza, 1992), modificati con l’aggiunta dei tracciati dei sondaggi (S) e dei piezometri (P), come in Semenza e Ghirotti 1998: si

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noti che tra questi soltanto il piezometro P2 arriva dentro il Calcare del Vaiont, indicato con la sigla ‘do’. La loro posizione e i tracciati dei profili sono indicati nella fig. 30.

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Figura 46 La parete settentrionale della frana (PN) a sinistra, e a destra il versante Nord della valle del Vaiont, fotografati dalla Costa Frasein la mattina del 22 ottobre 1963 (E. Semenza). La parete appare praticamente indisturbata; al margine sinistro si distingue la piccola incisione del T. Massalezza (M), pendente verso Sud (sinistra) a causa della rotazione subita dalla massa; al centro, all’estremità occidentale della parete, si nota il cosiddetto Pinnacolo, ossia quel che rimaneva della Punta del Toc, già semidistrutta dai ripetuti crolli avvenuti nei due anni precedenti. Ai piedi

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della parete si vede un piccolo rilievo tabulare affiancato da altri minori: è il Castelletto (Ca), rimasto quasi integro, e mancante soltanto della parte cuspidata superiore (cfr. figg. 18 e 19) e soprattutto nella stessa posizione rispetto alla parete (vedi fig. 16). Si notino, nella depressione visibile nella parte bassa della figura, le linee orizzontali che fanno capire a quale livello era l’acqua ivi ristagnante subito dopo il franamento, e la gradualità del suo svuotamento attraverso i materiali permeabili che si vedono nell’angolo in basso a sinistra (questa conca è stata riempita artificialmente negli anni seguenti). Al centro (BC) si vede la sella dove attualmente è il bivio della strada per Casso: il paese è ben visibile in alto sulla destra.

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♦ il movimento in blocco. Tutto ciò permise di ricostruire esattamente molti dettagli stratigrafici e strutturali.1 Infatti tutti i particolari strutturali della massa erano rimasti pressoché identici, salva naturalmente la rotazione generale subita dalla massa (fig. 45). Oltre alle pieghe2 in parte già osservate, potemmo individuare varie faglie precedenti al franamento, alcune delle quali leggermente riattivate, e altre di piccolo rigetto prodottesi durante il movimento. Si poté anche determinare l’entità del movimento e la sua direzione, che confermavano la giustezza della previsione secondo la quale la massa si sarebbe mossa in un blocco unico.
♦ Il Castelletto e la fronte della massa. Si individuò anche un dosso allungato in direzione EW, situato tra la fronte della massa e il versante destro, di fianco all’attuale bivio per Casso, che allora ritenemmo composto da “fette” cadute dalla parete. Tuttavia, benché il suo insieme sia piuttosto disarticolato, vi si possono riconoscere alcuni livelli stratigrafici della serie presente nel famoso Castelletto (Ca) che prima era adiacente alla parete settentrionale (PN) (figg. 16, 18 e 19), e la sua posizione rispetto alla parete è la stessa (fig. 46). Si deve ritenere quindi che, durante il movimento, la gola del Vaiont sia stata riempita qui soltanto dalle marne sottostanti, e che la parete visibile attualmente sia la stessa che si vedeva prima; dunque, contrariamente alle previsioni, almeno in corrispondenza del Castelletto, nessuna “fetta” si è distaccata da essa né prima né durante il movimento finale.
♦ Il sovrascorrimento nella parte orientale. Un particolare importante si è potuto facilmente scoprire nella porzione orientale, dove durante lo scivolamento si era verificato un sovrascorrimento di circa 100 metri della parte più arretrata (detta altrove lobo orientale)3 su quella antistante (fig 47). Qui si ebbe anche il seppellimento di alcuni fabbricati, indicati sulle carte come Case Pierin, poco sopra la strada, e Case Perutte più a Ovest e assai più in alto.
♦ La vecchissima frana nella porzione orientale (E). Col nuovo rilevamento si poté confermare l’esistenza e stabilire la natura degli strati anomali e molto disturbati che si erano visti nella parte alta del canalone orientale: era un lembo di “strati sottili Fonzaso-Socchèr”, scivolato qui sopra i “banchi di Socchèr” della massa della paleofrana durante o subito

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(70) L’apporto del prof. Rossi fu naturalmente molto determinante, grazie alla sua notevole preparazione in tutti i campi della geologia. ↩
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(71) Ossia i ripiegamenti cospicui degli strati dell’ammasso roccioso. ↩
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(72) vedi E. Semenza (1965). ↩
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dopo il suo movimento, e come quella parzialmente uscita dalla nicchia nell’espansione orientale (EE) (vedi capitolo 6).
♦ Il Colle Isolato. Particolarmente interessante fu poi la scoperta del movimento subito dal Colle Isolato (I) (fig. 22), la cui massa, di circa 2.500.000 m³, risultò sollevata di una cinquantina di metri rispetto alla sua posizione originaria sul versante destro, nonché alquanto deformata, stirata e anche ruotata di 20-30°, come un rullo al di sotto di un blocco di pietra in movimento (fig. 22).1
Figura 47 Sovrapposizione della fronte della porzione sudorientale della frana (a sinistra) sulla massa principale (a destra): cfr. in figura 45 il punto B’ del profilo 10A dopo la frana. La striscia scura quasi verticale (larga circa un metro, indicata dalla freccia) è la copertura vegetale dalla massa principale, qui non asportata dall’onda, poiché all’arrivo di quest’ultima era già stata ricoperta dalla porzione sudorientale. Il fenomeno era ben visibile in questo punto, che si trova presso la sella della parte orientale della frana sita tra il lago residuo e la depressione della valle del Massalezza, dove attualmente la strada fa due curve a serpentina (E. Semenza, novembre 1963).

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(73) Un grosso problema ci si presentò a proposito del fatto che il Colle Isolato e la massa principale della frana erano separati da una forte incisione, che terminava verso Ovest all’apice di un piccolo cono alluvionale, ben visibile fin dal mattino del 10 ottobre. Come mai, se la massa aveva spinto in avanti e in alto il Colle Isolato, adesso non lo toccava più? Lo studio dettagliato di affioramenti rocciosi, presenti nella suddetta incisione, estremamente fratturati ma con le connessioni stratigrafiche ben conservate e con gli strati ripiegati, permette di affermare che essi corrispondono alle marne della parte basale della massa, parte che immediatamente dopo lo scivolamento era presente fino a quota alquanto maggiore: ma essa è stata erosa subito dopo dall’enorme ondata (fig. 29, profilo 8), che qui aveva raggiunto un’altezza circa 200 metri maggiore di quella del ciglio della diga, e nel riflusso si era diretta in buona parte verso di essa. La pressione esercitata da questa ondata, molto forte sia per la sua altezza sia per la grande velocità, e la scarsa compattezza degli “strati sottili Fonzaso-Socchèr” presenti in quel tratto, possono ben spiegare l’incisione, anche se la durata del fenomeno è stata molto breve, e se l’altezza della colonna d’acqua è andata diminuendo molto rapidamente; negli ultimi minuti della sua attività questo flusso, divenuto meno violento, depositò su quegli affioramenti un leggero strato di sedimento torrentizio, ancora ben visibile. Ne consegue che su questo punto l’ipotesi da me data precedentemente (Semenza, 1965), a dir la verità senza molta convinzione, non è più valida: avevo infatti immaginato che la massa, dopo essere risalita verso Nord sul versante opposto, fosse poi ridiscesa un po’ verso Sud, lasciando il Colle Isolato nella nuova posizione. ↩
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♦ Il franamento secondario sul lato orientale. Un fenomeno grandioso si è verificato sul lato orientale della massa. Prima del franamento essa era limitata qui da una faglia di direzione Nord-Sud, il cui piano è pendente verso WNW di circa 50° (Ctr, vedi fig. 16’). Perciò quando la massa è scivolata verso NNE, il suo fianco orientale da quota 900 circa in giù si è trovato ad essere strapiombante e senza alcun sostegno. Una grande porzione della massa è quindi scivolata immediatamente verso Est (vedi fig. 48, profilo ‘c’), con moto rotazionale complesso, come è dimostrato dalle accidentalità topografiche di quella zona della massa franata, e dal piccolo colle visibile adesso in prossimità dell’imbocco della galleria di sorpasso. In questo gli strati sono decisamente pendenti verso Ovest, il che permette di misurare l’entità della rotazione subita. La carta geologica da noi rilevata non contiene questi particolari, in buona parte allora coperti dal lago residuo, e descritti e interpretati successivamente: soltanto il piccolo colle suddetto vi compare, disegnato con curve di livello approssimative. Ciò si spiega col fatto che il rilievo batimetrico che l’ha individuato era stato eseguito in modo molto speditivo, con scandagli manovrati in gran fretta da una barca, nel timore di nuovi franamenti, prospettati da qualcuno.
♦ Gli imbuti. Un fenomeno molto minore, ma ben visibile, fu osservato nella zona frontale della massa. Si tratta di varie cavità imbutiformi ad asse verticale, simili a inghiottitoi, ma chiaramente non connesse con fenomeni carsici (vedi fig. 5). Pensammo subito ad un fenomeno di risucchio, ossia erosione rimontante, detto anche piping, che si può spiegare in questo caso con l’assestamento del materiale sottostante, che qui aveva riempito la profonda gola del torrente. Poiché il numero e la larghezza di questi imbuti era variato un po’ durante i primi giorni (l’ultimo si è formato il 13 ottobre alle 5 del mattino), giudicammo che l’assestamento doveva essere avvenuto non di colpo, ma progressivamente, come è spiegabile dato anche che questo processo era molto rallentato, per la presenza dell’acqua, che veniva espulsa gradualmente.
Alle due carte di cui si è detto all’inizio del capitolo, pubblicate due anni dopo,1 fanno poi riferimento le note riportate nella mia Sintesi,2 che contiene varie notizie sulle mie ricerche o di altri, raccolte fino a quel momento.

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Figura 48 Profili geologici Nord-Sud, semplificati per facilitarne il confronto: ‘c’ immediatamente a oriente della frana, attraverso la Costa delle Ortiche (o diedro) e ‘a’ attraverso la frana (derivato dal profilo ‘a’ della fig. 28, la quale riporta nello schizzo il tracciato dei due profili). Si vede chiaramente il diverso andamento degli strati nelle due aree, separate da una faglia di direzione NNW-SSE (CTr), che fa da margine orientale della nicchia di distacco della frana. Nel profilo ‘c’ le formazioni sono piegate in modo tale che la ‘C’ e la parte bassa della ‘B’ si approfondiscono molto verso Nord e quindi non affioravano nella gola del torrente, come accadeva invece nella zona del profilo ‘a’ (si tenga presente che a Ovest del profilo ‘a’, come si vede nella figura 29, il piano di movimento è ancora più profondo, si trova cioè appena sopra il “Fonzaso con argille” qui indicato con la lettera C). Questa forte differenza tra i due profili è uno dei motivi per cui la Costa delle Ortiche è sempre rimasta stabile. In entrambi i profili le parti indicate con B’ al di sopra della linea grossa fanno parte della massa franata nel 1963: nel profilo ‘c’ si tratta però della parte scivolata verso Est con un movimento secondario (vedi capitolo 14).
S = Scaglia rossa (Cretacico sup.-Paleocene);
B = “banchi di Socchèr” (Cretacico inf. e sup.) e “strati sottili Fonzaso-Socchèr” (Cretacico inf.-Giurassico sup.);
B’ = B, franato;
C = “Fonzaso con argille” (Giurassico sup.);
CV = Calcare del Vaiont (Giurassico medio).

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15. Vicende del dopo-frana
Un capitolo a parte meritano le vicende succedutesi dopo il 9 ottobre 1963, in gran parte caratterizzate dall’urgenza di far fronte a pericoli veri o presunti. I geologi e gli ingegneri di mezza Italia, e forse anche di mezzo mondo, chiamati o non, accorsero nella zona, come è comprensibile data l’eccezionalità del caso ed il gran numero di persone ed enti coinvolti. Meno comprensibile è che praticamente tutti, tranne l’ENEL, si sentirono in dovere di non consultare chi, come il sottoscritto, conosceva la zona e poteva fornire qualche dato. Ma evidentemente ero giudicato parte interessata a nascondere chissà cosa, e magari, come mi è stato riferito, anche uno che non era stato capace di fermare la frana, e quindi…
♦ Pericolo di nuovi franamenti? Particolarmente gravi furono le conseguenze del non aver accettato l’affermazione, fatta dai consulenti dell’ENEL dapprima in via preliminare1 e poi a seguito di un accurato studio geologico (Rossi e Semenza, giugno 1964) della non pericolosità di quella parte del versante, piuttosto ripida, che sta a Est della frana (cioè il cosiddetto diedro, o Costa delle Ortiche, Or) la quale, dalla carta geologica alla scala 1:100.000 (e quindi poco dettagliata) risultava analoga a quella già scivolata. Qualcuno aveva paura che anch’essa potesse franare nel lago, cosa assolutamente improbabile per le notevoli differenze geologiche rispetto all’altra (fig. 48), e per il fatto che non si era mai mossa, né prima né dopo il 9 ottobre 1963.2
♦ Evacuazione forzata. Non avendo voluto escludere il pericolo di franamento del suddetto diedro - si temeva che un’ondata avrebbe potuto mettere in pericolo tutti gli abitati della valle del Vaiont, e anche il paese di Cimolais (nel caso l’ondata scavalcasse il Passo di S. Osvaldo) - furono di conseguenza disposte ricerche e opere spesso inutili, e suppongo molto costose, e venne evacuata quasi tutta la popolazione della valle del Vaiont.
♦ Il Muro del Pianto e lo schermo impermeabile. Per la stessa paura venne costruita sul passo di S. Osvaldo una grande struttura in gabbioni, nota col nome di Muro della Vergogna, o del Pianto.3 Nel timore poi che verso Cimolais potesse arrivare acqua anche attraverso i materiali permeabili esistenti al di sotto del Passo S. Osvaldo (vedi capitolo 2), nell’inverno

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(77) Più precisamente, la suddetta analogia esiste, ma con varianti importanti. Infatti tra le due zone vi è una faglia di direzione all’incirca NS (CTr), a Est della quale tutta la serie delle formazioni geologiche viene a trovarsi qualche decina di metri più in basso che nella zona della frana; per di più in essa la giacitura degli strati è analoga soltanto nella parte più alta, mentre più in basso compare una piega ben documentata, debolmente rovesciata verso Nord, ad asse di direzione all’incirca EW, per cui il livello stratigrafico che ha permesso lo scivolamento della grande frana non affiora più nel versante, ma si immerge andando a finire poi molto al di sotto del fondovalle. La situazione è quindi assai diversa dal punto di vista della stabilità (vedi fig. 48). Ma si sarebbe dovuto tener conto soprattutto del fatto che le misure topografiche durante gli anni precedenti, estese per sicurezza anche a questa zona (ad esempio, il caposaldo 15 indicato in fig. 30), non avevano mai denunciato alcun movimento. Tutto ciò venne esposto all’ENEL informalmente da me e da Rossi già nel novembre del 1963 e più tardi ufficialmente con le relazioni citate nel testo; ma anche chi era d’accordo con questo nostro giudizio non volle convalidarlo. ↩
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(78) Paolini alle pagine 109-110 del suo libro lo chiama Muro della Vergogna e sarebbe interessante sapere perché è nato questo nome: forse perché chi l’ha progettato dovrebbe vergognarsi, dato che non sarebbe servito a nulla, come gli ertani avevano sempre intuito? Muro del Pianto invece fa pensare a quello di Gerusalemme, dove gli ebrei osservanti ricordavano piangendo il passato glorioso della loro città, e questo nome mi sembra più in tema con tutta la vicenda. Il muro venne poi demolito nella primavera del 1998. ↩
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1963-1964 venne effettuato uno schermo di impermeabilizzazione poco a Ovest del passo, lungo una trentina di metri e profondo fino a 80-90.
♦ Nuovi paesi. Vennero rapidamente costruiti in zone lontane paesi nuovi per la popolazione evacuata; e quando anni dopo ci si era convinti dell’inesistenza del pericolo, per far rientrare gli abitanti che già stavano un po’ alla volta rientrando nonostante i divieti, venne costruito il nuovo paese di Erto un po’ più in alto, in località Stortan, visto che il vecchio era degradato per l’incuria. Qualcuno ha anche affermato che la posizione del nuovo abitato era stata scelta in quanto considerata “zona di sicurezza”: ma adesso nel vecchio abitato si stanno ristrutturando le case!
♦ I tecnici dell’ENEL. Una narrazione a parte meriterebbe anche la sorte dei tecnici dell’ENEL1 coinvolti nella vicenda, subito incolpati per fatti non sufficientemente conosciuti, e senza che le eventuali responsabilità fossero state accertate, come usa spesso in Italia. Ricordo in particolare lo sgomento di Pancini (fig. 49), “ingegnere residente” della SADE e poi dell’ENEL nel cantiere del Vaiont, che all’altissima capacità univa una timidezza quasi patologica nel campo geologico, che non era certo il suo. Sgomento che lo accompagnò per gli anni a seguire fino alla vigilia del primo processo dell’Aquila nel novembre 1968, quando con un gesto disperato si tolse la vita. Mi è stato raccontato che non riusciva a sopportare l’idea di essere rinviato a giudizio con l’accusa di aver partecipato a quella “corsa al collaudo” che è alla base delle argomentazioni tuttora fatte circa la responsabilità della SADE e dei suoi ex dipendenti: raccontava che invece nessuno della direzione generale (i manager della Società) né dell’ENEL aveva mai messo fretta ai tecnici che seguivano l’impianto del Vaiont. L’averlo detto in quel momento dimostra la sua dirittura morale.
Ricordo anche l’atteggiamento assai più forte di Biadene (fig. 50), che nella SADE era stato direttore del Servizio Costruzioni Idrauliche dopo la morte di mio padre, e nell’ENEL-SADE vicedirettore generale e direttore
Figura 49 L’ingegnere Mario Pancini.

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(79) Comunque sia stata questa conduzione, non si può passare sotto silenzio la parte avuta dall’ENEL nella vicenda. Questo è stato sottolineato da Palmieri (1997), di cui riporto qui la nota 98: “Non venne mai seriamente posto in dubbio, durante i processi, che dopo il 27 luglio 1963 ogni responsabilità era solo dell’ENEL; ciò fu riconosciuto dallo stesso Ente nazionale e dall’Avvocatura dello Stato; vedi sentenza della Cassazione (civile) del 17-12-1986, n. 2186, 28”. ↩
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dell’Ufficio Produzione ed Energia, sempre padrone di sé e quasi spavaldo, anche se praticamente certo della condanna. Ricordo di aver saputo, da chi lo frequentava più di me, che era consapevole di avere almeno un po’ di responsabilità “politica” dell’accaduto. Infatti lui, che a differenza di mio padre era stato un fautore convinto della legge di nazionalizzazione delle società elettriche, si era reso conto che la nuova conduzione ENEL1 non aveva, almeno fino a quel momento, una capacità manageriale paragonabile a quella della SADE, e pare che dicesse: “L’ho desiderata quella legge, e adesso è giusto che ne subisca le conseguenze”.
♦ Opere per impedire l’innalzamento del lago. Vorrei qui invece ricordare l’insieme delle attività svolte in questo periodo dai tecnici dell’ENEL, con in testa prima Biadene e poi l’ingegnere Aniceto Rebaudi, per far fronte alle esigenze derivanti dalla nuova situazione. Per evitare reali pericoli a Erto e agli altri abitati attorno al lago a monte della frana, rimasto senza emissario, era estremamente urgente ripristinare l’efficienza della galleria di sorpasso (prolungandola a valle per circa 300 metri, fino a un centinaio di metri oltre la diga, e a monte collegandola nuovamente col lago, dapprima mediante due pozzi di grande diametro e infine dragando presso l’imbocco il materiale spostato dall’onda, che l’aveva ostruito) e riaprire le gallerie di scarico sul fianco sinistro della diga. Nell’attesa del completamento di questi ripristini, effettuati con grande perizia e rapidità in condizioni assai difficili, era però necessario prendere altri provvedimenti allo stesso scopo. Era stata così installata immediatamente una grande stazione di pompaggio all’estremità orientale del lago (fig. 51), capace di aspirarne l’acqua per immetterla in una canaletta in legno, costruita a mezza costa sul versante destro della Val di Tuora, nella quale scendeva verso il Passo di S. Osvaldo. E ben due gallerie erano state scavate al di sotto del versante del M. Cornetto (a Sud del passo) a due quote diverse (una a 640 m, iniziata anni prima in vista di un’eventuale derivazione dal Cimoliana al Vaiont e ora
Figura 50 L’ingegnere Nino Alberico Biadene.

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(79) Comunque sia stata questa conduzione, non si può passare sotto silenzio la parte avuta dall’ENEL nella vicenda. Questo è stato sottolineato da Palmieri (1997), di cui riporto qui la nota 98: “Non venne mai seriamente posto in dubbio, durante i processi, che dopo il 27 luglio 1963 ogni responsabilità era solo dell’ENEL; ciò fu riconosciuto dallo stesso Ente nazionale e dall’Avvocatura dello Stato; vedi sentenza della Cassazione (civile) del 17-12-1986, n. 2186, 28”. ↩
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Figura 51 La grande stazione di pompaggio, che ha funzionato per alcuni mesi tra il 1963 e il 1964 in Val Tuora (da Martinelli O., 1976, figura a pagina 261, qui riprodotta per gentile concessione dell’Editore). Al di sopra del capannone si intravede la serie superiore dei tubi, attraverso i quali l’acqua veniva spinta fino all’inizio della canaletta, che da qui scendeva verso il passo di S. Osvaldo (a destra, fuori della foto). Si noti a destra del capannone il potente livello di conglomerati (alluvioni cementate), che un tempo doveva essere collegato a quelli di S. Martino e di Erto.

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completata rapidamente, e una a 721 m), che, consentendo il deflusso verso Cimolais, garantirono il mantenimento della quota del lago entro limiti di sicurezza.
16. Altri studi dopo il franamento
Nel periodo che seguì immediatamente il franamento finale vennero eseguiti vari altri studi, tra i quali emergono:
a) quello di Müller (1964) che descrive tutto ciò che era avvenuto negli anni precedenti e contiene importantissimi approfondimenti di carattere geologico-tecnico;
b) quello di R. Selli e L. Trevisan, i due professori di geologia membri della Commissione Ministeriale d’Inchiesta, studio eseguito con la collaborazione dei dottori G. C. Carloni, R. Mazzanti e M. Ciabatti (Selli et al. 1964).
Non tutto ciò che da essi è affermato sul fenomeno franoso, in particolare riguardo alla paleofrana e al Colle Isolato, mi trova consenziente; ciononostante i loro studi contengono una grande quantità di informazioni, ottimamente esposte e illustrate, dalle quali ho potuto ricavare molti degli elementi qui riportati. Particolare menzione merita il calcolo di Ciabatti, per valutare la velocità del franamento, che risulterebbe di 60 km/h.1
Sono seguiti altri studi importanti effettuati da vari studiosi, dalle varie commissioni d’inchiesta e dai periti del tribunale di Belluno. Molti di questi figurano nella bibliografia.
♦ Nuovi sondaggi. L’autorità giudiziaria richiese molto opportunamente l’esecuzione di numerosi sondaggi nella zona della frana; i risultati dei quali, per vario tempo, non furono disponibili a tutti e vennero usati, da chi li aveva potuti studiare, per effettuare una ricostruzione dettagliata del corpo di frana, e in particolare dell’andamento della superficie di rottura.
A suo tempo non ho avuto a disposizione le carote e quindi non potevo giudicare le ricostruzioni fatte da altri. Secondo Broili (1967) in tutta la porzione occidentale della frana e nella parte meridionale di quella

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(80) Calcoli fatti più recentemente da altri indicano una velocità di circa 100 km/h. ↩
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orientale la superficie di rottura si sarebbe sviluppata nel livello che qui ho chiamato “Fonzaso con argille”; mentre nella parte nordorientale questa superficie, andando da Sud-Ovest a Nord-Est, si innalzerebbe gradualmente nella serie attraversando i livelli dei membri soprastanti (“strati sottili Fonzaso-Socchèr” e “banchi di Socchèr”).
Ma per questa parte nordorientale la ricostruzione di Broili è basata soltanto sui dati di tre sondaggi, due dei quali sono situati a Est della faglia del Col Tramontin, in quella parte dove era avvenuta l’espansione orientale al di fuori della nicchia di frana, che consiste in una massa molto fratturata, relativamente sottile, che copre una parte della zona stabile della Costa delle Ortiche (vedi capitolo 15). Perciò questi due sondaggi non possono essere usati per ricostruire la superficie di rottura nella nicchia della paleofrana: non vi è quindi la prova della risalita di questa superficie attraverso i livelli soprastanti al “Fonzaso con argille”. Tuttavia in questa parte la massa doveva aver incontrato delle resistenze al movimento, dato che la velocità dei movimenti registrati in tutta la parte orientale durante il lungo periodo che ha preceduto il movimento finale era qui minore che altrove, come è stato illustrato da Selli e Trevisan nelle tavole XI-XIV. Il movimento finale in blocco, con spostamenti simili su tutto il corpo di frana, dimostra che, dalla fine di settembre 1963 in poi, anche in questo settore della superficie di rottura le resistenze suddette sono state vinte. Hendron e Patton hanno ipotizzato che queste resistenze siano state sviluppate lungo dei gradini esistenti sulla superficie di rottura, ma soprattutto lungo la superficie della faglia (del Col Tramontin) – la quale costituisce il fianco destro della nicchia di frana – e nella parte bassa doveva ostacolarne il movimento.
♦ Rottura progressiva? Alcuni, tra cui Müller,1 hanno cercato di spiegare il movimento finale con la teoria della rottura progressiva; ma questa è in contrasto con quella della paleofrana, come lo stesso Müller riconosce (1968, pag. 72), perché la rottura progressiva era già avvenuta prima della paleofrana. Nel capitolo 7 ho esposto alcune considerazioni che mi pare possano conciliare i termini di questo contrasto.
♦ Cuscino di vapore. Probabilmente un fattore che ha favorito il movimento è stata la produzione di vapore per effetto dell’aumento di temperatura, a livello del piano di scivolamento, dovuto alla frizione (Nonveiller 1978 e 1992); ma è evidente che ciò può aver influito soltanto dopo che il movimento aveva già assunto una notevole velocità.
♦ Angolo di attrito. Altri hanno tentato di calcolare mediante prove geotecniche i valori dell’angolo d’attrito2 del materiale argilloso presente

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(81) Müller (1964), pagg. 208-210; Müller (1968), pag. 72-81. ↩
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(82) Per “angolo d’attrito” si intende l’angolo d’inclinazione di una superficie di contatto tra due parti dell’ammasso roccioso (ad esempio, due strati sovrapposti), superato il quale la parte superiore si muove per effetto della gravità. ↩
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lungo la superficie di movimento, giungendo però a valori incompatibili con la velocità accertata. Quest’ultima richiederebbe un angolo d’attrito di circa 4°. Ma l’argilla integra ha valori di circa 20° (angolo di attrito “di picco”), mentre in quella nella quale è avvenuto un movimento recente (ad esempio, quello della paleofrana, che dovrebbe essere di 10.000 anni fa, o meno: un tempo brevissimo, trascurabile in confronto ai circa 150 milioni di anni di età della Formazione di Fonzaso) il valore si riduce fortemente (angolo d’attrito “residuo”). I valori accertati con quelle prove erano infatti di circa 8°, e ciò è in accordo con la teoria della paleofrana, ma è ancora troppo alto per spiegare la velocità accertata per la frana del 1963.
♦ Lo studio di Hendron e Patton: la paleofrana e i due acquiferi. Un grande contributo alla comprensione dei fenomeni è stato portato dallo studio di Hendron e Patton (1985), al quale ho contribuito dal 1976 fornendo le informazioni geologiche allora in mio possesso. In questo studio, condotto con lunghe ricerche sul terreno, con l’aiuto di vari ricercatori, essi hanno tra l’altro riconosciuto l’importanza della paleofrana e degli studi geologici che avevano permesso di accertarne l’esistenza; hanno inoltre potuto ipotizzare, in seguito alla scoperta da loro fatta di un livello calcareo ricco di straterelli d’argilla, impermeabile (“Fonzaso con argille” c’, vedi nota 61 e fig. 28), l’esistenza di due acquiferi, separati appunto da questo livello impermeabile, uno nella massa della frana (“banchi di Socchèr” b, e “strati sottili Fonzaso-Socchèr” c) e uno nel sottostante Calcare del Vaiont.
Misure piezometriche. Questa ipotesi della quale si potrebbe avere anche oggi una conferma diretta mediante l’installazione di piezometri capaci di misurare i livelli della pressione idrostatica di ciascuno degli acquiferi incontrati, è comunque suffragata da varie considerazioni sulle misure fatte negli anni 1961-1963 nei tre piezometri allora funzionanti (vedi fig. 53). L’oscillazione del livello della falda nei due acquiferi aveva un comportamento diverso.
L’altissima permeabilità della massa di frana. Nell’acquifero superiore il livello della falda era uguale a quello del lago, in quanto per l’altissima permeabilità le precipitazioni piovose penetravano velocemente, trasferendosi quindi nel lago, e ovviamente anche le acque del lago potevano altrettanto velocemente penetrare nella massa, quando il livello si innalzava.

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(6) Ferasin, studiando i dintorni di Cimolais, era arrivato fino alla Val Zemola, scoprendo l’esistenza della fortissima riduzione dello spessore (fino a pochi metri) delle formazioni del Giurassico superiore e del Cretacico inferiore e medio (che qui fino allora erano giudicate addirittura inesistenti). In quell’area, che corrisponde al fianco NNE della sinclinale di Erto, quelle formazioni sono sostituite dalla cosiddetta “serie condensata”, visibile nel profilo ‘b’ della figura 28 (formazione indicata con la lettera ‘a’) che comprende, ma non dovunque, il famoso Marmo di Erto (Giurassico superiore e Cretacico inferiore), dal caratteristico colore rosa, e al di sotto un sottilissimo livello di calcari selciferi verdi e rossastri (parte bassa del Giurassico superiore). A Sud-Ovest invece, e quindi nella Valle del Vaiont medio bassa e nella bassa Val Mesazzo, il medesimo intervallo stratigrafico corrisponde a quella che lui chiamò Formazione di Socchèr, che raggiunge nell’insieme lo spessore di circa 200 metri. Questa è una complessa alternanza di livelli di natura alquanto diversa, che oggi vengono distinti all’interno delle due formazioni, di Socchèr e di Fonzaso (Ferasin 1955 e 1956; Rossi e Semenza 1965; Riva et al. 1990), e che qui semplificando raggrupperò in tre livelli, b, c e c’ (vedi la fig. 28; N.B.: nella figura 28 c e c’ sono uniti), che si susseguono dall’alto al basso come segue: - un livello b, superiore, nel complesso molto rigido, costituito da grossi banchi calcarei compatti di vario tipo (che chiamerò qui “Banchi di Socchèr”) con alcuni potenti livelli rossastri, uno dei quali, (visibile nella fig. 36) è sito alla base ed è meno compatto; - un livello c, sottostante, facilmente ripiegabile, che è una potente serie sottilmente stratificata di marne e calcari marnosi rossi, o verdastri o grigi, in parte cretacica, sopra, e in parte giurassica, sotto (chiamata qui “strati sottili Fonzaso-Socchèr”); - un livello c’, basale, del Giurassico superiore, di calcari selciferi di color grigio, in strati sottili con intercalazioni argillose (che qui chiamerò “Fonzaso con argille”), la cui parte più alta è stata la sede di buona parte del piano di scivolamento della frana, a causa dello scarso attrito e della scarsa permeabilità dell’argilla. ↩
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Le variazioni del livello della falda nell’acquifero inferiore. Esse dipendono quasi esclusivamente dalle precipitazioni che penetrano in tutto il versante settentrionale del M. Toc a monte della massa della paleofrana. Ciò è qui favorito dalle condizioni geomorfologiche: sia l’ampia conca circondata dalle alte creste della montagna sia la valle del Massalezza corrispondono ad una sinclinale minore, trasversale1 (cioè con asse di direzione Nord-Sud, immergente verso Nord con inclinazione sui 20°), con il Calcare del Vaiont in affioramento. Di conseguenza, nella parte alta l’acqua tende a ristagnare in superficie, favorendo lo sviluppo di fenomeni carsici (fig. 52).2
Da tutto questo quadro risulterebbe che la permeabilità in quella parte del Calcare del Vaiont che sta al di sotto della massa della frana era (ed è ancora) non molto elevata, per cui le oscillazioni del livello della falda nel suo acquifero, dipendenti quasi esclusivamente dalle precipitazioni, erano (e sono) molto lente.
♦ L’influenza delle piogge sulla stabilità. Le falde dei due acquiferi avevano quindi un regime differente: nella massa di frana il livello era all’incirca sempre uguale a quello del lago, mentre in quello inferiore la pressione dipendeva dal totale delle piogge dei 30 giorni precedenti. Ma soltanto quando l’acquifero inferiore era pieno, l’acqua poteva esercitare sulla massa soprastante una sottopressione non del tutto compensata dalla pressione della falda dell’acquifero superiore (fig. 52), e avere quindi sulla massa un effetto destabilizzante:3 ciò sembra confermato dai diagrammi di Hendron e Patton (uno dei quali è riportato in figura 54) che mettono in relazione per ogni giorno il livello del lago con la piovosità del periodo che lo precede e con i movimenti della massa.4
Si può notare, riguardando la figura 53, che i tre periodi nei quali per ogni invaso la frana si è mossa più velocemente (ottobre-novembre 1960, novembre-dicembre 1962 e settembre-ottobre 1963) sono stati preceduti da un mese di elevate precipitazioni.
L’importanza delle precipitazioni era già stata affermata sia dai periti del primo collegio, sia dalla commissione ENEL. Se si fosse capita questa correlazione, che già Müller nel 15° Rapporto (3 febbraio 1961) aveva affermato (“Come succedeva anche prima, ogni pioggia intensa provoca ancora ogni volta accelerazioni temporanee, di breve durata, ma spesso molto considerevoli”, vedi capitolo 10) come valida alternativa alla teoria della prima bagnatura, dopo le prime intense piogge di agosto 1963

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(83) Sinclinale significa piega con la concavità verso l’alto; trasversale vuol dire con direzione di piegamento a circa 90° da quelle principali della regione, che qui sono all’incirca Est-Ovest. Per asse della piega s’intende la sua cerniera. ↩
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(84) Da questa parte alta dell’acquifero inferiore l’acqua tendeva (e tende) a scendere verso Nord, dove l’asse della sinclinale trasversale si piega passando ad una pendenza di circa 40°, fino a raggiungere la zona più bassa del versante dove la sua curvatura pare attenuarsi fino ad annullarsi, dato che qui gli strati pendono uniformemente verso Est sui 20°. L’acqua andava quindi (e va) a riempire le cavità carsiche, meno sviluppate o assenti in basso a causa della copertura impermeabile ivi esistente ancora poche migliaia di anni fa, costituita dai livelli argillosi che stavano alla base e al disotto della massa della frana. Queste cavità quindi si restringono, ma continuano fino alla parete sinistra della gola, dove sono in realtà poche ma ben visibili alquanto a valle della diga, e assenti più a monte, come è stato evidenziato dalle fittissime indagini condotte in occasione della costruzione della diga: ciò può essere spiegato con la maggiore persistenza qui della suddetta copertura impermeabile. ↩
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(85) Infatti la pressione dell’acqua negli interstizi, anche piccolissimi, presenti nei livelli argillosi della Formazione di Fonzaso, riduceva le resistenze di attrito tra i granuli che li compongono. ↩
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(86) Questi diagrammi sono stati disegnati da Hendron e Patton (1985): quello relativo ai 30 giorni precedenti, riportato nella figura 54, appare anche in Semenza e Ghirotti (1998). ↩
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abbassando subito il livello si sarebbe quasi certamente evitata la catastrofe (vedi ancora il suddetto 15° Rapporto Müller: “In avvenire sarà possibile stabilire una relazione valida tra il livello del lago, le precipitazioni e la velocità dello scivolamento, ed avere con ciò la possibilità di regolare la velocità”). Invece la teoria della prima bagnatura sembrava confermata dopo i primi due invasi, e all’inizio del terzo, da movimenti nettamente minori per quote già raggiunte nei precedenti invasi, ma ciò non teneva conto della minore piovosità.1
Figura 52 Profilo geologico dal M. Toc alla forra del Vaiont (derivato dal profilo ‘a’ della figura 28 e da Semenza e Ghirotti 2000, semplificato) con i due acquiferi e il moto della falda nell’acquifero inferiore (2) indicato dalle frecce (8); in quello più alto (1b) il livello dell’acqua era sempre circa uguale a quello del lago. I livelli 1c e 3 sono praticamente impermeabili (vedi capitolo 16).
1b = “Banchi di Socchèr” (Cretacico inf.) e “strati sottili Fonzaso-Socchèr” (Cretacico inf. - Giurassico sup.);
1c = “Fonzaso con argille” (Giurassico sup.);
2 = Calcare del Vaiont (Giurassico medio);
3 = Fm. di Igne (Giurassico inf.);
4 = Fm. di Soverzene (Giurassico inf.);
5 = Dolomia Principale (Triassico sup.);
6 = Faglia;
7 = Superfici di rottura della frana;
8 = Direzione dell’acqua nell’acquifero inferiore.

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(87) vedi Hendron e Patton (1985) pagg. 51-58, tab. 7 e 8 e appendice A. ↩
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Figura 53 Diagrammi comparati tra i livelli del lago, i livelli dei piezometri, le velocità dei movimenti della frana e le precipitazioni atmosferiche, dal 1960 al 1963 (da Hendron e Patton 1985, in base alla figura 19 di Müller 1964’, modificata).

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Invece il giudice Fabbri (1968), partendo dall’affermazione fatta dai secondi periti, di una “connessione diretta tra le velocità e le variazioni del livello”, con un salto logico aveva ritenuto non solo che “tra i diversi fattori la causa prima e determinante dell’enorme movimento e del crollo” fosse “da individuarsi esclusivamente nell’oscillazione del livello del lago”, ma anche che “all’accentuata piovosità” non potesse “essere attribuita che ben scarsa rilevanza causale”. E ciò lo portò ad affermare che non c’era possibilità di regolazione, dato che l’oscillazione del livello del lago era la “manovra indispensabile per un serbatoio di regolazione quale quello del Vajont” (pag. 312).

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♦ Una galleria drenante avrebbe potuto risolvere il problema. Dai diagrammi suddetti (fig. 54) si può dedurre che una galleria drenante scavata interamente nel Calcare del Vaiont, che ne avesse scaricato la falda a valle della massa in frana (ma un po’ più bassa di quella tracciata nella figura 30), avrebbe potuto contribuire efficacemente all’arresto o alla mitigazione del franamento, come indicato da Müller: ma a suo tempo il problema non era stato approfondito a sufficienza.
Figura 54 Stabilità e instabilità della frana del Vaiont in funzione dei livelli dell’acqua nel serbatoio e delle precipitazioni nei 30 giorni precedenti (dalla figura 32 di Hendron e Patton, 1985).
Le velocità di movimento della frana (in cm/giorno, e suddivise in quattro classi di velocità), misurate in giorni significativi (indicati di fianco a ciascun cerchietto o triangolino, con la successione usata dagli americani: mese/giorno/anno), sono state riportate nel diagramma. Sull’asse X i giorni sono distribuiti secondo la somma delle precipitazioni nei 30 giorni precedenti, sull’asse Y secondo il livello del lago. La correlazione è stata studiata per periodi di diversa durata (in quattro diversi diagrammi), ma soltanto scegliendo il periodo di 30 giorni i cerchietti risultano distribuiti (diversamente da quanto avviene per altri periodi maggiori o minori) in modo che tra i neri e i bianchi si può tracciare un “inviluppo” di rottura dell’equilibrio (linea nera), al di sopra del quale rimangono quelle combinazioni, di livello del lago e di precipitazioni, che hanno di fatto portato ad accelerazioni del movimento (area in grigio). Si ritiene che in queste combinazioni si sia potuta determinare nei livelli argillosi una distribuzione delle pressioni nei pori sfavorevole alla stabilità della massa della paleofrana. Il risultato di questa correlazione spiega quindi perché in vari momenti la massa della frana è risultata instabile per determinati livelli del lago e perché essa, in altri momenti dei tre anni di osservazione, per un’altezza del livello del lago uguale o addirittura maggiore è invece risultata stabile.
Di fatto, nei quattro anni, i tre periodi di più forte piovosità in un periodo di 30 giorni si sono avuti nel settembre-ottobre 1960, nell’ottobre-novembre 1962, e nell’agosto-settembre 1963 (vedi fig. 53): quasi esattamente 30 giorni dopo l’inizio di questi periodi piovosi si sono avute le accelerazioni del movimento visibili nella figura 53 (vedi capitolo 16).
Un’estrapolazione dell’inviluppo di rottura (linea tratteggiata) permette di stimare: a) le precipitazioni che avrebbero portato alla rottura dell’equilibrio anche in assenza del lago; b) il livello del lago che avrebbe causato la rottura dell’equilibrio anche con precipitazioni scarse o nulle.
Le precipitazioni cumulate di 30 giorni che avrebbero potuto portare alla rottura anche in assenza del lago risultano essere di circa 700 mm. Poiché nei 4 anni di misure fu registrato il caso di un mese (ottobre 1960) con piovosità di circa 500 mm (vedi fig. 53), sembra ragionevole supporre che in età post-glaciale (in cui può essere collocato il movimento preistorico nel versante Nord del M. Toc) il valore di 700 mm possa essere stato facilmente superato. La teoria di Hendron e Patton è perciò in grado di spiegare perché significativi movimenti siano potuti avvenire nel passato anche in assenza di un lago.
Il livello del lago che avrebbe potuto portare alla frana anche in assenza di pioggia risulta essere circa 710-720 m. Questi valori possono essere confrontati con il massimo livello del lago raggiungibile (722,5 m): ne risulta che, a tale livello, la frana avrebbe potuto innescarsi anche in un periodo di scarsa piovosità. Il movimento veloce della frana del 1963 potrebbe essere quindi il risultato degli effetti combinati dell’elevazione del livello del lago e dell’aumento del livello piezometrico nell’acquifero inferiore, causato dalle precipitazioni nei 30 giorni precedenti.

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♦ Studi recenti sull’angolo di attrito, che spiegano la velocità della frana. Tornando al problema del valore dell’angolo di attrito (residuo) dell’argilla campionata lungo la superficie di rottura, per il quale angolo, come si è visto, non era mai stato determinato un valore minore di 8°, troppo elevato per spiegare la velocità raggiunta dalla frana, è importante notare che solo di recente Tika e Hutchinson (1999) hanno pubblicato il risultato delle loro prove, effettuate con un nuovo metodo di misura (ring shear test). A velocità di scivolamento superiori a 10 cm/minuto si è ottenuta una diminuzione dell’angolo, fino ad un minimo di 5°. Questo processo di perdita di resistenza, da solo o in combinazione con altri processi, può essere effettivamente avvenuto, e spiega perciò la velocità raggiunta dalla frana.
17. Conseguenze a livello mondiale
♦ Nuove normative. Come conseguenza del disastro, è risultato chiaro che si deve fare di tutto per arrivare a conoscere in anticipo le difficoltà alle quali si va incontro, e nel caso della costruzione di nuovi serbatoi si impone una normativa, che prescriva un accurato rilevamento geologico-tecnico, corredato da analisi di stabilità dei versanti.
A questo proposito riporto ciò che è scritto a pagina 1 del lavoro di Hendron e Patton (1985), e che si riferisce alla prassi americana: “Adesso ingegneri e geologi sono generalmente obbligati ad esaminare i versanti. Dove sono stati identificati fenomeni franosi, si deve spiegarne l’impatto sul progetto. Se le frane sono grandi e i loro effetti possono essere importanti, vi è l’obbligo di spiegare perché questi versanti sono diversi e più sicuri di quelli del Vaiont. Queste valutazioni tecniche e questi confronti richiedono che si conosca in dettaglio la frana del Vaiont, la sua geologia, e le valutazioni geotecniche fatte prima e dopo il franamento.” Questo è evidentemente il motivo dello studio che hanno effettuato (vedi capitolo 16), dovendo affrontare il problema della frana di Downie (vedi sotto).
Per quanto riguarda l’Italia, però, ancora oggi non è stata stabilita alcuna norma governativa rigorosa e circostanziata in questo senso;1 a dire il vero da parte dei costruttori si è instaurata una prassi, praticamente

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(88) Per le norme precedenti si veda la nota 11, che recita:
Il regolamento dighe, in vigore all’inizio dei lavori (1957), risaliva al 1931 (31 gennaio 1931, n. 1370), e venne sostituito dal DPR 11 gennaio 1959, n.1363, che a differenza del primo cita l’obbligo, per la relazione geologica, di contenere gli elementi oggettivi relativi alla stabilità dei versanti (vedi Fabbri, pag. 299 e segg.); è da notare che questa parte del regolamento fu curata dal prof. Penta. Corrispondentemente nel succitato trattato di geologia applicata di A. Desio (1948), le indagini sulla stabilità dei versanti non erano nemmeno citate tra gli argomenti che il geologo doveva trattare nella relazione per una diga: questi erano la stabilità delle imposte della diga, la loro impermeabilità, e l’impermeabilità del bacino. È significativo che, nella edizione del 1973 di quel trattato, è stata aggiunta la stabilità dei versanti. ↩
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approvata dal Ministero dei Lavori Pubblici, che prescrive indagini severe, e con le tecniche più aggiornate, per arrivare a conoscere la stabilità dei versanti prima di approvare il progetto definitivo.
È chiaro che questa situazione normativa lascia una grande libertà e responsabilità sia ai costruttori, sia alla capacità di intervento degli organi ministeriali e dei singoli funzionari, e, tutto sommato, la situazione non è di per sé allarmante: ma non può essere taciuto che ciò deriva anche da una scarsa conoscenza degli ingegneri nel campo geologico e quindi da una loro più o meno frequente sfiducia nella capacità dei geologi di individuare le situazioni di rischio e di prevenirne le conseguenze. È una vecchia storia, che con grande lentezza e incertezze continue si sta svolgendo tuttora, con esito che sembra lasciato in mano più che altro alla buona volontà dei singoli. A conforto di chi legge e non è addentro in queste cose, si può comunque dire che dopo il disastro del Vaiont la situazione in questo senso è molto cambiata; segno che la tragedia, pur con le sue tremende implicazioni, ha fatto fare un passo avanti. Non si può tacere tuttavia circa la tendenza, almeno in Italia, a non costruire più dighe: il che è la negazione totale della scienza e della tecnica.
♦ Un caso risolto positivamente: la frana di Downie.1 Come si è detto, il franamento del Vaiont ha indotto i due geologi americani Hendron e Patton (figg. 55 e 56), più volte citati,2 a effettuare uno studio allo scopo di capire che cosa “non aveva funzionato”, e suggerire, di conseguenza, un comportamento operativo diverso nel caso della diga in progetto sul Columbia River, presso Revelstoke, cittadina canadese a vocazione mineraria e turistica tra le Montagne Rocciose.
Il fiume, lungo circa 2000 km, nasce appunto in territorio canadese, nella “Provincia” chiamata British Columbia, e a circa metà del suo corso entra nello stato di Washington (nell’estremità NW degli USA). Questa diga in terra e di grandissime dimensioni, era stata progettata dopo il disastro del Vaiont, a monte di un lunghissimo tratto del fiume, sul quale esistevano già dodici dighe, alcune enormi, come la [Grand Coulee Dam,](Grand Coulee Dam) numerosi abitati, tra i quali la città di Portland (Oregon), un reattore nucleare e altri in costruzione. Su un fianco del futuro gigantesco serbatoio era stata riconosciuta in località Downie un’enorme paleofrana di gneiss e

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micascisti alternati, con piani di scistosità inclinati come il versante, un volume di circa 1.600 milioni di m³ e una fronte di circa 2.500 metri, quiescente da almeno 10.000 anni. Essa era scivolata a suo tempo, probabilmente con una velocità moderata, per circa 250-300 metri verso valle, ostruendo l’antico alveo del fiume, alveo poi riescavato dal fiume stesso. È evidente che in caso di nuovo movimento entro il lago l’ondata e la possibile rottura della diga avrebbero causato enormi danni, con possibile effetto “domino” sulle opere sopraccitate site a valle.
Davanti a questa prospettiva un gruppo di geologi di fama mondiale aveva scatenato una reazione dell’opinione pubblica nordamericana al progetto. Vista però la sua grandissima importanza economica lo US Army Corps of Engineers (Genio Militare degli Stati Uniti d’America) decise di accogliere la richiesta di finanziamento di Hendron e Patton. Il contratto col quale essi venivano incaricati prevedeva innanzitutto di eseguire lo studio della frana del Vaiont, i risultati del quale sono stati riassunti nel capitolo 16. Soltanto dopo questo avrebbero potuto affrontare in modo molto approfondito, e secondo gli standard stabiliti dopo la tragedia del Vaiont (ai quali si fa cenno verso la fine dell’Introduzione), le possibili conseguenze derivanti dalla creazione del serbatoio di Revelstoke sulla stabilità del versante in questione. Seguendo le indicazioni emerse dal loro studio, lo US Army Corps of Engineers impose di assicurare la stabilità del versante interessato mediante gallerie e tubi di drenaggio; la diga fu costruita ed è in funzione da una ventina d’anni.
Figura 55 Il professore Alfred J. Hendron JR.
Figura 56 Il professore Franklin D. Patton.

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APPENDICE A
Osservazioni e risposte al libro di Tina Merlin
A1. Introduzione
Non ho mai incontrato l’autrice, deceduta qualche anno fa, che nel suo libro mostra di non conoscere ciò che io ho scritto; o forse, pur conoscendolo, non l’ha ritenuto attendibile. La cosa mi dispiace, anche perché non si può negare che il suo scritto ha il pregio di basarsi su numerosi documenti, molti dei quali non conoscevo, e di esser stato redatto con una notevole passione. Non altrettanto si deve dire per la sua conoscenza dei fatti avvenuti negli anni precedenti la frana del 1963, chiaramente limitata a ciò che poteva raccogliere tra gli abitanti di Erto, inquieti per un antico presagio di sventura, secondo il quale Erto sarebbe franato in un lago. Con molti di loro condivideva l’impegno politico, impegno che ritengo l’abbia portata a vedere soltanto una parte della realtà, e a interpretarla, spesso travisandola, secondo la visione del mondo che quella parte politica riteneva l’unica giusta. Ritengo tuttavia che a questa limitatezza della conoscenza dei fatti abbia concorso anche una chiusura pressoché totale da parte di chi lei avversava. Chiusura dovuta a varie ragioni: diffidenza di origine politica, desiderio di non avere contestazioni né ostacoli, ma anche consapevolezza della propria superiorità, derivante dalla conoscenza reale dei fatti, e sfiducia nella capacità di capire da parte degli ertani, e in generale dei non esperti, che basavano timori e proteste più sulle idee che su fatti accertati. Chiusura che oggi si fa fatica a capire e che giudico sbagliata.
Le osservazioni che faccio al libro sono divise a seconda dell’argomento, in modo da limitare le ripetizioni. Vedremo quindi la sua visione politica, le critiche alla SADE e agli organi governativi, i giudizi negativi sui protagonisti, errori vari, specie nel campo geologico-tecnico, critiche e inesattezze circa la conduzione dei lavori, il franamento finale, il periodo successivo alla frana del 1963, le responsabilità della SADE e dell’ENEL e infine gli errori e i problemi nelle didascalie delle figure. Del suo libro ho a

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disposizione due delle tre edizioni finora uscite, e cioè la seconda (del 1993), Vajont 1963. La costruzione di una catastrofe, e la terza (del 1997), che ha lo stesso titolo della prima (del 1983): Sulla pelle viva. Come si crea una catastrofe. Il caso Vajont. Le differenze fra le due edizioni consistono in una prefazione di M. Paolini, presente soltanto nella terza, in alcune fotografie e nei numeri delle pagine. Le citazioni si riferiscono alle pagine della terza edizione, seguite, dopo una barra, da quelle della seconda.
Ma prima di esaminare il libro nel dettaglio vorrei fare una considerazione di carattere generale, che vale anche per quello di Paolini e Vacis, Il racconto del Vajont, 1997: entrambi i libri hanno un chiaro intento storico, quello cioè di ricostruire i fatti. E qui allora occorre ricordare i cinque interrogativi ai quali qualsiasi narrazione storica dovrebbe rispondere: Chi? Dove? Quando? Come? Perché? Si dovrebbe cioè dire:
- chi sono i protagonisti, ma anche descriverne esattamente il carattere;\
- dove sono avvenuti i fatti, descrivendo i luoghi correttamente;\
- quando sono avvenuti e, se sono tanti, esporli nell’esatto ordine cronologico;\
- come sono avvenuti, cioè raccontarli con le modalità esatte;\
- perché sono avvenuti, esponendo quelle che si ritengono le cause, il che richiede un’attenta ricerca, condotta senza preconcetti.
Ebbene, leggendo i due racconti dobbiamo purtroppo accorgerci che non rispondono del tutto a nessuno degli interrogativi suddetti. Infatti:
- la personalità dei protagonisti è spesso falsata;\
- i luoghi sono descritti e individuati in modo spesso inesatto;\
- la successione degli eventi non è sempre rispettata;\
- le loro modalità sono talora inesatte e spesso esagerate al fine di fare più colpo (e spettacolo, per Paolini e Vacis);\
- le cause sono spesso immaginate, più che dimostrate.
Inoltre, come verrà notato qua e là in queste mie “osservazioni”, un confronto con gli articoli scritti dalla Merlin prima della frana, che come risulta da Reberschak (1983, 2) riguardo al Vaiont furono soltanto tre, del 5 maggio 1959, dell’8 novembre 1960 e del 21 febbraio 1961, mostra che nel libro (come negli articoli scritti dopo la frana) non sempre la ricostruzione della sua azione e della comprensione che allora ella aveva degli avvenimenti, corrisponde con quanto da lei pubblicato prima della frana.

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Perciò, per il rispetto della verità nei confronti soprattutto di mio padre, ma anche di ogni persona coinvolta nella vicenda, credo sia mio dovere di far sapere tutto quello che penso di questo libro; per l’altro, si veda l’Appendice B.
Cercherò quindi di esporre le mie considerazioni, seguendo un ordine che non è quello del testo ma quello del procedimento logico che probabilmente ha portato l’autrice a vedere tutta la vicenda da un’ottica particolare.
A2. La sua visione politica
È probabile anzitutto che la visione politica dell’autrice l’abbia portata fin dall’inizio a vedere tutta la vicenda con il pregiudizio che caratterizzava la sua parte. Quindi tutto o quasi ciò che la società privata SADE ha fatto è sospetto, tutte o quasi le persone degli organi governativi, allora estranei alla sua parte, sono state corrotte o inattendibili; quindi tutte o quasi le persone delle società private sono dei disonesti; e perciò tutti o quasi si possono tranquillamente denigrare. Di conseguenza anche la Commissione parlamentare d’inchiesta ha prodotto una relazione di maggioranza che va respinta, mentre l’unica che afferma la verità è la “relazione di minoranza” dei parlamentari comunisti.
Inoltre, le scelte di politica energetica degli anni a cavallo della guerra, condivise nel dopoguerra da tutte le parti politiche e dai sindacati, che chiedevano a gran voce di aumentare la produzione di energia elettrica per favorire l’occupazione, sono da lei invece ritenute legate soltanto agli interessi delle società private coinvolte. Credo quindi che il suo giudizio sia falsato dal non aver tenuto conto dei tempi.
In questo quadro si possono inserire alcune frasi della prefazione di Giampaolo Pansa. Pansa giudica il caso del Vaiont come un precursore di Tangentopoli, ed enuncia il teorema della “arroganza di troppi poteri forti, l’assenza di controlli, la ricerca del profitto a tutti i costi, la complicità di tanti organi dello stato, i silenzi della stampa, l’umiliazione dei semplici, la

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ricerca vana di una giustizia, il crollo della fiducia in una repubblica dei giusti”. E poco sotto riporta da un articolo della Merlin su «Patria» (del 16 ottobre 1983) la frase dove afferma che “la democrazia non ha più senso e reale consistenza in questo nostro paese governato da gruppi di potere palesi e occulti, dove uomini della politica e uomini dell’economia vanno sotto braccio a quelli della mafia, del terrorismo, della P2, per sostenersi a vicenda…” (pag. 15/12). Direi che questi discorsi si riferiscono al 1983 (Merlin) e al 1993 (Pansa) ed è quindi arbitrario applicarli agli anni Sessanta.
Dello stesso tono è la prima frase del libro nella quale si afferma che questo caso “resterà un monumento a vergogna perenne della scienza e della politica” (pag. 19/15). Penso che con queste premesse tutto il suo scritto si qualifichi come fortemente tendenzioso.
A3. Critiche alla SADE e agli organi governativi
♦ Regola dello scambio. “Il monopolio elettrico SADE… si serviva del potere politico per realizzare grandi imprese a scopo di pubblica utilità – si fa per dire – dalle quali ricavava o avrebbe ricavato enormi profitti. La regola era, ed è ancora, come in tutti gli affari vantaggiosi, quella dello scambio” (pag. 19/15). È certo una regola molto in voga: ma in ogni caso va dimostrato che ci fosse. Quanto al “si fa per dire”, sembra che voglia negare che quelle grandi imprese fossero di pubblica utilità.
♦ Funzionari manutengoli. Attribuisce addirittura la qualifica di “manutengoli” ai funzionari romani, che sarebbero stati mantenuti dalla SADE (pag. 24/20).
♦ Come i tedeschi nel 1944. La SADE (pagg. 59-69/49-51) si sarebbe comportata verso la gente del Vaiont come l’invasore tedesco! Si riferisce evidentemente alle pratiche di esproprio, e cioè al lato più antipatico di ogni opera pubblica. Credo che in tutta la storia dell’umanità non sia mai successo che un incaricato degli espropri sia riuscito a farsi benvolere dagli espropriati: ma di chi è la colpa principale, se non della legge che regola questa materia?

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♦ Completare le indagini geologiche. Afferma che il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, il 15 giugno 1957, nel concedere l’autorizzazione al progetto della diga più alta (m 722,50) pone una clausola circa “‘la necessità di completare le indagini geologiche nei riguardi della sicurezza degli abitati e delle opere pubbliche che venissero a trovarsi in prossimità del massimo invaso’ (per un approfondimento vedi il paragrafo D4). Perché Erto sta appena 54 m sopra tale quota e il suo centro abitato verrà a trovarsi a strapiombo sul lago” (pag. 49/41). A questo proposito va detto che le indagini erano già state fatte (nove sondaggi nel 1954), e la relazione geologica era stata presentata in bozza il 9 giugno 1957, mentre la versione ufficiale è stata inviata il 25 settembre dello stesso anno (cfr. Appendice F, gennaio e giugno 1957).
♦ Andranno sotto le “ultime terre fertili della vallata”. A seguito della decisione di innalzare il lago fino a q. 722,50 andranno sotto le “ultime terre fertili della vallata” (pag. 50/41). La frase è chiaramente esagerata, perché ne restavano molte altre alle quote superiori.
♦ Passerella o strada? Fa un gran discorso sulla passerella, progettata nel 1952 nella zona del ponte di Casso per sostituire i vari ponticelli (di Casso, di Erto, Liron, la Spianata ecc.), che sarebbero stati sommersi, e sul fatto che nel 1958, avendo modificato il livello di massimo invaso, questa passerella non si sarebbe più fatta: “La SADE dice che non si può, che la natura del terreno non permette la costruzione dell’opera”. E commenta: “Il terreno di Erto è tutto della medesima natura”, “il ponte non si può costruire perché il terreno non regge l’opera, ma la diga e il bacino invece, sullo stesso terreno, si possono costruire” (pag. 59/48). Così dicendo, lascia intendere che tutto il territorio comunale, e quindi tutta l’area dell’invaso, fossero inadatti a qualsiasi utilizzazione, cosa completamente falsa, poiché c’è una grande varietà di tipi di roccia e di situazioni, e quindi forti differenze dal punto di vista della stabilità. Si noti però che l’articolo del 5 maggio 1959 esprime preoccupazione solo per la stabilità di Erto, e parlando della passerella non accenna minimamente all’instabilità del M. Toc, né profonda, che allora nessuno conosceva, né superficiale.
La verità è che il ponte (in realtà una passerella pedonale, sospesa) sarebbe stato lungo oltre 350 metri, e quindi estremamente costoso e con

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problemi di fondazione molto rilevanti, vista la presenza in quella zona, come segnalato da Müller nel 2° Rapporto, del 16 agosto 1957, di terreni poco stabili, di spessore probabilmente notevole (non la grande frana, scoperta da me due anni dopo). Considerazioni non molto diverse sono contenute nella relazione di G. Dal Piaz del 1958. Esaminando oggi il tracciato della passerella posso dire che il pilone sul fianco sinistro avrebbe dovuto essere fondato sull’espansione orientale della paleofrana (EE), formata da “strati sottili Fonzaso-Socchèr”, estremamente fratturati e friabili, facenti parte di una massa di frana (antica ma non come “la paleofrana”), appoggiati sui “banchi di Socchèr”, meno fratturati, facenti parte della paleofrana (vedi il mio capitolo 6 e figg. 16’ e 20). Ciò aveva portato ad alcune modifiche nel tracciato della strada, sgradite dalla gente (vedi più sotto). Ma non si può tirare in ballo la diga, che è del tutto fuori causa essendo appoggiata al Calcare del Vaiont, che ha problemi completamente diversi e risolubili con tecniche validamente collaudate; né si può mettere in discussione la possibilità di realizzare l’invaso, a quel tempo ritenuto sufficientemente stabile, specialmente a seguito delle indagini nel frattempo eseguite, in particolare nella zona di Erto.
Quanto poi alla costruzione della strada, “incredibilmente lunga” (pag. 58/48), essa era stata progettata e poi realizzata sulle sponde del futuro lago, un po’ al di sopra del livello di massimo invaso, e data la conformazione topografica della valle non sarebbe stato possibile farla più corta. Circa il disagio delle persone, manifestato anche dal Comune nella riunione del 14 maggio 1959 a Erto, dopo varie discussioni nelle quali si era anche avanzata l’idea di una funivia, era stato deciso di andare incontro con l’obbligo, prescritto alla SADE dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici (3 ottobre 1958), di finanziare un servizio di autobus. C’è poi da ricordare che, per passare da un fianco all’altro della valle, era sempre stato previsto si potesse usare non soltanto il ponte all’estremità orientale del lago, ma anche la diga.
♦ Contributi governativi. Dice che la SADE nell’agosto 1958 ha avuto il primo contributo per la costruzione dell’impianto, quasi un miliardo e mezzo (pag. 65/54). Ma ciò non corrisponde alla realtà, né a ciò che l’autrice stessa dice nella nota 15 a pag. 122/101: la cifra di 1.419.000.000 era

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il totale di ciò che era stato stabilito. Questi soldi però non erano stanziati tutti subito, ma circa la metà nel 1958 e gli altri in seguito, mentre 283 milioni restavano congelati fino a dopo il collaudo. Dopo la nazionalizzazione questi ultimi sarebbero andati all’ENEL.1
♦ Commissione di Collaudo. Dice che la Commissione di Collaudo “deve sorvegliare per conto del ministero l’avanzamento dei lavori e la tenuta del bacino artificiale” (pag. 71/59). Non risulta che avesse nessuno di questi compiti. L’incarico, anche se dato in corso d’opera e non alla fine come si usava, all’inizio non comprendeva per i collaudatori “alcun potere di sorveglianza o di direzione nello svolgimento dell’opera medesima, e i poteri di intervento ad essi attribuiti”2 erano preordinati al fine del collaudo. Soltanto dopo la frana del 4 novembre 1960 la Commissione di Collaudo ha avuto maggiori compiti, e cioè di esaminare dal punto di vista tecnico il problema della stabilità della sponda sinistra del bacino.
Circa il fatto che Penta sia stato chiamato a far parte della Commissione di Collaudo, pur essendo consulente della SADE per Pontesei, c’è da dire che Penta era soprattutto il geologo del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, e che la sua consulenza per Pontesei era iniziata nel marzo 1959 dopo lo scivolamento della frana di Pontesei-Fagaré (vedi il mio capitolo 4). Al momento della sua nomina nella Commissione di Collaudo (1° aprile 1958) la frana non era ancora avvenuta. Ma come componente della Commissione di Collaudo per il Vaiont non aveva, come si è detto, competenze sulla stabilità dei versanti fino a dopo il 4 novembre 1960. La Commissione Parlamentare (a pag. 70) ha poi affermato che non vi era incompatibilità tra l’aver approvato il progetto (come componente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici) e il far parte della Commissione di Collaudo, e anzi ha ribadito l’opportunità della previa conoscenza dell’opera da parte dei tecnici chiamati a collaudarla.
La Merlin sostiene anche che Carlo Semenza attendeva la visita della Commissione di Collaudo del 19 luglio 1959 con qualche trepidazione, perché le indagini geosismiche, condotte sulla roccia della sponda sinistra del bacino e della diga, avevano denotato qualche inconveniente (pag. 72/60). Non si tratta evidentemente di quelle indagini fatte in dicembre dopo l’allarme circa la paleofrana, e quindi si deve essere trattato di inconvenienti

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(91) Relazione Comm. Parlamentare d’inchiesta (1965), pagg. 100-101; Tribunale dell’Aquila, pag. 326. Cfr. Mandarino (1967), paragrafo LXIV. ↩
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(92) Corte d’Appello, pagg. 124, 125 e 137. ↩
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inconvenienti dovuti alla fratturazione dell’imposta sinistra della diga, ben presto risanata. L’osservazione della Merlin mi pare tenda a sottolineare problemi e pericoli, anche se non hanno niente a che fare con la paleofrana.
A4. Giudizi negativi sui protagonisti
Si comincia a parlare di Carlo Semenza e di Giorgio Dal Piaz, come di due macchiette che se ne vanno furtivi nella valle del Vaiont, per fare un progetto alle spalle degli ertani.
E si dice che Dal Piaz era un dipendente del Magistrato alle Acque di Venezia (pag. 38/31-32). In realtà G. Dal Piaz (nato a Feltre il 28 marzo 1872) era professore a Padova dal 1906, direttore dal 1908 di quell’Istituto di Geologia, che per suo merito divenne la scuola di geologia più famosa d’Italia. Aveva presieduto la Società Geologica Italiana durante la guerra del 1915-1918 e aveva guidato nel 1920 la sua XXX riunione estiva, nelle montagne del Trentino, dell’Alto Adige e del Cadore appena annessi all’Italia.
Autore di numerosi e fondamentali studi sulla geologia e sulla paleontologia delle Alpi venete, era membro dell’Accademia dei Lincei, della Pontificia Accademia delle Scienze e di varie altre istituzioni scientifiche, e aveva ricevuto innumerevoli riconoscimenti italiani e stranieri. Era certamente il più illustre geologo italiano. Il suo lavoro per il Magistrato alle Acque consisteva nel dirigere la sezione geologica del servizio idrografico del Magistrato, che aveva l’incarico (svolto nel corso di vari decenni) di preparare e stampare le carte geologiche ufficiali delle Tre Venezie alla scala 1:100.000 (compito molto importante, in parallelo con quello relativo al resto d’Italia, del quale si occupava il Servizio Geologico di Stato). Questo incarico speciale, unico esempio in Italia, testimonia chiaramente la sua indiscussa autorità in materia.
Vi è poi la famosa storia della lettera di Dal Piaz a C. Semenza che ha dato la stura alle supposizioni di servilismo da una parte e di imbroglio dall’altra (pag. 48/40-41). Dal Piaz, il 6 febbraio 1957 ormai ottantacinquenne, scrive al suo amico: “Ho tentato di stendere la dichiarazione per

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l’alto Vaiont, ma le confesso sinceramente che non m’è riuscita bene, e non mi soddisfa. Abbia la cortesia di mandarmi il testo di quella ch’Ella mi ha esposto a voce, che mi pareva molto felice”. Penso che tra persone oneste e amiche si può concepire che rapporti come questi non siano sospetti: non c’è ombra di servilismo, ma solo la richiesta di ricevere un testo che gli era piaciuto. Che la memoria e la prontezza di un uomo di quell’età non fossero più come in passato, non c’è da meravigliarsi; e che la fiducia reciproca fosse fuori discussione, rientra nella logica di chi non ha bisogno di avanzare sospetti. È evidente che se fosse mancata la fiducia, mai Dal Piaz avrebbe scritto quella lettera; e che abbia sempre ritenuto sostanzialmente stabili i versanti della valle, non vi può essere dubbio, in base a tutta la storia precedente e successiva, almeno fino al 4 novembre 1960. E allora a cosa serve insistere su questo episodio, se non per sollevare sospetti su persone insospettabili?
♦ C. Semenza chiede al figlio di mentire? Un pezzo a commento della presentazione della relazione mia e di Giudici (pag. 73-74/61) merita una risposta circostanziata. Siamo nella primavera del 1960, e C. Semenza non può temere veramente la nazionalizzazione, eventualità ancora remota. Ma è grave si supponga che mi abbia chiesto di mentire: infatti mi proponeva di “attenuare qualche affermazione”, il che è alquanto diverso. Quello che conta, in una relazione del genere, è la sostanza, non la forma; e la forma, a suo giudizio, avrebbe potuto allarmare qualcuno più del dovuto. Credo fosse questo ciò che lui temeva. E questo qualcuno poteva essere nella SADE, più che a Belluno o a Roma. Alla direzione generale della società tutti erano molto prudenti e anche timorosi, e non hanno mai forzato la mano ai tecnici: semmai è stato vero il contrario, erano piuttosto i tecnici a rassicurare gli amministratori sulla fattibilità delle opere. Quindi il suo consiglio, mentre rispondeva certamente alla sua necessità di essere libero di proseguire il lavoro, che si sentiva in grado di svolgere con la sua indiscussa perizia anche nelle situazioni più difficili, nello stesso tempo non mirava a nascondere la mia ipotesi, che stava vagliando con i provvedimenti iniziati dall’ottobre del 1959 per controllare l’esattezza delle mie affermazioni. Infatti non è assolutamente vero che “l’unica cosa che Semenza e i tecnici della SADE fanno è installare una terna di fotosismografi presso la

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cabina comandi della diga”. A questo proposito si veda quanto ho scritto più sopra (capitolo 8). Nella stessa ottica si può vedere il fatto che la relazione, una volta consegnata alla società, senza le attenuazioni richieste, non sia poi stata consegnata a nessuno: è tuttavia da precisare che certamente la Commissione di Collaudo ne conosceva il contenuto.
♦ Il costruttore e le montagne. Infine è da notare il commento al testo di C. Semenza, estesamente riportato, sulle costruzioni idroelettriche nel contesto delle Dolomiti Orientali (pagg. 74-75/62-63). Il testo (C. Semenza, 1950) esprime l’atteggiamento mentale di mio padre di fronte al lavoro che l’ha impegnato per tutta la vita. La Merlin è nel giusto quando dice che lui era convinto di essere un benemerito della nazione. Come si può dargli torto, quando si pensa a tutte le realizzazioni compiute per soddisfare la continua richiesta di aumento della produzione di energia elettrica, bene indispensabile, e quindi non per volontà di guadagno, ma per la necessità di accompagnare e favorire lo sviluppo dell’economia italiana? L’aumento era a quel tempo giustamente richiesto a gran voce da tutti i partiti italiani, nonché dai sindacati, e continua ad essere necessario anche oggi. All’epoca la produzione era quasi tutta ottenuta con impianti idroelettrici, e chiaramente ogni sforzo fatto in questa linea doveva tendere al massimo. Come ogni altra attività umana, la costruzione di impianti idroelettrici comporta dei sacrifici, soprattutto nelle zone dove si creano gli invasi. Ciò era molto chiaro a mio padre, che auspicava apertamente soluzioni diverse, a respiro europeo, ad esempio, che non imponessero sacrifici alle nostre montagne, dove tra l’altro l’acqua è relativamente scarsa. E vedeva il suo “destino” legato a questo problema. Ma in attesa di soluzioni allora soltanto auspicabili, cercava di costruire impianti che facessero il minor guasto possibile alle nostre montagne. Pensare diversamente di lui mi sembra veramente ingiusto. Certo la costruzione di dighe, specialmente di quelle ad arco, era un’impresa che lo stimolava fortemente. E quella del Vaiont era “uno dei sogni” della sua vita, come ha scritto all’amico professor Francesco Marzolo nel 1953. Ma proprio da quella lettera si può ricavare anche il grande equilibrio che lo caratterizzava, al punto di consigliare addirittura di aspettare a parlarne, fino al momento in cui la realizzazione sarebbe divenuta possibile.

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A5. Errori vari
Sono questioni certamente secondarie, che tuttavia mostrano la scarsa affidabilità delle informazioni in possesso dell’Autrice.
♦ Le “grandi centrali di Soverzene e della Gardona” (pag. 37/30). In realtà la seconda è una centrale piuttosto piccola.
♦ Il Torrente Boite sfruttato a Borca (pag. 45/37). In realtà lo è con dighe a Valle di Cadore e a Vodo.
♦ Il 22 marzo 1959 era la domenica di Pasqua (pagg. 57-58/47-48). In realtà era la domenica delle Palme.
♦ Arcangelo Tiziani era il custode dell’impianto di Pontesei, incaricato dalla SADE di svolgere “un servizio di sorveglianza continuo”, da solo “perché l’economia non è mai troppa”, e stava quindi “perlustrando i pendii boscosi” “per dare l’allarme in caso di novità pericolose”. E la premessa di tutto questo discorso è che tutti erano preoccupati per piccoli franamenti sulle sponde, e che “probabilmente anche la SADE sta all’erta” (pagg. 57-58/47-48). La realtà è completamente diversa. I franamenti che preoccupavano riguardavano la roccia della spalla sinistra della diga (Frana di Pontesei spalla diga): erano stati presi importanti provvedimenti, e la zona era continuamente controllata con misure di vario genere e con estensimetri. Inoltre il lago era stato abbassato da qualche giorno perché i movimenti erano ripresi.
Ma la frana che scese quel giorno era un’altra (Frana di Pontesei-Fagaré), di materiale sciolto, sul fianco sinistro a 200-300 metri a monte della diga. Si muoveva da tempo, e non aveva destato particolare preoccupazione, per cui nessun provvedimento era stato preso. Ma da vari giorni erano comparse delle fessure che attraversavano la carreggiata ai due margini occidentale e orientale della frana. Nella notte tra il 21 e il 22 marzo queste fessure si erano accentuate, dando luogo a un notevole gradino, per cui la Forestale aveva chiuso al traffico la strada.
Tiziani non era il custode dell’impianto, ma un operaio dell’impresa Cargnel che da Forno di Zoldo percorreva in bicicletta la strada in destra per andare a lavorare alla diga, nei pressi della quale erano in corso alcuni lavori; fu travolto dall’onda, ma non era l’unica persona in riva al lago: ce

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n’erano altre, tra le quali Linari della SADE, che camminava sulla stradina in destra per sorvegliare la frana. Ma per tutta la vicenda si veda il mio capitolo 4.
♦ A pag. 76/63 parla della diga del Fréjus, rotta il 2 dicembre del 1959. È in realtà la diga di Malpasset, località nella valle del T. Reyran, situata una decina di Km a monte della cittadina di Fréjus sulla Costa Azzurra (vicina alla più nota S. Raphaël), che ha avuto 421 morti a seguito dell’ondata prodottasi per la rottura della diga.
A6. Errori nel campo geologico-tecnico
♦ Erto e Casso “in cima a costoni di vecchie frane” (pag. 19/15). Ovvero “sopra o a ridosso di materiali di riporto di antiche frane” (pag. 22/19). Non solo: “A Erto, il bacino è tutto costruito su terreno di vecchie frane” (pag. 58/48). E “una grossa frana è caduta su Casso” (pag. 30/25). Non è così: Casso è “vicino” alla grande frana caduta nel 1674 dal M. Salta (fig. 6), ed Erto è circa 500 metri a Est del ghiaione attivo che ricopre il percorso seguito dalla vecchissima frana della Pineda nel discendere dal M. Borgà. Nessuno dei due paesi è costruito su masse franate. Entrambi appoggiano invece su vecchi accumuli di detrito calcareo di falda non attivo e formato da elementi spigolosi, e perciò non si può parlare di frane: infatti quest’ultimo termine si riferisce soltanto a movimenti di masse cospicue; il detrito di falda si forma invece con una successione di piccoli eventi distanziati nel tempo, che vanno a comporre quegli ammassi chiamati ghiaioni, frequenti alla base delle pareti montuose, che non franano se sono coperti da vegetazione. Per giunta nel sottosuolo di Erto vi è anche un livello orizzontale di conglomerato (vedi fig. 51), ulteriore elemento a favore della stabilità. Circa i fenomeni recenti, quello del M. Salta può ripetersi, mettendo in pericolo le case più orientali, fuori dal nucleo abitato di Casso; ma quello a Ovest di Erto può danneggiare semmai le case della frazione delle Spesse; ma né l’uno né l’altro degli attuali accumuli, formati da frammenti calcarei spigolosi, avrebbero potuto mobilizzarsi con l’acqua del lago, il cui livello comunque non sarebbe mai arrivato alla quota dei paesi.

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♦ Il Toc è uno spuntone di frana (pag. 23/19). Va precisato che si tratta del Pian del Toc, o della punta del Toc, e non del Monte Toc.
♦ Il Vaiont come Vallesella. Cita l’esempio degli sprofondamenti avvenuti fin dai primi anni Cinquanta nel paese di Vallesella, sulla riva del lago di Pieve di Cadore, per dire che è giustificato il timore degli ertani (pag. 50/42). Era “un precedente di cui la SADE aveva l’obbligo di tenere conto” (nota 12 a pag. 55/45). Ma a Vallesella si tratta di movimenti verticali dovuti al carsismo dei gessi, che nella valle del Vaiont non ci sono.
♦ Che cosa si temeva nel 1959? Attribuisce a Celeste Martinelli (uno dei più energici componenti del Consorzio per la rinascita della Valle Ertana) una frase “sulla tenuta del Toc” che è poco credibile se pronunciata nel maggio 1959 (ma dal contesto in realtà non si capisce): “Vedrà che casca, quando ci sarà l’acqua nel bacino il monte casca giù e provocherà una tragedia” (pag. 62/51-52) (vedi il testo dell’articolo di cui al capoverso seguente). Comunque c’è sempre l’equivoco tra Monte Toc e Pian del Toc.
♦ Che cosa aveva scritto veramente T. Merlin sull’Unità del 5 maggio 1959? Nel libro riferisce sull’assemblea del Consorzio per la rinascita della Valle Ertana. E dice: “Ricordano quanto è successo a Forno di Zoldo qualche mese prima; ciò che è accaduto anni prima a Vallesella di Cadore. Manifestano la loro apprensione per ciò che potrà accadere anche a Erto, quando l’acqua sarà immessa nel bacino e il suo movimento andando su e giù eroderà le sponde, scaverà buche sotto il pelo dell’acqua, toglierà stabilità alla vecchia frana di cui è fatto il Monte Toc, a quella dove è costruita Erto” (pag. 62/52). Però nel suo articolo del 5 maggio non si parla né di Forno di Zoldo (Pontesei) né di Vallesella di Cadore, né tanto meno della vecchia frana del Toc. Si dice soltanto che gli ertani “intravedono un pericolo grave per la stessa esistenza del paese, a ridosso del quale si sta costruendo un bacino artificiale di 150 milioni di m³ d’acqua che un domani erodendo il terreno di natura franosa, potrebbero far sprofondare le case nel lago”. Quindi significa che nell’assemblea non si era parlato né di Pontesei, né di Vallesella, né del Toc. Ciò è particolarmente importante per Pontesei, dato che se ne era occupata il giorno stesso della frana (Merlin 23 marzo 1959). Dall’articolo del 5 maggio risulta quindi che la

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frana di Pontesei non rappresentava allora per lei e per gli ertani un precedente importante.
♦ La denuncia su segnalazione dei carabinieri di Erto (pag. 79/66). Per l’articolo del 5 maggio è stata denunciata, su segnalazione dei carabinieri di Erto (non dalla SADE) con la motivazione di aver scritto e pubblicato “notizie false e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico” e precisamente la frase sopra citata.
♦ La sentenza del Tribunale di Milano. Senza entrare nel merito della suddetta denuncia, è interessante notare che il 30 novembre 1960 il Tribunale di Milano, che l’ha assolta da quella imputazione, nella sentenza (citata in parte nella nota 11 a pag. 91/75) dichiara che l’allarme c’era già, e non era stato provocato dalla Merlin. Tuttavia la sentenza va oltre, affermando che attraverso le deposizioni dei testimoni:
a) “Si è accertato che il bacino artificiale costruito dalla SADE nel territorio del Comune di Erto costituisce ed è considerato dagli abitanti del luogo un serio pericolo per il paese, perché si teme che, erodendo il terreno di natura franosa, possa determinare lo sprofondamento delle case”;
b) “A Erto si sentono delle continue scosse del terreno”, “si è aperta una spaccatura presso il monte” e “diverse case del paese sono lesionate”;
c) Ci sono state delle frane nelle località di Vallesella e Forno di Zoldo.
La Merlin a pag. 87/72 racconta che i tre testi venuti da Erto esibiscono “grandi fotografie che ritraggono chiaramente le fessure del Toc”. Ma queste foto, formato 13x18 cm, conservate agli atti, non mostrano affatto la fessura del Toc (il monte compare in lontananza sullo sfondo in una sola di esse, presa da S. Martino), né la frana del 4 novembre 1960, mostrano invece la vecchia frana della Pineda con lo sfondo di Erto e del versante a Ovest del paese (interessato dal ghiaione che scende dal M. Borgà che si appoggia sul Flysch eocenico ripiegato: ciò fa pensare forse a una zona franosa, mentre non lo è) tendendo così a far credere, a chi non conosce la zona, che la Pineda e il versante dove sorge Erto siano un’unica zona franosa!
La sentenza dunque cita fatti che non convalidavano la tesi della franosità di Erto, e non tiene conto che i movimenti della zona del Toc non erano quelli da lei previsti. Evidentemente i giudici, che non si erano mai

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mossi da Milano, non erano stati in grado di distinguere fra Erto e il M. Toc, e non si erano resi conto di queste incongruenze.
♦ Don Carlo Onorini. Parroco di Casso, scrive, preoccupato (prima del 19 luglio 1959), una lettera a Biadene (pagg. 71-72/59-60), “direttore del Servizio costruzioni idrauliche della SADE” (ma a quel tempo era vicedirettore). Non è detto il motivo della preoccupazione, ma sembra di capire che tema per Erto (però non faceva parte della sua parrocchia); per la frana del Pian del Toc non poteva temere, perché nessuno la conosceva.
♦ Chi ha scoperto la grande frana? A pagina 73/61 c’è il pasticcio delle date e delle preoccupazioni per il Pian del Toc. Dalla narrazione risulta che Caloi sarebbe stato il primo a occuparsi della stabilità “del M. Toc”, escludendo ogni pericolo grave, Müller avrebbe invece scoperto ovunque, sia “sotto il paese di Erto”, sia “sotto il Monte Toc”, “strati scivolosi, rocce fessurate. Per un riscontro scientifico affida una serie di indagini a due giovani geologi: Franco Giudici e Edoardo Semenza”. “Essi dicono” che “esiste un’enorme massa in movimento, estensibile (sic) su circa due chilometri e mezzo”.
Qui la “sua” storia sfiora il ridicolo. Anzitutto i tempi: sembra che Caloi e Müller abbiano parlato subito dopo o subito prima del 19 luglio 1959 (ultima data citata nel testo), mentre hanno parlato molto tempo dopo che io ho scoperto la paleofrana.1 Lo studio infatti mi era stato commissionato in luglio, e Giudici mi si era affiancato in ottobre. Non abbiamo detto che la massa fosse in movimento, ma che avrebbe potuto muoversi quando il livello del lago avesse raggiunto la superficie del vecchio movimento. Le ricerche di Caloi son state fatte dopo, per verificare se avevo ragione o meno; e così tutti i provvedimenti seguenti, come ho detto nel capitolo 8.
In secondo luogo la “gerarchia”: la mia ricerca aveva lo scopo di scoprire se ci fossero pericoli gravi di frana, e quelle successive (sismica di Caloi del novembre 1959, misure topografiche e sondaggi, secondo il programma stilato da Müller nell’ottobre 1959) avevano lo scopo di verificare l’attendibilità della mia scoperta. Che senso avrebbe avuto invece la ricerca di un giovane da poco laureato per verificare chi dei due famosissimi specialisti avesse ragione?

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(93) La relazione di Caloi è del 4 febbraio 1960; quella di Müller è del 3 febbraio 1961, a seguito dei sopralluoghi del novembre 1960. ↩
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Riguardo poi alle dimensioni della frana descritta nella relazione Giudici-Semenza del giugno 1960, si veda nel mio capitolo 7.
♦ I rapporti di Caloi. Afferma che Caloi, nel febbraio 1960, nel suo rapporto stilato dopo “ulteriori indagini”, “trova che adesso la situazione è mutata. L’incoerenza della massa non si riscontra solo fino a un massimo di 20 metri dalla superficie, come aveva rilevato l’anno prima, ma è profonda fino ad un centinaio di metri” (pag. 77/64). In realtà quel rapporto l’ha scritto, assieme a M. C. Spadea, il 10 febbraio 1961, dopo la seconda serie di indagini, fatta nel dicembre 1960, un mese dopo la frana del 4 novembre. Più sotto scrive che Dal Piaz ha tratto da quel rapporto “un’impressione tranquillante”. In realtà questa frase l’ha scritta a proposito del rapporto Caloi di un anno prima. Si fa così la storia?1
♦ La frana del 4 novembre 1960. Il racconto della Merlin è accompagnato da particolari inventati e inverosimili, che si rifanno a quelli del suo articolo comparso su «l’Unità» dell’8 novembre 1960 (pag. 84/70). “È un intero appezzamento di bosco e di prato, interessante un fronte di 300 metri”. Ma se si vuole essere precisi bisogna dire che è una massa che in superficie in alto corrispondeva ad una striscia di terreno prativo e boscoso lunga circa 300 m in direzione Est-Ovest, ma larga non più di una decina di metri in direzione Nord-Sud (vedi fig. 35), e nell’esteso e ripido versante sottostante era cosparsa di detrito in buona parte coperto di boscaglia, mentre in profondità aveva uno spessore medio di poco maggiore, per cui il volume stimato è di circa 700.000 m³.
Parla di una “grande ondata” (nell’articolo diceva “un’immensa colonna d’acqua”), mentre le misure fatte sono di un’ondata di circa due metri d’altezza, che ha raggiunto i dieci metri soltanto infrangendosi contro la diga. L’ondata “spezza le spie di vetro disseminate sui muri delle case e nelle rocce dei due versanti” (nell’articolo però fenditure e spie di vetro spezzate non erano attribuite alla frana del 4 novembre, né tanto meno all’ondata; si trattava, probabilmente, di fenomeni dei mesi precedenti).
“L’evento temuto dagli ertani” secondo il libro, nell’articolo non lo era, tant’è che proprio quel giorno “non c’era nessuno”, ma di solito ragazzi e valligiani verso le ore 13 si aggiravano “con rudimentali zattere nel punto del lago dove è precipitata la frana per trarre in salvo dalle case, per

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(94) Per comodità del lettore riporto una breve cronistoria di questi fatti. 4 febbraio 1960, 1° rapporto; 15 febbraio 1960, C. Semenza scrive a Caloi con richiesta di chiarimenti; 17 febbraio 1960, Caloi risponde che gli echi erano pochi e non distribuiti su di una stessa superficie; 26 febbraio 1960, C. Semenza scrive a Dal Piaz, chiedendo che cosa ne pensa; marzo 1960, Dal Piaz risponde tranquillizzando; 4 novembre 1960, frana; dicembre 1960 seconda indagine Caloi; 10 febbraio 1961, 2° rapporto. Si veda anche l’Appendice F. ↩
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metà sommerse, travi e materiale vario”. Invece nel libro scrive: “Con le sopravvenute piogge” hanno “smesso di farlo, non si sa mai”. Risulta però che aveva piovuto moltissimo per tutto ottobre (addirittura più di tutti gli altri mesi dal 1960 al 1963); quindi, secondo questa ricostruzione, avrebbero dovuto aver smesso di navigare già da un mese.
E nella zona dove la frana è caduta non c’erano case. C’erano solo, vicino ma più verso la diga, sul fianco destro, un rudere, e un po’ più lontano tre o quattro edifici presso il ponte del Colombèr, a quota 600 e quindi completamente sommersi da alcuni mesi. Le case che affioravano in quel periodo, con il lago a poco più di 650 m, erano invece quelle sotto Erto, distanti oltre 3 km dalla frana: è inverosimile che l’ondata, lì sicuramente assai minore di 2 metri, le abbia travolte “come fuscelli”.
♦ Due eventi del 30 novembre 1960: l’interrogazione parlamentare dell’on. Franco Busetto e il Processo di Milano (pagg. 86-87/72). L’onorevole Franco Busetto alla Camera fa un’interrogazione al Ministro dei Lavori Pubblici circa i controlli e provvedimenti da adottare “per difendere l’abitato del Comune di Erto… colpito da due grosse frane precipitate a distanza di poco tempo l’una dall’altra sulla destra e sulla sinistra del bacino”. Per la Merlin con questa interrogazione le autorità vengono informate “di quanto è avvenuto sul Vajont”: ma a Erto non era franato niente! E subito dopo dichiara trionfalmente che lo stesso giorno il Tribunale di Milano l’ha assolta per aver scritto, il 5 maggio 1959, che c’era pericolo (per Erto). I giudici, evidentemente ignari della vera situazione, non erano in grado di distinguere tra Erto e il monte Toc (vedi sopra, in questo stesso paragrafo A6).
♦ Su «l’Unità» del 21 febbraio 1961, la Merlin aveva veramente previsto ciò che poi è avvenuto? L’articolo (pag. 89/74, riportato in parte nella nota 20 a pag. 92/76) ha per titolo Un’enorme massa di 50 milioni di metri cubi minaccia la vita e gli averi degli abitanti di Erto. In esso si legge: “Una enorme massa di 50 milioni di metri cubi di materiale, tutta una montagna sul versante sinistro del lago artificiale, sta franando. Non si può sapere se il cedimento sarà lento o se avverrà con un terribile schianto. In quest’ultimo caso non si possono prevedere le conseguenze. Può darsi che la famosa diga tecnicamente tanto decantata, e a ragione, resista (se si verificasse il contrario e quando il lago fosse pieno sarebbe un immane disastro per lo stesso

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paese di Longarone adagiato in fondovalle), ma sorgeranno lo stesso altri problemi di natura difficile e preoccupante. I più illustri tecnici fatti convocare per l’occasione da varie parti del mondo, hanno suggerito alla SADE di costruire una galleria per far defluire l’acqua da un lago all’altro quando la montagna, cadendo, avrà di fatto formato due invasi. Non si sa cosa succederà dell’agglomerato del paese quando il lago superiore sarà pieno, perché è notorio che esso è interamente poggiato su terreno di frana”.1
Quindi nell’articolo il pericolo per Longarone era visto come conseguenza della rottura della diga; invece per quanto riguarda Erto non temeva frane né ondate, ma che il livello salisse, in conseguenza della divisione del lago in due parti, fino [a] compromettere la stabilità del paese: infatti nell’articolo si diceva “non si sa cosa succederà dell’agglomerato del paese quando il lago superiore sarà pieno, poiché è notorio che esso è interamente poggiato su terreno di frana” (frase questa non citata nel libro).
Nel libro invece, rifacendosi all’articolo, fa questa sintesi: “Se quando cade la montagna cede la diga, addio Longarone; se la diga resiste, l’acqua spazzerà via Erto e le sue frazioni. Ipotesi azzardate? Non proprio, perché è certo che succederà qualcosa di tremendo”.
Non si può non rilevare la differenza fra l’articolo e il libro. Da quanto riportato risulta che la Merlin nell’articolo non aveva previsto quegli eventi, nel libro afferma invece di averli previsti. Infatti i suoi timori riguardavano ancora, come sempre, la stabilità del paese di Erto. Quanto alla certezza che sarebbe avvenuto qualcosa di tremendo, dall’articolo non risulta.
♦ Quanto era ritenuta grande la frana? A pag. 101/83-84 fa un bel po’ di confusione circa i volumi della frana.2
♦ Campionature di roccia a Erto: un circolo vizioso. Si seguita a farne: “Il paese è quindi ancora considerato in pericolo” (pag. 101/84)! Ma si deve osservare che i sondaggi a Erto sono stati fatti a più riprese a seguito del continuo rinnovarsi delle proteste degli ertani, e ogni volta hanno portato a escludere ogni pericolo per il paese.
♦ Dov’erano i sismografi? Dice che in gennaio 1962 le scosse sismiche, dovute al lento movimento della frana, si sentono anche a Erto; e che le scosse sono “registrate dalle numerosissime apparecchiature di controllo

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(95) Il titolo e il testo dimostrano una volta di più la mancanza di informazione. 50 milioni di m³ è circa un quarto del volume allora previsto. Si vedano i capitoli 8 e 10. ↩
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(96) Prima dice che Müller “ha scoperto 200.000 m³ di massa in movimento”: non li ha scoperti lui, ma io, e sono 200 o 250 milioni di m³. Poi, parlando del modello, si dice che “la frana è stata valutata 50 milioni di metri cubi, non 200.000 come accertato da Müller”. Non ci si capisce più niente, dato che, a parte lo sbaglio del numero di zeri, i 50 milioni qui citati si riferiscono alla parte di frana che poteva rimanere sommersa. ↩
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installate in tutta la zona” (pag. 101/85). Le “numerosissime apparecchiature” erano prevalentemente nel corpo della diga,1 mentre i sismografi erano situati soltanto nella cabina sul fianco sinistro della diga stessa e registrarono quasi sempre scosse con epicentro sulla frana del Toc. Il fatto che si sentissero anche a Erto non significa che la stabilità del paese fosse in pericolo.2
♦ “Una nuova fessura vicino alla punta del Toc” (cioè a Nord del Pian del Toc). È comparsa a metà settembre del 1963 (pag. 116/96): non era un segnale speciale, ce n’erano sempre state, e si aprivano man mano che la frana si muoveva lentamente verso il fondovalle. Tutte le fessure, sia sul terreno sia nelle case della zona, erano continuamente censite, e quelle delle case venivano continuamente riparate.
♦ Quanto si muoveva la frana nel settembre 1963? C’è un po’ di confusione: 22 cm il 15 settembre e 22 mm il 26 (al giorno?) (pag. 116/97). Ma in realtà il 15 la velocità misurata era di circa 1 cm al giorno, mentre quella del 26 era effettivamente di circa 22 mm (vedi fig. 53), e per un diagramma più dettagliato le figg. 26-28 di Palmieri, 1997).
♦ Previsione dell’altezza dell’onda. Attribuisce ai geologi la previsione di 20 m (pag. 118/98). In realtà i geologi non potevano aver fatto quella previsione, formulata invece da Ghetti, professore di idraulica (per la precisione 30 m, di cui 20 di sovralzo dinamico e 10 di sovralzo statico), per l’altezza massima dell’onda sulla base di velocità superiori a quelle indicategli e da lui stesso considerate eccezionalmente alte (vedi il mio capitolo 11).
♦ Scosse profonde e superficiali. Ironizza su una frase tratta dalla relazione Caloi-Spadea del 15 giugno 1962, perché in essa si sottolinea la diversità delle conseguenze di interventi dell’uomo (scosse prodotte da movimenti superficiali) e di cause naturali (scosse più intense e prodotte da movimenti profondi) (pag. 121/101 nota 4). È vero che non sempre i geofisici hanno una sufficiente cultura geologica, ma la frase incriminata non precisa cosa si intenda per superficiali, e ha quindi un valore piuttosto generale: in geofisica fenomeni che avvengono a 200 metri di profondità possono essere considerati relativamente superficiali, se si confrontano con quelli profondi chilometri, che sono spesso causa delle scosse sismiche “naturali”.

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(97) La frase, riportata non esattamente da T. Merlin, viene dall’articolo La diga del Vaiont di C. Semenza in L’industria italiana del cemento, del 1961 e non del ↩
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(98) Ma, come si è detto e si dovrà ripetere, la preoccupazione degli ertani, e della Merlin, era sempre per Erto. A questo proposito si veda in A7, il capoverso “Ancora nel settembre 1963, ciò di cui si preoccupa la gente è la stabilità di Erto”. ↩
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♦ Monti dal nome che indica instabilità? Alla fine (pag. 167/127) lancia un “affondo” a tutti gli esperti, non al corrente di quanto i primi abitanti della zona sapevano, al punto da dare ai monti (Toc e Salta) dei nomi che indicherebbero instabilità (cosa non tanto sicura, vedi B3). Domanda: se erano così esperti, perché non temevano per la stabilità del Pian del Toc e del Pian della Pozza, e temevano in pratica soltanto per Erto?
A7. Critiche e inesattezze circa la conduzione dei lavori
♦ Diga ultimata nell’autunno del 1959? A pagina 74/62 scrive che in autunno la diga è ultimata. Dal contesto si deduce che siamo nel 1959, ma è noto che i getti della diga sono finiti nel settembre del 1960.
♦ Il 2 febbraio 1960 inizia l’invaso: “L’acqua comincia a fluire”. Questo sembra sottintendere qualcosa di tragico (pag. 76/63). Iniziare l’invaso significa chiudere la galleria di deviazione del T. Vaiont, che andava dai pressi del Ponte del Colombèr fino poco a valle della diga (galleria scavata per poter lavorare all’asciutto durante la costruzione della diga), e inoltre aprire le paratie della galleria proveniente da Pieve di Cadore. Quindi l’acqua del Vaiont ha fluito fino a quel momento in tutto il resto del suo corso, a monte come a valle; e da quel momento ha smesso di fluire a valle della diga. Riporta poi che le case sulle sponde cominciano a sprofondare nell’acqua: ma le case più basse erano a quote superiori ai 600 m, e quindi furono sommerse vari mesi più tardi.
♦ Corsa al collaudo? Afferma che nel 1960, dopo i primi dubbi sulla stabilità della zona del Pian del Toc e del Pian della Pozza, la SADE ritenga si debba “arrivare al pieno invaso malgrado tutto entro l’anno, per ottenere i contributi previsti e per potere, dopo l’eventuale nazionalizzazione, farsi risarcire per intero l’impianto” (pag. 78/65). A questo proposito bisogna osservare che il collaudo entro l’anno era da escludere per mancanza di tempo, e la nazionalizzazione, decisa in seguito a un rovesciamento di alleanze politiche avvenuto nei primi mesi del 1962, era ancora di là da venire (vedi capitolo 12).1 Anche per il 1961 dichiara che la SADE “ha fretta”, perché “ormai è fuori tempo” (pag. 98/82). E poco prima aveva scritto: “C. Semenza vuole precorrere i tempi”.
Sul fatto che i contributi già “liquidati” venissero poi di fatto pagati in 30 rate annuali (comprensive di capitale e interessi), si veda la Commissione Parlamentare, pagg. 101-102 da cui risulta che la SADE aveva ceduto i suoi crediti al Consorzio di Credito per le opere pubbliche, incassando una cifra inferiore ma immediata (639 + 354 milioni), e che la cessione era stata accettata con decreto ministeriale (l’ultimo del 28 maggio 1960). Che poi, dopo la catastrofe, il pagamento di tali rate dallo Stato al Consorzio di Credito sia stato di fatto sospeso cautelativamente nel 1964, sembra fosse difficilmente prevedibile a priori.
Rimane poi il discorso della Merlin, sempre a pag. 122/101, nota 15: “Ovviamente era ancora pregiudicata l’intera cifra nel caso che l’opera non fosse giunta a buon termine” (cfr. Mandarino, paragrafo LXIV). Sono, come le altre, questioni da avvocati. Comunque la nazionalizzazione comportava il trasferimento all’ENEL oltre che di tutti i beni anche di tutti i rapporti giuridici. Si noti che si trattava di un trasferimento, non di una vendita, e che l’indennizzo stabilito nel 1962 per l’esproprio era basato sul valore delle azioni negli anni 1959-1961, “senza alcun riferimento al valore e alla funzionalità degli impianti” (Corte d’Appello, pag. 205). E a prescindere dalla data della presa in consegna, la data del trasferimento era il 16 marzo 1963.
La Corte d’Appello sottolinea ancora alla pagina 205 che oltretutto “la persistenza, nel Biadene, di un ‘legame psicologico’ con la SADE appare essa stessa poco credibile: l’attaccamento poteva essere concepibile nei confronti dell’impresa, alla quale egli continuava ad appartenere ed alla quale doveva dedicare ancora anni del suo proficuo lavoro, ma non era concepibile nei confronti della società espropriata, priva ormai di qualsiasi apparato tecnico e ridotta a gestire soltanto il proprio patrimonio”. Si ricordi ancora che Biadene era socialista e fautore della nazionalizzazione. Semmai, secondo la Corte (pag. 206), Biadene poteva essere attaccato alla diga. Ed era considerato un decisionista, abituato a risolvere sul campo problemi costruttivi difficili, come aveva dimostrato in precedenza, quando aveva lavorato a costruire ferrovie in Iran, in zone impervie.
Per tutto ciò non sembra lecito insistere sul tema della corsa al collaudo: tanto meno farne la chiave di lettura di tutta questa fase della vicenda.

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(99) Sulla “corsa al collaudo”; Palmieri (1997, pag. 125) dice che questa idea trovò accoglienza nella sentenza di rinvio a giudizio (cfr. anche Mandarino, paragrafo LXIV), ma venne respinta sia dal Tribunale (pag. 323 e segg.) sia dalla Corte d’Appello dell’Aquila, che così si è espressa (pag. 205): “La tesi, chiaramente ispirata alle correnti demagogiche che hanno accompagnato il processo di nazionalizzazione delle imprese elettriche, è priva di ogni base logica”. Il contributo statale non ancora corrisposto, 283 milioni (erano stati già liquidati 1135 milioni nel 1958 e 1959, e non 10 o 20 miliardi come capita di leggere qua e là…), sarebbe ormai entrato nelle casse dell’ENEL, come ammette anche la Merlin (nota 15, pag. 122/101). Si veda anche il capoverso “contributi governativi” al paragrafo A3. Riguardo a un ulteriore 15% della spesa totale (essendo 1135+283 il 30%), il Tribunale dell’Aquila rileva: “Non risulta che la SADE abbia avanzato alcuna domanda prima del trasferimento dell’impresa”, quindi “resta confermato che la cifra residua era solo quella di 283 milioni sopraindicata, che sarebbe stata ulteriormente liquidata a collaudo avvenuto. Questa somma, per giunta, a trasferimento avvenuto, avrebbe costituito una sopravvenienza attiva di pertinenza dell’ENEL. Pertanto, a parte l’esiguità della cifra, la tesi secondo cui, anche dopo il trasferimento dell’impresa, i tecnici, legati ancora spiritualmente alla SADE e in particolare all’ing. Biadene, avrebbero proseguito la ‘corsa al collaudo’ perché ‘con il collaudo la SADE’ potesse vedere ‘anche maturato il diritto al contributo statale’ non riesce davvero a convincere e va, pertanto, respinta” (Tribunale dell’Aquila, pagg. 326-327). ↩
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Ma da tutto il contesto si deduce il contrario. Certo, avendo terminato la costruzione, la voglia di dire “adesso si può invasare” deve essere stata grande, ma non si trattava di bambini o di incoscienti. Per convincersene basta vedere quanti accorgimenti son stati messi in opera allo scopo di capire e di evitare inconvenienti. Si veda a questo proposito proprio la famosa lettera del 20 aprile 1961 a Ferniani (vedi Appendice E), che fra l’altro termina con le parole “nell’anno prossimo”, cioè nel 1962, “credo che in ogni caso effettueremo soltanto un parziale invaso”. E si deve anche aggiungere che nessuno della direzione generale della SADE ha mai messo fretta ai tecnici.
♦ Quanto era alto il lago l’11 giugno 1960? Dice che la SADE “ha già proceduto, prima dell’autorizzazione ricevuta l’11 giugno, a far salire l’acqua verso la prevista quota di 660” (pag. 78/65): risulta invece che quel giorno l’invaso era a quota 595, come autorizzato da mesi.
♦ “La frana è troppo grande e ormai non si arresta più”: il famoso falso attribuito a Müller (pag. 85/71). E invece nel 15° Rapporto del febbraio 1961, come si è detto, sono indicate varie contromisure, una delle quali era stata già messa in atto con successo (vedi capitolo 10).
♦ Il by-pass è stato realizzato soltanto per salvare l’impianto. E il pericolo per gli abitanti “non passa loro neanche per la mente” (pag. 84/71). Invece questo aspetto è stato sempre tenuto presente (vedi il mio capitolo 9), e la seconda proposta di Pancini (nel promemoria del 23 novembre 1960) che prevedeva (senza costruire almeno per il momento il by-pass) di far cadere altre fette di frana, ma comunque non tutta, fu giustamente scartata per la sua pericolosità nei confronti degli abitanti (vedi anche appendice E).
♦ “Il gelo è quasi un toccasana”, perché nell’inverno 1960-1961 la frana si è fermata (pag. 95/79). In realtà era già praticamente ferma da fine novembre 1960, ma non per il gelo, bensì perché il lago era stato abbassato di appena una decina di metri (e poi fino a meno di 600 m in gennaio), apposta per ottenere quel risultato, ed è rimasta ferma anche d’estate e per tutto il 1961, ed è poi quasi ferma per buona parte dell’anno successivo. Eppure, alle pagine 98-99/82 riporta che in primavera C. Semenza “ha sotto gli occhi gli spostamenti di tutte le ‘spie’ verso valle”. Le spie, o meglio i capisaldi, in quel periodo, erano fermi e da vari mesi.

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♦ L’ipotesi di minor pericolo, circa la caduta della frana. Sarebbe stata accettata sia dalla Pubblica Amministrazione sia dalla SADE (pag. 91/75 nota 8): almeno per quanto riguarda la SADE tutta la storia dimostra il contrario (vedi anche Tribunale dell’Aquila, pag. 293).
♦ Lo scopo del modello idraulico. Per dimostrare l’idea dell’inganno sistematico da parte della SADE, si inventa che gli esperimenti sul modello di Nove non fossero “finalizzati a fornire allo Stato utili indicazioni sul futuro del Vaiont, bensì a fornire a una potente Società privata le ‘prove’ che desidera avere” (pag. 97/81). È pura invenzione, o follia, ed equivale a tacciare tutti di delinquenti. Per la confutazione di questo giudizio si veda il mio capitolo 11. Prosegue dicendo che la SADE non informa Penta e Sensidoni (due componenti della Commissione di Collaudo), in visita il 10 aprile 1961 al Vaiont, sul “modello che si sta costruendo a Nove”. A quella data non si era ancora cominciato a costruire il modello, che peraltro in settembre è stato mostrato, non ancora messo a punto, a due dirigenti del Ministero.
♦ Esperimenti addomesticati? A riprova di quanto riportato alla fine del capoverso precedente, l’Autrice più avanti narra che a Nove mostrano a “due componenti del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, Greco e Batini” (in realtà erano Padoan e Batini) una prova degli esperimenti, che non deve mostrare “onde eccessive”; ma “appena gli ospiti se ne vanno… si riprova. Questa volta sul serio”, con un “esperimento che solleva ondate di 20 metri d’altezza” (pag.101/84).
A questo proposito va sottolineato anzitutto che era il 19 settembre 1961, e che si trattava delle ultime prove preliminari, fatte quando era già stato stabilito di cambiare il modello, rifacendo la superficie di scorrimento secondo i profili geologici, e trainando il materiale con un trattore. Nel frattempo l’inclinazione della superficie, piana, era stata aumentata da 30° a 42°, assai più di quella reale, allo scopo di aumentare la velocità. Si spiega così perché l’ingegnere Fiorentini aveva scritto, nel diario delle prove, che era stata fatta discendere “la frana del Massalezza e a monte del Massalezza” anziché quella a valle del Massalezza, fatta scendere il giorno prima, “per non mostrare onde eccessive (trattandosi della frana vicino alla diga)”. Nel pomeriggio del 20 venne rifatta la prova, con onda di 22 metri

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in corrispondenza della diga. Ma non occorre pensare ad un imbroglio: si trattava di prove orientative, con una superficie troppo inclinata.
Le osservazioni degli sperimentatori, dello stesso 19 settembre, sono le seguenti: “Si ritiene che la velocità di caduta del materiale di frana sia troppo elevata…; la caduta del materiale non avviene in condizioni realistiche, poiché il piano di scorrimento non è quello corrispondente all’originale; l’altezza d’onda sullo sfioro della diga è da ritenersi, quindi, molto spinta rispetto a quanto potrebbe verificarsi nell’originale”.
Le onde da “non mostrare”, secondo le intenzioni, sarebbero state quindi “eccessive” non rispetto alla sensibilità dei visitatori, ma rispetto alla realtà immaginabile, oltre che “al programma di sperimentazione” (cfr. Corte d’Appello, pag. 180). Del resto, come testimoniato dall’ingegnere Batini,1 anche ai visitatori era stato detto che si trattava di prove “per mettere a punto il modello”: le prove che contano furono fatte nel 1962. Anche il Tribunale e la Corte d’Appello hanno escluso la malizia in questo modo di procedere; si vedano le pagine 180-181 della Sentenza della Corte d’Appello.
Circa la suddivisione della frana in due parti (vedi anche il capitolo 11), a prescindere dalla giustezza dell’ipotesi, c’è da dire che da Ghetti ciò era stato realizzato, almeno in alcuni esperimenti, in modo da ottenere un peggioramento nell’effetto “onda”. L’intervallo di tempo tra la caduta delle due parti era cioè stato opportunamente calcolato per far sì che la sovrapposizione dei due effetti idraulici producesse un’onda della massima altezza: la seconda porzione della frana veniva fatta scendere quando il moto ondoso, provocato dalla caduta della prima, si era presentato, dopo una riflessione nel bacino, al massimo incremento davanti al fronte della seconda porzione. Se l’intera massa fosse stata fatta cadere tutta insieme in un minuto primo, l’altezza dell’onda sarebbe stata minore.
♦ Una frase erroneamente attribuita a Ghetti. “La caduta di una frana di 200 milioni di metri cubi avrebbe potuto provocare conseguenze dannose accentuantisi gradatamente fino a divenire manifestamente impressionanti al massimo invaso (722,5 metri) anche per la zona a valle della diga” (pag. 107/89), non c’è nella sua relazione! È invece una frase dell’ultima parte della “Relazione al Ministro dei Lavori Pubblici” della Commissione ministeriale d’inchiesta sulla sciagura del Vaiont (1964).

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(100) Cfr. Mandarino (1967), paragrafo XVIII. ↩
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♦ Materiale di frana antiestetico. Dice che, dopo la frana del 4 novembre 1960, il lago è stato abbassato, e riporta poi un brano del rapporto del già citato sopralluogo del 10 aprile 1961 di Penta e Sensidoni, i quali, dopo aver constatato che al livello di quel giorno (circa 600 m) “non sussistono immediati pericoli”, ritengono possibile rialzare il “livello del lago”, non è infatti da “temere un serio aggravamento della situazione generale in seguito ad un rialzamento… limitato, però, soltanto allo scopo di tenere permanentemente sotto acqua il materiale già franato”. Il motivo di questa precisazione non si capisce bene, ma naturalmente la Merlin ne deduce che la SADE li ha convinti dell’opportunità di risalire col livello, in modo da “nascondere alla vista il materiale della frana”, che “è antiestetico” (pagg. 97-98/81-82). Dunque i due sarebbero degli sprovveduti che si son lasciati convincere a contraddirsi, accampando motivi estetici, o dei “collusi”! Ma non c’è nessuna contraddizione nel dire che a un certo livello non c’è pericolo, e che non ce n’è neppure a un livello un po’ superiore. In realtà, dopo queste visite, il livello non è stato alzato, né poteva esserlo, dato che si stava costruendo la galleria di sorpasso poco sopra q. 600, mentre la massa franata costituiva un accumulo sul versante sinistro, che arrivava a quota superiore (vedi fig. 37).
♦ Müller aveva detto che la caduta sarebbe stata accelerata dagli invasi e dagli svasi. Non l’ha detto, perché non c’era bisogno di dirlo. Invece ha detto di abbassare gradualmente per diminuire i movimenti, cosa che è avvenuta.
♦ Il Toc disabitato? Afferma che, evidentemente nell’inverno 1961-1962, “al ministero la SADE mente, dicendo che la località Toc, per la quale si potevano temere movimenti, era completamente disabitata” (pag. 101/85). La lettera di Biadene in verità diceva così: “È completamente disabitata, perché la popolazione si è già trasferita, come d’abitudine, nel paese di Casso dove suole rimanere fino a primavera inoltrata”.
♦ Un immediato svaso del bacino avrebbe potuto mettere in pericolo gli abitati a valle? A pagina 106/88, nella nota 28, riporta una frase del sindaco di Longarone, circa il timore che “un eventuale immediato svaso del bacino” possa “mettere in pericolo se non eliminare letteralmente il Vajont (del Comune di Castellavazzo), Rivalta e Villanova, se non proprio la stessa

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Longarone”. Con “il Vajont” si deve intendere evidentemente la frazione di Vajont, in sinistra Piave; ma la cosa più importante da rilevare è che l’acqua immessa nella gola con lo svaso immediato, possibile soltanto con l’apertura di tutti gli scarichi, non avrebbe certo potuto avere il risultato temuto. Si tenga presente che uno svaso immediato è stato fatto negli ultimi giorni prima del disastro, e non ha prodotto questi inconvenienti.
♦ Ancora nel settembre 1963, ciò di cui si preoccupa la gente è la stabilità di Erto. È quanto emerge proprio dalla lettera dell’assessore C. Martinelli del 2 settembre 1963 indirizzata all’ENEL di Venezia, al Genio Civile e alla Prefettura di Udine, da molti citata tagliando alcune frasi rivelatrici che invece la Merlin correttamente riporta (pag. 114/95). In essa si ricorda infatti che “Erto sta su un pendio scoscesissimo e friabilissimo, a nostro avviso, e che le ripetute e rilevanti erosioni e franamenti che si verificano in luoghi disabitati (leggi falde del Toc e località Val di Nere) possono da un momento all’altro verificarsi anche a valle del paese; questa Amministrazione prevede che molti terreni franeranno anche sulla destra del Vajont e precisamente anche presso e sotto il paese”. Ma per la Merlin (pag. 115/96) si mente ancora, perché Biadene, nella sua lettera di risposta del 12 settembre 1963, ha esposto correttamente i controlli che si stavano facendo, e in particolare ha tranquillizzato circa la situazione di Erto. Era di questo, infatti, che la gente si preoccupava, mentre nessuno faceva gran caso alla frana del Toc.
♦ Che cosa si temeva il 9 ottobre 1963? Alle pagine 118-120/98-100 l’Autrice descrive una serie di telefonate e di provvedimenti, purtroppo inutili, presi al cantiere presso la diga, a dimostrare che il giorno del disastro c’era del timore. Ma non dice che si temeva soltanto fino a una certa quota, tant’è vero che quella sera al cantiere tutti o quasi se ne stavano davanti alla televisione a vedere la partita. E a pagina 136/115 c’è la dimostrazione che la gente di Erto non temeva per il Toc: “Il giorno prima della tragedia si era imposto agli ertani di sfollare le bestie dalla zona del Toc, ma non la gente”. Dal Toc era stata sfollata anche la gente, tranne due persone a Casera Nelve, che gli incaricati non avevano trovato. Lei si riferisce invece alla gente del paese di Erto, come si deduce da tutto il discorso. Ma a Erto non c’era nessun pericolo di franamento, nonostante questo sia

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stato il suo pensiero dominante, espresso fin dall’inizio del libro, a pag. 19/15: “Erto… è rimasto su contro tutte le previsioni”.
A8. Il franamento finale
Sul franamento del 9 ottobre 1963 il libro contiene parecchie frasi che sembrano dimostrare una certa disinformazione sul fenomeno. Ecco qualche esempio.
♦ L’onda “ha risucchiato case”, e ha “sepolto case e stalle poste sotto la montagna crollata” (pag. 19/15). L’onda ha demolito case, e le ha spazzate via, non “risucchiato”; e non poteva seppellirle sotto la montagna; è stata la “montagna crollata”, o più precisamente la frana scivolata, che ha potuto seppellire i ruderi dei fabbricati situati presso il ponte del Colombèr: ma questi erano già a 100 metri sotto il livello del lago. Gli unici fabbricati sepolti sono quelli situati a Est della Valle Massalezza a monte della strada, citati al capitolo 14.
♦ “S. Martino, ora completamente distrutta” (pag. 30/24). Invece è stata distrutta soltanto una parte di S. Martino bassa, fino a poco sopra il livello della strada.
A9. Il periodo successivo alla frana del 1963
♦ Documenti nascosti? A pagina 121/101, nella nota 2, parla del ritrovamento della relazione Ghetti “gelosamente custodita in un cassetto”, che altrimenti non sarebbe entrata in possesso della Commissione Parlamentare d’Inchiesta. Era una copia di proprietà dell’estensore della relazione, pubblicata su «il Giorno» pochi giorni dopo la tragedia. L’altra, consegnata alla SADE, era probabilmente già stata sequestrata dal Tribunale di Belluno, e le varie commissioni d’inchiesta riuscirono a vederla soltanto un anno dopo, quando il Tribunale concesse la riproduzione dei documenti acquisiti.1 Il Tribunale dell’Aquila (pag. 329) ha dato atto a Biadene che “i documenti relativi al bacino, e ve n’era un’infinità, sono stati tutti conservati, così da poter essere rintracciati”.

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(101) vedi Fabbri (1968), pag. 53 e segg. ↩
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♦ Quota di sicurezza. Afferma che il nuovo paese di Erto è venuto su “in quota di sicurezza” (pag. 20/16), non si sa rispetto a quale evento, sottintendendo che il vecchio non lo era: ma è un falso, come si è già detto più volte.
♦ Bisogna andare via? Il capitolo sulla diaspora degli ertocassani si apre con l’affermazione che devono “andare via, c’è ancora pericolo, può cadere un altro pezzo di montagna e il lago è ancora pieno” (pag. 125/105). Perché non dire che era un’ipotesi sballata, e che tutti gli ertani lo sapevano? A pagina 128/108 si attribuisce tale dichiarazione ai tecnici dell’ENEL, ma questi tecnici avevano chiesto consulenza a D. Rossi e a me, e avevano ricevuto la relazione che dimostrava l’inconsistenza di quella ipotesi (vedi capitolo 15). A sostenerla erano altri, certo non consulenti dell’ENEL.
♦ La frana ha sotterrato persone e terre coltivabili? A pagina 129-130/109 insiste sull’idea che la frana abbia sotterrato delle persone, per cui qualcuno deve dissotterrarle. Non si sa dove queste potevano essere, perché le poche case sepolte dalla frana erano state sgomberate. Altre forse sono sepolte sotto i detriti spostati dalle onde, o in fondo al lago.
E a pagina 133/112 scrive che tutti i cassani, o molti, “non hanno più terre da lavorare perché sepolte sotto la frana del Toc”. Non c’era terra da lavorare nella gola del Vaiont, dove la frana è caduta. Invece l’onda ha dilavato la terra su larghe superfici, e altre le ha coperte di sassi: questo è il danno grave dal punto di vista agricolo.
♦ Solo verso la fine del 1965 “si inizia finalmente a vuotare il lago”. Così si esprime a pagina 133/112, senza dire nulla dei numerosi grandi lavori fatti immediatamente dopo la frana per impedire l’innalzarsi del livello dell’acqua nella conca di Erto:
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l’installazione di una gigantesca stazione di pompaggio per portarla fino al Passo di S. Osvaldo (fig. 51), in modo che defluisse verso Cimolais;
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la riapertura della galleria di sorpasso, rimasta ostruita da parte dei detriti spostati dall’onda;
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lo scavo di ben due gallerie di derivazione verso Cimolais (una a quota 640, già iniziata anni prima in vista di un’eventuale derivazione dal Cimoliana al Vaiont, e l’altra a quota 721), a ulteriore garanzia di potere in

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ogni modo provvedere al mantenimento di un livello di sicurezza per l’abitato di Erto (vedi capitolo 15).
♦ Nel frattempo gli ertani hanno litigato tra loro. E anche questo è colpa “della SADE e del governo”, che hanno “causato la catastrofe” (pag. 133/112)!
♦ “Non si può transitare: il terreno è franoso”. Così avvisa un cartello all’ingresso del paese di Erto (pag. 136/114-115): ma chi l’ha scritto? E quando? Forse è un’altra manifestazione della cronica paura per Erto?
♦ Vent’anni dopo “il lago del Vaiont non è più una minaccia; non dà più fastidio alla montagna”. Ma non dice che non lo dava neanche prima; “l’acqua viene fatta defluire, attraverso una galleria, dietro la diga e scaricata nella forra del Vaiont” (pag. 166/126): e non dice che si tratta della galleria di sorpasso, tanto vituperata (addirittura stupida, secondo Paolini), esistente dal 1961 fin poco a monte della diga, e dopo il 9 ottobre 1963 allungata a valle fin oltre la diga, e liberata a monte dai detriti spostati dall’onda, che ne ostruivano l’imbocco (vedi capitolo 15).
A10. Le responsabilità della SADE e dell’ENEL
Questo argomento è piuttosto spinoso, perché ha implicazioni giuridiche (delle quali sono incompetente) e anche politiche, che rischiano di far formulare giudizi in base alle ideologie piuttosto che ai fatti accertati. Nel libro che sto commentando ci sono tuttavia alcune forzature che andrebbero evidenziate. Ma vale per tutte ciò che è scritto nell’Introduzione (pag. 20/16). Una frase in particolare è la tesi di fondo del libro: “La SADE, il monopolio che uccise, … faceva i suoi affari come tutti gli imprenditori privati del mondo. Sapendo che li poteva impunemente fare… Il potere era lei, perché il vero potere aveva abdicato”. Ma si prescinde dal fatto che il disastro è avvenuto in regime ENEL: e anzi in molti riteniamo che in regime SADE le cose sarebbero andate diversamente (vedi capitolo 12).

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A11. Errori e problemi nelle figure
È abbastanza strano che all’autrice, o a chi le ha inserite, siano sfuggiti nelle didascalie1 errori piuttosto evidenti a chi conosce la zona. Si è quindi tentati a pensare che non la conoscesse molto.
♦ “I pascoli sotto il monte Toc prima dell’ultimo invaso” (pag. 148/fig. 4). In realtà si tratta del fianco destro della valle visto da Est, con Erto e S. Martino.
♦ “Due immagini di Erto” (pag. 148/figg. 5 e 6). In realtà si tratta di Casso.
♦ La frana è estesa a quasi tutto il versante del Monte Toc. Alle pagine 154-157/figure 11-14, nei disegni del M. Toc e della vallata, la massa della frana è disegnata in modo spropositato, molto più grande del reale, in quanto è estesa a quasi tutto il versante settentrionale del Toc. Alla pagina 155/figura 12 la didascalia parla di 300.000.000 m³, mentre nel testo si usano cifre minori. Alle pagine 155-157/figure 12-14 si evidenzia la Pineda “sulla” frana del Toc, precisando che è distrutta: in realtà è al di fuori dell’area di frana, e le distruzioni dei fabbricati sono state causate dall’ondata, che l’ha colpita soltanto in parte.
♦ Longarone prima e dopo l’ondata. Alla pagina 151 le due figure presenti nell’ultima edizione mostrano Longarone prima (fig. 15) e dopo il disastro, ma la seconda mostra soltanto la parte distrutta, mentre quella che si è salvata si vede a pagina 153/figura 16. Nell’edizione 1993 invece il confronto tra le figure 15 e 16 è più facile.
♦ Codissago completamente distrutta. Infine a pagina 150/figura 17 si vede la vallata con il vecchio centro di Longarone “e a destra la frazione di Codissago, che fu completamente distrutta”. Ma a Codissago sono state distrutte soltanto le case situate nella parte più bassa.

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(102) I numeri delle pagine si riferiscono all’edizione 1997, nella quale mancano i numeri delle figure: questi ultimi si riferiscono all’edizione del ↩
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APPENDICE B
Osservazioni e risposte al libro di Marco Paolini e Gabriele Vacis1
B1. Introduzione
Ho avuto modo di parlare a Marco Paolini più volte, prima del suo spettacolo del 9 ottobre 1997 trasmesso alla TV. Avevo saputo del lavoro teatrale che portava in giro per l’Italia e che sarebbe venuto a Ferrara nel febbraio di quell’anno: l’invitai così a casa mia. Gli raccontai, per circa due ore, tutto quello che sapevo e gli mostrai foto e carte. Poi assistetti due volte al suo spettacolo a Ferrara, e di nuovo gli parlai a lungo. Qualche giorno prima di quello televisivo ci trovammo per caso alla diga del Vaiont; scese dall’auto e mi disse della sua convinzione circa le responsabilità di mio padre. Da parte mia esposi argomenti contrari a questa convinzione, e parlammo ancora a lungo. Gli scrissi poi, un paio di volte, evidenziando errori e suggerendo idee.
Credo perciò di aver fatto tutto ciò che potevo per dimostrargli che non avevo preconcetti nei suoi riguardi, e per aiutarlo a vedere la vicenda del Vaiont secondo la verità e con il rispetto della posizione di ciascuno dei protagonisti, che io avevo avuto occasione di conoscere. Sembra che qualcuna di queste idee sia stata accolta: nello spettacolo televisivo mancano alcune parti da me contestate negli spettacoli teatrali e presenti nel libro, e di ciò gli sono grato. Ma dopo la trasmissione in TV, come ho detto, gli scrissi nuovamente, confutandogli ancora diverse affermazioni e anche il suo modo di fare “di parte”, che mi sembrava essersi rivelato ormai chiaramente.2
Decisi poi di darmi da fare per diffondere la mia versione dei fatti, e con l’aiuto di amici la esposi con lettere a giornali, in seminari universitari e conferenze pubbliche. La reazione della “sua parte” a queste ultime non è mancata, e mi sembra sia emerso chiaramente il fine politico dei suoi spettacoli, ai quali sono seguite lezioni nelle scuole elementari e medie.
Infine ho letto con attenzione il suo libro Il racconto del Vajont (1997), che dallo spettacolo sostanzialmente deriva, e non posso tacere.

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(103) Dato lo stretto legame del libro con lo spettacolo che vede Paolini come unico attore, nomino d’ora in poi soltanto lui, anche per brevità. ↩
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(104) Non ho avuto poi più contatti con lui, e in seguito ho saputo che vuole uscire da questa esperienza, che l’ha “segnato profondamente” («la Repubblica», 1° ottobre 1999). Ciò mi incoraggia a sperare in un suo ripensamento, ma non posso fare come se non fosse successo niente: molti, troppi, sono convinti che abbia ragione lui. ↩
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Come ho scritto più diffusamente nella parte introduttiva dell’Appendice A, da un racconto ci si dovrebbe aspettare un rigore che qui spesso manca, benché essendo praticamente il copione di uno spettacolo non si debba pretendere l’esatta corrispondenza con la realtà: ma dovrebbe comunque esserci il rispetto della parte sostanziale di essa, il rispetto cioè degli intenti delle persone, e delle circostanze importanti degli avvenimenti. Perciò ripeto che, al fine di ristabilire la verità nei confronti soprattutto di mio padre, ma anche di ognuna delle persone coinvolte nella vicenda, credo sia mio dovere di far sapere tutto quello che penso, anche se questo mio sforzo dovesse ottenere uno scarso effetto. Cercherò quindi di esporre le mie considerazioni, seguendo un ordine che non è quello del libro, ma quello del procedimento logico che probabilmente ha guidato l’autore.
B2. La sua visione politica
È probabile anzitutto che la sua visione politica lo abbia indotto a prestar fede soltanto a ciò che hanno scritto le persone, i giornali e i periodici della sua parte, e in particolare Tina Merlin e la “relazione di minoranza dei parlamentari del PCI” della Commissione parlamentare di inchiesta, nonché quei libri (Passi e altri) che a quella relazione si rifanno dal punto di vista ideologico.1
♦ Tutti disonesti. Secondo quest’ottica, tutto ciò che la SADE ha fatto è sospetto, tutte le persone degli organi governativi sono state corrotte o inattendibili e tutte le persone delle Società private sono dei disonesti, e quindi si possono tranquillamente denigrare o prendere in giro, magari inventando particolari a effetto.
♦ Scelte di politica energetica. Per quanto poi riguarda le scelte di politica energetica di quegli anni, si veda ciò che ho scritto al paragrafo A2. Inoltre, le scelte di politica energetica degli anni prima e dopo la guerra, condivise allora da tutti, sono invece anacronisticamente giudicate da Paolini con l’ottica oggi prevalente, più o meno influenzata da quelle parti che sono critiche riguardo allo sviluppo della società e dei bisogni energetici.

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(105) A questo punto di vista sembra che si rifacciano almeno in parte anche gli atti della magistratura bellunese. ↩
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♦ Finanziamento a fondo perduto. In questo quadro si può far rientrare il discorso che Paolini fa a pagina 57. Si parla di finanziamento a fondo perduto alla SADE. Mi risulta che tutti gli impianti importanti, secondo la vecchia legge, avrebbero comunque dovuto passare alla proprietà dello Stato dopo sessant’anni (rinnovabili) e che il contributo dato alle società costruttrici si basava sul possibile vantaggio della regolazione delle portate dei corsi d’acqua, anche ai fini irrigui. Circa poi la tesi che il Vaiont “sarà pagato per la seconda volta” all’atto della nazionalizzazione, occorre fare una lunga precisazione.
♦ “L’ENEL ha comprato il Vajont dalla SADE come impianto funzionante (pag. 9 dell’allegato A del protocollo d’acquisto)” (pag. 95). Invece (come riporta lo stesso Paolini a pagina 135) venne stilato un “Verbale (del 27 luglio 1963) relativo alla presa in consegna dell’impresa elettrica SADE da parte dell’ENEL”. Quella pagina, dal titolo “Centrali idroelettriche in esercizio”, si riferisce alla centrale del Colombèr, indica il 1963 come anno dell’entrata in esercizio e il Vaiont come serbatoio di regolazione. È importante precisare che quando il livello del lago superava la quota 680 l’acqua non poteva essere convogliata direttamente alla centrale di Soverzene, ma doveva prima cedere parte della propria energia passando attraverso la centrale del Colombèr. Altrimenti l’acqua andava scaricata nella gola a valle della diga, rimanendo così inutilizzata, come avviene attualmente.
Non c’è stata nessuna vendita, ma trasferimento, con data 16 marzo 1963. La legge era chiara: come già detto, l’indennizzo per l’esproprio era basato sul valore delle azioni negli anni 1959-1961, “senza alcun riferimento al valore o alla funzionalità degli impianti” (Corte d’Appello, pag. 205). Comunque gli impianti erano 70 (68 idroelettrici e 2 termoelettrici), non uno solo. È stata pagata in totale una cifra dell’ordine di 120 miliardi. Il protocollo di consegna, preparato nella segreteria dell’Amministratore provvisorio dell’ENEL-SADE, Benvenuti, era un atto puramente formale, nel quale non aveva proprio nessuna importanza che vi fosse scritto se un impianto fosse o meno in esercizio. C’erano allora impianti in tutte le situazioni, alcuni addirittura in costruzione, altri in disuso, e tutti passarono all’ENEL senza problemi.
Che lo Stato abbia sbagliato a comprare un impianto come quello del Vaiont è stata una tesi, almeno in alcuni periodi, sostenuta dall’ENEL: ma

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tutti i tribunali l’hanno bocciata. Anche il Tribunale dell’Aquila (p. 326) rileva che “nel 1962 – dopo l’annuncio della nazionalizzazione, durante la discussione della legge e dopo la emanazione della stessa – non poteva che dominare il concetto del trasferimento delle imprese elettriche nella globalità di impresa, con tutti i loro beni aziendali (con esclusione o restituzione dei soli beni non elettrici), secondo il disposto della legge, la quale, come ha notato il P.M. di Venezia nella sua richiesta di archiviazione, non conosce, nella sua terminologia, altra espressione che quella di beni destinati o non destinati all’esercizio dell’attività elettrica, senza mai accennare ad una inidoneità dei beni oggetto del trasferimento”. Dunque “riesce arduo pensare che si sia potuta ipotizzare una diversa interpretazione per insistere, affrontando gravi rischi, in una condotta per la quale era venuto a cadere ogni interesse secondo la più lineare, ed allora del tutto pacifica, interpretazione della sopravvenuta situazione giuridica connessa con l’esproprio”.
Per altre precisazioni su questo argomento, rimando a quello che più estesamente riporto nel paragrafo A7 sulla “corsa al collaudo” e particolarmente nella nota 99.1
B3. Critiche al progetto del Vaiont
♦ Che cosa si sapeva fino all’agosto del 1959? Le critiche dell’autore si rivolgono dapprima al progetto primitivo, e ai seguenti, che sarebbero stati fatti senza badare ai pareri negativi e alle segnalazioni di zone franose sulla sinistra della valle: bisogna precisare che tutte le segnalazioni precedenti al 1959 si riferivano più o meno chiaramente alla zona della Pineda, dove esiste una antichissima frana che non presentava e non presenta nessun pericolo, come è stato riconosciuto da tutti quelli che ne hanno trattato, e da me per ultimo nel 1959, a voce (e nel 1960 per iscritto). Per quanto riguarda la zona del Toc, se ne parla nella relazione di Müller del 16 agosto 1957 che accenna però soltanto a qualche piccola massa instabile: si veda per questo la nota 142 al capitolo 3.
♦ Erto e Casso costruiti su ghiaioni. Per quanto riguarda i paesi della valle (Erto e Casso, suppongo) afferma (pag. 43) che sono costruiti “sopra
Sul fatto che i contributi già “liquidati” venissero poi di fatto pagati in 30 rate annuali (comprensive di capitale e interessi), si veda la Commissione Parlamentare, pagg 101-102 da cui risulta Credito per le opere pubbliche, incassando una cifra inferiore ma immediata (639 + 354 milioni), e che la cessione era stata accettata con decreto ministeriale (l’ultimo del 28 maggio 1960). Che poi, dopo la catastrofe, il pagamento di tali rate dallo Stato al Consorzio di Credito sia stato di fatto sospeso cautelativamente nel 1964, sembra fosse difficilmente prevedibile a priori.
Rimane poi il discorso della Merlin, sempre a pag. 122/101, nota 15: “Ovviamente era ancora pregiudicata l’intera cifra nel caso che l’opera non fosse giunta a buon termine” (cfr. Mandarino, paragrafo LXIV). Sono, come le altre, questioni da avvocati. Comunque la nazionalizzazione comportava il trasferimento all’ENEL oltre che di tutti i beni anche di tutti i rapporti giuridici. Si noti che si trattava di un trasferimento, non di una vendita, e che l’indennizzo stabilito nel 1962 per l’esproprio era basato sul valore delle azioni negli anni 1959-1961, “senza alcun riferimento al valore e alla funzionalità degli impianti” (Corte d’Appello, pag. 205). E a prescindere dalla data della presa in consegna, la data del trasferimento era il 16 marzo 1963.
La Corte d’Appello sottolinea ancora alla pagina 205 che oltretutto “la persistenza, nel Biadene, di un ‘legame psicologico’ con la SADE appare essa stessa poco credibile: l’attaccamento poteva essere concepibile nei confronti dell’impresa, alla quale egli continuava ad appartenere ed alla quale doveva dedicare ancora anni del suo proficuo lavoro, ma non era concepibile nei confronti della società espropriata, priva ormai di qualsiasi apparato tecnico e ridotta a gestire soltanto il proprio patrimonio”. Si ricordi ancora che Biadene era socialista e fautore della nazionalizzazione. Semmai, secondo la Corte (pag. 206), Biadene poteva essere attaccato alla diga. Ed era considerato un decisionista, abituato a risolvere sul campo problemi costruttivi difficili, come aveva dimostrato in precedenza, quando aveva lavorato a costruire ferrovie in Iran, in zone impervie.
Per tutto ciò non sembra lecito insistere sul tema della corsa al collaudo: tanto meno farne la chiave di lettura di tutta questa fase della vicenda.
È da notare, a proposito di questo rapporto di Müller, che Calvino, nella seconda perizia a pagina 11 (Calvino et al., 1967), citando una parte della frase sopra riportata, sembra far apparire che Müller abbia denunciato addirittura “il forte pericolo di frane, sebbene si tratti di formazione rocciosa, della sponda sinistra, sui cui verdi pascoli sorgono numerosi casolari”, senza lasciar capire che parlava di un’area molto limitata.

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(99) Sulla “corsa al collaudo”; Palmieri (1997, pag. 125) dice che questa idea trovò accoglienza nella sentenza di rinvio a giudizio (cfr. anche Mandarino, paragrafo LXIV), ma venne respinta sia dal Tribunale (pag. 323 e segg.) sia dalla Corte d’Appello dell’Aquila, che così si è espressa (pag. 205): “La tesi, chiaramente ispirata alle correnti demagogiche che hanno accompagnato il processo di nazionalizzazione delle imprese elettriche, è priva di ogni base logica”. Il contributo statale non ancora corrisposto, 283 milioni (erano stati già liquidati 1135 milioni nel 1958 e 1959, e non 10 o 20 miliardi come capita di leggere qua e là…), sarebbe ormai entrato nelle casse dell’ENEL, come ammette anche la Merlin (nota 15. pag. 122/101). Si veda anche il capoverso “contributi governativi” al paragrafo A3. Riguardo a un ulteriore 15% della spesa totale (essendo 1135+283 il 30%), il Tribunale dell’Aquila rileva: “Non risulta che la SADE abbia avanzato alcuna domanda prima del trasferimento dell’impresa”, quindi “resta confermato che la cifra residua era solo quella di 283 milioni sopraindicata, che sarebbe stata ulteriormente liquidata a collaudo avvenuto. Questa somma, per giunta, a trasferimento avvenuto, avrebbe costituito una sopravvenienza attiva di pertinenza dell’ENEL. Pertanto, a parte l’esiguità della cifra, la tesi secondo cui, anche dopo il trasferimento dell’impresa, i tecnici, legati ancora spiritualmente alla SADE e in particolare all’ing. Biadene, avrebbero proseguito la ‘corsa al collaudo’ perché ‘con il collaudo la SADE’ potesse vedere ‘anche maturato il diritto al contributo statale’ non riesce davvero a convincere e va, pertanto, respinta” (Tribunale dell’Aquila, pagg. 326-327) ↩
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(14) Era proprio la parte frontale della massa che si mise poi in moto nel 1960, e scivolò velocissimamente nel 1963. Ma ecco come ne parlava (traduzione SADE): “Anche la zona della sponda sinistra, caratterizzata da stacchi estesi collegati fra loro, sui verdi prati della quale si trovano diverse case, presenta seri pericoli di slittamento, malgrado sia costituita da roccia. Però in quei posti la roccia è molto disgregata e degradata e perciò può essere facilmente asportata o messa in movimento di slittamento.” Che corrisponde bene al testo originale: “Auch das links-ufrige, durch ausgedehnte, zusammenhängende Abbrüche charakterisiertes Gebiet, auf dessen grünen Almboden mehrere Häuser stehen, ist stark gleitgefährdet, obwohl es aus Fels aufgebaut ist. Das Gestein ist aber dort sehr stark zerrüttet und aufgelockert, kann daher leicht abgetragen oder in Gleitbewegung versetzt werden”. Esisteva però una traduzione precedente un po’ affrettata, fatta in cantiere e in questo punto meno precisa. L’unica riportata dal giudice Fabbri a pagina 89, che si trova quasi uguale in Ascari a pagina 57 e da qui in Paolini e Vacis a pagina 124. In essa la frase diventa: “Anche il terreno di sponda sinistra, caratterizzato da ammassi di sfasciume, sui cui verdi pascoli sorgono numerosi casolari, è in forte pericolo di frana, sebbene sia una formazione rocciosa. La roccia è ivi molto fratturata e degradata e può pertanto facilmente scoscendere o essere posta in movimento”. Il pensiero di Müller risulta pertanto falsato, in quanto sembra che, parlando di instabilità, si sia riferito a tutta la sponda, mentre parlava solo di una zona (Gebiet) con determinate caratteristiche; manca poi l’avversativa (aber) e, soprattutto, le parole abgetragen … werden (essere asportata, attivamente, dall’uomo, per eliminare il problema) vengono tradotte con “scoscendere”, che fa pensare ad un fenomeno naturale. Invece, sia da questo passo, sia da tutto l’insieme di questa e delle altre relazioni di Müller risulta che egli non aveva affatto scoperto la grande frana, e che le sue parole del 1957 si riferivano ad ammassi di dimensioni limitate, facilmente asportabili. Se avesse capito o anche solo sospettato l’instabilità di buona parte del versante, le sue parole e le sue indicazioni sarebbero state ben diverse! ↩
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dei ghiaioni”, cosa assolutamente falsa, se si intendono ghiaioni attivi; da notare peraltro che, anche se così fosse, non ci sarebbe nessun pericolo da parte dell’invaso. Si veda ciò che ho scritto al paragrafo A6.
♦ Vaiont significa “va giù”. A pagina 45 scomoda addirittura l’etimologia, per dire che la zona era inadatta. L’etimologia è sempre stata un campo dove le certezze sono rare, per cui ognuno si sente autorizzato a inventare tranquillamente. Ma qui viene a dire che Vaiont significa “va giù”, mentre è chiaramente l’accrescitivo della voce dialettale “Vaio”, che significa valle: come dire “Vallone” (vedi Bellò 2002).
♦ Toc vuol dire pezzo “marcio”. In dialetto veneto, toc significa “matto” o “toccato” (se la o è chiusa) oppure (se la o è aperta) “pezzo”, nel caso pezzo di terra buona; questo secondo significato mi sembra il più probabile, in quanto effettivamente i prati abbastanza pianeggianti della zona erano gli unici dove gli abitanti di Casso potessero coltivare patate, mais ecc., e mandare le bestie al pascolo senza pericoli.1
♦ Che cosa sapeva la gente sul Toc? La gente del luogo non sapeva niente di movimenti ricorrenti nella zona della frana. L’unico allarme riguardava Erto, e veniva da una specie di presagio, espresso da Tina Merlin, e pare anche dagli abitanti di Erto, secondo il quale il paese, che sta da tutt’altra parte, sarebbe finito in un lago, che ancora non esisteva.
♦ La passerella. A pagina 51 si parla della impossibilità, affermata dalla SADE, di costruire la passerella pedonale, “perché il terreno non lo consente”: così dice la Merlin. Ma le cose stanno in modo diverso, come si è detto al paragrafo A3: lo si capisce se i singoli fatti sono esposti correttamente e nell’esatto ordine cronologico.
B4. Giudizi negativi sui protagonisti
Paolini si diverte a giudicare negativamente ogni atto dei protagonisti. La favola del sidecar. Al giudizio negativo su Carlo Semenza e Giorgio Dal Piaz arriva dopo aver provveduto sapientemente a metterli in ridicolo con la fiaba del sidecar durante un primo sopralluogo al Vaiont. Uno magro, quindi l’altro doveva essere grasso, “se no la coppia comica non

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(106) Risulta che in passato questo “pezzo” era stato addirittura l’oggetto di una contesa con gli abitanti di Degna e Provagna, paesi situati giù nella valle del Piave, in quanto era tutto coperto di alberi, che allora erano molto richiesti dalla Repubblica Veneta: ciò era fonte di lavoro e di notevoli guadagni di una specie di corporazione, gli “zattieri” di Codissago, cioè gli addetti al trasporto fluviale di zattere di tronchi, fiorente nel Longaronese. Quando si smise di usare il legname nella costruzione delle navi, il bosco fu sostituito dal prato, e la contesa cessò. Per quanto riguarda l’etimologia, devo dire che in passato avevo anch’io indicato altre ipotesi, simili a quella di Paolini; ma allora non conoscevo la storia qui riportata. È da notare inoltre che spesso sono i monti a ricevere il nome da zone vicine o da fatti utili all’uomo, e non viceversa. ↩
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viene bene” (pagg. 16-17). E la folla di strumenti, completamente inutili in quella fase preliminare dello studio, che da come Paolini lo descrive doveva essere un sopralluogo, che molto probabilmente non durò più di un giorno. Per le misure con gli strumenti saranno certamente intervenuti in seguito i tecnici specializzati.1
♦ Orazione in memoria dei padri della diga. A pagina 83 arriva al giudizio finale per i due protagonisti dell’impianto, giunti al Vaiont a bordo del sidecar, anche se, a pagina 16, aveva scritto che erano “forse” sul sidecar e a pagina 36 che il sidecar se l’è inventato.
♦ Carlo Semenza. A parte questa nota ricorrente or ora commentata, che evidentemente lo diverte, passa a qualcosa di più pesante, e spara su Carlo Semenza dicendo praticamente che per realizzare il suo rapporto con la montagna e con Dio (!) riteneva di poter fare a meno di occuparsi di uno che fosse stato colpito da un sasso, smosso in conseguenza del suo camminare in montagna. È un’affermazione grave, che sembra fatta per distruggere la memoria di una persona, ma che contrasta con quanto pensano quelli che l’hanno conosciuto, oltre che con la cultura degli alpinisti.2
♦ Giorgio Dal Piaz. Su di lui, a dir la verità, in questo punto del libro non si dà un giudizio, che invece traspare da tutta la narrazione. Ad esempio, a pagina 36, dopo averlo descritto come funzionario (nel 1929) del Magistrato alle Acque di Venezia, passato poi alla Cattedra di Geologia di Padova, mentre la sua “carriera” era stata ben diversa, lo fa apparire come un povero vecchietto,3 succube di C. Semenza, che addirittura gli detta il testo della relazione geologica! Qui c’è un equivoco. È vero che Dal Piaz era molto vecchio, e come tale un po’ limitato nei movimenti (molto meno però della maggior parte dei suoi coetanei), ma era tutt’altro che arrendevole. Per quanto riguarda le relazioni “dettate” occorre precisare anzitutto che, per i geologi che fanno studi applicativi, c’è sempre stata (adesso meno) una certa difficoltà a capire quali sono le esigenze degli ingegneri ai quali spetta la responsabilità dei progetti e della costruzione. Nel caso in questione, la fiducia e la stima reciproca, della quale posso dare piena testimonianza, erano tali che le frasi della lettera riportate da Paolini, e da innumerevoli altri autori, possono venire interpretate senza pensare a cose come la “circonvenzione di incapace” o altro.4

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(107) Per inciso Carlo Semenza non guidava neanche l’auto, che non aveva (la prima auto che comperò, nel 1945, su pressione dei miei fratelli più grandi, fu un gippone americano, residuato bellico; con quello facevamo le gite durante le vacanze, e su quello imparai a guidare, anni dopo). Quando girava per lavoro in auto, chi guidava era un autista della Società, così lui poteva riposarsi, o pensare alle incombenze che lo aspettavano, o parlare con chi era con lui, e guardare in giro quand’era sul posto di lavoro. Aveva guidato mezzi militari durante la prima guerra mondiale, alla quale aveva partecipato da volontario nel Genio, ma poi aveva smesso ben volentieri, e per tutta la vita. ↩
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(108) La passione per l’alpinismo si era sviluppata in lui fin da giovanissimo. Già qualche anno prima della prima guerra mondiale aveva fondato a Milano, assieme ad amici e parenti più o meno coetanei, una società “Cicloalpina”; i soci (e le socie) partivano in bicicletta col sacco da montagna sul portapacchi e arrivavano ai piedi dei grandi massicci nella zona di confine della Lombardia; finita l’ascensione ritornavano in bici a Milano. Trasferitosi a Vittorio Veneto nel 1919, assieme ad amici promosse subito attività alpinistiche, e nel 1925 arrivò a fondare la sezione locale del CAI, della quale fu il primo presidente. Aveva un grande rispetto per la montagna e per quelli che la frequentavano, rispetto che inculcò con l’esempio e con la parola in noi figli, nelle innumerevoli gite che ci fece fare: in particolare ci raccomandava di non lasciare mai resti dei pasti, e di non smuovere i sassi, né tanto meno lanciare alcunché nel vuoto, perché “potrebbe esserci qualcuno sotto”. ↩
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(109) Un sensibile decadimento deve essere intervenuto più tardi, probabilmente dopo la frana del 4 novembre 1960, quando fu chiaro che la sua idea era errata e si sentì superato dai fatti, ma soprattutto dopo l’incidente d’auto del 17 ottobre 1961 avvenuto a Vittorio Veneto, di ritorno dal Vaiont, nel quale rimase contuso, e dal quale non si riprese più, fino al giorno della sua morte (20 marzo 1962). ↩
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(110) Su questa lettera si veda anche la seconda parte del paragrafo A4. ↩
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♦ I “còmpiti” delle mogli. A pagina 85 si conclude poi la “orazione finale” su C. Semenza e G. Dal Piaz, con un capoverso sui “còmpiti” delle mogli e dei conoscenti degli uomini straordinari, che come tali sono anche pericolosi per l’umanità. Qui il Paolini si lascia andare, purtroppo, ad una espressione poco nobile, consigliando colpi che nella noble art (pugilato), ma anche nella lotta cosiddetta libera, sono espressamente vietati.
♦ “Quel contestatore”: i rapporti tra Carlo e Edoardo Semenza. Da ultimo, in questa parte devo commentare i passi dove si immaginano i rapporti tra C. Semenza e me. Alle pagine 58-59 si dice che io (“quel contestatore, quel capellone”) sono stato incaricato da mio padre contro voglia, soltanto dopo le indagini di Müller e di Caloi, per la necessità di dirimere una controversia tra i due. La cosa, oltre che ridicola, è totalmente errata, come ho già scritto quando ho esposto la cronistoria delle ricerche, nei capitoli 5-8 (ma siccome l’ha detta Tina Merlin, cfr. A6, Paolini ci crede!).
♦ Non era il primo incarico! Ma a questo punto mi preme osservare che questo non era il primo incarico che avevo dalla SADE, e quindi da mio padre. Già pochi mesi dopo la laurea, fui incaricato (1956) di esaminare un progetto per una traversa (piccola diga) sul Piave a Belluno e di studiare la geologia della zona tra Vodo (sul T. Boite) e Pontesei (sul T. Maè), al fine di conoscere le caratteristiche delle rocce da attraversare con la costruenda galleria. In particolare questo studio aveva permesso di adottare accorgimenti utili per prevenire eventuali conseguenze pericolose, e mi aveva procurato la fiducia di tutti, mio padre compreso.1 Che poi io esprimessi le mie idee senza paura penso che, da parte sua, fosse considerato un fatto positivo e non un difetto; inoltre non ho mai contraddetto nessuno per partito preso. Per quanto invece riguarda il “capellone” (qualifica che Paolini smentisce subito dopo) la cosa mi secca un po’, perché ho sempre preferito andare dal barbiere piuttosto regolarmente.
♦ “Lui non parla col figlio, ma scrive”. Forse l’idea di un contrasto con mio padre deriva dal fatto che lui mi ha scritto. E Paolini commenta: “Lui non parla col figlio, ma scrive” (pag. 65). Ma in quel caso, come in altri, si trattava di una richiesta di ufficio, che riteneva necessario formalizzare; e poi io abitavo a Ferrara e lui a Venezia.

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(111) Vedi anche C. Semenza (1962). ↩
pag.176 B5-B6
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B5. Errori vari
C’è poi da constatare che nel suo scritto, come anche nelle rappresentazioni teatrali e televisiva, Paolini incorre in una serie di errori più o meno gravi, che riguardano argomenti di cui sono al corrente. Ne cito qui alcuni che non rientrano nei campi geologico e ingegneristico, commentati al paragrafo seguente.
♦ La Val Zoldana è la valle di Papa Luciani (pag. 42). Bisognerebbe sentire che cosa ne pensano gli agordini…
♦ Arcangelo Tiziani custode? (pag. 42). Come ho detto al paragrafo A5, Tiziani non era il custode dell’impianto di Pontesei, e quindi tutto il discorso che ne consegue, preso dal libro della Merlin, non sta in piedi.
♦ I paesi del Vaiont sono nel lato in ombra (pag. 44). Sembrerebbe che quando lui c’è stato fosse sempre di notte o con nuvole fitte, perché sono invece sul versante Nord della valle e quindi in sole assai più del versante opposto, dove era la frana. Però a pagina 45 si dice giustamente che il monte Toc è all’ombra: come la mettiamo?
♦ “Diga Massenet al Fréjus” (pag. 62). Due errori in quattro parole: è invece la diga di Malpasset, località a una decina di km a monte della città di Fréjus, sulla Costa Azzurra. Dicendo poi “al Fréjus” sembra che Paolini (ma in realtà anche molti altri prima di lui) pensi al passo omonimo al confine italo-francese tra Bardonecchia e Modane, assai noto agli italiani, o a un traforo sottostante.1
B6. Errori nel campo geologico e in quello ingegneristico
♦ “Tutto in un anno”. Tra questi errori, una buona parte riguarda i tempi degli studi e delle indagini da parte di geologi, geomeccanici, geofisici, sondatori e topografi: l’ordine cronologico di tali operazioni ha una grande importanza per capire la loro logica, e quindi giudicarne la correttezza. Ma quest’ordine è largamente stravolto, e lui se la cava dicendo (pag. 61) che per esigenze narrative ha dovuto comprimere “tutto in un anno”: e così fa una gran confusione (vedi Appendice F).

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(112) La diga di Malpasset si è rotta il 2 dicembre del 1959. L’acqua del lago è scesa per una decina di km lungo la valle del T. Reyran fino al mare, e poco prima è uscita dall’alveo in corrispondenza all’abitato di Fréjus, devastandone un quartiere periferico e causando la morte di 421 persone (vedi il paragrafo A5). ↩
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♦ “Calcestruzzo armato” e resistenza delle dighe. A pagina 46 si inizia un discorso generale sulle dighe. Secondo lui sono tutte di calcestruzzo armato, e più spesse in basso che in alto, “perché la spinta dipende anche dall’altezza della colonna d’acqua”. Qui il discorso è piuttosto complesso.
Anzitutto va detto che nessuna diga è in calcestruzzo armato, almeno nella gran parte della loro massa, e invece vi sono dighe “rigide” (in calcestruzzo o altro materiale murario non a secco) e dighe deformabili (in materiale sciolto o in pietrame a secco o in blocchi di calcestruzzo non cementati, con vari accorgimenti per ottenerne l’impermeabilità). In quelle rigide è frequente un’armatura in punti particolari, ad esempio attorno ai cunicoli di ispezione, o anche sui due paramenti, cioè entro i primi decimetri in prossimità delle due superfici, di monte e di valle, o attraverso i giunti tra un concio e l’altro, ma essa manca nella massa della diga: questa infatti deve resistere alla compressione e non alla trazione.
L’impiego del ferro è assai più frequente nelle “cuciture” (chiodature o tiranti) della massa rocciosa su cui la diga appoggia, affinché rimanga compatta e possa resistere così agli sforzi che la diga esercita su di essa, e nel cosiddetto “pulvino”, usato per regolarizzare la forma della superficie di appoggio della diga alla roccia delle imposte. Forse l’equivoco relativo al corpo principale della diga nasce anche dal fatto che in quella del Vaiont, che certamente è la più visitata, nel coronamento si vedono dei tronconi di tondino di ferro, sporgenti e piegati dall’onda e dal materiale roccioso da essa trasportato: ma sono ferri che servivano per “cucire” alla diga le mensole che sostenevano la strada appoggiata sulla diga stessa, strada poi spazzata via dall’onda. Però la diga del Vaiont fu effettivamente armata nei paramenti dell’arco di cresta, e ciò ha certamente contribuito a sostenere l’eccezionale carico dell’acqua, oltre a tutto squilibrato per l’impatto non uniforme dell’onda.
Per quanto riguarda poi la spinta dell’acqua, poiché è dovuta alla pressione idrostatica, in condizioni normali dipende dall’altezza del lago, e dalla larghezza della diga alle varie quote, ma non dal volume dell’invaso, come pensano in molti.
♦ “Scisti rocciosi”. A pagina 48 parla di scisti (anziché strati) rocciosi: scisti in italiano (diversamente da parole simili di altre lingue) indica un certo tipo di rocce metamorfiche, che al Vaiont non ci sono.

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♦ La specialità di Müller. A pagina 52 dichiara che Müller era un geologo: in realtà era un ingegnere minerario, con grande esperienza di geologia applicata, specialista di geomeccanica, ossia di meccanica delle rocce. E i sondaggi non li faceva certo lui, come lo stesso Paolini (dopo essersi però divertito a descriverne le attività di carotatore) ammette a pagina 53; ma probabilmente ne decideva la posizione, il tipo e la lunghezza, e ne interpretava i risultati. Non poteva poi aver trovato rocce piroclastiche, né intrusive, né pozzolaniche, che non ci sono al Vaiont. Non aveva poi studiato gran che della geologia della valle dato che non era il suo compito, e aveva solo accennato alla franosità nel rapporto del 1957.
♦ Müller ha veramente scoperto la grande frana profonda? Questo afferma Paolini a pagina 57, dandone anche le dimensioni in un modo alquanto impreciso: parla di “un fronte di due chilometri”, e va quasi bene, e poi di uno “sviluppo verticale” di 600 metri, e non si capisce se intende lo spessore, o invece, come è giusto, il dislivello tra il punto più basso e quello più alto del piano di scivolamento. Ma queste due misure le ho date io: la prima nell’agosto 1959 (e nella relazione del giugno 1960) e la seconda nell’agosto del 1960 (vedi fig. 31). In precedenza, a fenomeni franosi in questa zona Müller ha fatto soltanto un accenno nel 1957 nel suo secondo rapporto, scrivendo di alcune masse instabili nella zona tra la Punta del Toc e il Pian della Pozza, stimando il volume di una di esse (la più grande, evidentemente) a un milione di m³ o più, e parlando addirittura della possibilità di asportarle facilmente (vedi capitolo 3, nota 14 e B3). Ha scritto di frane poi nel 6° Rapporto del 10 ottobre 1959, in cui però si limita a illustrare in modo particolareggiato il programma di ricerche geomorfologiche da compiere al fine di scoprirne l’eventuale esistenza, già commissionatomi nella lettera del 24 luglio di quell’anno, quando evidentemente non sapeva ancora niente della paleofrana (vedi nota 22 al capitolo 5).
Occorre aggiungere che anche dopo la frana del novembre 1960 e persino dopo quella del 1963, Müller non è mai stato convinto dell’esistenza della paleofrana. Dire che l’ha scoperta prima di me non corrisponde a verità.
♦ E. Semenza chiamato solo per dirimere la controversia fra Müller e Caloi? Ridicolo e completamente errato (vedi in A6 il capoverso “Chi ha

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scoperto la grande frana?”). Eppure, a pagina 61, riconosce che sembra che io e Giudici siamo “i primi a capire esattamente come stanno le cose lassù”. E l’avevamo capito nel 1959 (in agosto io e in ottobre Giudici), non nel giugno 1960.
♦ Una frana “così grande che tutto il fianco della montagna ne fa parte”. Nella stessa pagina è scritto che noi parliamo di un fronte di 2400 metri: non so dove abbia trovato questo numero, dato che la carta ne mostra uno di circa 1800. E afferma anche che “non si sa quanto sia alta la frana”, perché “nessuno ha proposto di esaminare i terreni del Toc fino in cima” ma che coinvolge tutto il fianco della montagna. Qui Paolini non riporta che nella mia scoperta ci sono state due fasi: la prima nell’estate del 1959, e la seconda nell’estate del 1960, dopo l’esecuzione dei sondaggi, fatti appunto per individuare il piano di scorrimento. Con la prima stima si era ritenuto che il piano terminasse soltanto alla Pozza, cioè a circa 850 m d’altezza, mentre con la seconda si era potuto accertare che terminava assai più in alto (vedi fig. 31), dove più tardi, in ottobre, sarebbe comparsa la famosa fessura a M: le due punte della quale erano a 1200 e a 1400 m di quota, non a 1920 (quanto è alto il M. Toc). E alla fine della pagina si parla, per la frana, di una stima di 200 milioni di m³: ma questa è la seconda, fatta quasi un anno dopo, come si è detto. Con la prima, pensavamo fosse molto più piccola (circa 50 milioni di m³)!
♦ Che cosa aveva concluso Müller all’inizio del 1960? A pagina 64 torna la storia delle conclusioni di Müller e mie. All’inizio del 1960 Müller non aveva “concluso” ancora niente a proposito della frana: è tornato al Vaiont per occuparsene soltanto dopo il franamento del 4 novembre 1960.
♦ Nel giugno 1960 l’acqua era a 650 metri? (pag. 70). Il dato viene dalla Merlin (pag. 78/65), ma in realtà il livello era a circa 600 (vedi fig. 53).
♦ Le prime franette avvennero verso luglio e agosto? (pag. 70). A dire il vero, la prima è del marzo; parla poi della frana del 4 novembre, che precede nel racconto la fessura a M. È invece contemporanea o di poco precedente.
♦ Troppo giovani per avere ragione. C’è un po’ di confusione, perché Paolini concentra in uno stesso giorno un primo sopralluogo, del 5 novembre, in cui si distinguerebbe la barba di Dal Piaz, e quelli per i quali sono

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state convocate diverse persone. Io ci sono stato nei giorni 8, 9, 14, 15, 16 e 17 novembre e in quei giorni ho partecipato a sopralluoghi con altri. Ma per Paolini (pag. 72) né io né Giudici saremmo stati invitati: “Troppo giovani per avere ragione”. Giudici certamente non c’era, ma io sì. Anche nell’appendice (pag. 128) c’è un elenco dei partecipanti, in cui, forse per non contraddirsi, c’è il mio cognome ma non il mio nome.1
♦ L’unico che gode è Müller, perché “ormai è chiaro per tutti che aveva ragione” (pag. 72). Ma probabilmente era la prima volta che metteva piede al Vaiont dopo il luglio 1959: nel rapporto del 10 ottobre 1959 aveva soltanto formulato ufficialmente le prescrizioni per lo studio (che lui stesso mi aveva indicato per lettera in luglio). Circa le mie ricerche nella zona del Toc, ne era stato informato da mio padre e da me a Salisburgo il 1° ottobre 1959, e aveva quindi confermato in quel rapporto il consiglio di eseguire sondaggi nella zona. Ma non risulta che lui personalmente se ne fosse più occupato fino a quel momento. Circa poi immaginare che godesse della cosa, francamente mi sembra di cattivo gusto.
♦ La seconda indagine sismica di Caloi. È presentata come già avvenuta al momento del sopralluogo e della riunione subito dopo la frana del 4 novembre 1960 (pag. 72), ma è iniziata dopo, in dicembre, ed è terminata all’inizio del 1961.
♦ Sifone sul fondo o galleria a una certa altezza? A pagina 74 c’è poi il discorso, piuttosto confuso, del sifone, perché “non basta una galleria orizzontale”: ma un sifone così concepito non avrebbe dato nessun vantaggio, e anzi avrebbe comportato problemi costruttivi rilevantissimi e sarebbe costato enormemente di più. La galleria di sorpasso non è quindi stata scavata sul fondo (anche perché, in ogni lago, il fondo è destinato a riempirsi più o meno rapidamente di materiale trasportato dai corsi d’acqua che vi arrivano, e anche di fango) bensì a una certa altezza sopra il fondovalle, nel versante opposto a quello della frana, dove la roccia era in buone condizioni.
La galleria comunque era necessaria non solo per “salvare l’impianto”, ma anche, e prima di tutto, per la sicurezza di Erto. Sembra che Paolini, non potendo negare questo fatto, lo minimizzi mettendolo in ridicolo (pag. 75).

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(113) Nel suo 15° Rapporto, Müller annota: “Ai sopralluoghi e alle successive discussioni hanno partecipato i sigg. Dir. Semenza, Dir. Biadene, Dott. E. Semenza e gli ingegneri Pancini, Linari, Ruol e Vielmo”. E il P.M. Mandarino (1967) afferma che io c’ero e mio padre no. ↩
pag.181 B7
pag.181
♦ Che cosa aveva detto la Merlin prima del 4 novembre 1960? A pagina 75 esalta la Merlin perché aveva detto che sarebbe caduta una frana, senza precisare che lei si riferiva al franamento di Erto (vedi A6, e Merlin pag. 63/52).
♦ Vallesella aveva cominciato a franare nel lago. Afferma (pag. 76) che a Vallesella, presso Calalzo, nel 1956 “il paese aveva cominciato a franar nel lago”. Occorre qui precisare che il fenomeno causato dal lago era iniziato tre o quattro anni prima; inoltre non si trattava di frane nel senso comune del termine: erano abbassamenti verticali in corrispondenza del margine di doline già esistenti, dovute allo scioglimento dei gessi esistenti al di sotto dei conglomerati interglaciali ivi affioranti. E subito dopo: “Adesso sta succedendo a Erto”. Erto non è il Toc, e non è franato.
♦ “E il ghiaccio che la inchioda”. A pagina 80 inveisce sul fatto che la frana si è fermata nell’inverno 1960-1961. Dice che ciò è dovuto al gelo: “È il ghiaccio che la inchioda”. Sembra pensi che la superficie di scivolamento possa gelare, a 200 metri di profondità!1 E allora come mai i movimenti sono ripresi soltanto nel novembre 1962? Certo, anche prima c’erano movimenti, ma piccolissimi, quasi nulli (fig. 53), e la stasi era avvenuta in conseguenza dell’abbassamento del livello del lago.
♦ Scuola inagibile? A pagina 98 afferma che nell’estate 1963 la nuova scuola elementare è diventata inagibile, completamente lesionata come tutte le case sotto il Toc. Ma la scuola è sulla vecchia frana della Pineda (lo dice a pagina 134): che cosa c’entra col Toc? La Pineda non si è mai mossa.
B7. La conduzione dei lavori e dell’impianto
Esaminando questo argomento, non si possono passare sotto silenzio affermazioni gratuite, o che non tengono conto della volontà e delle conoscenze di chi dirigeva i lavori o li eseguiva.
♦ “L’ing. Semenza… tutte le mattine era lì per controllare le gettate di calcestruzzo” (pag. 55). Quasi non avesse avuto fior di dipendenti (Pancini, “ingegnere residente” alle dipendenze di Biadene capo dell’ufficio lavori, Ruol, i geometri Rittmeyer e Rossi, e il capo cantiere De Pra) che si occupavano

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(114) Al di sotto di una certa profondità la temperatura non varia con le stagioni, e aumenta poi man mano che aumenta la profondità. È vero invece che quando le precipitazioni sono nevose, non penetra acqua finché la neve non si scioglie. ↩
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della cosa con alta competenza. Lui ci andava ogni tanto, e più di lui ci andava Biadene che era anche il suo vice, al quale andava affidando sempre maggiori compiti, in vista del proprio pensionamento.
♦ “Non si fa una diga dove è già caduta una frana” (pag. 62). Affermazione molto generica, e in quanto tale si presta a strumentalizzazioni, comoda quindi per chi vuol trovare colpevoli senza fare la fatica di approfondire: a questo proposito si veda anche quello che ho scritto verso la fine del capitolo 12. Inoltre, di frane ce n’è di molti tipi, e poi occorre distinguere tra le frane già avvenute, quelle in movimento e quelle che possono avvenire; le conseguenze quindi possono essere molto varie sulla stabilità dei versanti interessati. Occorre poi domandarsi se è possibile provvedere alla loro stabilizzazione, come nel caso della frana di Downie (capitolo 17). Addirittura ci sono dighe “costruite su frane”, progettate con speciali accorgimenti, in servizio da molti anni e senza problemi, come quella di Pian Palù, presso Pejo, in Trentino. È chiaro che occorre prima conoscere la situazione, e poi giudicare e agire di conseguenza. Ma questo era stato fatto, purtroppo senza alcun risultato allarmante fino al 1959: la colpa, se è tale, è di chi non aveva visto abbastanza, non di chi progettava e di chi dirigeva i lavori.
♦ “Müller, la frana si può fermare? Ormai no”. A pagina 72 riporta che in una riunione di nove “cervelloni”, dopo il 4 novembre 1960, tutti si affannavano a proporre rimedi, mentre Müller riteneva che la frana non si potesse più fermare. Ma la realtà è diversa e occorre capire come è nata questa diceria (vedi anche capitolo 10).
♦ Come “Ben Hur”. Alla fine della riunione C. Semenza e G. Dal Piaz, che “amano sempre il brivido”, vogliono far cadere la frana “in maniera controllata, magari invasando e svasando acqua rapidamente”: non risulta che abbiano pensato una cosa del genere. Questo sistema, se anche qualcun altro l’aveva ipotizzato, non è mai stato accettato: la prima decisione è stata di abbassare molto lentamente il livello del lago, e da allora la lentezza delle variazioni di livello, intervallate da frequenti e prolungati arresti divenne la regola durante i lunghi abbassamenti (due) e innalzamenti (due) che accompagnarono gli svasi e gli invasi nel corso dei tre anni successivi fino al settembre 1963. Ed era stato Müller (vedi capitolo 10) a suggerire

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questa regola, come uno dei possibili rimedi all’esistenza della frana in movimento, che secondo lui non sarebbe comunque “tornata tanto presto all’arresto assoluto”. Di fatto, la frana si arrestò sia dopo il primo, sia dopo il secondo invaso.
♦ “Solletico alla sponda” con “repentini svuotamenti”? Più avanti (pag. 82), Paolini torna sullo stesso concetto, “salita lenta… e repentini svuotamenti… come se volessero fare il solletico alla sponda”, riferendosi però al secondo invaso. In nessun documento v’è traccia di questa procedura, mentre ci sono documenti in cui è descritto con grande dettaglio il programma della discesa lentissima del livello: si veda anche la figura 53, in cui si può notare che modeste oscillazioni (ma non repentini svuotamenti) ci furono solo durante la costruzione della galleria di sorpasso, sempre al di sotto dei 600 m, cioè a quota inferiore a quella del piano di scorrimento nella parte occidentale (vedi fig. 45; cfr. Müller 1964, pag. 168). A pagina 83 poi immagina l’attività dei tecnici come uno scomposto e folle affannarsi guidato dall’istinto del momento, mentre in realtà si mettevano in atto quei ritmi molto prudenziali proposti da Müller. Per concludere questo argomento, bisogna dire che il sistema adottato, di variazioni lente, funzionò fino alla primavera del 1963.
♦ Gli amministratori della SADE non condividevano “l’entusiasmo”, perché così il lago sarebbe restato piccolo e inutilizzato (pagg. 73-74). Si deve dire che la divisione del lago in due non era lo scopo dei provvedimenti, ma un’eventualità temuta, e che ad essa era associata l’idea della costruzione del by-pass. Comunque, come risulta da varie testimonianze, essi avevano piena fiducia in mio padre e nel suo successore, e quindi non interferivano minimamente nelle loro decisioni.
♦ “Una stupida galleria”? A pagina 82 scrive che prima di risalire col livello nell’autunno 1961, l’unico provvedimento è stato di “scavare una stupida galleria”. Evidentemente giudica stupido l’aver pensato di non rendere inservibile l’impianto, e ciò, visto in una certa ottica oggi di moda, si può anche capire. Ma il destino della valle a monte della frana (il cui movimento era allora giudicato possibile anche senza invaso) quale sarebbe stato senza la galleria? Il livello del lago sarebbe salito in modo incontrollabile, e Erto (come S. Martino e le altre frazioni) sarebbe stato sommerso: lo spartiacque tra la valle a Ovest della frana e la conca di Erto è

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oggi a quota 816 e il Passo di S. Osvaldo è a quota 827, mentre Erto e Pineda sono a 775, Prada a 741, S. Martino (bassa) 751; inoltre, poiché la base dei materiali permeabili sotto il Passo di S. Osvaldo è a circa 750, sarebbe stata possibile la “fuga” di acqua verso Cimolais, con portate difficilmente prevedibili. Con che coraggio si può definire stupida una galleria che preveniva queste eventualità? E che di fatto le sta prevenendo anche adesso, dato che è proprio attraverso questa galleria che il livello del lago è mantenuto a quota di poco superiore a 600?
♦ Regalo di Natale (quanto era alto il lago a ottobre e dicembre 1961?). A pagina 83 sostiene che il 23 dicembre 1961 arriva l’autorizzazione a elevare il livello a 680 metri, e che in realtà l’avevano già raggiunto quasi due mesi prima: dai grafici (fig. 53) risulta invece che quel giorno era a 640 (quota già autorizzata dal 19 novembre, come lo stesso Paolini riporta a pagina 133! Ma a pagina 82 dice addirittura che era stato autorizzato soltanto il livello 540, mentre per tutta la costruzione della galleria il livello era a poco meno di 600 m!).
♦ Il livello della falda era pari a quello del lago solo alla fine? A pagina 101 afferma che a fine settembre 1963, pochi giorni prima del disastro, notarono che “da qualche giorno il livello della falda dentro la montagna era sempre pari al livello del lago”. In realtà questa “parità”, molto importante, era stata constatata sempre, giorno per giorno, dall’inizio del 1962: quindi non c’era niente di nuovo. Opinioni diverse venivano da un’errata interpretazione delle misure del piezometro P2 (vedi i capitoli 10 e 16, e soprattutto la nota 49). Inoltre, questo dato non aveva nessuna importanza negativa per la stabilità, poiché significava soltanto che la permeabilità della massa era altissima. E quindi al variare del livello del lago non si creavano grandi squilibri di pressione, tali da influire appunto sulla stabilità, a differenza di quanto può avvenire in moltissimi altri casi, dove invece la permeabilità ha valori molto più bassi. Quindi non è valido il discorso fatto a pagina 102, dove si dice che la progressione (geometrica!) avviene per il fatto che si sta svasando il lago.
♦ Era stato calcolato un rischio così grande? Sbagliato è anche quanto scritto in fondo alla pagina 101, ovvero che “qualcuno stia calcolando un rischio così grande… senza avvisar nessuno”. Risulta, da varie testimonianze,

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che nessuno avesse calcolato un rischio del genere; erano tutti sicuri che, secondo le risultanze del modello idraulico, non ci fosse questo rischio; tanto è vero che quasi tutti i tecnici restarono là, pochi metri al di sopra del ciglio della diga, o a Longarone, e perirono. Solo per non dover avvisare Longarone? Così pure gli operai, che negli ultimi giorni avevano paura a girare sulla zona in frana (pag. 103), ma non a stare al cantiere; tant’è che fecero a gara per essere lì alla sera del 9 per vedere la partita di calcio sul grande schermo TV della sala mensa…
♦ Soverzene abusivamente in funzione? E poi, poco sotto, Biadene conferma il procedere dello svaso “compatibilmente all’esercizio di Soverzene” messo abusivamente in funzione: la centrale di Soverzene era in funzione da molti anni con l’acqua degli altri laghi a monte. Forse voleva parlare della piccola centrale del Colombèr?
♦ Collaudo a quota 715? Ne parla alle pagine 91-92 e 96-97: ma non sta scritto in nessun documento. Il collaudo poteva esser fatto soltanto a quota 722,50, cioè al massimo invaso. Di questa quota non si parla neanche nella relazione Ghetti sul modello di Nove, di cui son riportati stralci alle pagine 91-92, quasi tutti inventati. E alle pagine 96-97 si fa un gran discorso sulla necessità di arrivare a quota 715 per il collaudo e così poter vendere l’impianto. Ma l’impianto era già dell’ENEL quando Biadene ha chiesto e poi ottenuto l’autorizzazione per arrivare a quota 715, e se anche si fosse arrivati a 715 e tutto fosse filato liscio, non si sarebbe ottenuto nessun collaudo. Insomma, chiedendo 715, Biadene non puntava affatto al collaudo, almeno non a breve termine: il collaudo avrebbe richiesto, una volta giunti senza danno a 715, una nuova domanda e una nuova autorizzazione per quota 722,5, e poi di raggiungerla senza che si manifestassero problemi. Si vedano il paragrafo A7 e la nota 99.1
B8. Il modello fisico-idraulico
♦ Nove sopra il Lago Morto? A pagina 88, circa il modello fisico-idraulico di Nove, per fare più colpo (?), afferma che Nove è sopra il Lago Morto, mentre è sulle sponde del Lago di S. Floriano.
Sul fatto che i contributi già “liquidati” venissero poi di fatto pagati in 30 rate annuali (comprensive di capitale e interessi), si veda la Commissione Parlamentare, pagg. 101-102 da cui risulta che la SADE aveva ceduto i suoi crediti al Consorzio di Credito per le opere pubbliche, incassando una cifra inferiore ma immediata (639 + 354 milioni), e che la cessione era stata accettata con decreto ministeriale (l’ultimo del 28 maggio 1960). Che poi, dopo la catastrofe, il pagamento di tali rate dallo Stato al Consorzio di Credito sia stato di fatto sospeso cautelativamente nel 1964, sembra fosse difficilmente prevedibile a priori. Rimane poi il discorso della Merlin, sempre a pag. 122/101, nota 15: “Ovviamente era ancora pregiudicata l’intera cifra nel caso che l’opera non fosse giunta a buon termine” (cfr. Mandarino, paragrafo LXIV). Sono, come le altre, questioni da avvocati. Comunque la nazionalizzazione comportava il trasferimento all’ENEL oltre che di tutti i beni anche di tutti i rapporti giuridici. Si noti che si trattava di un trasferimento, non di una vendita, e che l’indennizzo stabilito nel 1962 per l’esproprio era basato sul valore delle azioni negli anni 1959-1961, “senza alcun riferimento al valore e alla funzionalità degli impianti” (Corte d’Appello, pag. 205). E a prescindere dalla data della presa in consegna, la data del trasferimento era il 16 marzo 1963.
La Corte d’Appello sottolinea ancora alla pagina 205 che oltretutto “la persistenza, nel Biadene, di un ‘legame psicologico’ con la SADE appare essa stessa poco credibile: l’attaccamento poteva essere concepibile nei confronti dell’impresa, alla quale egli continuava ad appartenere ed alla quale doveva dedicare ancora anni del suo proficuo lavoro, ma non era concepibile nei confronti della società espropriata, priva ormai di qualsiasi apparato tecnico e ridotta a gestire soltanto il proprio patrimonio”. Si ricordi ancora che Biadene era socialista e fautore della nazionalizzazione. Semmai, secondo la Corte (pag. 206), Biadene poteva essere attaccato alla diga. Ed era considerato un decisionista, abituato a risolvere sul campo problemi costruttivi difficili, come aveva dimostrato in precedenza, quando aveva lavorato a costruire ferrovie in Iran, in zone impervie.
Per tutto ciò non sembra lecito insistere sul tema della corsa al collaudo: tanto meno farne la chiave di lettura di tutta questa fase della vicenda.

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(99) Sulla “corsa al collaudo”; Palmieri (1997, pag. 125) dice che questa idea trovò accoglienza nella sentenza di rinvio a giudizio (cfr. anche Mandarino, paragrafo LXIV), ma venne respinta sia dal Tribunale (pag. 323 e segg.) sia dalla Corte d’Appello dell’Aquila, che così si è espressa (pag. 205): “La tesi, chiaramente ispirata alle correnti demagogiche che hanno accompagnato il processo di nazionalizzazione delle imprese elettriche, è priva di ogni base logica”. Il contributo statale non ancora corrisposto, 283 milioni (erano stati già liquidati 1135 milioni nel 1958 e 1959, e non 10 o 20 miliardi come capita di leggere qua e là…), sarebbe ormai entrato nelle casse dell’ENEL, come ammette anche la Merlin (nota 15. pag. 122/101). Si veda anche il capoverso “contributi governativi” al paragrafo A3. Riguardo a un ulteriore 15% della spesa totale (essendo 1135+283 il 30%), il Tribunale dell’Aquila rileva: “Non risulta che la SADE abbia avanzato alcuna domanda prima del trasferimento dell’impresa”, quindi “resta confermato che la cifra residua era solo quella di 283 milioni sopraindicata, che sarebbe stata ulteriormente liquidata a collaudo avvenuto. Questa somma, per giunta, a trasferimento avvenuto, avrebbe costituito una sopravvenienza attiva di pertinenza dell’ENEL. Pertanto, a parte l’esiguità della cifra, la tesi secondo cui, anche dopo il trasferimento dell’impresa, i tecnici, legati ancora spiritualmente alla SADE e in particolare all’ing. Biadene, avrebbero proseguito la ‘corsa al collaudo’ perché ‘con il collaudo la SADE’ potesse vedere ‘anche maturato il diritto al contributo statale’ non riesce davvero a convincere e va, pertanto, respinta” (Tribunale dell’Aquila, pagg. 326-327). ↩
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♦ “Là nessuno viene a ficcare il naso”. Tira fuori poi (tendenziosamente, come ammette, bontà sua) che si volesse nascondere il modello. È certo che il luogo è stato scelto tenendo conto della delicatezza della materia e dell’urgenza dello studio: negli spazi normali a disposizione dell’Istituto Idraulica di Padova sarebbe stato difficile evitare i curiosi e magari i contestatori, e la ricerca non avrebbe potuto svolgersi serenamente, come è indispensabile per qualsiasi studioso. Ma il modello era ed è all’aperto, a due passi dalla strada statale di Alemagna (fig. 40).
♦ L’uso della ghiaia consigliato dai geologi? A pagina 89 dice che Ghetti ha affermato che l’uso della ghiaia era stato consigliato dai geologi: non so chi gliel’abbia consigliato, certamente non io. Si veda comunque il capitolo 11.
♦ La caduta in due tempi. A pagina 90 parla dei due tempi di caduta: questa idea era nata dal fatto che Müller, nel suo rapporto del febbraio, aveva descritto i fenomeni che permettevano di capire il tipo di movimento, notando che a Est del Massalezza questi erano diversi da quelli a Ovest. Ma da ciò a concludere che si trattasse di due masse separate ce ne corre molto (vedi capitolo 10). In una massa franosa, specialmente se è di grandi dimensioni, ci possono essere molto facilmente delle differenze di comportamento, e queste erano state anche descritte e spiegate da Müller sulla base della struttura del substrato. L’idea della divisione fisica della massa in due parti in grado di muoversi indipendentemente non la condividevo e ho poi saputo che si trattava di un’ipotesi. Ghetti comunque ha fatto cadere le due parti in modo tale che l’effetto fosse superiore a quello della caduta di entrambe le parti in un tempo solo (vedi A7 e capitolo 11).
♦ La velocità della frana di Pontesei. Riguardo al tempo di caduta della frana di Pontesei (pag. 131), il libro cita in modo incompleto e fuorviante la deposizione di Linari, che parla di 30 secondi, riferendosi però alla prima fase del movimento, mentre come tempo totale parla di 2¹/2-3 minuti. Si veda la nota 181 al capitolo 4.
♦ “Un’onda di proporzioni infinitamente più grandi”: i risultati degli esperimenti. Li riferisce a pagina 91: con il lago a quota 700 si avrebbe un’onda di 25-30 metri; ma “alla quota di metri 715… un’onda di proporzioni

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(18) Circa il tempo di caduta, a partire dalla testimonianza di Linari, che parlava di due fasi per un totale di due-tre minuti, si sono sviluppate discussioni, in rapporto alla conduzione delle prove del modello idraulico della frana del Vaiont (vedi capitolo 11); qualcuno “gli ha fatto dire” che la frana sarebbe caduta in trenta secondi, mentre questo era soltanto il tempo della fase iniziale del movimento (cfr. Paolini e Vacis, pag. 131, e Corte d’Appello dell’Aquila, pag. 105). Il Tribunale ha ritenuto, in base a tutte le testimonianze e i dati a disposizione, che la frana sia discesa in circa due minuti (Tribunale dell’Aquila, pagg. 241-242). ↩
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proporzioni infinitamente più grandi, con conseguenze catastrofiche per i paesi all’interno della valle e oltre il ciglio della diga, a causa dello sfioro di una enorme massa d’acqua sopra il ciglio della diga stessa”. Questa frase è citata fra virgolette come se fosse di Ghetti, ma non lo è: l’unica cosa corrispondente alla sua relazione è la previsione di un enorme sfioro a valle della diga con il lago pieno. La quota di sperimentazione più alta era quella di massimo invaso, 722,5: sul perché invece Paolini parli di q. 715 vedi B7, voce “Collaudo a q. 715”. Inoltre l’altezza dell’onda per la massima velocità sperimentata, sia a 700 m sia a 722,5, era di circa 30 m contro la sponda opposta: è ovvio che gli effetti a valle della diga erano drasticamente diversi, ma non quelli per i paesi della Valle del Vaiont: un’onda di 30 m oltre q. 722,5 avrebbe danneggiato Longarone, ma non Erto che è a q. 770 e tanto meno Casso, a q. 930: infatti i due paesi furono risparmiati persino dall’onda di 200 m che si verificò il 9 ottobre 1963.
♦ “La Sade paga per sapere quali conseguenze avrebbero la frana, e l’onda, sul suo impianto, non sull’abitato civile” (pag. 92). Ghetti misurava non solo l’altezza dell’onda, ma anche l’acqua che sfiorava sopra la diga. E bisogna dire che lo scopo degli ulteriori esperimenti proposti da Ghetti e non più richiesti da Biadene era quello di valutare il comportamento dell’onda su Longarone e valle del Piave, per sfiori di modesta entità, per vedere se era possibile consentire invasi anche maggiori di 700 m senza pericolo: non c’era bisogno di prove per capire che esondazioni importanti sarebbero state disastrose (vedi capitolo 11).
♦ Gli esperimenti “avevano anticipato la pericolosità del bacino”? Questa frase di pagina 92 non corrisponde completamente alla realtà dei fatti, perché le conclusioni di Ghetti furono invece piuttosto tranquillizzanti.
♦ Volontà di nascondere? Non credo che ci sia stata volontà di nascondere gli esperimenti di Nove, come fa intendere il ritrovamento, in un cassetto dell’Istituto di Idraulica, di una copia della relazione (pag. 92). La SADE (e l’ENEL) avevano certamente ricevuta la relazione, e anche se questa non fu trasmessa agli organi di controllo, penso che almeno qualche componente di questi ne fosse al corrente (si veda il primo capoverso del paragrafo A9 e l’ultimo di questo paragrafo).

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♦ Gli esperimenti di Roubault e quelli di Ghetti. Circa il fatto che il professore Roubault (non Rubold) sia riuscito a ottenere risultati “esattamente proporzionali a quelli della frana vera” (pag. 90), penso che lui abbia avuto il vantaggio fondamentale di lavorare conoscendo, a posteriori, la velocità della frana e le esatte modalità dell’onda prodotta, tuttavia Roubault, sul suo modello 4 volte più piccolo (1:830), non usò affatto le “lastre di calcestruzzo avvitate insieme” che dice Paolini (lastre che fra l’altro avrebbero avuto i problemi di scorrimento che avevano portato Ghetti a continuare a usare la ghiaia), ma un carrello a rotelle, carico di sassi di circa 10 cm di diametro, su di un piano inclinato con pendenza costante, come quello della prima serie degli esperimenti di Ghetti. E fece scendere il carrello con velocità diverse variando la massa di un contrappeso, fino a ottenere la velocità che provocava gli effetti idraulici giusti. Invece facendo scivolare vari materiali incoerenti, per sola gravità, i risultati furono minori. Ma Ghetti aveva ovviato a questo problema trainando con un trattore dei settori rigidi entro la ghiaia: i risultati erano stati minori perché non era stato sperimentato un tempo di caduta ancora più breve di quello, già considerato straordinariamente ridotto, di un minuto (4,24 secondi nel modello). Gli stessi secondi periti, Roubault e altri, che avevano criticato Ghetti, nei tribunali hanno riconosciuto che se nel modello di Nove si fosse sperimentato un tempo di caduta della ghiaia “di 2 secondi nel modello, pari a 25 secondi nella realtà, l’onda che ne sarebbe derivata sarebbe stata corrispondente a quella reale di 200 m”. (Tribunale dell’Aquila, pag. 295). Per tutto ciò si rimanda al capitolo 11 e alle figure 40 e 41. Ma Roubault non fu l’unico: lo stesso Ghetti, che avrebbe voluto sperimentare questi tempi brevissimi a Nove, ma non lo poté fare perché il modello era stato posto sotto sequestro, fece un modello più piccolo a Padova dove con tali tempi di caduta ottenne un’onda corrispondente a quella reale.
♦ Penta ignorava gli esperimenti su modello? A pagina 138 afferma che il 9 ottobre 1963 alle 17,50 Biadene telefona a Penta informandolo per la prima volta degli esperimenti su modello: forse Penta ne ignorava i risultati, ma è impossibile che ignorasse gli esperimenti effettuati, dato che due dirigenti del ministero li avevano visti.

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B9. Il franamento finale e considerazioni conclusive
La parte più importante del racconto di Paolini è la narrazione del disastro, certamente un capolavoro di bravura scenica ma non una descrizione precisa di ciò che è avvenuto: si veda per alcuni aspetti il capitolo 13.
♦ La direzione delle ondate. Questa è descritta con una certa imprecisione: ad esempio, a pagina 113 dice che una è andata per due chilometri in su, a Pirago, Rivalta, Villanova, Faè (che sono in giù) e poi ha preso la direzione del mare. E parla del ponte ferroviario della Friula (anziché Priula).
♦ La seconda più grande frana da quando è apparso l’uomo? Sulle dimensioni della frana riporta a pagina 116 una classifica, che penso abbia preso da Müller, dicendo che è la seconda più grande frana (dopo una “in India, nel Pamir” - non fa parte dell’India, ma è diviso tra Afghanistan e Tagikistan) caduta sul pianeta da quando è apparso l’uomo: c’è molto da discutere, anche perché non si sa esattamente quando l’uomo è apparso. Comunque si parla almeno di 2 milioni di anni fa (così si pensa oggi, allora un po’ meno), e quindi in ogni caso prima dell’età delle glaciazioni. E allora come la mettiamo con la frana di Flims nei Grigioni (12.000 milioni di m³) e con le altre due nel cantone di Glarus (800 e 770 milioni di m³), tutte interglaciali? E con quella di Downie, 1.600 milioni di m³, meno nota perché descritta molto di recente, citata al capitolo 17?
♦ “Una banda di criminali”. E infine, la cosa che più ripugna è l’affermazione, sempre a pagina 116, secondo la quale il non voler “ammettere di aver sbagliato”, “ha trasformato uomini onesti, tecnici provetti, funzionari mediocri e manager senza scrupoli, in una banda di criminali, responsabili morali e materiali di questa tragedia”. È un giudizio tremendo, che Paolini formula (non per primo a dir la verità, ma con lui e al seguito di lui la maggioranza di chi oggi scrive su questo argomento, e di quelli che li leggono, o leggono i tabelloni, le lapidi e i libri, anche di scuola) pur avendo a disposizione testimonianze che contrastano nettamente con questa interpretazione dei fatti.
Vorrei concludere dicendo che ho scritto tutto questo con fatica e senza acredine verso Marco Paolini, ma anzi con la speranza che si ricreda e che su questa angosciosa vicenda arrivi anche lui alla verità.

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APPENDICE C
Osservazioni e risposte al libro di Nicola Walter Palmieri
C1. Introduzione
Palmieri ha pubblicato un libro estremamente interessante e ricco di notizie, che sembra schierato in difesa della Montedison, di cui è dipendente. Espertissimo giurista ma, senza offesa, meno esperto in geologia e in costruzioni idroelettriche.
Come dice nelle note 252 e 537, la Montedison non è mai stata proprietaria della diga. La Montecatini nel dicembre 1964 acquistò la SADE, che dopo la nazionalizzazione era rimasta una semplice società finanziaria. L’anno successivo nacque la Montedison dalla fusione della Montecatini e della Edison, che avevano dovuto cedere anch’esse all’ENEL quasi tutti i loro impianti di produzione, mantenendone soltanto alcuni minori, già della Montecatini, in quanto l’energia da essi prodotta veniva e viene usata nelle sue industrie chimiche.
Tuttavia, avendo incorporato la SADE, la Montedison fu coinvolta nei processi civili per il Vaiont. Così, avendo analizzato l’iter giudiziario che seguì la catastrofe, con i processi penali dal 1968 al 1986 e quelli civili fino a poco tempo fa, Palmieri è in possesso di tutta la documentazione anche tecnica, e ha perciò potuto ricostruire la storia dell’impianto fin dal primo progetto. Da questo libro, e da alcune relazioni che ha avuto la gentilezza di fornirmi, ho tratto numerose e importanti informazioni che non avevo, che sgombrano la vicenda da varie idee preconcette, spesso usate come punti cardinali per formulare accuse e attribuire responsabilità.
Nello stesso libro vi sono però varie accuse a mio parere non motivate. Tenterò qui di controbatterle, benché mi senta come un pulcino davanti ad un gigante delle scienze giuridiche. Dalla mia credo però di avere una migliore conoscenza delle persone e dell’ambiente, posti sotto accusa.

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C2. Scelta della sezione d’imposta
Sulla scelta della sezione su cui impostare la diga, l’autore sembra sostenere (pag. 11 e segg.) l’idea che Hug avesse ragione e G. Dal Piaz torto. Certamente le cose sono più complesse. La scelta non si basò sulla maggiore o minore stabilità dei versanti, alla quale nessuno dei due geologi aveva dedicato sufficiente attenzione, ma sulle condizioni della sezione d’imposta. A questo proposito Hug parlava di rocce permeabili (Calcare del Vaiont, fessurato) alla sezione del Colombèr, e peggiori di quelle da lui giudicate meno permeabili (vedi capitolo 3) della sezione del Ponte di Casso, dove erano presenti “banchi di Socchèr”. Per quest’ultima sezione affermava che l’impermeabilità era migliorata dal fatto che a monte di essa vi sono terreni argillosi (del Cenozoico, ma prima vi sono le marne e i calcari marnosi della scaglia rossa, a contatto con essi per faglia), mentre altri “terreni argillosi” affiorano a valle (ma si tratta degli “strati sottili Fonzaso-Socchèr”: le argille del “Fonzaso” sono molto più a valle, e non avrebbero potuto influire sull’impermeabilità dello sbarramento). Ma non si era posto né il problema della possibile instabilità dovuta alla presenza di questi ultimi terreni, entro i quali avrebbero potuto svilupparsi piani di movimento, né quello delle formazioni esistenti sul fianco sinistro al di sopra della gola: qui infatti non vi sono più calcari, ma materiali sciolti, detritici e morenici e spuntoni di roccia calcarea fratturata (Dal Piaz, 1928). La sezione del Colombèr era da questo punto di vista molto migliore. Invece, per quanto riguarda la stabilità dei versanti del serbatoio, nessuno dei due geologi aveva individuato la frana del Pian del Toc, che tra l’altro ha sepolto, nel suo nuovo movimento del 9 ottobre 1963, la zona della stretta del Ponte di Casso; gli unici accenni a franamenti riguardavano la zona della Pineda, che giustamente non ha mai preoccupato veramente nessuno, e non si è mai mossa durante gli invasi e gli svasi.
♦ “Segni premonitori” nel 1925? Una notazione a pagina 47 mi trova in totale disaccordo: i segni premonitori, ossia le affermazioni del professore Hug, erano talmente generici e così facilmente confutabili da non avere alcun valore: si riferivano infatti alle condizioni delle imposte della diga nella zona del Ponte del Colombèr, e queste risultarono di buona qualità, o

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comunque risanabili, mentre al ponte di Casso le imposte dell’eventuale diga erano abbastanza buone soltanto sui fianchi, ma non c’erano garanzie per il fondo, né per la parte alta dei versanti.
♦ La diga a doppio arco più alta del mondo. A pagina 48 poi l’autore afferma addirittura che mio padre scelse la sezione al Colombèr “perché permetteva di costruire la diga a doppio arco più alta del mondo”, come fosse un vanesio alla ricerca di gloria. Da come tutti l’hanno conosciuto, questo giudizio viene rigettato totalmente. È chiaro che l’impresa lo stimolava, ma dire che “trascurò le possibili insidie nella struttura geologica delle sponde”, e che “non si preoccupò della protezione della popolazione a valle” è un’affermazione gravemente avventata, che contrasta con la sua mentalità e con tutta la sua azione, ben documentata. La scelta definitiva della sezione del Colombèr fu comunque fatta verso il 1945, quindi una decina di anni prima che si decidesse di elevare il massimo invaso da q. 667 a 722,5.
C3. Rapporti tra la SADE e i consulenti
Val la pena di commentare ulteriormente le affermazioni fatte dall’autore a pagina 48, con alcune riflessioni sulle consulenze nel campo delle Scienze della Terra.
♦ L’importanza degli studi geologici, geomeccanici e geofisici. Tra tutti i costruttori di dighe, Carlo Semenza era tra i primi e forse il primo tra quelli che asserivano l’importanza degli studi geologici, e anche in questo caso fu in stretto rapporto con geologi e geomeccanici di prim’ordine. E la sua vasta esperienza gli dava la sicurezza, comune d’altronde a molti ingegneri, che ogni evenienza sfavorevole incontrata nel corso del lavoro avrebbe potuto essere fronteggiata. I crolli di dighe, avvenuti in quegli anni, sono esempi classici dell’inosservanza di norme costruttive che lui invece aveva sempre seguito, memore delle conseguenze negative che proprio la loro violazione aveva avuto nel disastro della diga del Gleno, avvenuto il 1° dicembre 1923 nelle Prealpi Lombarde. E il fatto che a tutti gli esperti interpellati non fu nascosto nulla, e, anzi, furono sollecitati a dire se fosse

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necessario abbandonare il progetto, dovrebbe consigliare prudenza nel giudicare il suo comportamento.
È stato anche affermato che i tecnici non vennero messi in contatto. Questa accusa, fatta da Caloi e da altri dopo di lui, è molto importante, ma non può essere imputata a Carlo Semenza. Caloi ha partecipato certamente a diverse riunioni di tecnici; ricordo poi che i rapporti da mio padre favoriti - riguardavano me e rispettivamente Dal Piaz e Müller - erano più che sufficienti, e le differenze di opinioni venivano da lui stesso valutate, volendo sempre arrivare a conoscere come le cose stessero realmente. Per il periodo successivo alla sua morte non posso giudicare, e rimando a ciò che affermano Hendron e Patton (1986) e Sembenelli (1992) (vedi capitolo 12). Certo i tecnici, e specialmente i professori, non sono sempre così disposti a ritrattare o anche solo a confrontarsi con altri, e ciò crea difficoltà a chi deve poi scegliere il modo di operare. Ricordo bene le lamentele che, generalmente in modo scherzoso, mio padre e i suoi collaboratori esprimevano a questo proposito.
C4. Possibilità che le dighe crollino
♦ Tutte le dighe possono crollare? Sull’attenzione al fatto che molte dighe in quel periodo erano crollate (pag. 49), direi che si tratta di un discorso non esattamente pertinente, perché la diga del Vaiont non crollò.1 Quindi tutto il discorso sulla leggerezza dei progettisti e degli organi di controllo, almeno in questa fase, non è giusto.
♦ La SADE era ritenuta affidabile dagli organi ministeriali. Questo era giustificato dai fatti, e cioè dai numerosissimi impianti idroelettrici costruiti con successo, e tuttora in piena efficienza. Come ognuno sa, spesso i tecnici delle società costruttrici sono più esperti dei controllori statali e, almeno in questo caso, i tecnici, con mio padre in testa, erano del tutto affidabili, sia perché all’avanguardia in molti campi rispetto anche a quelli di altre società, italiane e straniere, sia per la loro morale professionale.
Sempre a questo proposito, non posso concordare con la tesi di Palmieri (pagg. 12 e 49) che si sarebbe dovuto predisporre “opere che

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(115) Diversamente da quello che sembra pensino vari giornalisti o altri personaggi, che non si sono mai scomodati ad alzarsi dalla loro sedia a Milano o Roma o altrove per andar sul posto, e prendono fischi per fiaschi e magari Lavarone per Longarone… ↩
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potessero garantire la pubblica incolumità nel fondovalle in caso di crollo della diga, eventualità prevedibile considerando che molte dighe crollano.” Se questo fosse ritenuto giusto, si dovrebbero costruire muraglioni di protezione attorno agli abitati, come si usava in altri tempi? E intanto disattivare tutte o quasi le dighe in Italia1 e nel mondo? O non anche proibire l’uso di automezzi, aerei, treni, che sono spesso fonte di incidenti? Anche le case possono crollare, e allora dovremmo abitare tutti sotto le tende o nei containers? O non si dovrà piuttosto vedere di fabbricarle in modo che non crollino? E se per le dighe il discorso non è giusto, perché non dire che la cosa da fare è affinare sempre più le tecniche di indagine e gli accorgimenti per impedire crolli o altri inconvenienti (vedi capitolo 17)? Ricordiamo sempre che se la diga del Vaiont non crollò non fu per un caso, ma perché tutto era stato fatto a regola d’arte, e perché tutte le attenzioni, fino all’ultima ora dell’ultimo giorno, erano state rivolte a quello scopo, e anche perché la frana non si muoveva verso la diga, ma verso il versante destro della valle a monte della diga (vedi paragrafo C9).
C5. Sulla scoperta della paleofrana
♦ Visione intuitiva? In coda al lungo capoverso delle pagine 16-19, dopo aver riportato la storia della costruzione della diga, dei primi franamenti e dei primi movimenti dell’estate 1960, si parla della mia ipotesi della possibile riattivazione della paleofrana, riportata nella relazione del giugno 1960, affermando che era una mia “visione intuitiva”, quasi l’avessi avuta in sogno,2 senza menzionare che ero arrivato a tale conclusione dopo uno studio dettagliato del terreno. Inoltre, l’ordine col quale descrive gli avvenimenti fa pensare che egli intendesse dire che quanto scritto nella relazione mia e di Giudici derivasse dall’esser venuti a conoscenza di quei primi franamenti e movimenti, mentre è vero il contrario.
♦ La verità sulla scoperta. La verità è esposta nel capitolo 7 (e già nel 1965 nella mia Sintesi) e cioè che il mio studio era iniziato nel luglio 1959, e la mia ipotesi era stata esposta oralmente a mio padre alla fine di agosto 1959. Da ciò appunto erano state avviate le indagini e le misure topografiche,

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(116) Quante sono in Italia le dighe che non minacciano paesi in caso di crollo? È da notare che lo stesso Palmieri (pagg. 118-119) ammette che se ciò “dovesse diventare la regola di condotta nel mondo reale, avrebbe probabilmente come conseguenza la paralisi di gran parte delle attività produttive condotte su scala industriale”. ↩
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(117) In una lettera del 21 gennaio 2002, in risposta all’invio della prima edizione di questo libro, l’Avv. Palmieri mi ha spiegato così il suo uso inglese del termine ‘visione’, “visione non significa sogno, ma è il più accentuato ed elogiativo termine per descrivere la acuta penetrazione di un problema, la capacità di vedere prima degli altri ciò che dovrebbe essere ovvio… ho voluto mettere in risalto la sua capacità unica di afferrare la reale situazione”. Cfr. anche Ascari (1973), parte III. ↩
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senza le quali i movimenti, iniziati l’anno successivo, non sarebbero stati registrati.
♦ Che cosa avevo previsto nell’estate 1960? Non è vero che, dopo i sondaggi S 1, 2 e 3, io avessi “escluso la possibilità di una ripresa dell’antico movimento” (vedi l’ultimo capoverso del capitolo 8): avevo detto che le condizioni sembravano migliori del temuto, ma restavano certamente dei dubbi, che consigliavano ulteriori indagini.
♦ La “Paùsa” era una dolina? A pagina 19 si parla della depressione detta “Paùsa” (da tutti, e in questo testo, italianizzata in “Pozza”), come di una “dolina”. È ben vero che nelle lingue slave questo termine indica una qualsiasi depressione o valle, ma in italiano (e in altre lingue) esso è usato per indicare le depressioni dovute al fenomeno carsico, del quale nella massa in frana, nonostante ciò che ne ha detto qualche geologo, non vi era nessuna traccia, né poteva essercene.1
C6. Sui movimenti
♦ Il “parere pessimistico” del 15° Rapporto Müller (nota 55, pag. 22). Müller, è giusto precisare, aveva detto che il moto di scivolamento non sarebbe tornato tanto presto all’arresto assoluto e non che non avrebbe potuto “più essere padroneggiato”. Egli, anzi, aveva prescritto, proprio al fine di padroneggiarlo, le variazioni di livello lente, la cui efficacia era già stata dimostrata al momento della stesura del rapporto (vedi quanto è riportato nel capitolo 10).
♦ Un errore di trascrizione. Sfuggito evidentemente al correttore, fa dire all’ingegnere Bertolissi, nel rapporto dell’8 ottobre 1963, che i movimenti sono di 1 cm al giorno (pag. 35), mentre il documento originale (riportato nell’allegato del libro, a pagina 432) parla di un metro al giorno.
C7. Responsabilità politiche
Sono lieto di concordare con quanto l’autore scrive a pagina 37, a proposito della cronaca del post-frana: chi all’indomani della tragedia

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(118) Come ho detto sopra (nota 6 al capitolo 2, che descrive sommariamente la natura della Formazione di Socchèr), la massa era formata da calcari, da calcari marnosi con straterelli marnosi e da marne, ma era in gran parte più o meno fittamente fratturata e con le fessure in grande maggioranza aperte: da ciò derivava la sua estrema permeabilità, e non dal carsismo, possibile soltanto nelle rocce solubili, come i calcari puri e i gessi, o poche altre, ma in grado minore. Questa forte permeabilità non permetteva l’esistenza di corsi d’acqua, e dei fenomeni erosivi conseguenti. Quindi le pieghe, in essa formatesi in precedenza durante la lunga fase di scollamento progressivo dal substrato, erano state solo in parte “piallate” dall’erosione superficiale, e quindi determinavano spesso l’esistenza di depressioni e sporgenze della superficie del suolo. Qualche geologo aveva però supposto che il lieve carsismo del sottostante Calcare del Vaiont si fosse esteso verso l’alto: ma ciò era impedito dall’impermeabilità del livello inferiore della Formazione di Fonzaso, di cui non erano ancora noti gli abbondanti livelli argillosi. ↩
pag.197 C8-C9
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parlò di assassinio e di responsabilità politiche da parte dei monopoli elettrici - per i loro interessi avrebbero provocato la catastrofe - era una parte politica che aveva invocato, assieme a tutte le altre (vedi nello stesso libro alle pagine 15-16 e la nota 136), la costruzione di nuovi impianti, frenata, secondo loro, dai monopoli.
C8. La confutazione della “Corsa al Collaudo”
Molto importante è ciò che Palmieri chiarisce a proposito del presunto interesse dei tecnici e dei funzionari della SADE, dal 16 marzo 1963 divenuti dell’ENEL, a far sì che l’impianto fosse collaudato, in modo da permettere alla SADE di ottenere l’indennizzo dell’esproprio: occorre porsi ben in mente che la legge costitutiva dell’ENEL (come riportato alle pagine 123-124) prevedeva un indennizzo calcolato in base alla media del valore delle azioni in Borsa nel triennio 1959-1961.
Palmieri a pagina 125 nota che anche la Corte d’Appello dell’Aquila dichiarò “priva di ogni base logica” questa accusa.1 Da quanto ricordo, e ho sentito raccontare da altri, i proprietari della SADE, oltre a non avere fretta di terminare l’impianto del Vaiont, non erano mai stati particolarmente interessati alla sua costruzione, e anzi vi si erano adattati in conseguenza delle assicurazioni dei tecnici, guidati da mio padre (vedi capitolo 12, riguardo alla nazionalizzazione).2
C9. Previsioni sulla direzione e sull’entità della frana
♦ Verso la diga? La nota n. 147 a pagina 53 riporta un’idea espressa dalla Corte d’Appello dell’Aquila (3 ottobre 1970), e cioè che “prima della catastrofe non poteva conoscersi con certezza la direzione che avrebbe assunto, dopo il distacco, l’immensa massa rocciosa. Non poteva escludersi perciò che la frana investisse lo stesso sbarramento e le vicine costruzioni”. Questa idea compare in varie altre parti del libro, e credo che ad essa si debba dare una risposta circostanziata.

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(119) Corte d’Appello, pag. 205; Tribunale dell’Aquila, pagg. 326-327. ↩
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(120) A questo proposito si veda anche nel paragrafo A7 la parte che riguarda la pag. 78/65 del libro di T. Merlin. ↩
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♦ Che cosa si poteva prevedere? Che immediatamente dopo la frana del 4 novembre 1960 sia stata presa in considerazione anche questa ipotesi, sembra dimostrato dalla richiesta, fatta il 27 novembre da Carlo Semenza al suo amico e maestro Francesco Marzolo (vedi pag. 50), “di calcolare l’onda di piena sul Piave in caso di rottura della diga”, ipotizzabile nel caso che la frana andasse a colpirla. Ma risulta che nel seguito questa eventualità venne esclusa, come impossibile: tanto è vero che l’imbocco occidentale della galleria di sorpasso, costruita appunto per bypassare la frana, è stato situato circa cinquanta metri a monte della diga.
Quest’ultima previsione sembra giustificata da una serie di considerazioni.
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La direzione degli spostamenti, costante fin dai primi movimenti osservati, confermava le mie previsioni non essendo verso la diga (vedi Tav. XVI di Selli e Trevisan, 1964), ma verso NNE.
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Nella parte occidentale della massa lo spessore si andava riducendo progressivamente, fino ad arrivare allo zero lungo il suo margine occidentale, che scendeva da Sud fino a un centinaio di metri a Est della spalla della diga (vedi fig. 11, in Broili 1967).
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Il materiale presente in questa parte era estremamente fratturato, quasi un detrito formato da frammenti di piccola dimensione, e di natura marnosa.
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La gola a monte della diga, fino al ponte del Colombèr (distante circa 300 metri), era molto più larga che al ponte stesso; era quindi in grado di contenere una grande quantità di detrito che eventualmente dovesse provenire da Est per assestamento secondario della massa franata.
♦ Che cosa è successo realmente? La giustezza delle considerazioni suddette è stata dimostrata dai seguenti fatti: a) quando la frana è scesa velocemente nel serbatoio, la direzione del movimento è stata quella indicata al punto 1; b) sui due margini laterali della massa, venutisi a trovare largamente in acqua, si sono sviluppati movimenti secondari: imponente quello a Est, oggi ben visibile, e molto ridotto quello a Ovest, per il motivo detto al punto 2. Pertanto in direzione della diga si è mossa secondariamente una quantità di detrito relativamente piccola, che aveva a disposizione la gola, profonda qui circa 250 metri: questo materiale è scivolato sempre nell’acqua, e quindi piuttosto lentamente, verso questa gola; perciò la diga

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è stata interessata soltanto da materiale sciolto che discendeva quasi verticalmente a fianco della stessa, riempiendo la gola per circa due terzi della sua altezza; c) che si sia trattato di materiale detritico a grana medio-fine, di sabbia e addirittura di argilla è testimoniato dai cunicoli e dai sondaggi eseguiti in previsione dello scavo all’interno di esso, avvenuto negli anni Ottanta, di una nuova galleria, in sostituzione del ponte-tubo esistente a valle della diga.1
♦ Fotografie con interpretazioni arbitrarie. A proposito della frana, è interessante osservare le tre fotografie (pagg. 419-421) sulle quali è stata disegnata la traccia della famosa fessura perimetrale comparsa nell’ottobre 1960. La prima è quasi giusta (ripresa dalla figura 9 della mia Sintesi del 1965, ma con la traccia ricalcata non esattamente, e in particolare con una variante alla sua estremità NW) ma insufficiente per completare il ragionamento in questione, in quanto non comprende l’ultimo tratto (non ancora manifestatosi) del margine della superficie di movimento. Nella terza, relativa alla situazione post-frana, il perimetro della zona in frana è abbastanza simile a quello della prima foto nella parte alta, e ha la parte inferiore ovviamente diversa ma non esatta, in quanto il margine occidentale della frana è segnato in corrispondenza della diga. Entrambe queste foto derivano dalla pubblicazione di Müller del 1964. La seconda è invece clamorosamente esagerata e falsata. La fessura infatti anziché scendere verso la valle prosegue verso Ovest per circa ottocento metri entro il Calcare del Vaiont, giungendo a delimitare una zona che è larga circa mezzo chilometro di più di quella in frana; anche a Est c’è un errore simile, dato che prosegue ad alta quota fino a scavalcare la cresta della Costa delle Ortiche, quasi a giustificare gli allarmismi per la sua stabilità. Non conosco la provenienza di questa immagine, che compare anche in una pubblicazione spagnola, dove tuttavia la zona raffigurata è leggermente più piccola.2
C10. La galleria di sorpasso
♦ Un’opera inutile? Un’altra questione è quella della costruzione della galleria di sorpasso, giudicata, a pagina 58, inutile in quanto non serviva a proteggere la popolazione a valle della diga, ma soltanto a garantire la continua

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utilizzazione del bacino. E la popolazione a monte? Bisogna tener presente che, secondo il 15° Rapporto di Müller (vedi capitolo 10), la discesa della frana era giudicata possibile anche senza lago: “Anche se in teoria si volesse rinunciare del tutto alla creazione di un serbatoio, si dovrebbe supporre che una frana così grande, dopo essersi mossa una volta, non tornerebbe tanto presto all’arresto assoluto. Non rimane quindi altra via che cercare di ottenere il controllo dello scivolamento, e di limitare con misure artificiali sia i volumi rocciosi sia le velocità, in modo da evitare gravi danni alle persone e alle costruzioni”. Se l’altezza del lago non avesse potuto essere mantenuta al di sotto degli abitati, che cosa si sarebbe detto? Che si era accettata la distruzione o per lo meno l’allagamento di Erto, per salvare Longarone? Invece, con la galleria in funzione, e con il controllo e la limitazione dei movimenti della frana, non vi sarebbero stati danni né a Erto né nei paesi a valle della diga.
C11. Allarmi dei giornali e della gente, e comportamento dei tecnici
Gli allarmi lanciati dai giornali (cioè gli articoli della Merlin, citati) erano importanti, ma avevano il difetto di essere stati scritti senza conoscere i motivi del comportamento dei tecnici. Certamente sarebbe stato meglio che i tecnici si fossero prestati di più a spiegarli, ma da questo a parlare di malafede c’è un abisso: i tecnici, evidentemente sbagliando, ritenevano che il pericolo non ci fosse, e ciò è dimostrato dalle decine di morti tra il personale presente al cantiere o a Longarone.
Inoltre insistendo sui dettagli riguardanti le fessure, i rumori e le scosse (pag. 59 e seguenti) non si fa chiarezza. Tutti questi fenomeni erano il “normale” effetto di una massa che si muoveva lentamente. Il disastro del 9 ottobre fu dovuto alla velocità eccezionale, e questa non era stata prevista da nessuno.
Dire poi che Biadene era preoccupato (pag. 63) va a suo onore, perché ha fatto sì che i suoi superiori avvisassero le autorità affinché intervenissero nelle zone che lui riteneva pericolose.

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C12. Prevedibilità giuridica e prevedibilità tecnica
A commento della Sentenza della Corte d’Appello, e in particolare delle pagine 107 e seguenti,1 Palmieri scrive (pag. 66) una frase che mi sconcerta, e se ho capito bene sconcerta anche lui: “Affermato il principio che la prevedibilità giuridica è diversa da quella fisica”, la Corte “disattese le opinioni del mondo scientifico sulla imprevedibilità delle caratteristiche specifiche di quell’evento, concludendo che la catastrofe era stata prevedibile” nelle sue modalità: compattezza, tempo di caduta (fra 20 e 40 secondi, piuttosto che 60), risalita sul versante opposto, altezza dell’onda e quantità d’acqua tracimata. Palmieri, rifacendosi a Müller (1964) commenta: “In verità, nessuno, fra scienziati e non, aveva previsto le caratteristiche fisiche della frana.” E io mi domando: se queste sono le modalità sulle quali secondo la Corte si basa la prevedibilità giuridica, dove sono le differenze fra le due prevedibilità della catastrofe? Qualcuno ha detto che l’esempio di Pontesei doveva esser considerato ai fini della previsione della frana del Toc: ma in realtà lo è stato, sia come spunto per gli studi sul Vaiont, sia per le velocità degli esperimenti sul modello idraulico (nonostante che verso la fine qualcuno avesse suggerito di esperimentare anche tempi di caduta più lunghi); ma, come si è visto nel capitolo 4, questo esempio è stato per più aspetti falsato dai periti del secondo collegio, e inoltre le condizioni geologiche dei due franamenti sono molto diverse.
I giudici sembrano dunque affermare che si debbano sempre tener presenti le ipotesi più pessimistiche. Ma secondo me non si può mai prescindere dalle conoscenze scientifiche, per cui non si deve tener conto di ipotesi prive di base scientifica. Tra queste, nel caso specifico, si può citare la rottura della diga a causa dell’urto della frana, impossibile perché essa si dirigeva da un’altra parte, e il franamento delle zone di Erto e della Pineda, la cui possibilità era stata esclusa da una serie di indagini.
C13. La crisi idrologica dell’inverno 1962-1963
♦ “Spingere al massimo le riserve di serbatoio”. A pagina 145 l’autore tratta del primo periodo della gestione ENEL (iniziata il 16 marzo) e cita quindi

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(123) Le pagine citate sono come al solito quelle della Sentenza pubblicata in Rass. Giur. Enel (1971). ↩
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il commento di Duni (1971), che ritiene quale vera causa del disastro la crisi idrologica (cioè la scarsissima piovosità) dei primi mesi del 1963, denunciata dal Direttore Generale dell’ENEL, Angelini, nella sua relazione del 31 maggio 1963; a questo proposito scrive che “sono stati già adottati tutti i provvedimenti tendenti a spingere al massimo le riserve di serbatoio”.
♦ Anticipare l’inizio del terzo invaso. Quanto appena detto spiegherebbe la richiesta fatta il 20 marzo 1963 da Biadene, ormai funzionario ENEL, di anticipare l’inizio del terzo invaso. La crisi idrologica avrebbe quindi indotto i responsabili dell’ENEL ad anticipare l’invaso, per anticipare a sua volta il funzionamento della centrale idroelettrica del Colombèr, che così funzionò, nonostante la mancanza del collaudo. Si deve qui ricordare che la centrale del Colombèr era destinata a funzionare soltanto con il massimo invaso, mentre quella di Soverzene era già in funzione da una decina d’anni con l’acqua proveniente dal Cadore, e poteva ricevere negli ultimi anni anche quella del T. Vaiont attraverso la galleria di derivazione che è a quota 591 (vedi capitolo 12).
C14. La confutazione della tesi del nascondimento
Degna di nota è, alle pagine 125-127, la lunga esposizione della confutazione, da parte del Tribunale dell’Aquila, della tesi del nascondimento. Questa tesi è stata sostenuta anche dal giudice istruttore Fabbri, e interpretata come una “politica” operata dalla SADE nei confronti delle autorità pubbliche, sia per la frana di Pontesei, sia per quella del Toc; mentre invece sarebbe stata auspicabile e doverosa la massima collaborazione con le autorità, al fine di garantire la pubblica incolumità. Tuttavia il Tribunale fa una lunga esposizione di dati,1 precisando anzitutto che “per parlare di nascondimento… occorre che vi sia un obbligo di informativa: È nascondimento quando si sottrae alla conoscenza di uno o più soggetti un qualcosa che essi avrebbero diritto di conoscere. Ora, nel caso della diga e del bacino del Vaiont, esisteva una serie di precise disposizioni, aventi ad oggetto proprio l’indicazione di quanto doveva formare oggetto di comunicazioni al Ministero dei Lavori Pubblici”.

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(124) Palmieri, nota 389, a pag. 125; cfr. Tribunale dell’Aquila, pagg. 283-289. ↩
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Dopo l’elencazione, Palmieri conclude che un nascondimento non vi fu mai, perché in sostanza tutto era stato comunicato regolarmente, sia al Genio Civile, sia a Penta che faceva parte della Commissione di Collaudo, e chiude l’argomento dicendo che (sempre citando la suddetta sentenza) “le omissioni, le lacune e le variazioni lamentate ‘non assurgono mai al rango di nascondimenti tali per cui si possa dire che sia stata impedita la previsione delle modalità dell’evento reale’ ”.
Il Tribunale cita poi continue visite al Vaiont in occasione di congressi ecc., anche negli ultimi mesi. Per quanto riguarda i rapporti quindicinali che venivano inviati, nota che “la parte principale e più estesa” di ogni rapporto era costituita dai diagrammi, che erano “la parte di più immediata e convincente lettura”. E non risulta che questi “siano stati alterati o arbitrariamente ridotti”. La sentenza afferma: “Spesso vi sono commenti che si concretizzano nel rapporto seguente dopo una miglior verifica della tendenza appena profilatasi la volta precedente”. E ad alcune osservazioni troppo tenui, si contrappongono le “non poche variazioni apportate in senso opposto” (Tribunale pag. 289).
C15. Conclusioni
Leggendo il testo l’impressione globale che se ne trae è che l’autore tenda ad accentuare le responsabilità di chi ha progettato, costruito e gestito l’impianto fino al giorno della cessazione della gestione SADE, e quelle di chi lo ha gestito negli ultimi mesi; e ciò allo scopo di allontanare le responsabilità dall’unico periodo (16 marzo-27 luglio 1963) in cui vi era, benché solo giuridicamente e non sostanzialmente, una corresponsabilità della SADE e quindi della Montedison.1
Sul fatto che la Montedison non avrebbe dovuto essere coinvolta nel discorso delle responsabilità sono d’accordo, perché, come Palmieri dimostra (pagg. 141-150), di fatto l’ENEL ha preso fin dal 16 marzo le redini della situazione, con strutture centrali già esistenti, anche se forse non ancora ben organizzate. Penso comunque, in linea con l’impressione

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(125) L’Avv. Palmieri mi ha fatto presente, in una lettera del 21 gennaio 2002 in risposta all’invio della prima edizione di questo libro, che comunque quando nel 1996 cominciò a lavorare per la Montedison, la corresponsabilità della Montedison nel periodo dal 16 marzo al 27 luglio 1963 era già passata in giudicato. Benché la data del 27 luglio venisse semplicemente dal fatto che la SADE non aveva fino allora firmato l’atto di consegna dei beni, già trasferiti (mentre la legge prevedeva un ritardo massimo di 60 giorni dal 22 marzo, vedi p. 28 e nota 83), perché il conte Cini stava negoziando a Roma lo scorporo dalla nazionalizzazione della sede di palazzo Balbi, a conclusione di un lunghissimo iter giudiziario, la Corte di Cassazione a sezioni riunite ha deciso il 17 dicembre 1986 che in quel periodo la SADE doveva considerarsi depositaria dell’impianto per conto dell’ENEL, e di conseguenza eventuali responsabilità civili relative a quel periodo erano (in parte da stabilirsi) a carico della Montedison, che le era poi subentrata. Invece qualsiasi responsabilità precedente al 16 marzo 1963 con la nazionalizzazione passava all’ENEL, che ereditava (cfr. Palmieri nota 257, pag. 89) anche i “rapporti giuridici” della SADE. L’accordo di transazione tra lo Stato, l’ENEL e la Montedison per la ripartizione delle responsabilità e del risarcimento per i danni subiti dai comuni interessati e dagli eredi delle vittime è stato poi definito, con il contributo determinante del Ragioniere Generale dello Stato prof. Monorchio, il 27 luglio 2000. La somma da versare da parte di ciascuno dei tre Enti è un terzo del totale. ↩
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riportata, senza tuttavia togliere nulla alle molte note positive del libro, che forse non tutti i suoi giudizi sul comportamento della SADE e dei suoi tecnici sono completamente imparziali.

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APPENDICE D
Osservazioni e risposte al film di Renzo Martinelli
Il film Vajont di Renzo Martinelli è stato proiettato per la prima volta l’8 ottobre 2001 su un grande schermo dietro la diga. Sono stato invitato a vederlo, e così posso aggiungere al libro già pronto alcune osservazioni, a partire da quelle già fatte al regista sul testo della sceneggiatura.
D1. Antefatto
Avevo letto della sua intenzione di realizzare un film sulla tragedia, lo contattai e dopo alcuni mesi, nel gennaio 1999, venne a casa mia insieme allo sceneggiatore Pietro Calderoni: fu colpito dall’incontrare personalmente uno dei protagonisti della vicenda ormai lontana. Parlammo per un paio d’ore, anche dello spettacolo di Paolini, e gli fornii le mie pubblicazioni. In settembre mi inviò la prima versione della sceneggiatura. Preparai quindi una serie di osservazioni, che gli consegnai nel gennaio 2000: ne parlammo poi in un secondo incontro, e mi disse che ne avrebbe tenuto conto. In questa occasione gli diedi delle fotografie utili per le scenografie e i costumi, nonché altre pubblicazioni. All’inizio delle riprese, a fine luglio, ci vedemmo a Longarone e mi fornì la sesta versione della sceneggiatura. Potei constatare che le mie osservazioni erano state utili per correggere alcuni particolari, ma molti dei punti sostanziali erano rimasti invariati mentre erano state aggiunte alcune scene discutibili. Perciò gli mandai una seconda serie di osservazioni, alle quali rispose promettendo che le avrebbe prese in considerazione, compatibilmente con le esigenze sceniche e le opinioni di altri.
D2. Risultati positivi
Questo film, con la sua lunga preparazione, girato sul posto con un notevole coinvolgimento degli abitanti della zona, con un’ampia copertura

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dell’avvenimento da parte dei mezzi di informazione e anche con le polemiche suscitate, ha sicuramente raggiunto dei risultati positivi: ha tenuto vivo l’interesse per la vicenda e ha contribuito a riaprire il dibattito, che negli ultimi anni sembrava un po’ smorzato, come se lo spettacolo di Marco Paolini avesse detto tutto quello che c’era da dire.
Avendo visto il film, mi sembra che Martinelli abbia saputo rendere bene le situazioni con la gente del posto, servendosi anche di attori locali, e ho constatato che alcune delle scene o frasi più discutibili sono state tolte. Con gli effetti speciali mi pare sia stato ottenuto un buon risultato: ma si è rinunciato a quelli troppo difficili, come una visione del movimento della frana intera, per la cui ricostruzione avevo fornito gli splendidi disegni di Selli e Trevisan (1964) e avevo accompagnato sulla frana la persona incaricata.
D3. Osservazioni di carattere generale
Purtroppo però molte altre scene non sono state modificate. Beninteso che a un film si devono concedere delle licenze poetiche. Ma ricordando anche i numerosi articoli secondo cui il regista aveva dichiarato di voler fare un film-verità e che nessun documento era stato trascurato, fino alle dichiarazioni di questi giorni, secondo cui “è tutto vero”, ritengo necessario metterlo in discussione.
Anzitutto i personaggi principali sono tratteggiati in modo poco corrispondente alla verità, ben conosciuta da molte persone dalle quali si sarebbe potuto informare. Carlo Semenza appare come un vecchio ambizioso e spesso frastornato, Biadene fa il “cattivo” del film, Pancini è la macchietta un po’ patetica, io il duro e puro, senza incertezze e senza sorriso. Dal Piaz è il meglio rappresentato, e di Müller non si può dir niente, perché… non c’è! Questa mancanza è assai grave anche perché ha costretto il regista a far dire a me quello che ha detto lui, e per giunta in modo distorto, conforme alla versione errata che si tramanda nei testi che ha consultato: né Müller né io abbiamo mai consigliato l’abbandono del bacino!
Ancora più grave è la mancanza di qualsiasi accenno ai rimedi studiati e adottati per mitigare il rischio, quali le misure, i sondaggi, i piezometri, la

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galleria di sorpasso, la lentezza degli invasi e degli svasi: mancanza che fa apparire molto carente il comportamento dei tecnici. Inoltre i tempi sono fortemente appiattiti e l’ordine degli avvenimenti è poco rispettato.
I tecnici, specialmente nei due anni che precedono il disastro, nel film appaiono indaffarati soprattutto a imbrogliare e a tenere all’oscuro tutti di ciò che si faceva e dei pericoli per la gente, e impegnati per fini di lucro in una folle “corsa al collaudo” in vista della nazionalizzazione. Per la critica di questi aspetti si veda sotto, e inoltre il paragrafo C14 per la tesi del “nascondimento”, e il capitolo 12, e i paragrafi A7 (con la nota 99), B2, B7 e C8 per la presunta corsa al collaudo. La nazionalizzazione delle imprese elettriche è stata forse effettivamente una delle maggiori cause del disastro, ma non per le ragioni presentate da Martinelli e da molti altri prima di lui, bensì per quelle discusse nel capitolo 12.
Il regista, nell’inviarmi la prima sceneggiatura, mi aveva detto che per loro contava “riportare lo spettatore nel ‘clima’ politico, culturale e sociale di quegli anni in modo da avvicinarlo il più possibile alla verità. O a quella che” loro, “dopo aver letto tutto il ‘leggibile’ sulla vicenda”, ritenevano fosse “la verità”. Pur con i rilievi positivi fatti, non mi pare che descrivere quegli anni come un periodo in cui una specie di associazione a delinquere liberamente giocava con la vita della gente per lucrarne profitto, denaro e prestigio contribuisca a darci una conoscenza vera di quel clima politico culturale e sociale.
Tuttavia, tenendo presente la frase che Marco Paolini era solito rivolgere al pubblico alla fine del suo spettacolo: “Tu hai il diritto, anzi il dovere, di fare la tara, di dubitare di tutto quello che ti ho detto (Paolini e Vacis 1997, pag. 116), penso che anche questo film potrà servire come punto di partenza per far studiare in modo critico questa vicenda dalle tante persone che desiderano capire e non solo farsi suggestionare dagli effetti speciali, e quindi avvicinarsi alla verità.
D4. Rapporti fra SADE e funzionari e organismi governativi
In varie scene questo argomento è trattato come se qualsiasi intervento della SADE fosse un abuso, volto a ottenere provvedimenti illeciti. In

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realtà si trattava spesso di velocizzare l’iter di pratiche d’ufficio, che invece impiegavano giorni, settimane o anche mesi a causa della lentezza tipica di molti uffici governativi. C’è qualcuno che non cerca appoggi negli uffici pubblici, e specialmente romani, per fare andare avanti le pratiche, di qualsiasi genere?
♦ La perizia sui fianchi della valle del Vaiont. In una riunione dopo la frana di Pontesei il film fa dire a Carlo Semenza: “È un anno che ci chiedono quella benedetta perizia sui fianchi della valle (del Vaiont). Io credo che sia arrivato il momento di dargliela.” E più avanti: “Ho pensato di affidare questa perizia a… mio figlio Edoardo”.
L’origine di questa “storia”, che ha preso corpo solo dopo il disastro, sta in una frase della relazione della Commissione ministeriale incaricata di esaminare il progetto esecutivo della diga, in vista dell’assemblea del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici del 15 giugno 1957. Dopo aver riconosciuto esaurienti le indagini svolte per le imposte della diga, la relazione affermava: “È però necessario completarle nei riguardi della sicurezza degli abitati e delle opere pubbliche che verranno a trovarsi in prossimità del massimo invaso.”
Una trattazione chiara anche se un po’ lunga di questo punto si trova nella relazione della Commissione Parlamentare di Inchiesta del 1965, a pagina 159 (a pag. 66 la citazione riportata qui sopra):
“- la commissione incaricata di esaminare il progetto e farne relazione all’Assemblea del Consiglio Superiore” dei Lavori Pubblici, che si tenne il 15 giugno 1957, affermò “la necessità di completare le indagini geologiche nei riguardi della sicurezza dell’abitato e delle opere pubbliche di Erto, indagini eseguite dalla concessionaria e controllate dalla Commissione di collaudo nominata in corso d’opera;
- il progettista ing. Semenza comunicò all’Assemblea del Consiglio Superiore, alla quale era stato invitato a presenziare, la nuova relazione geologica 9 giugno 1957, inviata ufficialmente il 25 settembre 1957 al Genio civile; ciò significa che il Consiglio superiore accettò di prender conoscenza diretta delle ulteriori indagini geognostiche relative a Erto (che la commissione relatrice aveva ritenute necessarie e che la concessionaria aveva eseguite e direttamente riferite al Consiglio superiore), ma prescrisse che la relativa documentazione fosse acquisita, come fu fatto;

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l’Assemblea generale del Consiglio superiore, col parere favorevole del Servizio dighe e su proposta della commissione relatrice, ritenne il progetto meritevole di approvazione;
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la IV Sezione del Consiglio superiore espresse il 22 luglio 1958 voto favorevole per le varianti alla concessione già data col decreto presidenziale 18 dicembre 1952, sentito anche il servizio geologico del Corpo delle miniere il quale, con relazione 9 ottobre 1957, riferiva di aver esaminato le relazioni geologiche Dal Piaz, di aver effettuato una visita sopraluogo e di ritenere che nulla ostasse al progetto e in particolare alla sopraelevazione del livello di massimo invaso alla quota 722,50;
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sotto l’aspetto sostanziale, dalla lettera 7 gennaio 1961 del Genio civile alla SADE, risulta che la concessionaria aveva anche provveduto ad ulteriori indagini ed esami nei riguardi della stabilità di Erto; che la Pubblica amministrazione le controllava e che, a conclusione di esse, non erano emersi ‘elementi per ritenere che esso (Erto) sia minacciato’”.
In conclusione, le indagini di cui si parlava, anche in seguito al persistere delle preoccupazioni degli abitanti, erano quelle sulla stabilità di Erto, che, rispetto alla frana scoperta due anni dopo, si trova sul versante opposto della valle e a più di un chilometro e mezzo di distanza. Benché alcuni ritengano che la SADE non avesse almeno formalmente ottemperato a tale richiesta (cfr. Fabbri 1968, pag. 334), nella sostanza lo aveva fatto, con sondaggi e studi eseguiti a più riprese già negli anni precedenti al 1957. La documentazione relativa fu acquisita dalla Pubblica amministrazione, che la ritenne soddisfacente. Dunque non ha senso far dire a Carlo Semenza: “È un anno che ci chiedono quella benedetta perizia”. La vera motivazione dello studio che mi fu commissionato, in seguito alla frana nel lago di Pontesei, era di più dettagliate indagini per ulteriore sicurezza, secondo il progetto richiesto a Müller e da lui formulato nel luglio 1959.
A questo proposito, l’opposizione dell’ingegnere Capo del Genio civile, Desidera, non poteva riguardare la suddetta relazione, consegnata quasi due anni prima. L’opposizione ci fu, ma riguardò il tracciato e i lavori della strada perimetrale, come nota la Merlin a pagina 61/50. Desidera fu poi effettivamente trasferito il 23 luglio 1959 (formalmente per un’altra ragione, secondo Le cause e le responsabilità della catastrofe del Vajont 1965, a cura del PCI).

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♦ Il colloquio fra Sensidoni e Biadene durante la cena a Venezia: “Ho dimenticato al Vaiont tutti gli incartamenti”; “Ma di che si preoccupa… Domani le manderemo noi una relazione. Basterà che lei ci metta la firma sopra”.
Il fondamento di questa storia sta nella lettera dell’ingegnere Tonini, della SADE, a Sensidoni del 5 agosto 1959 (riportata da Passi 1968 a pag. 16): “In occasione del nostro ultimo incontro mi avevi accennato alla opportunità che io preparassi un riassunto sui calcoli analitici di verifica della diga del Vajont, riassunto che potesse servire di base per la relazione al Consiglio superiore. Questo riassunto, che avrei voluto portarti personalmente a Roma, qui allego. Non so se io sia entrato nello spirito della cosa, comunque al prossimo incontro mi dirai con tutta libertà come mi debbo regolare e come, se del caso, deve essere preparata la relazione stessa”.
Che Sensidoni avesse chiesto a Tonini una mano per la relazione, sembra probabile. Ma il rapporto fra i due, che erano stati compagni di studi, appare alquanto diverso da quello supposto: Tonini, avendo sviluppato quei calcoli complessi, offre una mano a Sensidoni per la stesura della relazione, se e nel modo in cui questi glielo chiede. Invece nel film il ministeriale appare succube di Biadene (che fa la parte di Tonini).
♦ Il ponte attraverso il lago. Con l’adozione del progetto del 1957, che portava il coronamento della diga a quota 722,50, il ponte o passerella sospesa pensato in precedenza risultava molto lungo, oltre 350 m, e nel 1958 il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici aveva autorizzato al suo posto la costruzione della strada attorno al lago, imponendo un contributo una tantum della SADE al Comune per un servizio di autobus al posto della passerella (v. Mandarino, pag. 20; Commissione Parlamentare di Inchiesta, pag. 68). Certo, questo non significa che le proteste fossero cessate, tuttavia la confusione dei tempi è grande, perché la decisione di non realizzare la passerella, del 1957-1958, viene rimandata a dopo la relazione di Edoardo Semenza, del 1959-1960, che per giunta fu consegnata prima che iniziassero i movimenti, e cinque mesi prima della comparsa della fessura.

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D5. Carlo Semenza e collaboratori
Mio padre non era un megalomane (elicotteri, atteggiamenti vanitosi ecc.), né incurante degli operai, né malato. Tutti coloro che l’hanno conosciuto ne hanno sempre parlato bene. In particolare anche gli operai, tanti dei quali ha aiutato a trovare lavoro.
Le indagini che mi portarono a scoprire la frana furono fatte di sua iniziativa per motivi di sicurezza. I miei primi risultati lo portarono subito a far eseguire delle ulteriori indagini per verificarne la validità. Dopo la frana del 4 novembre 1960, affrontò energicamente e responsabilmente la situazione con provvedimenti di sicurezza e ulteriori studi. Nel film invece appare incapace di governare la situazione.
♦ Lo stato di salute di Carlo Semenza. Spesso è mostrato mentre ansima vistosamente: invece era un alpinista, andava ancora in montagna abitualmente, anche ad alta quota. Stava bene, ed è morto improvvisamente per emorragia cerebrale. Fino all’ultimo è stato in piena attività e salute: ritmo intensissimo di lavoro, viaggi frequenti anche all’estero, per lavoro e non solo.
♦ “Noi non ne siamo responsabili“. Subito dopo la morte di un operaio, caduto nel burrone con un’incastellatura, Carlo Semenza, sgomento, dice solo: “Noi non ne siamo responsabili, Pancini. Non in modo diretto”, mentre Biadene esorta a riprendere subito il lavoro. Scena assurda, inventata per mettere in pessima luce i partecipanti. È vero che erano le imprese costruttrici che eseguivano i lavori, con i loro operai, e non la SADE, ma la frase messa in bocca a Carlo Semenza appare del tutto fuori luogo.
♦ “La diga… è flessibile, si muove con la montagna“. Desidera: “E se la montagna oscilla più del previsto?“ Carlo Semenza: “Allora significa che tutto il mondo sta oscillando più del previsto!” Sembra che sottovaluti il problema dei terremoti, il che non è vero. Le dighe sono progettate in modo da resistere alle scosse sismiche, e in questo campo la SADE si è sempre servita della consulenza di Caloi, direttore dell’Istituto Nazionale di Geofisica.
♦ Quando è comparsa la fessura perimetrale? La spaccatura di fine Ottobre 1960 era larga circa 1 metro; ma quando compare verso l’inizio

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del film si è nel 1959, non c’è ancora il lago, e le spaccature allora esistenti erano vecchie e non provocate da esso.
♦ La festa per la fine dei lavori. Il discorso di Carlo Semenza sul coronamento della diga è ripreso da una registrazione, riportata anche nella cassetta della Pro Loco di Longarone Vajont-Longarone. La storia, nella quale però la voce non è l’originale, ma una rilettura fatta da un’altra persona. Il film mette insieme l’inizio e la fine del discorso. La scena però è ridicola, perché sembra che al festeggiamento, che era usanza dare alla fine di ogni lavoro soprattutto per gli operai, partecipino una decina di persone in tutto, sedute a un unico tavolo.
♦ L’inizio dell’invaso. Seguendo il libro di Tina Merlin (pag. 76/63, vedi in A7 il capoverso “Il 2 febbraio 1960 inizia l’invaso: ‘L’acqua comincia a fluire”), la sceneggiatura mette insieme l’inizio dell’invaso con le drammatiche scene dell’allagamento delle case più basse, in cui la gente cerca disperatamente di salvare il salvabile. Ma il fondo del bacino era a quota 460, mentre quelle case erano a quote superiori a 600 m e pertanto furono sommerse diversi mesi più tardi. Gli abitanti ebbero quindi tutto il tempo per portare via non solo i mobili ma anche tegole, travi e quant’altro gli potesse servire. Si tratta quindi di un falso molto grave, inventato per mettere in pessima luce i dirigenti della SADE.
♦ Perché nell’inverno 1960-1961 la frana si è fermata? Sulla diga, Carlo Semenza e Pancini scrutano il monte Toc: “Ormai sono parecchie settimane che la frana è ferma. Allora aveva ragione il vecchio Dal Piaz”… “Sì, non c’è altra spiegazione. Certo, anche il gelo deve aver dato una mano a bloccarla”. La neve c’era nell’inverno 1960-1961, ma perché non parlare dell’abbassamento del lago, che aveva bloccato i movimenti già prima che nevicasse? Tanto più che la frana è rimasta ferma anche l’estate successiva… (vedi paragrafo B6 e nota 114).1
♦ “Crolla la diga del Fréjus. 400 morti!“ Ma era successo più di un anno prima, il 2 dicembre 1959 (vedi paragrafo B5 e nota 112).2
♦ L’esperimento sul modello idraulico. Il regista ha ottenuto dall’ENEL di utilizzare per il film il modello originale di Nove. Si può notare nella fig.

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(114) Al di sotto di una certa profondità la temperatura non varia con le stagioni, e aumenta poi man mano che aumenta la profondità. È vero invece che quando le precipitazioni sono nevose, non penetra acqua finché la neve non si scioglie. ↩
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(112) La diga di Malpasset si è rotta il 2 dicembre del 1959. L’acqua del lago è scesa per una decina di km lungo la valle del T. Reyran fino al mare, e poco prima è uscita dall’alveo in corrispondenza all’abitato di Fréjus, devastandone un quartiere periferico e causando la morte di 421 persone (vedi il paragrafo A5). ↩
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fig. 40a la sistemazione delle pareti e del fondo a valle della diga, che non è presente nella figura 40b dell’anno precedente.
Tuttavia, anziché simulare il complesso apparato visibile nelle figure 40c e 40d, ha fatto ruzzolare nel lago, spinto da un trattore, un gabbione pieno di pietre, il che dà l’idea di un esperimento molto grossolano. Inoltre, per fare più scena, ha messo a valle le casette di Longarone, che non c’erano (come ricorda lo stesso Paolini a pagina 92), come dimostra la proposta di Ghetti di effettuare ulteriori esperimenti, finalizzati appunto a studiare, per sfiori di modesta entità, il comportamento dell’onda a valle.
In questa occasione Carlo Semenza appare malato, terreo, accasciato; ma quando sono state fatte le prove sul modello di Nove, col trattore e con maggiori effetti, era morto da mesi. C’era invece alla prima prova del 30 agosto 1961, che ho visto anch’io e che aveva avuto scarsi effetti. Le frasi messe in bocca a Ghetti fanno riferimento alla sua relazione del 3 luglio 1962, dopo la quale effettivamente Biadene non ritenne necessari ulteriori esperimenti, che comunque erano stati 22 nel corso di diversi mesi.
Tuttavia, le parole di Ghetti sono notevolmente distorte: gli esperimenti furono fatti alla quota di massimo invaso, 722,5, e a quota 700. L’altezza dell’onda per le prove più veloci fu nei due casi circa la stessa, corrispondente a 30 m rapportata all’originale: gli effetti diversi a valle erano dovuti alla differente quota di partenza. Invece il film, seguendo Paolini che riporta a pag. 91 una falsa citazione di Ghetti, sostiene che “con il lago a quota 700 l’impatto della frana provocherebbe un’onda molto, molto, molto più bassa.”
La quota 715, ripresa da Paolini, forse è stata da questi inventata sia per il modello idraulico, sia per il collaudo (“anche per un giorno solo a 715”, pag. 97), per lasciar intendere che Biadene nel chiedere l’autorizzazione di raggiungere quota 715 puntasse al collaudo (vedi paragrafo B7 e per tutto l’argomento il capitolo 11).
D6. Rapporti tra Carlo e Edoardo Semenza
♦ La relazione Giudici-Semenza sullo Studio geologico del serbatoio del Vaiont. I risultati circa il Toc erano stati anticipati a voce a fine agosto-

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primi di settembre del 1959, e avevano sùbito indotto Carlo Semenza a fare eseguire vari studi per verificarne la validità (indagine sismica, sondaggi, misure topografiche).
♦ Le discussioni tra mio padre e me sulla relazione. Mi chiede di “attenuare qualche affermazione”. Questo me l’aveva scritto: ma non in modo autoritario, non lo era mai. Tina Merlin suppone a pagina 74/61 del suo libro che con questa frase Carlo Semenza abbia chiesto al figlio di mentire, ma attenuare qualche affermazione è alquanto diverso: chiedeva in sostanza di dire che si trattava di un’ipotesi, da verificare con studi successivi. Ciò che temeva era probabilmente che qualcuno potesse interpretare le affermazioni della relazione in modo più allarmistico del dovuto, e questo qualcuno poteva essere nella SADE, più che a Belluno o a Roma. Alla direzione generale della società tutti erano molto prudenti. Quindi il suo consiglio rispondeva certamente alla necessità di esser libero di proseguire il lavoro, che si sentiva in grado di svolgere padroneggiando la situazione, come aveva già da molto tempo fatto, con i provvedimenti iniziati dal settembre-ottobre del 1959 per controllare l’esattezza delle mie affermazioni. E anche se la relazione, una volta consegnata alla SADE senza le attenuazioni richieste, non è stata consegnata a nessun’altro ente, certamente la Commissione di Collaudo ne conosceva il contenuto.
♦ La presentazione della relazione. Scena assurda e confusione di date: la relazione fu presentata nel giugno 1960, eppure si parla della fessura a M, comparsa quattro mesi dopo. Nel film però l’invaso non era ancora cominciato, quindi non si era ancora nella primavera del 1960, e a quel momento non si sapeva nemmeno fin dove si estendesse la frana verso l’alto. Inoltre nessuno allora sapeva se ci fosse veramente argilla nella zona della frana: era stata vista come riempimento in fessure nella zona della diga, ma non in strati continui tra un livello calcareo e l’altro. Io non ero affatto imbarazzato nel ripetere quello che avevo scritto. E per sentirsi sollevato mio padre non aveva bisogno di ascoltare cose che già sapeva.
♦ “Mandiamo al Ministero la relazione di Dal Piaz… con Edoardo me la vedo io”. Ma al Ministero, che non aveva richiesto ulteriori relazioni, non fu inviata né la relazione mia e di Giudici, né quella di Dal Piaz, del 9 luglio 1960.

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♦ La riunione dopo la frana del 4 novembre 1960. Edoardo Semenza: “Adesso si muove lentamente: una media di 5 mm al giorno, con momenti di assestamento totale. Allo stato attuale non siamo in grado di sapere se il movimento sarà graduale, oppure aumenterà improvvisamente la sua velocità”. Invece ai primi di novembre aveva superato i 3 cm al giorno, ma poi era rapidamente diminuita: ai primi di febbraio, quando Müller presentò il suo rapporto, era addirittura ferma, e in seguito quella velocità non è più stata raggiunta fino alla fine di settembre 1963. Questi fatti sono importanti, in rapporto alla possibilità di regolare la situazione, secondo i criteri proposti da Müller: se la cosa fosse stata così incerta come appare nel film, non ci sarebbe stata alcuna possibilità di regolazione.
“La nostra opinione è che proseguire nell’invaso significa comunque aumentare pericolosamente la velocità di caduta della frana. E lo slittamento diventerebbe incontrollato”. Proseguire è detto in senso assoluto, come è chiaro dal seguito, e non relativamente a quel momento. Inoltre, la parola “caduta” non sembra appropriata a uno scivolamento che aveva raggiunto al massimo la velocità di 3,5 cm al giorno. L’ultima frase è presa da una pagina dell’agenda di Biadene del 15 novembre 1960.
“Ormai il volume della frana è diventato troppo grande”: essendo una frana preistorica che si era rimessa in movimento, il volume, enorme, era sempre quello fin dall’inizio.
“Quando una massa di roccia di quelle proporzioni si mette in movimento, non si arresta più”. Perché attribuire a me una affermazione di Müller, stravolta (da Paolini) rispetto all’originale che diceva invece “non tornerebbe tanto presto all’arresto assoluto”? Evidentemente perché il regista ha deciso di “cancellarlo”, facendo fare a me anche la sua parte. Ma soprattutto, perché attribuirmi anche la frase “dovete abbandonare l’impresa”? Queste sono parole della relazione di minoranza dei parlamentari del PCI della Commissione parlamentare, attribuite erroneamente a Müller da Paolini e da altri prima di lui, perché in tale relazione si trovano come commento subito dopo la citazione delle frasi suddette (“Ciò conferma che la sola misura di sicurezza possibile era rappresentata dall’abbandono dell’impresa”); ma mai pronunciate né da Müller né da me. Invece “nessuno dei geologi (Penta, Müller e Edoardo Semenza)… ha mai consigliato

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l’abbandono del bacino“ (Corte d’Appello dell’Aquila, pag. 195); e “il prof. Müller non solo non consigliò mai l’abbandono del bacino… ma addirittura incoraggiò la soluzione opposta“ (Tribunale dell’Aquila, pag. 267; vedi Palmieri a pagina 51 per queste due citazioni). Infatti la relazione di Müller continuava subito dopo così: “Quindi non resta altra via che cercare di ottenere il controllo dello scivolamento, e di limitare con misure artificiali sia i volumi rocciosi sia le velocità delle masse in frana, in modo da evitare gravi danni alle persone e alle costruzioni esistenti”; si veda il capitolo 10.
Carlo Semenza: “Edo, tu dimentichi che ci sono miliardi investiti su questo progetto!“ Edoardo Semenza: “Tecnicamente, per me non ci sono alternative. Ma se si tratta di una scelta politica…”: non è possibile che siano state dette delle parole di questo genere! Si veda piuttosto la lettera di Carlo Semenza a Ferniani, in Appendice E. Inoltre in quel periodo i discorsi che si facevano, principalmente con Müller, riguardavano le contromisure (soprattutto abbassamento lento e galleria di sorpasso). Il film non ne parla, e lascia credere che i tecnici subissero gli eventi, non sapendo che pesci pigliare. Invece la prima preoccupazione era proprio la sicurezza, e ciò si traduceva in decisioni operative. Si è iniziato subito a costruire la galleria, e perciò il livello è rimasto per un anno a 600 m.
D7. Nino Alberico Biadene e il periodo dopo la morte di Carlo Semenza
Nel film Biadene è presentato come il “cattivo”, e il più energico sin dall’inizio. In realtà, i rapporti fra Biadene e Carlo Semenza non erano di questo tipo, e dopo la morte di questi ci fu una stasi negli studi e nei provvedimenti, che nel film è mostrata con le scene fantasiose del benservito a me e a Ghetti.
♦ “Penso sia arrivato il momento di fare a meno della sua collaborazione”. Non ci fu nessun avvenimento di questo genere. Quando mio padre morì da tempo avevo concluso l’incarico che mi era stato affidato: semplicemente

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non venni più chiamato. Quanto ai mobili dello studio che erano stati sostituiti, me li offrì successivamente per telefono, e li uso ancora. Questo particolare è stato detto da me al regista, che era interessato alla forma della poltrona dello studio.
♦ “Fra meno di un mese dobbiamo vendere la diga allo Stato”. “Una diga collaudata, capisce? E lei sa molto meglio di me che per collaudare dobbiamo portare il lago a 715 metri!”. Lo dice Biadene a Pancini, nel novembre 1961, pochi giorni dopo la morte di Carlo Semenza. Dato ciò che si è detto sopra: vedi il capitolo 12, i paragrafi A7 (con la nota 99), B2, B7 e C8. La legge della nazionalizzazione era di là da venire; quando poi la legge fu delineata, marzo 1962 (approvata in dicembre), essa stabiliva l’esproprio delle società elettriche, che sarebbe avvenuto nel marzo 1963, ma fu subito chiaro che l’indennizzo sarebbe stato calcolato in base al valore delle azioni negli anni 1959-1961, e non in base al valore e alla funzionalità degli impianti. Dunque non aveva senso puntare ad un rapido collaudo. Di fatto, il livello fu elevato in modo estremamente lento, secondo i criteri di Müller, impiegando un anno per raggiungere quota 700. Poi, in seguito ad una ripresa dei movimenti, fu riabbassato e nel marzo 1963, quando scattò la nazionalizzazione, il livello era a 650 m e la frana era ferma. Biadene, ormai funzionario dell’ENEL, chiese poi l’autorizzazione per raggiungere quota 715. Ma è stato Paolini a inventarsi che per il collaudo bastassero 715 m: ne occorrevano invece 722,5, e ovviamente che non si manifestassero problemi. Insomma, l’accusa della corsa al collaudo è completamente falsa, come i tribunali hanno riconosciuto.
♦ “Il movimento della zona del Toc sembra ora aggravarsi”: Biadene si è effettivamente preoccupato di queste “sfumature”; si veda però nel paragrafo C14 la confutazione della tesi del nascondimento da parte di Palmieri. Tuttavia nel novembre 1961 tutto era completamente fermo, e lo è stato abbastanza ancora per 11 mesi.
♦ Movimenti della Pineda? “Più su, verso Pineda, dove era sempre rimasta ferma. Anche lì si è mossa.” Ma l’antica frana della Pineda non si è mai mossa, né dall’inizio dell’invaso, né negli ultimi tempi prima della frana, né dopo.

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♦ “Invaso = NO. La frana diventerebbe incontrollabile! Pericoloso alzare il livello del lago. Frana veloce.” Biadene riguarda un appunto fatto sulla sua agenda il 15 novembre 1960, dopo la frana del 4 novembre. In realtà, riguardo alle condizioni della spalla sinistra della diga in seguito al movimento, egli aveva scritto: “È pericoloso per la diga l’alzarsi dell’acqua ed il colpo (dinamico) della frana veloce, ora non c’è neppure pericolo, ma se l’acqua è entrata nella roccia il complesso è anelastico!”
Riguardo poi al programma degli invasi: “Invaso = no perché il fenomeno di frana diventerebbe incontrollato: svasare”… (segue il programma degli svasi di 5 m in 5 m, intervallati da stasi, secondo Müller).
Così, la pellicola fa dire a Biadene che si tratta di una frana veloce, e lascia intendere che l’unica cosa da fare sarebbe stata rinunciare all’invaso. Invece Biadene ragionava degli effetti di un’ipotetica frana veloce, dicendo peraltro che per il momento non c’era neppure pericolo. E il programma di invasi, o meglio di svasi, era relativo a quel momento critico. Ed è quel programma di svasi che ha fatto fermare la frana.
♦ Il colloquio fra Biadene e Bertolissi. I movimenti a fine settembre del 1963 non furono di 13-16 cm al giorno, ma inferiori a 3 cm al giorno. L’evacuazione di tutta la zona avrebbe salvato le persone. Tuttavia il film non dice che oltre all’evacuazione del Toc, furono anche evacuate le case della valle che si trovavano sotto q. 730. Questo limite derivava dalla relazione di Ghetti, che parlava di un’onda massima di 30 m. In base a questo ragionamento, purtroppo, Biadene, che tra l’altro aveva ritenuto eccessiva la velocità massima sperimentata da Ghetti e quindi, probabilmente, esagerate le sue conclusioni, si limitò a far evacuare la fascia che secondo tali conclusioni si poteva ritenere pericolosa.
D8. Tina Merlin
Si è già parlato molto di lei nell’Appendice A. Nella realtà, Tina Merlin ha senz’altro esercitato un ruolo positivo di informazione e di denuncia, come compete a una giornalista. In seguito però questo ruolo è stato esaltato: inizialmente dal proprio giornale e da lei stessa in alcuni articoli

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dell’immediato dopo frana, poi nel suo libro, e più recentemente da Paolini che su quel libro ha costruito il proprio spettacolo, e da altri. E ora il personaggio è stato ingigantito da Martinelli per farne l’eroina del suo film, dove è interpretata da Laura Morante.
Bisogna dire che il suo ruolo, pur positivo, nella realtà fu limitato. Persone che hanno lavorato per tutto il tempo al Vaiont non l’hanno mai incontrata. Sulla frana di Pontesei scrisse un articolo il giorno stesso (23 marzo 1959), senza nessuna polemica, né collegamenti al Vaiont, né riferimenti a Penta che del resto non era ancora consulente. Gli articoli riguardo al Vaiont scritti prima della frana, come risulta da Reberschak (1983, 2), furono soltanto tre: del 5 maggio 1959, dell’8 novembre 1960 e del 21 febbraio 1961. Dopo tale data, per oltre due anni e mezzo, non pubblicò più nulla fino all’indomani del disastro. Per il contenuto di questi articoli si veda il paragrafo A6. Nel 1983, pochi mesi dopo la prima pubblicazione del suo libro, fu candidata alle elezioni comunali di Erto e Casso, ma ebbe pochissimi voti.
♦ Al lago di Pontesei, poco dopo la frana (22 marzo 1959). Tina Merlin dice che il geologo della Commissione di Collaudo per il Vaiont, Penta, è nello stesso tempo il consulente privato della SADE per la diga di Pontesei. Invece la consulenza di Penta per Pontesei è iniziata dopo la frana, e dei suoi due incarichi si parlò solo in seguito all’Istruttoria per il Vaiont: si veda nel paragrafo A3 la parte relativa alla Commissione di Collaudo.
♦ La perizia di un geologo di fiducia. La Merlin afferma che il Comitato per la difesa della valle Ertana “ha pagato di tasca propria la perizia di un geologo di fiducia.” “Dice che costruire un lago artificiale in questa valle è pura follia. Tutta la zona del Toc appoggia su antiche frane preistoriche. E l’acqua rischia di rimetterle in movimento.” “C’è la relazione di un geologo famoso, e l’abbiamo già spedita al Genio Civile.”
Chi era questo geologo famoso? Proteste al Genio Civile il Comitato ne aveva mandate, ma non relazioni di geologi, né con questo contenuto. Se ci fossero state, oggi sarebbero pubblicate dappertutto.
L’origine di questa favola viene dall’articolo della Merlin su «l’Unità» del 13 ottobre 1963: “La popolazione di Erto si allarmò: se a Forno di

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Zoldo aveva fatto precipitare la montagna cosa sarebbe accaduto del loro paese che poggiava tutto su terra argillosa? Queste cose i contadini le sapevano da sempre, ma vollero interrogare i famosi geologi. E il parere dei tecnici e degli scienziati confermò le loro paure: era pura follia costruire un bacino sul luogo. Le perizie geologiche diedero esca a nuove polemiche… Si arrivò a costituire un ‘Consorzio per la difesa della valle ertana’…”.
Ma la Merlin aveva già scritto su «l’Unità» dell’11 ottobre: “L’intuito e l’esperienza di quei montanari, confortati peraltro da pareri di grandi geologi, indicava la valle del Vaiont non adatta a reggere la pressione di 160 milioni di metri cubi d’acqua”… il “professor Gortani, contrario in pieno alla perizia del geologo della SADE, Dal Piaz, …riteneva infatti pazzesco costruire il bacino su un terreno tanto inadatto come quello di Erto”.
Analogo discorso compare nell’articolo di Piero Campisi su «l’Unità» del 12 ottobre 1963. “Il monte Toc… era considerato dai valligiani un autentico pericolo pubblico.” Ma non solo loro: “Geologi e tecnici, quando la SADE ha reso noti i suoi progetti, hanno gridato che era pura follia”.
L’argomento ricompare il 19 ottobre 1963 in un articolo di Franco Busetto e Spartaco Marangoni su Rinascita (settimanale diretto da Palmiro Togliatti): “Che la zona… fosse geologicamente infida e insicura … lo sapeva anche il geologo professor Gortani, friulano, già senatore della DC, che, sempre, si schierò contro la costruzione del lago artificiale in aperto contraddittorio con il prof. Dal Piaz”.
Ma su «il Resto del Carlino» dello stesso 19 ottobre è comparso un trafiletto intitolato: “Una precisazione del prof. Michele Gortani” e sottotitolato: “Il docente non ha mai compilato relazioni contrarie alla costruzione dell’impianto”. Nel testo si riporta una lettera di Gortani, che dice: “Di fronte alle asserzioni di organi di stampa circa una mia presunta relazione contraria all’esecuzione dell’impianto idroelettrico del Vajont, debbo dichiarare categoricamente che non ho mai avuto occasione di effettuare uno studio geologico su tale bacino e che mai sono stato interpellato da parte di enti pubblici, sulla possibilità di pericoli inerenti alla realizzazione dell’impianto”. E dopo un elogio incondizionato a Giorgio Dal Piaz e a Carlo Semenza, Gortani conclude: “Pertanto le asserzioni pubblicate di

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recente dalla stampa, nel senso di attribuirmi catastrofiche previsioni o scetticismo aprioristico circa la consistenza del grande lago artificiale del Vajont, sono destituite di fondamento e io sento il dovere di smentirle, non soltanto per rispetto alla verità ma anche, soprattutto, per togliere quest’arma di sapore politico a chi vorrebbe trarre argomento da così grave sciagura di carattere nazionale a vantaggio del proprio partito”.
D’altra parte, se anche la smentita del senatore Gortani lasciasse al lettore una sfumatura di dubbio, c’è un altro argomento conclusivo: Gortani fu scelto dal Pubblico Ministero Mandarino come membro del Collegio dei periti e confermato in tale incarico dal Giudice Istruttore Fabbri: se dai documenti o dalle testimonianze fosse risultato che si era occupato in precedenza del Vaiont, sarebbero stati costretti a escluderlo, e invece questo problema non ci fu. Ci fu invece per il professor Mencl dell’Università di Brno, che non poté essere nominato nel secondo Collegio perché aveva pubblicato un articolo sul Vaiont (Fabbri 1968, pag. 68).
Ma evidentemente ci si era resi conto già quasi subito che la cosa non stava in piedi, perché nei testi della Merlin e del suo partito ciò non compare più. Ma se è comprensibile che la giornalista Merlin, nei primi giorni dopo il disastro, nella foga e nella rabbia sia stata imprecisa, è invece inaccettabile che dopo tanti anni, con tutte le inchieste, con la raccolta di 150 faldoni di documenti e col libro stesso della Merlin in cui non c’è traccia di questa relazione, si prenda per vera questa storia.
♦ Tina Merlin ha veramente visitato la fessura? Nel film Tina Merlin viene accompagnata da Olmo a vedere la fessura perimetrale. Dai suoi scritti risulta però che non è riuscita ad andare a vederla, né risulta che di essa abbia parlato con quelli della SADE e con Dal Piaz. Riferisce solamente di frasi dei valligiani. Dall’articolo dell’8 novembre 1960 non risulta neanche che sia andata sul Toc: “A ridosso del lago, per una lunghezza di 600 metri, i reticolati della SADE sbarrano la strada e numerosi cartelli avvisano della presenza di un grave pericolo. Oggi due lussuosissime macchine sono giunte sul posto, quelli che la popolazione chiama i ‘pezzi grossi’ della SADE. Apparivano preoccupati: hanno controllato, osservato; se ne sono andati all’avvicinarsi dei valligiani. ‘Non vogliono rispondere alle

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domande. S’interessano solo del loro lago, di noi non importa loro proprio niente’. Questi sono stati gli amari, ma quanto veritieri, commenti degli abitanti della zona”. E nel libro, a pag. 84/70 dice: “Arrivo a Erto il giorno dopo. Le persone del Consorzio mi portano sul Toc… avevano scoperto una profonda fenditura, … vorrei vederla anch’io ma ormai non si passa più…”.
♦ La denuncia. La scena che la descrive è ambientata verso il Natale del 1960, ma la denuncia alla Merlin era stata fatta, dal Comando dei Carabinieri di Udine, molto prima della frana del 4 novembre 1960, cioè subito dopo l’articolo del 5 maggio 1959, e si riferiva alla sua segnalazione di un pericolo per il paese di Erto. L’assoluzione è avvenuta il 30 novembre 1960 a causa della sopraggiunta frana del 4, verificatasi 2,5 km più a Ovest e sulla sponda opposta (vedi paragrafo A6).
♦ Il processo di Milano. Chi era la parte denunciante? La denuncia fu fatta dai carabinieri, ma questi non furono presenti al processo, e nemmeno un loro avvocato. E non vi era neppure un avvocato della SADE.
Le 6 “grandi fotografie” presentate al processo (formato 13x18 cm, conservate agli atti) non mostrano né case lesionate, né la spaccatura sul Toc, né la frana del 4 novembre 1960, ma soltanto la Pineda, con Erto sullo sfondo (il monte Toc compare in lontananza sullo sfondo in una sola di esse, presa da S. Martino). Nel film invece si vedono enormi ingrandimenti delle mie foto della spaccatura e della frana del 4 novembre (figg. 33 e 36 in questo libro) prese dalle pubblicazioni da me fornite al regista…
♦ L’ultimo articolo di Tina Merlin. L’articolo che parla di 50 milioni di m³, è del 21 febbraio 1961, non del settembre 1963. E temeva due cose: o la rottura della diga, con l’inondazione di Longarone, oppure che il lago a monte della frana, salendo di quota, mettesse in pericolo la stabilità di Erto, “poiché è notorio che esso è interamente poggiato su terreno di frana” (cosa falsa anche se sempre ripetuta). Insomma, considerava anche la frana del Toc in funzione dei timori per la stabilità di Erto, che esistevano già prima della costruzione della diga e che si sono dimostrati infondati. Bisogna dire che la Merlin non aveva previsto la disastrosa esondazione sopra la diga, poi verificatasi. Invece il film taglia la frase suddetta facendo così credere che la Merlin l’avesse prevista. Di fatto lei aveva scritto (in

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corsivo le parti citate nella sceneggiatura): “Una enorme massa di 50 milioni di metri cubi di materiale, tutta una montagna sul versante sinistro del lago artificiale, sta franando. Non si può sapere se il cedimento sarà lento o se avverrà con un terribile schianto. In quest’ultimo caso non si possono prevedere le conseguenze. Può darsi che la famosa diga tecnicamente tanto decantata, e a ragione, resista (se si verificasse il contrario e quando il lago fosse pieno sarebbe un immane disastro per lo stesso paese di Longarone adagiato in fondovalle), ma sorgeranno lo stesso altri problemi, di natura difficile e preoccupante. I più illustri tecnici fatti convocare per l’occasione da varie parti del mondo, hanno suggerito alla SADE di costruire una galleria per far defluire l’acqua da un lago all’altro quando la montagna, cadendo, avrà di fatto formato due invasi. Non si sa cosa succederà dell’agglomerato del paese quando il lago superiore sarà pieno, perché è notorio che esso è interamente poggiato su terreno di frana”.

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APPENDICE E
Lettera di Carlo Semenza a Vincenzo Ferniani1
20 aprile 1961
Egregio ingegnere,
sciolgo la riserva sulla quale sono rimasto il pomeriggio del 23 marzo ultimo scorso quando le ho telefonato in occasione del mio passaggio per Bologna diretto in Sicilia, inviandole alcuni elementi circa le frane sul fianco sinistro del serbatoio del Vajont.
Le allego: una planimetria scala 1:5.000 sulla quale sono segnate in rosso le zone di distacco, eccetera, e altra tavola con alcune sezioni trasversali.
Il 4 novembre dello scorso anno, mentre il serbatoio era a quota ca. 650, si è staccata una frana di circa 800.000 metri cubi nella zona indicata in rosso con la dizione “frana del 4 novembre 1960” sulla planimetria allegata, circa 500 metri a monte della diga. La frana ha bensì chiuso completamente la parte angusta e profonda della valle fino alla quota 600 circa, ma in sé non ha né entità né importanza particolari; qualche distacco nella zona delle sezioni 6 e 3 era già stato previsto come inevitabile.
Infatti l’orlo del terrazzo verso il serbatoio immediatamente a valle del torrente Massalezza (fra i punti 57 e 60 della planimetria, sottolineati in rosso) era da tempo in movimento e le sue condizioni di giacitura lasciavano presagire degli altri movimenti.
Senonché rilievi più estesi ed accurati hanno dimostrato che si era iniziato un molto più vasto movimento nella parte più alta del fianco sinistro fino alle quote 1200-1400, come indicato nella planimetria, dove la frattura, del tipo caratteristico del distacco superiore dei movimenti franosi, è segnata in colore rosso.
Prospezioni geosismiche fatte nella zona nel novembre del 1959 avevano denunciato roccia compatta. Le stesse prospezioni ripetute ora (novembre 1960 - febbraio 1961) denotano che la velocità di propagazione delle onde è molto diminuita. Il nostro consulente geofisico prof. Caloi ritiene che tutta la

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(126) Da Reberschak (1983, 2) pag. 84. ↩
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massa si possa considerare ora “cataclastica”, vale a dire che ha subito un movimento ed è in sostanza frantumata; la roccia solida si troverebbe a profondità notevoli, forse a oltre 100-200 metri. La zona della diga, nel Dogger è fuori discussione per la sua solidità.
Siccome la superficie delle due masse in movimento è dell’ordine di 2 chilometri quadrati, ella vede subito che se realmente dovessimo avere dei movimenti fino a profondità dell’ordine di 100 metri, la quantità di materiale che potrebbe cadere nel serbatoio sarebbe ingente, tale da creare, data la ristrettezza della valle, probabilmente un’ostruzione intermedia e quindi anche una divisione in due parti dello specchio liquido: quella a monte sarebbe chiusa, ed il suo livello potrebbe risultare incontrollabile. E su questa parte giace, 50 metri sopra il livello massimo, l’abitato di Erto. Ella può immaginare il mio stato d’animo in questa situazione.
Ai primi di novembre abbiamo avuto una visita della Commissione di collaudo (Professor Penta, ingegner Sensidoni, insieme col Professor Dal Piaz), che ha già agito dalla costruzione. La mia proposta di costruire immediatamente sul fianco destro della valle, allo scopo di evitare il peggio, una galleria per il collegamento delle due eventuali parti del serbatoio che potrebbero venir separate da una frana, è stata accettata immediatamente ed è divenuta addirittura… una raccomandazione del Ministero. Abbiamo abbassato il livello del lago fino a quota 600 anche per costruire la galleria stessa, che sarà pronta nel prossimo autunno. Lo scavo si svolge rapidamente in roccia ottima.
Dopo l’abbassamento del livello del serbatoio, probabilmente anche a causa del freddo sopravvenuto, i movimenti sul fianco sinistro si sono praticamente arrestati e credo che fino a che il livello sarà tenuto basso non sarà il caso di avere preoccupazioni. Ma cosa succederà col nuovo invaso?
Quanto i fenomeni attuali siano dovuti alle piogge, eccezionali ed eccezionalmente continuate, dalla seconda metà dello scorso anno, e quanto invece siano effettivamente dovuti al serbatoio, nessuno saprà mai; il fatto è che malauguratamente le due possibili cause hanno coinciso nel tempo.
Se avessimo costruito il serbatoio alcuni anni fa in annate meno piovose e non fosse successo niente, oggi potremmo dire che la minaccia è dovuta unicamente alle piogge, ma purtroppo così non è, e dobbiamo sopportare le conseguenze di questa disavventura.

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I fianchi della valle, specialmente nella zona orientale (A giallo) sono ripidi (veda le sezioni 1, 2 e 3) e non vedo cosa si possa fare per fermare un movimento del genere. Ho invece una maggiore tranquillità per la zona occidentale (B giallo) la quale ha già una parte che forma piede; potrà bensì cadere ma, penso, abbastanza lentamente.
Stiamo poi rivedendo la posizione del paese di Erto il quale nel suo complesso è posato su roccia in posto (Flysch); in qualche punto però alcune case giacciono su una coltre alluvionale la quale potrebbe essere insidiata dal serbatoio alle quote più alte. Non le nascondo che il problema di queste frane mi sta preoccupando da mesi: le cose sono probabilmente più grandi di noi e non ci sono provvedimenti pratici adeguati, a meno di pensare di far cadere buona parte del materiale addirittura, con grandi mine, come proporrebbe l’ingegner Sensidoni; ma è il caso di arrivare a tanto?
I professori Dal Piaz e Penta sono piuttosto ottimisti: tendono a non credere che avvenga uno scivolamento in grande massa e sperano (anch’io lo spero!) che la parte mossa si sieda su se stessa. Sono però entrambi d’accordo su ogni provvedimento di sicurezza, primo fra tutti la galleria “by-pass”.
Credo di averle esposto la situazione nei suoi elementi essenziali.
Mi spiace di dare anche a lei questa seccatura, ma il raccontarle le cose mi dà la sensazione di alleggerirmi di una parte almeno dei miei pensieri; voglia perdonarmi. Dopo tanti lavori fortunati e tante costruzioni, anche imponenti, mi trovo veramente di fronte ad una cosa che per le sue dimensioni mi sembra sfuggire dalle nostre mani. Intanto la diga è finita; per quanto riguarda il bullonaggio nella parte alta stiamo lavorando e l’opera verrà completata nell’estate. Per quanto riguarda invece la parte bassa, dove dovrebbe essere messo in opera il famoso puntone, stiamo studiando i dati del nuovo grande modello di Bergamo, nel quale abbiamo ricostruite le caratteristiche essenziali di stratificazione, diaclasi, ecc. delle sue spalle, realizzate addirittura con delle pile di blocchi romboidali.
Abbiamo avuto risultati interessanti e tranquillanti: notevoli deformazioni, ma nessuna tendenza a chiudersi della stretta a valle della diga, il che ci lascia perplessi sulla convenienza di spendere dei soldi per il puntone.
Io sono sempre convinto però - per un complesso di considerazioni anche intuitive – che un puntone sarebbe opportuno. Ma bisognerebbe vedere

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i risultati di alcune misure da farsi nell’anno prossimo, nel quale credo che in ogni caso effettueremo soltanto un parziale invaso. Mi scusi per la noia, e mi creda di lei
Dott. Ing. Carlo Semenza

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APPENDICE F
Successione riassuntiva degli avvenimenti, con particolare riguardo agli aspetti geologici.
1926 - Formulazione da parte dell’ing. C. Semenza del primo progetto di massima dell’impianto del Vaiont. La diga era prevista alla stretta del ponte di Casso e prevedeva una centrale a Dogna.
Il prof. J. Hug, di Zurigo, in una relazione del 1925, aveva consigliato appunto quella sezione, e sconsigliato invece quella dove poi è stata costruita, a valle del ponte del Colombèr, perché il calcare, poi chiamato Calcare del Vaiont, era permeabile.
1928 - Il prof. Giorgio Dal Piaz, in una sua relazione, preferisce invece la sezione al Ponte del Colombèr, per l’uniformità e la compattezza della roccia dei fianchi. Nella sezione al Ponte di Casso la roccia, poi chiamata Formazione di Socchèr, è invece discreta soltanto fino all’altezza del ponte, mentre più in alto non è buona; perciò la diga non avrebbe potuto essere più alta di cinquanta metri.
1929 - Domanda di concessione per la realizzazione di un progetto con diga al Ponte di Casso (con massimo invaso a 656 metri), con allegata una relazione di Hug, del 1927.
1930 - G. Dal Piaz presenta una sua relazione: per la massa della Pineda esclude franamenti importanti, e della zona dalla Pineda al Ponte di Casso dice che non desta alcuna preoccupazione.
1937 - Presentazione di un nuovo progetto con la diga al Colombèr, con massimo invaso a 660 metri. Vi è allegata un’altra relazione di G. Dal Piaz, quasi uguale a quella del 1930, che estende la validità delle sue affermazioni precedenti fino alla nuova posizione della diga.
1939-1940 - C. Semenza formula l’idea di realizzare un unico impianto integrato, con una serie di serbatoi più o meno alla stessa quota nelle valli del Piave, del Boite, del Maè, e del Vaiont, tra loro collegati da gallerie di derivazione, e con centrale unica a Soverzene. La domanda per questo progetto, altamente razionale, che fondeva insieme i progetti

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già esistenti per le singole valli, e prevedeva nella valle del Vaiont una diga alta fino a quota 667, viene presentata nel 1940. Vi è allegata una relazione geologica di G. Dal Piaz, sostanzialmente identica a quella del 1937 (Fabbri pag. 74).
1948 - Nasce l’idea di aumentare l’altezza della diga fino a 679 metri, ovviamente con una maggiore produzione di energia (come richiesto dal Governo), visto che il Calcare del Vaiont ha qui uno spessore di circa 300 metri: quindi la diga poteva essere costruita fino a raggiungere il suo limite (qui molto più alto) con la soprastante Fm. di Fonzaso, che ha invece caratteristiche geomeccaniche meno buone.
Marzo 1948 - Relazione di G. Dal Piaz, relativa alla zona della diga, da allegare al nuovo progetto col lago a quota 679.
Dicembre 1948 - Nuova relazione di G. Dal Piaz, relativa allo stesso progetto, ma riguardante i possibili fenomeni di instabilità delle sponde del serbatoio nella zona della Pineda di fronte a Erto: vecchissimo ammasso di frana, sceso dal fianco destro della valle fino al fondo (a quota 600 circa), dove appoggia sulle formazioni cretacico-paleogeniche, senza possibilità di nuovi movimenti di una qualche importanza. La relazione indica anche vari studi da compiersi a Erto e sulla roccia di imposta della diga: questi studi vengono fatti negli anni successivi. In una appendice del 18 novembre 1953 suggerisce altre indagini da fare nella zona di Erto.
Gennaio 1957 - Domanda di costruzione, con innalzamento dell’invaso alla quota 722,50. Questa tiene conto dei nuovi studi in tutto il bacino, e in particolare: 1) nella zona di Erto - sondaggi e cunicoli hanno accertato le buone condizioni di stabilità del versante dove sorge il paese; 2) nella sella di S. Osvaldo - indagini geofisiche hanno permesso di riconoscere la presenza di ghiaie fino a quota 750 circa, deposte da un antico corso d’acqua. Vi è allegata una Appendice di G. Dal Piaz alla sua relazione del 1948: parla praticamente soltanto delle imposte della diga.
Gennaio 1957 - Inizio dei lavori di scavo delle imposte della diga.

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Giugno 1957 - Altra relazione di G. Dal Piaz, in cui si tratta praticamente dei fenomeni tettonici della valle del Vaiont e dintorni, in relazione alla situazione della diga, e non si parla di fenomeni rilevanti di instabilità. È importante osservare che fino alla primavera del 1959 l’interesse primario era rivolto alla stabilità e alla tenuta dell’imposta della diga, mentre gli studi sulla stabilità dei versanti risultano obiettivamente poco sviluppati. Ciò non deve tuttavia stupire, in quanto la prassi internazionale non prevedeva affatto questi studi e, di solito, non ne era richiesta menzione nelle relazioni geologiche allegate ai progetti. Il fatto invece che nelle relazioni citate in precedenza se ne parlasse era in un certo senso un di più. Le indagini sulla stabilità dei versanti erano state fatte nelle zone dove si era ritenuto fossero necessarie (vedi domanda del gennaio 1957). D’altra parte mancava a quel tempo una cultura specifica sulle frane, fortemente sviluppata al giorno d’oggi.
Agosto 1957 - Rapporto del prof. L. Müller, nel quale si parla anche di alcune masse poco stabili nella zona del Pian del Toc - la più grande è di circa un milione di m³ - che potrebbero facilmente essere asportate.
Agosto 1958 - Inizio dei getti per la costruzione della diga.
29 Ottobre 1958 - Nuova relazione di G. Dal Piaz sulle condizioni geologiche lungo il tracciato della strada nuova in sinistra Vaiont. Afferma che eventuali franamenti saranno di scarsa importanza.
22 Marzo 1959 - Frana di Pontesei, in località Fagaré. Subito dopo si sente l’esigenza di verificare in modo più approfondito eventuali pericoli di franamenti nella zona dell’invaso del Vaiont.
Fine Luglio 1959 - E. Semenza riceve da Müller una lettera, nella quale è formulato un programma di studio geologico-tecnico dell’intero invaso, e inizia subito lo studio. Dopo due mesi è affiancato da F. Giudici. La relazione sarà consegnata nella primavera del 1960.
Fine Agosto 1959 - E. Semenza scopre la paleofrana e comunica verbalmente ai progettisti i principali risultati riguardanti la stabilità dei versanti:
- tra le varie paleofrane, una sola risulta potenzialmente pericolosa:

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quella che comprende il Pian del Toc e il Pian della Pozza; 2) questa zona, e l’altra adiacente a Est del T. Massalezza, corrispondono ad una enorme paleofrana, scivolata dal fianco sinistro; 3) la massa della paleofrana è fortemente fratturata e presenta pieghe a asse di direzione all’incirca EW; 4) la parete settentrionale della massa presenta invece un aspetto tranquillo, con strati non ripiegati, inclinati verso Est, e apparentemente non fratturati; tutto ciò impedirà per un certo tempo il riconoscimento unanime della paleofrana; 5) il fianco sinistro della valle presenta una struttura “a sedile”, che corrisponde al fianco meridionale della sinclinale di Erto, e ad una parte della sua zona di cerniera, qui praticamente piatta e inclinata debolmente verso Est; 6) si suppone che il franamento sia avvenuto su una superficie più o meno cilindrica, che collega la fascia milonitica di q. 600 alla depressione del Pian della Pozza (q. 850); 7) la successiva incisione della gola del Vaiont ha lasciato sul fianco destro una parte della paleofrana, il “Colle Isolato”; 8) ipotesi che la massa possa muoversi nuovamente durante l’invaso.
1° Ottobre 1959 - Salisburgo. Incontro di C. ed E. Semenza con Müller, che viene così informato della scoperta suddetta.
10 Ottobre 1959 - 6° Rapporto Müller, che formalizza il programma di studi già presentato informalmente a fine luglio.
Novembre 1959 - Indagine geosismica del prof. P. Caloi attraverso la supposta paleofrana. Il risultato è che si tratta di una massa di elevata solidità: poiché ciò contrasta con quanto si osserva chiaramente in superficie, E. Semenza ritiene che vi sia stato un errore di esecuzione, o di interpretazione dei dati ottenuti (vedi dicembre 1960).
Febbraio 1960 - Inizio dell’invaso sperimentale.
Marzo 1960 - Invaso a q. 590 m; nella parete settentrionale si manifestano due movimenti franosi: una piccola frana di crollo alla sua estremità orientale e, vicino alla sua estremità occidentale, la rimobilizzazione del Castelletto, piccola frana di scivolamento rotazionale già mossa in precedenza (vedi fig. 29, profilo 3). È probabile che siano dovuti entrambi all’inizio della rimobilizzazione dell’intera paleofrana.

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Primavera 1960 - Posizionamento di capisaldi sulla parte più bassa della supposta paleofrana, per controllarne i possibili movimenti con misure topografiche; in seguito verranno posti altri capisaldi in zone più alte. Le misure iniziano ai primi di maggio.
Primi di Maggio 1960 - Già le prime misure, fatte con l’invaso a quasi 600 m, mostrano piccoli movimenti praticamente orizzontali nella parte più a Nord. Questi movimenti continuano con velocità crescenti nei mesi successivi.
Maggio-Luglio 1960 - Esecuzione di tre sondaggi, che non raggiungono il piano di movimento alle profondità previste; perciò si ritiene che esso debba emergere più a monte del Pian della Pozza.
Primi di Giugno 1960 - Consegna ufficiale della relazione Giudici-Semenza.
9 Luglio 1960 - Relazione di G. Dal Piaz, a proposito della stabilità di tutto il bacino. Parla quindi di varie zone. Per Erto esclude pericoli, dopo le indagini fatte. Per la Pineda, dettaglia quanto aveva già scritto. Per la zona sul fianco sinistro sopra il Ponte di Casso, parla di movimenti di falde detritiche, senza importanza. Per la zona della Pozza parla ancora di carsismo e, dopo aver accennato al primo limitato franamento del marzo 1960, afferma: “È assai probabile che si abbia a lamentare qualche ulteriore incremento degli avvenuti franamenti”; in sostanza, nega l’esistenza della paleofrana e tutto ciò che ne consegue. Consiglia “per le aree che si trovano al di sopra del massimo invaso… un razionale allontanamento delle acque di precipitazione meteorica e di scioglimento delle nevi”, con canali superficiali e cunicoli drenanti.
Fine Luglio - 2 Agosto 1960 - Indagini di E. Semenza nella zona a monte della Pozza, e determinazione del probabile limite meridionale della paleofrana. Nei due solchi di affluenti (o rami) del T. Massalezza, di solito asciutti, si trova il passaggio dalla roccia sana, affiorante a Sud, a quella molto fratturata o addirittura finemente macinata, affiorante a Nord.
Settembre 1960 - Fine dei getti per la costruzione della diga.

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Fine Ottobre 1960 - I movimenti raggiungono e superano la velocità di 3 cm al giorno (velocità non più raggiunta fino a fine settembre-primi di ottobre 1963).
Giorno imprecisato verso la fine di ottobre - Comparsa della fessura perimetrale a monte della massa della paleofrana e nella parte alta dei suoi margini laterali.
4 Novembre 1960 - Con l’invaso a 650 m, una frana di circa 700.000 m³ scivola nel lago, provocando un’ondata di 2 metri, la quale infrangendosi contro la diga raggiunge un’altezza di una decina di metri.
8, 9, 15 e 16 Novembre 1960 - Vari sopralluoghi di Müller, con gli ingegneri della SADE, l’ing. Vielmo ed E. Semenza. Riunione nella quale viene proposto di abbassare il lago molto lentamente, cosa che inizia immediatamente, e porta subito ad un rallentamento dei movimenti, e quindi all’arresto; C. Semenza propone di costruire la galleria di sorpasso.
28 Novembre 1960 - Visita della Commissione di Collaudo. Si decide di abbassare l’invaso, sempre molto lentamente, fino a q. 600 e di costruire la galleria di sorpasso.
Dicembre 1960 - Nuova indagine geosismica di Caloi, in corrispondenza del tracciato dell’analoga indagine del 1959 e lungo due nuovi tracciati che arrivano fino alla fessura perimetrale. I risultati (esposti nella relazione del 10 febbraio 1961) indicano una roccia in condizioni di forte fratturazione, che appoggia in profondità su roccia compatta.
Fine Dicembre 1960 - Appendice di G. Dal Piaz alla sua relazione del 9 luglio, mai consegnata e nemmeno battuta a macchina, e quindi da considerarsi provvisoria. Riconosce che una parte della zona tra l’avvallamento del Pian della Pozza e la gola del Vaiont corrisponde ad una antica frana, come constatato da E. Semenza e F. Giudici, ma ritiene improbabile che di essa facesse parte il Colle Isolato. In pratica, una frana nello stesso posto di quella del 4 novembre 1960 e simile ad essa.
3 Febbraio 1961 - 15° Rapporto Müller. Dopo l’accurata descrizione dei particolari della frana, e delle differenze tra le due zone, orientale e

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occidentale, propone i seguenti possibili rimedi, precisando che alcuni sono tecnicamente eseguibili solo in parte, altri invece del tutto inattuabili: a) abbassare l’invaso, in modo lento e controllato (la cui efficacia è già stata dimostrata nei mesi precedenti); b) impedire o limitare molto l’infiltrazione delle acque piovane e di disgelo (praticamente non eseguibile); c) alleggerire la massa di molti milioni di m³ (inattuabile); d) drenare a mezzo cunicoli da q. 900 nella Valle Massalezza fino dentro il Calcare del Vaiont e, dopo il possibile successo, farne un altro più profondo (provvedimenti iniziati, ma purtroppo non continuati); installare piezometri per conoscere il comportamento dell’acqua nel versante (installati, ma con risultati insufficienti); e) cementare la massa di frana, partendo dai cunicoli suddetti (possibile miglioramento, ma con costi altissimi); f) creare un contrasto al piede della frana, utilizzando parti frontali della stessa, distaccate mediante esplosivo (pericoloso), o masse distaccate dal versante opposto.
20 Febbraio 1961 - Nuove osservazioni di E. Semenza sotto la base del Colle Isolato, dopo il dilavamento da parte del lago: affiorano ghiaie e sabbie fluviali.
Febbraio-Ottobre 1961 - Dopo che il livello dell’invaso è stato abbassato (q. 600 m ai primi di gennaio 1961), si scava la galleria di sorpasso. Al Colombèr, con lo scavo all’imbocco di una “finestra” vicina all’estremità occidentale della galleria, si scoprono altre ghiaie fluviali, in posizione analoga e alla stessa quota di quelle sotto la base del Colle Isolato. Presso il ponte di Casso, vicino all’imbocco di un’altra “finestra” della galleria in destra, si scopre una piccola massa analoga al Colle Isolato.
Primavera 1961 - Inizia la progettazione di un modello idraulico a Nove di Vittorio Veneto. Le prime cinque prove, preliminari, hanno luogo tra fine agosto e settembre, altre 17, definitive, hanno luogo nei primi mesi del 1962.
Luglio-Ottobre 1961 - Installazione di 4 piezometri nella massa della paleofrana, come proposto da Müller. Il piezometro P4 va presto fuori servizio.

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30 Ottobre 1961 - Muore Carlo Semenza.
Ottobre 1961 - Inizio del secondo invaso, che arriva a quota 700 m soltanto nel novembre 1962: i movimenti raggiungono la velocità di 1,5 cm al giorno, e quindi il livello del lago viene abbassato fino a 650 m (marzo 1963), ottenendo l’arresto dei movimenti.
20 Aprile 1962 - Muore Giorgio Dal Piaz.
3 Luglio 1962 - Consegna della relazione del prof. Ghetti sulle prove eseguite sul modello idraulico: propone di farne altre, ma invece vengono interrotte; i risultati ottenuti sono considerati utili per la previsione degli effetti idraulici di un possibile franamento. In particolare si stima possibile, come conseguenza di movimenti alle velocità sperimentate, il prodursi di un’ondata alta al massimo 30 metri. È in assoluto il primo modello del genere (vedi capitolo 11 e nota 55).
Marzo 1963 - La gestione dell’impianto passa dalla SADE all’ENEL, le cui strutture, esistenti e funzionanti da subito, diventeranno però completamente efficienti soltanto anni dopo. Il lago è a q. 650, come è detto sopra.
Aprile 1963 - Inizio del terzo invaso.
Fine Giugno 1963 - Vengono superati i 700 m, e i movimenti ricominciano, mantenendosi a bassa velocità. Ciò sembra confermare l’ipotesi formulata in precedenza da Müller, che i movimenti siano dovuti all’effetto della saturazione di livelli di materiali che per la prima volta vengono raggiunti dall’acqua. Si decide di innalzare ulteriormente il livello del lago. Ciò avviene molto lentamente. Tuttavia non si capisce perché ai primi di agosto, dopo che con il livello del lago sopra quota 700 i movimenti sono arrivati a una velocità di circa 0,5 cm al giorno, nonostante l’esperienza dei primi due invasi (durante i quali i movimenti, per la verità assai più veloci, erano calati soltanto dopo un notevole abbassamento del livello) e nonostante l’indicazione della relazione Ghetti sulle prove col modello idraulico, non si inizi ad abbassare il livello del lago, ma anzi lo si innalzi, raggiungendo i 710 alla fine del mese (cfr. capitolo 12).

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Settembre 1963 - La velocità, rimasta quasi costante in agosto, va aumentando, lentamente ma continuamente. In una riunione del 18 settembre si decide lo svaso, che però inizia solo il 26, quando la velocità ha raggiunto i 2 cm al giorno; ma nonostante l’abbassamento essa non diminuisce, e va anzi aumentando rapidamente fino al movimento finale del 9 ottobre 1963. Questi ritardi si possono forse spiegare con l’avvenuto passaggio della gestione dell’impianto dalla SADE all’ENEL, che può aver reso più difficile e lenta ogni decisione in merito alle misure necessarie a fronteggiare la situazione (vedi capitolo 12).
9 Ottobre 1963 - Riunione a Praga del Comitato Internazionale Grandi Dighe, con discussione sulla opportunità o meno di fare serbatoi in valli che abbiano avuto franamenti. Nessuna decisione.
Alle 22,39 la grande massa scivola nel serbatoio. L’ondata si divide in varie direzioni, distruggendo gran parte di Longarone e colpendo gruppi di case di altri paesi.
Dopo la catastrofe - Incertezze sulla stabilità di altre parti del versante sinistro della valle del Vaiont, e conseguente evacuazione degli abitanti. Grandissima risonanza in tutto il mondo, e conseguenze in vari campi. Nuova prassi riguardo agli studi geologico-tecnici necessari per la progettazione, in attesa di nuove normative rigorose e dettagliate riguardanti lo studio della stabilità dei versanti.
Numerose ipotesi sulle cause del movimento ed in particolare della sua enorme velocità. Fattori che possono aver contribuito al movimento:
- la struttura geologica del versante settentrionale del M. Toc, e in particolare l’esistenza di un vecchio piano di movimento, con materiali dotati di angolo di attrito estremamente basso. I valori di questo, stimati da diversi studiosi, risultano però troppo elevati per permettere l’innesco del movimento e l’alta velocità raggiunta dalla massa; questa non poté essere spiegata, in termini quantitativi, nemmeno con la presenza delle argille all’interno della formazione in cui si era verificata la rottura. Soltanto con gli esperimenti di Tika e Hutchinson (1999) si è raggiunto un risultato che permette di spiegarla;

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la generazione di calore per frizione, fino a far aumentare la pressione nei pori lungo il piano di rottura, con conseguente diminuzione delle tensioni efficaci; questo meccanismo può effettivamente aver avuto un ruolo importante, ma soltanto dopo un certo tempo dall’inizio del movimento;
-
la sismicità della zona;
-
la creazione del bacino e le sue variazioni di livello;
-
la presenza di una falda in pressione al di sotto del piano di rottura;
-
la piovosità.
Correlazioni fra i dati dei vari diagrammi, tentate senza successo.
16 Ottobre 1965 - Muore Francesco Penta, che al tempo del disastro era già molto malato.
22 Novembre 1967 - Requisitoria del Pubblico Ministero di Belluno Arcangelo Mandarino.
20 Febbraio 1968 - Sentenza del Giudice Istruttore di Belluno Mario Fabbri.
17 Dicembre 1969 - Sentenza del Tribunale dell’Aquila.
3 Ottobre 1970 - Sentenza della Corte d’Appello dell’Aquila.
25 Marzo 1971 - Sentenza della Corte di Cassazione (penale).
Anni Settanta - Problema della grande frana di Downie, su un versante del progettato serbatoio di Revelstoke (Canada). Per evitare un disastro come quello del Vaiont, il governo americano decide di finanziare un progetto, per uno studio di Hendron e Patton, che ne chiarisca tutti gli aspetti, al fine di confrontarli con quelli della frana di Downie e di studiare eventuali rimedi.
1985 - Pubblicazione dello studio di Hendron e Patton,
importantissimo passo avanti nella soluzione del
problema della frana del Vaiont e di quello della frana
di Downie. Risultati principali:
Per la frana del Vaiont: 1) la conferma
dell’esistenza della paleofrana; 2) la scoperta,
nella formazione di Fonzaso, in tutta la zona
occidentale della valle, di vari livelli di argilla
montmorillonitica; 3) la conseguente probabile
esistenza, nel versante, di due acquiferi separati da

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quell’argilla; 4) la diversità di regime delle due falde, per cui il livello piezometrico di quella inferiore, influenzato dalle piogge del mese precedente, poteva giungere a valori molto più alti di quella superiore, favorendo così l’instabilità della massa soprastante.
Per la frana di Downie: il futuro lago ne avrebbe ridotta pericolosamente la stabilità, ma la sicurezza poteva essere ottenuta mediante il drenaggio della falda. Furono costruiti 1.400 m di gallerie di drenaggio, il serbatoio fu riempito ed è regolarmente in esercizio.
17 Dicembre 1986 - Sentenza della Corte di Cassazione (civile).
27 Luglio 2000 - Accordo di transazione tra lo Stato, l’ENEL e la Montedison per la ripartizione delle responsabilità e del risarcimento per i danni subiti dai comuni interessati e dagli eredi delle vittime.

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APPENDICE G
Termini Scientifici, Abbreviazioni e Sigle usati nel testo
G1. Termini scientifici geologici e tecnici
Acquifero - Qualsiasi corpo geologico che può contenere acqua e cederla.
Affioramento - Area nella quale compare in superficie una unità rocciosa.
Alluvione - Inondazione, e (in geologia) deposito di detriti trasportati da un corso d’acqua.
Alveo epigenetico - Nuovo alveo di un corso d’acqua, posteriore ad un fenomeno che l’ha sbarrato, e in posizione diversa dal precedente.
Alveo sepolto - Alveo di un corso d’acqua, non più attivo a causa della sua ostruzione operata da una frana, una morena o un cono alluvionale.
Ammasso di frana - L’insieme del materiale spostato durante un movimento franoso.
Angolo d’attrito - L’angolo di inclinazione di una superficie di contatto tra due parti di un ammasso roccioso (ad esempio, due strati sovrapposti), superato il quale la parte superiore si muove per effetto della gravità.
Banco - Strato di roccia di spessore attorno al metro o più.
Calcare - Roccia composta prevalentemente da carbonato di calcio.
Calcare del Vaiont - Formazione del Giurassico medio, costituita da calcari spesso oolitici (ossia contenenti granuli rotondeggianti simili a uova di pesce) e in grossi banchi (vedi fig. 28).
Calcare dolomitico o magnesiaco - Calcare che contiene carbonato di magnesio in misura inferiore al 15%.
Carota, carotatore - Nel linguaggio dei sondatori, la carota è ciò [che] si estrae con un sondaggio a rotazione, mediante uno strumento apposito, detto carotatore; la stessa parola può indicare anche colui che opera per estrarla.

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Carta geologica - Rappresentazione su base topografica, mediante colori o segni convenzionali, dei vari corpi geologici affioranti nell’area, della loro giacitura e di altri particolari utili.
Cenozoica (o Terziaria) - Era geologica che segue la Mesozoica e precede la Neozoica (da 66 a 1,8 milioni di anni fa). Si divide in Paleogene e Neogene.
Conglomerato - Roccia sedimentaria derivante dalla cementazione di elementi arrotondati (puddinghe) o spigolosi (brecce).
Cono (o conoide) alluvionale - Accumulo di sedimenti depositati da un corso d’acqua nel punto di raccordo tra la montagna e la pianura, o comunque tra un tratto più pendente e uno meno pendente.
Cretacico - Ultimo periodo geologico dell’Era mesozoica (da 144 a 66 milioni di anni fa). Segue il Giurassico e precede il Paleogene.
Depressione - Area situata ad un livello inferiore a quello medio dell’area circostante.
Detrito - Insieme di frammenti che risulta dalla disgregazione meccanica delle rocce a opera di agenti superficiali: d. alluvionali, d. glaciali, d. di versante.
Dolina - Depressione della superficie del suolo, dovuta a fenomeno carsico nella roccia sottostante.
Dolomia - Calcare contenente più del 15% di carbonato di magnesio.
Dolomia principale - Formazione del Triassico Superiore, presente nelle Alpi orientali (da 225 a 208 milioni di anni fa).
Epigenetico - vedi Alveo epigenetico.
Eocene - Epoca del Paleogene (da 57,8 a 36,6 milioni di anni fa).
Erosione - Azione asportatrice esercitata sulla superficie terrestre dagli agenti atmosferici, principalmente acqua e ghiaccio.
Faglia - Frattura di una roccia, nella quale si è verificato un movimento relativo delle parti a contatto.
Faglia a forbice - Faglia nella quale il movimento relativo aumenta da zero fino a un valore massimo andando nella direzione della faglia stessa.
Faglia trascorrente - vedi Trascorrente.
Flysch - Sedimento che si forma in un bacino marino durante un sollevamento. Nella conca di Erto è costituito da argille, prevalenti, con sottili intercalazioni calcaree.

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Formazione - Insieme di rocce formatesi in uno stesso intervallo di tempo geologico, caratterizzate dalla medesima composizione.
Frana - Movimento di versante in massa, dovuto alla forza di gravità, di materiali rocciosi compatti o sciolti. Vari tipi di movimento: crollo, ribaltamento (ossia inclinazione), scivolamento traslativo (su piano inclinato), scivolamento rotazionale (su superficie più o meno concava), espansione laterale (spostamento più o meno orizzontale, associato a rifluimento, verso il versante), colamento; movimento complesso: quello che in punti diversi di una massa, o in tempi diversi, presenta caratteristiche di più d’uno dei tipi suddetti.
Geodinamica - Scienza che studia gli agenti modificatori della crosta terrestre, sia endogeni (ossia all’interno della crosta) che esogeni (esterni alla medesima).
Geofisica - Studio dei fenomeni fisici connessi con la struttura, le condizioni fisiche e la storia evolutiva della Terra. Le prospezioni geofisiche studiano le condizioni naturali dei corpi geologici, oppure gli effetti di campi applicati (ad esempio le onde sismiche e le correnti elettriche).
Geologia - Studio della Terra, delle sue origini, struttura, composizione, storia e natura dei processi che l’hanno portata allo stato attuale.
Geologia applicata - Applicazione dei metodi e princìpi geologici all’ingegneria civile.
Geologico-tecnico (rilevamento) - Studio dei caratteri di tutti i corpi geologici, che possono avere interesse per le costruzioni o lo sfruttamento delle risorse naturali.
Geomeccanica - Studio dei caratteri fisici dei corpi rocciosi.
Geomorfologia - Descrizione e interpretazione delle forme del terreno.
Geosismiche, indagini, o prospezioni sismiche - vedi Geofisica.
Geotecnica - Studio dei caratteri fisici dei terreni sciolti.
Giacitura - Posizione nello spazio di un piano entro un corpo geologico. Si descrive con l’inclinazione, che è l’angolo del piano con un piano orizzontale; e con l’immersione, ossia la direzione verso cui si immerge la linea di massima pendenza tracciata sul piano (si usa aggiungere anche la direzione p. d., cioè quella di una linea orizzontale tracciata su quel piano).

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Giurassico - Periodo geologico che segue il Triassico e precede il Cretacico (da 208 a 144 milioni di anni fa).
Glaciali, fasi - Oscillazioni climatiche fredde di breve periodo, ben documentate per l’ultimo milione di anni nelle Alpi e altrove, che hanno portato all’espansione delle aree coperte dal ghiaccio, sono state intervallate da fasi interglaciali, ossia di riduzione delle aree coperte dal ghiaccio. L’ultima fase glaciale alpina si chiama würmiana.
Livello piezometrico - Quota raggiunta dall’acqua in un piezometro.
Marna - Roccia composta da carbonato di calcio e argilla, in quantità all’incirca pari.
Marnoso - Qualifica di una roccia simile ad una marna, ma con percentuali di carbonato di calcio o di argilla diversi da una vera marna.
Mesozoica - Era geologica che segue la Paleozoica e precede la Cenozoica (da 245 a 66 milioni di anni fa). Si divide in Triassico, Giurassico e Cretacico.
Milonite - Roccia estremamente fratturata o macinata in granuli dell’ordine del millimetro.
Miocene - Epoca inferiore del Neogene, che segue l’Oligocene e precede il Pliocene.
Movimento di versante - Sinonimo di frana.
Movimento tipo ghiacciaio - Movimento complesso, caratterizzato comunque da fratture, che isolano elementi, i quali spesso hanno in superficie una velocità maggiore che alla base e quindi tendono a ribaltarsi, come gli elementi del domino.
Movimento visco-plastico - Caratteristico di materiali deformabili, non rigidi né elastici, ma nemmeno liquidi.
Neogene - Periodo geologico che segue il Paleogene e precede il Quaternario (da 23 a 1,6 milioni di anni fa). Si divide in Miocene e Pliocene.
Nicchia di frana - Superficie più o meno regolarmente concava, dalla quale si è staccata una massa di frana.
Paleofrana (o frana antica) - Frana avvenuta in passato, rimobilizzabile qualora intervengano delle condizioni analoghe a quelle che l’avevano provocata.

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Paleogene - Periodo geologico che segue il Cretacico e precede il Neogene (da 66 a 23 milioni di anni fa). Si divide in Paleocene, Eocene e Oligocene.
Palinspastica, ricostruzione - Ricostruzione all’indietro delle varie fasi di un fenomeno di movimento geologico.
Piano assiale di una piega - La superficie, spesso curva o ondulata, che si ottiene unendo le cerniere di tutti gli strati della piega.
Piezometro - Strumento per misurare la pressione idrostatica della falda.
Precipitazioni - P. atmosferiche: pioggia, neve ecc.
Pulvino - Elemento di raccordo tra una diga ad arco e la roccia alla quale la diga si appoggia, allo scopo di renderla più regolare.
Raibliano - O Formazione di Raibl, del Triassico superiore, che nella regione dolomitica sta al di sotto della Dolomia Principale.
Ricoprimento - Sovrapposizione di un insieme di corpi geologici ad altri lungo un piano suborizzontale o variamente ondulato, causata da spinte tettoniche o dalla gravità. - Lembo di ricoprimento - Parte di un ricoprimento, staccata dal resto a causa di fenomeni di erosione.
Rigetto - Distanza tra due punti che prima del movimento di una faglia erano adiacenti: può essere verticale, orizzontale o variamente inclinato a seconda del movimento della faglia.
Rilevamento geologico - Ricerca di campagna, finalizzata alla scoperta delle evidenze delle condizioni geologiche di un territorio: formazioni affioranti e sotterranee, loro rapporti e successione temporale, processi che le hanno prodotte, distribuzione delle acque sotterranee, ecc.
Rilievo batimetrico - Ricerca finalizzata alla definizione dell’andamento della superficie del terreno coperto da uno specchio d’acqua.
Roccia dolomitica - vedi Calcare dolomitico o dolomia.
Roccia sedimentaria - Sedimento consolidato per processi fisico-chimici.
Quaternari, depositi - Rocce, per lo più sciolte, formatesi durante l’era quaternaria (meno di 1,6 milioni di anni fa).
San Cassiano - Formazione triassica che nella regione dolomitica sta al di sotto del Raibliano.

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Scarpata principale - Parte affiorante della superficie di rottura di una frana. Il termine si contrappone a “scarpata secondaria”, che si riferisce a una superficie di movimento che suddivide la massa di frana.
Scivolamento rotazionale - Movimento franoso caratterizzato da una superficie di rottura di forma simile ad un settore di cilindro o di ellissoide. - Scivolamento rotazionale complesso: fenomeno dove le superfici di questo tipo sono più d’una.
Scollamento progressivo - Fenomeno di distacco che procede nel tempo con velocità variabile a seconda dei casi, fino a portare al completamento della superficie di rottura di una frana, consentendone il movimento.
Sedimento - Deposito di ghiaia, sabbia o fango.
Selcifero - Si dice di uno strato che contiene noduli o letti di selce.
Serie stratigrafica - Successione di più formazioni o banchi paralleli sovrapposti in una stessa località; quella della zona del Vaiont è descritta brevemente nella figura 28.
Sinclinale - Piega di una serie di strati rocciosi avente gli strati più recenti dalla parte della concavità, che di solito è verso l’alto. - Sinclinale coricata: Sinclinale il cui piano assiale è orizzontale o poco inclinato. - Cerniera di sinclinale: La linea che individua i punti di massima curvatura della piega di uno strato.
Sovralzo - Aumento d’altezza di uno specchio d’acqua, dovuto a qualsiasi causa. Nel caso di una frana si distingue il sovralzo “dinamico”, dovuto al moto ondoso transitorio, dal sovralzo “statico”, che è l’aumento di livello permanente, corrispondente al volume della frana che rimane sommerso. Il sovralzo totale è la somma dei due effetti.
Smottamento - Termine non più in uso nella nomenclatura ufficiale delle frane: chi lo usa intende indicare piccole frane di materiale sciolto cadute per crollo o per colamento, o per altro meccanismo.
Sovrascorrimento, sovrascorrere - vedi Ricoprimento.
Stratigrafia - Studio delle rocce stratificate, indicandone la natura e l’età, e la loro correlazione con altre rocce di altri luoghi.
Struttura, strutturale - Termini di diverso significato nelle diverse branche delle Scienze geologiche. Qui si intendono riferiti all’assetto tettonico, ossia alla disposizione nello spazio dei diversi elementi geologici che compongono una data zona: formazioni, pieghe, faglie e sovrascorrimenti.

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Superficie di rottura, di scivolamento (o di scorrimento) - La superficie che separa una massa in frana dal suo substrato.
Terziaria - vedi Cenozoica.
Tettonica - vedi Struttura.
Trascorrente - Dicesi di un movimento relativo tra due masse, in corrispondenza di un piano di faglia (o di margine di frana) parallelo alla direzione di quel piano.
Triassico - Periodo geologico che segue il Permiano e precede il Giurassico (da 245 a 208 milioni di anni fa).
Velocità sismica - Velocità di propagazione delle onde sismiche nell’interno della crosta terrestre; varia a seconda della composizione delle varie formazioni che le onde attraversano.
Würmiana, fase - È l’ultima fase glaciale (vedi glaciali, fasi) della zona alpina, terminata circa 10’000 anni fa.
G2. Abbreviazioni e Sigle
Abbreviazioni
F. = Faglia,
Fm. = Formazione,
M. = Monte,
q. = quota,
T. = Torrente,
V. = Valle.
Sigle di località, indicate nelle figure 16 e 16’, fuori della frana
C = Casso,
Co = Colombèr,
CTr = Faglia del Col Tramontin (tratteggiata e parzialmente coperta da EE),
D = Diga del Colombèr,
D’ = Diga progettata al Ponte di Casso,
L = Longarone,
MS = Mulini delle Spesse,
Ne = Casere Nelve,
Or = Costa delle Ortiche,
P = Pineda,
T = Cima del M. Toc,
Tu = Ponte Tubo,
TV = T. Vaiont,
V = Torrione di Costa Vasei.
Sigle di località, indicate nelle figure 16 e 16’, particolari della paleofrana
A = avvallamento di q. 1110 (fig. 33),
Ca = Castelletto (fig. 12),
DP = Depressione del Pian della Pozza (fig. 21),
E = Porzione orientale, a Est del Massalezza,
EE = Espansione orientale, al di fuori della nicchia (vedi

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capitolo 6),
I = Colle Isolato (fig. 22 e 23),
I’ = Massa di origine simile al Colle Isolato, a Ovest di esso (fig. 23),
M = Valle del T. Massalezza,
MC = Masserella presso il ponte di Casso;
ME = Ramo orientale del Massalezza,
MW = Ramo occidentale del Massalezza (fig. 32),
Nov = Zona della frana del 4 novembre 1960 (figg. 17, 35 e 36),
PE = Parete orientale (fig. 20),
PN = Parete settentrionale (figg. 18 e 19),
PNW = Parete nordoccidentale del Pian del Toc (fig. 17),
PP = Pian della Pozza,
PT = Pian del Toc (fig. 17),
W = Porzione occidentale (a Ovest del Massalezza).

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NOTE
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Vajont o Vaiont? Anche se storicamente ci sono entrambe le forme, adesso tutti scrivono Vajont, e io invece mi ostino a scrivere Vaiont. Perché? In italiano si pronunciano allo stesso modo, ma avete mai provato a sentire uno che parla solo inglese? Io sì, e anche accompagnandolo sul posto: e se legge Vajont lui pronuncia Vagiònt! Ho pensato allora che, per evitare questo inconveniente, convenga scriverlo con la i.
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L’alveo, spostato alquanto verso Est rispetto a prima della frana, era piuttosto stretto e poca acqua scorreva in superficie, probabilmente perché l’ondata, risalita lungo la valle, ridiscendendo da Davestra aveva trasportato ghiaia che si era fermata qui, dove il corso d’acqua era stato improvvisamente ristretto per l’arrivo del materiale trasportato dalla prima ondata, cioè quella uscita dalla valle del Vaiont. Più precisamente, quella che si vedeva era una situazione complessa: il materiale trasportato dalla prima ondata si trovava in fondovalle soltanto sui due lati del suo percorso, dove la violenza del getto d’acqua era minore, mentre davanti all’uscita della gola si era formata una grande buca perché qui la violenza del getto era estremamente forte, e quindi tutto il materiale ghiaioso, assieme ai detriti trasportati dal getto, aveva investito il centro di Longarone, distruggendo i fabbricati e poi depositandosi seppellendo ogni cosa. L’ingente quantità del materiale, trasportato e deposto lungo la valle del Piave dall’ondata di ritorno, non era ancora stata asportata dall’acqua del fiume, allora non in piena, e perciò poteva contenerla quasi tutta al suo interno. Invece gran parte della buca suddetta non era stata ancora colmata, e quindi era piena d’acqua (figg. 3 e 4).
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Questi detriti erano stati deposti secondo il processo normale dei corsi d’acqua non turbolenti: si trattava cioè di depositi alluvionali con “gradazione normale”, ossia con gli elementi più grossolani in basso e quelli via via più fini verso l’alto. Ciò significa che, come era logico dato che sono stati gli ultimi depositi dell’acqua al termine del processo di tracimazione, il flusso era ormai relativamente lento e quindi tranquillo: in queste condizioni il deposito non è caotico, ma ben stratificato, e la dimensione dei frammenti depositati va diminuendo con il diminuire della velocità.
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In quel periodo, che si può definire post-bellico, viaggiare nel cassone di un camioncino era quasi una cosa normale.
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Ferasin, studiando i dintorni di Cimolais, era arrivato fino alla Val Zemola, scoprendo l’esistenza della fortissima riduzione dello spessore (fino a pochi metri) delle formazioni del Giurassico superiore e del Cretacico inferiore e medio (che qui fino allora erano giudicate addirittura inesistenti). In quell’area, che corrisponde al fianco NNE della sinclinale di Erto, quelle formazioni sono sostituite dalla cosiddetta “serie condensata”, visibile nel profilo ‘b’ della figura 28 (formazione indicata con la lettera ‘a’) che comprende, ma non dovunque, il famoso Marmo di Erto (Giurassico superiore e Cretacico inferiore), dal caratteristico

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colore rosa, e al di sotto un sottilissimo livello di calcari selciferi verdi e rossastri (parte bassa del Giurassico superiore). A Sud-Ovest invece, e quindi nella Valle del Vaiont medio bassa e nella bassa Val Mesazzo, il medesimo intervallo stratigrafico corrisponde a quella che lui chiamò Formazione di Socchèr, che raggiunge nell’insieme lo spessore di circa 200 metri. Questa è una complessa alternanza di livelli di natura alquanto diversa, che oggi vengono distinti all’interno delle due formazioni, di Socchèr e di Fonzaso (Ferasin 1955 e 1956; Rossi e Semenza 1965; Riva et al. 1990), e che qui semplificando raggrupperò in tre livelli, b, c e c’ (vedi la fig. 28; N. B.: nella figura 28 c e c’ sono uniti), che si susseguono dall’alto al basso come segue: - un livello b, superiore, nel complesso molto rigido, costituito da grossi banchi calcarei compatti di vario tipo (che chiamerò qui “Banchi di Socchèr”) con alcuni potenti livelli rossastri, uno dei quali, (visibile nella fig. 36) è sito alla base ed è meno compatto; - un livello c, sottostante, facilmente ripiegabile, che è una potente serie sottilmente stratificata di marne e calcari marnosi rossi, o verdastri o grigi, in parte cretacica, sopra, e in parte giurassica, sotto (chiamata qui “strati sottili Fonzaso-Socchèr”); - un livello c’, basale, del Giurassico superiore, di calcari selciferi di color grigio, in strati sottili con intercalazioni argillose (che qui chiamerò “Fonzaso con argille”), la cui parte più alta è stata la sede di buona parte del piano di scivolamento della frana, a causa dello scarso attrito e della scarsa permeabilità dell’argilla.
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Foglio Belluno della Carta Geologica delle Tre Venezie, alla scala 1:100.000 (1941). Questa parte del foglio era stata disegnata sulla base del rilevamento di G. Boyer, con revisioni di S. Zenari.
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Il rigetto di una faglia (verticale, orizzontale o obliquo) è la distanza tra due punti che prima del movimento erano adiacenti.
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Georges Boyer aveva studiato il massiccio del Borgà come estrema parte orientale dell’area del suo pregevolissimo studio, area che parte a Ovest dal Gruppo del Talvena, interpretando il Borgà in un modo incompleto, ma indicando giustamente al suo margine NE l’esistenza della grande faglia del Valon di Copada, con rigetto di circa 1000 m, evidentissima a chi guarda il massiccio da NW. Il suo studio, pubblicato nel 1913, sarebbe probabilmente proseguito nella parte a oriente; ma fu invece interrotto dalla guerra, che lo vide combattente e ferito sul campo di battaglia in Alsazia, e poi ricognitore sugli aerei, fino a che morì in un incidente aereo nella primavera del 1916. Il carteggio intensissimo che durante i suoi studi nella zona intrattenne con Giorgio Dal Piaz (suo amico e maestro) ne mette in luce l’impegno scientifico e l’entusiasmo, doti che certamente l’avrebbero portato a risolvere questo difficile problema. Ferasin invece, guardando da Est, non aveva potuto vedere quella faglia, in quanto da Ovest verso Est essa va gradualmente riducendo il suo rigetto, fino ad annullarlo poco a Est della Forcella Copada, mentre aveva esattamente riconosciuto l’esistenza del ricoprimento del Borgà sulla serie della bassa Val Zemola, tra la Forcella Copada e la Valle del Vaiont a Ovest di Erto. Sia Boyer che Ferasin, accomunati dalla tragicità del loro destino, avrebbero potuto da soli risolvere il problema se ne avessero avuto il tempo. Toccò invece a me, e vi riuscii avvantaggiandomi degli studi di entrambi. Mi bastarono infatti due escursioni: una da Erto alla Forcella e poi giù fino a Davestra, per riconoscere la giustezza dell’idea di Ferasin circa l’esistenza del lembo di ricoprimento, e

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un’altra nell’alta Val Zemola, per trovare la “radice” del ricoprimento e avere quindi la chiave per capire la storia strutturale dell’area nordoccidentale del Vaiont. Quest’ultima è difficile da spiegare in poche righe. Va premesso che un lembo di ricoprimento è una parte di una falda di scorrimento (cioè di una massa che si è sovrapposta scorrendo sopra ad un’altra a causa di sforzi tettonici), che è stata separata dalla parte principale della falda per erosione o altro fenomeno. Ritengo che questa parte principale sia individuabile in un sovrascorrimento ben visibile nell’alta Val Zemola e che il lembo stesso sia rimasto distaccato da essa per erosione, o scivolando fino al fondo della sinclinale di Erto prima delle ultime fasi tettoniche che hanno corrugato l’insieme del M. Buscada e del M. Citta (E. Semenza, 1960; Riva M. et al., 1990).
- Per dare un’idea della difficoltà della zona, devo accennare che esisteva un’ipotesi secondo cui tutti i massicci montuosi, mesozoici, di una vasta zona attorno al Vaiont fossero sovrapposti alle formazioni più recenti, cenozoiche, affioranti nella conca di Erto, presso Cimolais e nell’Alpago, che sono effettivamente analoghe tra loro. Questa ipotesi, derivata dalla chiara sovrapposizione visibile a NW di Erto, del Calcare del Vaiont (del lembo di ricoprimento del Borgà) sulla Scaglia e di questa sul Flysch, non regge però se si considerano tutti gli altri contatti tra le formazioni cenozoiche e mesozoiche nell’intera area in questione, ed è chiaramente in contrasto con lo studio di Ferasin del 1956. Tuttavia Weiss (1964) riporta ancora quell’idea, e afferma addirittura (a pag.
- che essa è stata confermata dalla Großmechanik dell’anno 1963 (cioè il franamento del M. Toc).
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Il regolamento dighe, in vigore all’inizio dei lavori (1957), risaliva al 1931 (31 gennaio 1931, n. 1370), e venne sostituito dal DPR 11 gennaio 1959, n. 1363, che a differenza del primo cita l’obbligo, per la relazione geologica, di contenere gli elementi oggettivi relativi alla stabilità dei versanti (vedi Fabbri, pag. 299 e segg.); è da notare che questa parte del regolamento fu curata dal prof. Penta. Corrispondentemente nel succitato trattato di geologia applicata di A. Desio (1948), le indagini sulla stabilità dei versanti non erano nemmeno citate tra gli argomenti che il geologo doveva trattare nella relazione per una diga: questi erano la stabilità delle imposte della diga, la loro impermeabilità, e l’impermeabilità del bacino. È significativo che, nella edizione del 1973 di quel trattato, è stata aggiunta la stabilità dei versanti.
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Questo innalzamento rese necessario il collegamento, nel complesso dell’impianto Piave-Boite-Maè-Vaiont, del serbatoio di Vodo con quello di Pontesei. Il massimo invaso di questi due serbatoi era a quota tale (850 Vodo, e 800 Pontesei) da poter riempire la parte del serbatoio del Vaiont che sarebbe stata a un livello più alto di quello degli altri serbatoi: questi ultimi infatti, avendo il massimo invaso praticamente allo stesso livello (683 Pieve, 679 Vaiont 1° progetto, 677 Val Gallina), costituivano in sostanza un unico serbatoio. L’innalzamento suddetto richiese inoltre la costruzione della centrale del Colombèr, a valle della quale l’acqua del serbatoio del Vaiont poteva entrare senza problemi nella galleria di derivazione verso la centrale di Soverzene.
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Era proprio la parte frontale della massa che si mise poi in moto nel 1960, e scivolò velocissimamente nel 1963. Ma ecco come ne parlava (traduzione SADE): “Anche la zona della sponda sinistra, caratterizzata da stacchi estesi collegati fra loro, sui verdi prati della

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quale si trovano diverse case, presenta seri pericoli di slittamento, malgrado sia costituita da roccia. Però in quei posti la roccia è molto disgregata e degradata e perciò può essere facilmente asportata o messa in movimento di slittamento.” Che corrisponde bene al testo originale: “Auch das links-ufrige, durch ausgedehnte, zusammenhängende Abbrüche charakterisiertes Gebiet, auf dessen grünen Almboden mehrere Häuser stehen, ist stark gleitgefährdet, obwohl es aus Fels aufgebaut ist. Das Gestein ist aber dort sehr stark zerrüttet und aufgelockert, kann daher leicht abgetragen oder in Gleitbewegung versetzt werden”. Esisteva però una traduzione precedente un po’ affrettata, fatta in cantiere e in questo punto meno precisa, l’unica riportata dal giudice Fabbri a pagina 89, che si trova quasi uguale in Ascari a pagina 57 e da qui in Paolini e Vacis a pagina 124. In essa la frase diventa: “Anche il terreno di sponda sinistra, caratterizzato da ammassi di sfasciume, sui cui verdi pascoli sorgono numerosi casolari, è in forte pericolo di frana, sebbene sia una formazione rocciosa. La roccia è ivi molto fratturata e degradata e può pertanto facilmente scoscendere o essere posta in movimento”. Il pensiero di Müller risulta pertanto falsato, in quanto sembra che, parlando di instabilità, si sia riferito a tutta la sponda, mentre parlava solo di una zona (Gebiet) con determinate caratteristiche; manca poi l’avversativa (aber) e, soprattutto, le parole abgetragen … werden (essere asportata, attivamente, dall’uomo, per eliminare il problema) vengono tradotte con “scoscendere”, che fa pensare ad un fenomeno naturale. Invece, sia da questo passo, sia da tutto l’insieme di questa e delle altre relazioni di Müller risulta che egli non aveva affatto scoperto la grande frana, e che le sue parole del 1957 si riferivano ad ammassi di dimensioni limitate, facilmente asportabili. Se avesse capito o anche solo sospettato l’instabilità di buona parte del versante, le sue parole e le sue indicazioni sarebbero state ben diverse!
È da notare, a proposito di questo rapporto di Müller, che Calvino, nella seconda perizia a pagina 11 (Calvino et al., 1967), citando una parte della frase sopra riportata, sembra far apparire che Müller abbia denunciato addirittura “il forte pericolo di frane, sebbene si tratti di formazione rocciosa, della sponda sinistra, sui cui verdi pascoli sorgono numerosi casolari”, senza lasciar capire che parlava di un’area molto limitata.
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Pontesei (plurale di pontesel), è una voce dialettale veneta che indicava la stretta dove due ponticelli, distanti 450 m l’uno dall’altro (uno dei quali tuttora ben visibile a valle della diga), consentivano alla strada di fondovalle di attraversare la gola del T. Maè. Secondo testimonianze di persone del luogo, prima della costruzione dei due ponti suddetti, ne erano stati costruiti vari altri, poi distrutti da fenomeni franosi, evidentemente ricorrenti. Circa il volume, un’altra valutazione, fatta da Caratto (1997) sulla base dei sondaggi eseguiti successivamente, ha portato ad un volume di circa 6 milioni di m³. La questione non è ancora stata risolta, restando il dubbio su eventuali grandi franamenti precedenti, difficili da distinguere con i sondaggi.
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vedi Milli (1968 e 1975), Caratto (1997).
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Come affermano invece T. Merlin a pagina 57/47 (vedi A5) e Paolini e Vacis a pagina 42 (vedi B5).
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Circa il tempo di caduta, a partire dalla testimonianza di Linari, che parlava di due fasi per un totale di due-tre minuti, si sono sviluppate discussioni, in rapporto alla conduzione delle prove del modello idraulico della frana del Vaiont (vedi capitolo 11); qualcuno

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“gli ha fatto dire” che la frana sarebbe caduta in trenta secondi, mentre questo era soltanto il tempo della fase iniziale del movimento (cfr. Paolini e Vacis, pag. 131, e Corte d’Appello dell’Aquila, pag. 105). Il Tribunale ha ritenuto, in base a tutte le testimonianze e i dati a disposizione, che la frana sia discesa in circa due minuti (Tribunale dell’Aquila, pagg. 241-242).
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vedi Capra e Linari (1960) e Walters (1962).
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Le velocità, misurate all’inizio (estate 1957) soltanto in superficie, erano state notevoli (poco più di un millimetro al giorno) e poi per un anno si erano ridotte al minimo (fino a circa 0,08 mm/giorno) in seguito all’abbassamento del lago (lo stesso abbassamento che si ritiene abbia invece provocato l’inizio dei movimenti della frana di Fagaré), per assumere col nuovo invaso, iniziato nel luglio 1958, il valore di 0,22 mm/giorno (riportato nel testo) ottenuto però con misure più precise all’interno dell’ammasso roccioso. Lo spostamento totale in 17 mesi è stato di circa 3 cm.
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È da notare che invece al paragrafo LII-3 della requisitoria del Pubblico Ministero Mandarino (del 1967) vi è un lungo racconto, molto dettagliato, in cui però si parla soltanto della frana di Pontesei-Fagaré. La stessa cosa fanno in sostanza i periti del secondo collegio (Calvino et al., 1967, 11-13), che riportano tuttavia anche un brano della lettera del prof. Caloi del 23 settembre 1959, dicendo che “invita a rileggere la propria relazione del luglio ’58. ‘Ciò che è avvenuto vi è previsto con esattezza sconcertante’”. Ma i secondi periti annotano: “La relazione 3-7-58 Caloi-Spadea si riferisce invece ad una massa rocciosa adiacente alla diga”, cioè all’altra frana (di Pontesei spalla-diga) di cui ho parlato nel testo.
A prescindere da questo episodio, che può essere considerato “un infortunio” dovuto a una temporanea disinformazione di Caloi, è fondamentale sottolineare l’importanza attribuita da molti alle vicende della frana di Pontesei-Fagaré. Invece i fenomeni di movimento descritti più sopra furono sottovalutati dai tecnici della SADE, forse perché analoghi a quelli da sempre esistiti su quel versante. C’è da notare peraltro che in precedenza quei fenomeni li avevano indotti a progettare la strada nuova sul fianco destro: ma a ciò si oppose il Comune di Forno di Zoldo, che temeva non le frane, ma la copertura nevosa, molto più prolungata sul fianco destro, che è in ombra per tutto l’inverno e anche oltre. Nessuno temeva le frane, anche dopo che i sondaggi sul fianco sinistro, eseguiti per cubare la cava di pietrisco da impiegare per il calcestruzzo della diga, avevano evidenziato l’esistenza di un cospicuo spessore di argille rossastre raibliane (fino a 15 metri) al di sotto del detrito calcareo-dolomitico affiorante.
La frana del 22 marzo 1959 fu quindi una “sorpresa”, in un certo senso, ma non fu poi avvolta nel segreto, come dimostrano le citazioni, soprattutto di Walters (1962) che a pagina 257 riporta una lettera di C. Semenza del 1959, e più tardi di Bianchin ed E. Semenza (1965, pag. 31). Questo tendono invece a dimostrare i periti del secondo collegio (Calvino et al., 1967), che hanno parlato di “elementi di giudizio fondamentali”, che furono “taciuti” o almeno rimasero ignoti “agli specialisti di scienze geologiche e di ingegneria”, i quali avrebbero formulato per la vicenda del Vaiont “ricostruzioni e commenti parziali, miranti a sottolineare il carattere di eccezionalità del fenomeno e ad escluderne la prevedibilità”. Calvino (1974) ha addirittura preso i dati sulla frana di Pontesei-Fagaré per fare un parallelo con quelli della frana del Vaiont del 1963, e dimostrare così la sua prevedibilità. Ma il paragone non regge, come ha mostrato la sentenza del Tribunale dell’Aquila (pag. 296 e segg.).

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Il 6° Rapporto (Müller 10 ottobre 1959), contenente anche altri argomenti, fu poi presentato il 10 ottobre per motivi di salute e per altri impegni, suoi e dei collaboratori. Nella lettera del 24 luglio aveva esposto il programma di lavoro in tre “tappe”: 1) un primo rilevamento “speditivo” di tutta l’area all’incirca al di sotto della strada; 2) un rilevamento più preciso e dettagliato delle aree che presentassero chiari pericoli di franamento; 3) un completamento mediante eventuali sondaggi e trincee nel terreno. Circa le prime due tappe, che riguardavano il mio lavoro, precisava in dieci punti ogni particolare di ciò che attualmente si potrebbe definire uno studio preliminare di carattere geologico-tecnico, con raccolta di dati geomeccanici, geotecnici e idrogeologici.
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Si vedano le relazioni scritte da G. Dal Piaz dal 1930 al 1960.
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È a questa porzione, relativamente piccola, che ritengo si riferisse Müller al paragrafo 4 del suo 2° Rapporto, del 16 agosto 1957. Accennando ad una massa rocciosa di circa 1 milione di m³ situata a circa un km dalla diga: a questa stessa zona pare che si riferiscano le frasi “presenta seri pericoli di slittamento”, e “può essere facilmente asportata o messa in movimento di slittamento” (nota 14, capitolo 3).
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Per quanto riguarda la fratturazione, è da notare che su tutta la massa non esisteva neppure un solo corso d’acqua, e la valle del Torrente Massalezza, che la divideva in due (probabilmente scavata prima dell’antico franamento, che aveva provocato la fratturazione della massa), era quasi costantemente all’asciutto. Più precisamente, esisteva una sorgente a monte della massa di frana al suo contatto con il calcare del Vaiont (a q. 900 circa). La sua portata era di norma scarsissima, meno di un litro al minuto, ma aumentava molto durante le piogge. Nel tratto a valle si formava un corso d’acqua temporaneo, di portata mai rilevata, che comunque andava scemando rapidamente verso valle, senza mai arrivare fino alla parete settentrionale. Ciò era segno che l’acqua piovana penetrava tutta e subito nell’interno attraverso le numerosissime fratture più o meno largamente aperte, per uscire da sorgenti situate alla base della massa; una di esse era ben visibile a Ovest del “Pinnacolo” (cioè dell’estremità NW del Pian del Toc). Questi fatti dimostrano che la massa in frana era un acquifero, indipendente da ciò che si trovava al di sotto di essa (vedi capitolo 16).
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vedi Riva et al. (1990).
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vedi Giudici e Semenza (1960) e E. Semenza (1965).
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È possibile che si tratti di depositi dell’ultima età interglaciale, deposti in un solco scavato all’inizio della stessa età, o forse in una precedente età interglaciale. La frana doveva essere avvenuta invece dopo lo scioglimento del ghiacciaio dell’ultima fase glaciale, detta würmiana, che aveva certamente riempito la valle fino a una quota di varie centinaia di metri più alta del fondo dell’alveo torrentizio suddetto, senza però asportare tutti i depositi fluviali precedenti, annidati nella gola e quindi protetti nei confronti dell’azione erosiva del ghiacciaio stesso.
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Cfr. Müller (1968) pag. 72.
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Questa relazione ricalca praticamente la lettera scrittami da Müller nel luglio 1959 (vedi capitolo 5), con l’unica variante che l’ubicazione e le modalità degli eventuali sondaggi e trincee, già previsti in quella lettera, avrebbero dovuto essere stabiliti assieme a me dopo la fine del rilevamento di dettaglio delle eventuali zone ritenute pericolose dal punto

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di vista dei franamenti. L’autore era stato comunque informato da me delle prime risultanze del mio studio il 1° ottobre a Salisburgo, in un incontro insieme a mio padre e all’ing. Pancini durante l’annuale Colloquio di Geomeccanica (vedi capitolo 7, capoverso “Reazioni”). Questi Colloqui erano organizzati da Müller, fondatore e primo presidente dell’ISRM (International Society for Rock Mechanics) e direttore dal 1963 della rivista «Felsmechanik und Ingenieurgeologie - Rock Mechanics and Engineering Geology». I colloqui erano frequentati regolarmente da mio padre, dall’ingegner Pancini, da altri ingegneri che lavoravano al Vaiont, e qualche volta da me.
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Mio padre aveva un vivissimo senso di rispetto per la natura, e si rendeva conto che nel suo mestiere doveva sempre cercare di alterarla il meno possibile: era cioè combattuto tra il dovere di rispettarla e la necessità di costruire impianti per la produzione di energia elettrica (cfr. C. Semenza, 1950). A quei tempi la produzione era ottenuta per la stragrande maggioranza con impianti idroelettrici (sia in conseguenza della “autarchia”, sia per l’alto costo del petrolio), mentre adesso la grande maggioranza è ottenuta con le centrali termiche (atomiche o a idrocarburi). Circa l’assoluta necessità di rispettare la natura, amava spesso citare le parole di Bacone (Francis Bacon, 1561-1626): Natura non nisi parendo vincitur, “La natura non si vince, se non obbedendo ad essa” (Novum organum, I, 3). Anche in questo caso, gli fu chiaro che per obbedirle era necessario fare di tutto per capirla.
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Cadisch et al. (1965), pag. 85 e segg.; Tribunale dell’Aquila, pagg. 270-271.
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Le misure furono fatte con sistemi ottici, da capisaldi sul fianco destro della valle, a varie decine di “punti” (paline o traguardi su fabbricati) distribuiti su tutta la superficie della massa sospettata, e anche al di fuori di essa, in modo da avere un confronto e quindi un’indicazione circa l’estensione reale dell’area interessata dal fenomeno. Certo, le misure ottiche, su distanze così grandi, e con il tremolio dell’aria, dovuto al moto ascensionale del vapore dal lago, non potevano avere la grande precisione che è possibile al giorno d’oggi con i raggi laser; tuttavia l’esame dei risultati sul medio e lungo periodo consentì, per tutto il tempo delle misure, di conoscere in modo più che soddisfacente i movimenti subiti dalla massa.
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Circa 700.000/250.000.000, cioè circa 1/357 del totale.
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Francesco Penta, professore di Geologia Applicata alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma, autore di numerose pubblicazioni sulle frane, componente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e della Commissione di Collaudo della diga del Vaiont. Si veda in A3 il capoverso “Commissione di Collaudo”.
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I movimenti della massa erano misurati con grande regolarità, e riguardavano le due componenti, orizzontale e verticale (questi ultimi erano misurati con frequenza molto minore, cfr. Tribunale dell’Aquila, pag. 278), relative a ciascun punto. Ma nei diagrammi riassuntivi e nelle note inviate al Ministero sono sempre state riportate soltanto quelle orizzontali. I periti del secondo collegio e i giudici di Belluno hanno ritenuto che ciò fosse una grave mancanza. Tuttavia, proprio dalle osservazioni della seconda perizia a questo proposito risulterebbe che l’assistente governativo era a conoscenza di queste misure e ne trattava nella sua relazione dell’8 ottobre 1962 trasmessa a Roma dal Genio Civile di Belluno (Calvino et al., 1967, pag. 11-63). Bisogna comunque osservare che in realtà gli spostamenti orizzontali erano i più significativi, in quanto esprimevano quasi esattamente il movimento

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della parte più settentrionale della massa. Che la componente verticale dello spostamento fosse maggiore nella parte meridionale della frana, sempre più alta di quella misurata nella parte settentrionale, come risulta dai diagrammi delle misure 1961-1962 della rete di livellazione lungo la strada in sponda sinistra, poteva essere un indizio ulteriore di uno scivolamento su di una superficie concava profonda, piuttosto che di uno scorrimento di una “lama superficiale”. Ma in realtà c’erano ben altre evidenze che permettevano di escludere l’ipotesi di una “lama” superficiale: fra queste la fessura perimetrale e l’integrità dei pozzi (sugli spostamenti verticali vedi Müller 1964, pag. 179, e Müller 1968, pag. 27).
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Ferniani era già stato in visita al Vaiont il 14 marzo 1960, assieme al prof. G. Dal Piaz, ed era prevista un’altra visita per quando quest’ultimo avesse preparato la relazione, poi consegnata il 7 luglio 1960 (vedi Appendice E): ma di questa seconda visita non ho trovato notizie.
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Iniziò allora per mio padre il travaglio interiore che forse fu all’origine dell’emorragia cerebrale che dodici mesi dopo lo stroncò, all’età di 68 anni.
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Come già detto nel capitolo 3, in realtà si era occupato della stabilità dei versanti, sia pure in modo non approfondito, anche in precedenti occasioni: prima in una pagina del 2° Rapporto, del 1957, e poi (vedi capitolo 5) nel sopralluogo del luglio 1959, che fu seguito dalla formulazione del programma di studi sulla stabilità dei versanti del bacino, poi iniziato da me, e infine da lui formalizzato nel rapporto del 10 ottobre 1959.
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Selli e Trevisan (1964), pag. 25 e tav. X.
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Tribunale dell’Aquila, pag. 271.
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Testo originale di questo passo: Die bisherigen Bewegungsmessungen zeigen, daß durch Spiegelsenkung des Sees zwar eine Verzögerung der Bewegung, aber zunächst kein Stillstand eintritt. Nach wie vor verursacht jeder heftigere Regen immer wieder vorübergehende, kurzfristige, aber oft sehr erhebliche Beschleunigungen. Die Frage, ob die Gleitungen durch künstliche Maßnahmen zum Stillstand zu bringen seien, muß generell verneint werden, denn selbst wenn man, theoretisch betrachtet, auf die Anlage eines Stausees ganz verzichten wollte, wäre anzunehmen, daß eine so große Gleitung, nachdem sie einmal in Gang gekommen ist, nicht so bald wieder ganz zur Ruhe kommen würde. Es bleibt somit kein anderer Weg als der Versuch, die Gleitung unter Kontrolle zu bekommen und die abstürzenden Gesteinsmengen sowie die Geschwindigkeiten durch künstliche Maßnahme so zu beschränken, daß größere Schäden für Menschen und vorhandene Bauwerke vermieden werden können.
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Tribunale dell’Aquila, pag. 267; Corte d’Appello dell’Aquila, pag. 195; cfr. Palmieri, pag. 51.
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Non si capisce come qualcuno abbia potuto accusarmi di avere cambiato idea, magari dietro pressioni interessate, come è stato supposto da Fabbri (pag. 454) e da qualcuno durante il processo dell’Aquila. È chiaro infatti che nessuno aveva previsto la velocità della frana che scivolò il 9 ottobre 1963. Aver conosciuto la forma della frana non significa aver previsto la sua velocità. A questo proposito si deve dire che a tutt’oggi esistono ancora interrogativi sui motivi per i quali si è raggiunta una simile velocità, come affermava Datei nel 1964 e molti altri dopo di lui. Si veda il capitolo 16.

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I movimenti dei ghiacciai vallivi sono spesso accompagnati da fessurazioni della loro massa che si muove verso valle, fessurazioni che variano a seconda dell’andamento della superficie della roccia sottostante: oltre ai noti crepacci, che si aprono dove il substrato ha un rilievo positivo trasversale, vi sono altre fessure, anch’esse di direzione trasversale a quella del moto, ma non aperte, che si possono formare quando il substrato passa da un’inclinazione maggiore, in alto, a una minore in basso. Allora nella parte in basso i corpi tabulari individuati dalle fessure subverticali, spinti dai corpi retrostanti e frenati alla base, tendono ad esser ribaltati in avanti, con un effetto “a domino”, che determina in superficie la comparsa di gradini “antitetici”, che formano cioè una “scala particolare”, su cui si sale anche se in ogni gradino il margine superiore è più alto di quello inferiore del gradino successivo, sito più a monte. A quest’ultimo tipo andavano ascritte le fessure osservate da Müller nella zona della Pozza (fig. 39). Perciò la loro comparsa costituiva una conferma sia dei movimenti, sia dell’andamento poco inclinato di questa parte della superficie di scivolamento della frana. Si tratta comunque quasi sempre di movimenti lenti, e a questo proposito si deve precisare che l’autore parlava anche di fenomeni di creep, il che ha dato luogo a speculazioni varie. Occorre precisare che questo termine, che di solito qualifica un movimento visco-plastico senza particolari accelerazioni, è usato da specialisti di varie discipline con significati un po’ diversi, per cui, secondo me e altri, sarebbe auspicabile limitarlo o precisarne il significato di volta in volta. Ad esempio, si auspica, da parte di chi cura la classificazione dei movimenti di versante (Varnes, 1978), di riservare questo termine a movimenti lenti e superficiali di materiale sciolto. Ma effettivamente i geomeccanici (cioè i “meccanici delle rocce”) da molto tempo lo usano per indicare movimenti lenti anche in materiale roccioso situato in profondità, e anche nei ghiacciai. Nel caso specifico può esserci stato fraintendimento da parte di qualcuno, non tra questi due significati, come hanno pensato i periti del secondo collegio, (in particolare Roubault alle pagg. 36 e seguenti della parte III di Calvino et al., 1967), ma nel senso che sentendo parlare di creep ha ritenuto che si trattasse di movimenti comunque lenti e non suscettibili di grosse accelerazioni.
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Perciò il movimento tipo ghiacciaio del settore inferiore dell’area occidentale era dovuto alla debole inclinazione della superficie di movimento: sul retro della porzione di massa qui esistente premeva la porzione più meridionale, la quale era appoggiata su quella parte della superficie di movimento che era molto inclinata. L’area più orientale era invece praticamente tutta appoggiata su una superficie di scivolamento molto inclinata, ma si muoveva poco perché nella porzione bassa questa superficie probabilmente non coincideva più con le superfici di stratificazione, ma le tagliava: in tal modo si creava un notevole ostacolo al movimento. Un altro ostacolo al movimento di quest’area, evidenziato specialmente da Hendron e Patton (1985), è l’attrito lungo il grande piano di faglia che limitava a Est la massa instabile. Da queste differenze nel tipo di movimento, evidenziate dall’acuta analisi di Müller, nacque invece in qualcuno, e forse anche in lui, l’idea che nel prosieguo le due parti avrebbero potuto staccarsi l’una dall’altra, scendendo con modalità diverse. Ciò in realtà contrastava con l’aspetto unitario che essa aveva alla sua fronte.
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Con la parola acquifero (che sta per “corpo acquifero”) si intende qualsiasi corpo geologico che può contenere acqua e cederla.

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Si trattava di semplici tubi di rivestimento, finestrati verso il fondo, nei quali veniva introdotto uno scandaglio, che permetteva di misurare il livello raggiunto dall’acqua nel tubo.
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In precedenza qualcuno aveva ritenuto, dato che la falda nella massa di frana sembrava avere inizialmente una pendenza verso il lago, poi ridotta a zero, che essa avesse dapprima una permeabilità non molto alta, e che poi la permeabilità fosse aumentata a causa del dilavamento da parte degli invasi e svasi. Ciò però era basato sulle misure effettuate nel piezometro P2, il più meridionale dei tre funzionanti, situato a Sud della depressione del Pian della Pozza; i valori di queste misure inizialmente erano molto più elevati e variabili di quelli degli altri due, che erano sempre quasi uguali a quelli del lago; ma dal giugno del 1962 essi erano diventati uguali ai valori degli altri piezometri. Hendron e Patton (1985) hanno spiegato questo fatto supponendo che il P2 fosse l’unico ad arrivare fino all’acquifero inferiore, di cui misurava le variazioni di pressione, e che esso poi fosse stato troncato dal movimento della frana. Quindi il regime della falda superiore, data l’altissima permeabilità dell’acquifero, era influenzato quasi soltanto dal livello del lago, ed era praticamente indipendente dalle precipitazioni (fig. 53) mentre il regime della falda inferiore era influenzato quasi soltanto dalle precipitazioni avvenute nella parte più alta del versante del M. Toc, ma con un ritardo notevole, data la scarsa permeabilità del suo acquifero. Per la precisione, occorre dire anzitutto che, come risulta dalla figura 5 di Selli e Trevisan (1964): 1) nessuna misura fu fatta nei piezometri da fine aprile a dopo la metà di maggio 1962; 2) il piezometro P2 non registrò alcun valore della falda dai primi di febbraio fino a dopo la metà di maggio del 1963. La spiegazione data dal rapporto quindicinale SADE del 28 febbraio 1963 era l’intasamento del foro a q. 687 (Calvino et al., pag. II, 71), mentre per Hendron e Patton era rotto, o piegato e sfilato (vedi anche fig. 28 in Semenza e Ghirotti, 1998). Certo è che il lago, in questo intervallo, era al di sotto di q. 687, e che a quella quota il foro non conteneva acqua ed era interrotto; ciò posto, una spiegazione che mi sembra pertinente è che l’interruzione del foro si trovasse in corrispondenza del piano di scivolamento; ma poiché la quota 687 è assai superiore a quella del tratto suborizzontale di quel piano, che nella forra affiorava a quota circa 600, il P2 doveva trovarsi più a Sud del ripiano stesso, confermando così l’idea che la depressione della Pozza corrispondesse all’asse del piegamento della superficie di scivolamento (fig. 45). Quindi l’idea della pendenza della falda nell’interno di tutta la massa di frana, e quella dell’aumento della permeabilità nel tempo, vengono entrambe a cadere: il livello dell’acqua nel piezometro P2 inizialmente era più elevato perché era influenzato dalla pressione idrostatica esistente sotto la superficie di scivolamento. Dopo la rottura era uguale a quello degli altri piezometri e del lago perché influenzato soltanto dalla pressione esistente sopra la superficie di scivolamento.
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vedi Müller (5 maggio 1961). Le armature a quadri in legno, indispensabili in questo tipo di materiale, non potevano reggere a lungo alle spinte provocate dai movimenti in atto: lo scavo presentava quindi gravissimi pericoli.
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A quei tempi era molto interessato al programma di studi del Corso di Laurea in Scienze Geologiche dell’ordinamento italiano, che prevedeva un esame di matematica e due di fisica, inesistenti in quello austriaco. Inoltre egli, ingegnere minerario, e interessato a lavorare in Italia, non trovava facilmente giovani sufficientemente esperti nelle due lingue e

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nella geologia delle Alpi italiane, in grado di dedicarsi alla geologia applicata, e li cercava quindi in Italia. Dopo aver avuto la mia collaborazione al Vaiont, e non potendo io essere disponibile a tempo pieno, trovò come collaboratore il dott. Luciano Broili, friulano, che lavorò nel suo ufficio per diversi anni. L’importante attività svolta da quest’ultimo al Vaiont è documentata dal suo lavoro del 1967.
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La sua convinzione era tale da esser stato tra i principali ideatori e utilizzatori dell’ISMES (Istituto Sperimentale Modelli e Strutture) di Bergamo, nato nel 1951 sull’esempio di un istituto portoghese: diceva che i paesi più poveri, come allora erano il Portogallo e l’Italia, non potevano permettersi il lusso di non fare modelli, in quanto essi portano di solito a consistenti risparmi nella costruzione. Modelli erano stati fatti e utilizzati, per prove di carattere geomeccanico, per diverse dighe della SADE, tra le quali quelle di Pieve di Cadore e del Vaiont. Qualcuno aveva trovato le seguenti parole di Michelangelo: I più benedetti denari che si spendono a chi vuol fabbricar sono i modegli, e aveva fatto sì che una società costruttrice lo scrivesse su un portacenere, che venne diffuso, suppongo a scopo pubblicitario, negli ambienti dei costruttori. E mio padre lo esibiva nel suo studio, con mal celata soddisfazione.
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Citazioni da una lettera di Ghetti a Biadene del 14 febbraio 1962.
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vedi Fabbri, pag. 175.
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Dalla lettura della sentenza del Tribunale dell’Aquila (pag. 294 e segg.) e dalla perizia del 2° collegio si desume quanto segue.
L’uso della ghiaia era stato criticato in particolare dai periti del 2° collegio (Calvino, Gridel, Roubault e Stucky 1967). Roubault aveva fatto a Nancy degli esperimenti su un modello in scala 1:830 (Roubault, 1967), i cui risultati erano stati maggiori facendo scendere, lungo delle rotaie su di un piano inclinato a pendenza costante, un carrello rigido e carico, simulante una massa compatta, con velocità diverse ottenute variando la massa di un contrappeso che funzionava mediante una carrucola (vedi fig. 41). Le ondate erano state invece minori lasciando scendere per gravità (senza carrello) materiali incoerenti: ondate maggiori per materiali più grossolani, ondate minori per materiali via via più fini, fino alla sabbia. I dati esposti nella relazione su queste esperienze non permettono una valutazione adeguata, soprattutto della taratura del modello; fra l’altro non si parla della quota dell’invaso; ma la cosa più sorprendente è che la massa di frana veniva fatta scendere per gravità, mentre a Nove nella seconda serie di esperimenti la velocità veniva impressa artificialmente dal trattore. Quindi le diverse ondate ottenute sembra si possano più facilmente attribuire alle diverse velocità raggiunte dal carrello a rotelle, e da materiali di diverse dimensioni, e quindi con attrito diverso. Invece i periti le avevano attribuite semplicemente all’impatto con l’acqua di materiali di diverse dimensioni e compattezza.
Avevano detto fra l’altro che la ghiaia usata da Ghetti cominciava prima a colmare la valle, e quella rimasta fuori non era in grado di cedere all’acqua la propria energia cinetica. Ma anche un carico di ghiaia, se fatto scendere velocemente trainato da un trattore (il tempo di un minuto corrispondeva nel modello a circa 4,24 secondi) è in grado di trasmettere all’acqua la gran parte della propria energia cinetica.
Gli stessi periti del 2° Collegio dovettero riconoscere in dibattimento la sostanziale giustezza dei risultati di Ghetti. Nell’udienza del 20 maggio 1969 (Tribunale dell’Aquila, pag. 295)

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“Gridel risponde: riconosco che se nel modello del prof. Ghetti fosse stata, per mezzo di un artificio, riprodotta la frana nel tempo di 2 secondi nel modello, pari ai 25 secondi nella realtà, l’onda che ne sarebbe derivata sarebbe stata corrispondente a quella reale di 200 metri. Calvino, Roubault e Stucky si dichiarano d’accordo con Gridel”. E nell’udienza del 27 maggio 1969 il prof. Votruba, consulente di parte civile, dichiarò: “È possibile, nel caso, che la ghiaia ad una velocità così elevata - si stava parlando di una velocità di 26 metri al secondo - si comporti in modo uguale come una materia compatta” (vedi anche B8).
A prescindere dalla velocità, si noti anche che le reti di canapa che trattenevano la ghiaia (fig. 40 c), una volta allentate, pur consentendo la plasticità del movimento davano comunque una certa compattezza alla fronte della frana.
Anche Ghetti fece degli esperimenti dopo la frana (vedi B8, alla fine del capoverso “Gli esperimenti di Roubault e quelli di Ghetti”). Poiché non fu possibile usare il modello di Nove per fare esperimenti con i tempi brevissimi della vera frana, dato che il modello era stato posto sotto sequestro dalla magistratura, fece un modello più piccolo, bidimensionale, a Padova, che con tali tempi diede luogo a onde e sopralzi molto vicini alla realtà.
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Considerazione espressa da Ghetti nella sua relazione del 1962, e riportata da Fabbri a pagina 197 (cfr. Tribunale dell’Aquila, pag. 295). Il sovralzo totale, che negli esperimenti era misurato con vari strumenti presso la sponda opposta e la diga, oltre che con fotografie e film, è scomponibile in sovralzo “statico”, che è l’aumento di livello che rimane per effetto dell’immersione della frana nel lago, una volta raggiunto lo stato di quiete, e sovralzo “dinamico”, dovuto al moto ondoso transitorio. Il sovralzo statico dipende dal volume di frana immerso, mentre quello dinamico dipende dalla velocità e poco o nulla dal volume della frana.
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Motto che sembra voler esprimere la continua incontentabilità dei ricercatori, fatto proprio dalla famosa Accademia del Cimento, fondata a Firenze nel 1657 da Leopoldo dei Medici. Ma Dante (Paradiso, 3, 39) aveva usato le stesse parole con un significato diverso, poiché “provando” equivaleva a dimostrando e “riprovando” equivaleva a confutando!
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Carlo Semenza morì verso le otto di mattina di lunedì 30 ottobre del 1961, dopo meno di 24 ore di coma passate all’Ospedale al Mare del Lido di Venezia. Era stato colpito da emorragia cerebrale in casa sua, poco dopo il ritorno dalla messa domenicale nella chiesa della sua parrocchia, S. Maria Elisabetta del Lido, dove era andato con mia madre. L’ultima domenica di ottobre era allora la festa di Cristo Re, e aveva quindi ascoltato la lettera di S. Paolo ai Colossesi (1,12-20) e il vangelo di S. Giovanni (18, 33-37), e anche la predica sulle medesime letture: mi conforta pensare che gli fossero ancora nella mente le parole di Paolo, secondo il quale Gesù è venuto per pacificare, “mediante il sangue della sua croce, le cose della terra e le cose del cielo” e le parole di Gesù a Pilato: “Il mio regno non è di questo mondo”, nonché la preghiera dopo la comunione, con la quale il celebrante aveva invocato per tutti di potere, “avendo ricevuto questo alimento d’immortalità… per sempre regnare con Lui nella celeste dimora”. Con in mente queste parole forse è entrato nel mistero della morte con quella tranquillità che gli era mancata nell’ultimo anno. Certamente, poco prima di entrare in coma aveva avuto chiara la percezione della fine e lo disse a mia madre, che lo rincuorò e gli portò un caffè, che non riuscì a bere. Fino a quel momento era stato nel pieno delle sue forze, e addirittura dal 6 al 16 ottobre aveva affrontato

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un pesante viaggio in Perù, con escursioni in alta quota, che forse sono state all’origine del malore del 29 ottobre. Il giorno prima avevo incontrato lui e mia madre a Mantova, in visita al Palazzo Ducale e alla mostra del Mantegna, dove ero andato da Ferrara con mia moglie e i tre figli (gli altri sono nati dopo): fummo insieme a pranzo, e nulla faceva presagire quello che sarebbe successo la mattina seguente. Pochi giorni prima (il 17 ottobre) l’avevo visto al Vaiont per l’inaugurazione della diga, che il 3 novembre 1962, un anno dopo la sua morte, gli è stata dedicata.
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Palmieri (1997), pag. 123; cfr. le pagg. 122-125 per tutto questo argomento.
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Invece Paolini (e a seguito di lui la sceneggiatura del film di Martinelli) alle pagine 91-92 e 96-97 afferma che la quota 715, richiesta e autorizzata, era sufficiente per il collaudo. Si tratta di un falso clamoroso!
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Cfr. Mandarino (1967), paragrafo LXIV; Fabbri (1968), pagg. 416-420.
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Corte d’Appello, pag. 205; Tribunale dell’Aquila, pagg. 326-327.
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Cfr. Palmieri (1997), figg. 26, 27 e 28.
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Cfr. Gridel, in Calvino et al., pag. IV,6.
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Ipotesi riportata alla pagina 93 della Relazione Finale della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul disastro del Vaiont e nella sentenza del Tribunale dell’Aquila, che alle pagine 301 e seguenti fa una lunga discussione, arrivando addirittura a giustificare il superamento dei 700 m.
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Palmieri (1997), pag. 145.
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La carica di presidente di quel comitato aveva una durata annuale.
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In some very deep valleys located between high mountains, the rocks underlying the slopes of the valley have been displaced and damaged by movements along deep-seated surfaces of sliding. Hence no dam should be built in any deep valley unless a geological survey supplemented by borings has demonstrated conclusively that such movements have not taken place. Mia traduzione: “In alcune valli molto profonde, situate tra alte montagne, le rocce che si trovano al di sotto della superficie dei versanti vallivi sono state dislocate e danneggiate da movimenti avvenuti lungo superfici di scivolamento profonde. Perciò non si dovrebbero costruire dighe in nessuna valle profonda se non si è dimostrato, mediante un rilevamento geologico corredato da sondaggi, che non vi sono avvenuti movimenti di questo genere.” (Terzaghi, 1962).
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È probabile che ciò sia avvenuto anche per gli altri fabbricati esistenti sulla massa franata, prima di venir colpiti e cancellati dall’onda di ritorno. Risulta anche che alla Casera Nelve due anziani coniugi siano periti perché gli incaricati dello sgombero non li avevano trovati.
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L’apporto del prof. Rossi fu naturalmente molto determinante, grazie alla sua notevole preparazione in tutti i campi della geologia.
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Ossia i ripiegamenti cospicui degli strati dell’ammasso roccioso.
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vedi E. Semenza (1965).
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Un grosso problema ci si presentò a proposito del fatto che il Colle Isolato e la massa principale della frana erano separati da una forte incisione, che terminava verso Ovest all’apice

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di un piccolo cono alluvionale, ben visibile fin dal mattino del 10 ottobre. Come mai, se la massa aveva spinto in avanti e in alto il Colle Isolato, adesso non lo toccava più? Lo studio dettagliato di affioramenti rocciosi, presenti nella suddetta incisione, estremamente fratturati ma con le connessioni stratigrafiche ben conservate e con gli strati ripiegati, permette di affermare che essi corrispondono alle marne della parte basale della massa, parte che immediatamente dopo lo scivolamento era presente fino a quota alquanto maggiore: ma essa è stata erosa subito dopo dall’enorme ondata (fig. 29, profilo 8), che qui aveva raggiunto un’altezza circa 200 metri maggiore di quella del ciglio della diga, e nel riflusso si era diretta in buona parte verso di essa. La pressione esercitata da questa ondata, molto forte sia per la sua altezza sia per la grande velocità, e la scarsa compattezza degli “strati sottili Fonzaso-Socchèr” presenti in quel tratto, possono ben spiegare l’incisione, anche se la durata del fenomeno è stata molto breve, e se l’altezza della colonna d’acqua è andata diminuendo molto rapidamente; negli ultimi minuti della sua attività questo flusso, divenuto meno violento, depositò su quegli affioramenti un leggero strato di sedimento torrentizio, ancora ben visibile. Ne consegue che su questo punto l’ipotesi da me data precedentemente (Semenza, 1965), a dir la verità senza molta convinzione, non è più valida: avevo infatti immaginato che la massa, dopo essere risalita verso Nord sul versante opposto, fosse poi ridiscesa un po’ verso Sud, lasciando il Colle Isolato nella nuova posizione.
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Rossi e Semenza (1965).
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E. Semenza (1965).
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Müller e Broili (20-11-1963); Müller (8-12-1963).
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Più precisamente, la suddetta analogia esiste, ma con varianti importanti. Infatti tra le due zone vi è una faglia di direzione all’incirca NS (CTr), a Est della quale tutta la serie delle formazioni geologiche viene a trovarsi qualche decina di metri più in basso che nella zona della frana; per di più in essa la giacitura degli strati è analoga soltanto nella parte più alta, mentre più in basso compare una piega ben documentata, debolmente rovesciata verso Nord, ad asse di direzione all’incirca EW, per cui il livello stratigrafico che ha permesso lo scivolamento della grande frana non affiora più nel versante, ma si immerge andando a finire poi molto al di sotto del fondovalle. La situazione è quindi assai diversa dal punto di vista della stabilità (vedi fig. 48). Ma si sarebbe dovuto tener conto soprattutto del fatto che le misure topografiche durante gli anni precedenti, estese per sicurezza anche a questa zona (ad esempio, il caposaldo 15 indicato in fig. 30), non avevano mai denunciato alcun movimento. Tutto ciò venne esposto all’ENEL informalmente da me e da Rossi già nel novembre del 1963 e più tardi ufficialmente con le relazioni citate nel testo; ma anche chi era d’accordo con questo nostro giudizio non volle convalidarlo.
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Paolini alle pagine 109-110 del suo libro lo chiama Muro della Vergogna e sarebbe interessante sapere perché è nato questo nome: forse perché chi l’ha progettato dovrebbe vergognarsi, dato che non sarebbe servito a nulla, come gli ertani avevano sempre intuito? Muro del Pianto invece fa pensare a quello di Gerusalemme, dove gli ebrei osservanti ricordavano piangendo il passato glorioso della loro città, e questo nome mi sembra più in tema con tutta la vicenda. Il muro venne poi demolito nella primavera del 1998.
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Comunque sia stata questa conduzione, non si può passare sotto silenzio la parte avuta dall’ENEL nella vicenda. Questo è stato sottolineato da Palmieri (1997), di cui riporto

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qui la nota 98: “Non venne mai seriamente posto in dubbio, durante i processi, che dopo il 27 luglio 1963 ogni responsabilità era solo dell’ENEL; ciò fu riconosciuto dallo stesso Ente nazionale e dall’Avvocatura dello Stato; vedi sentenza della Cassazione (civile) del 17-12-1986, n. 2186, 28”.
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Calcoli fatti più recentemente da altri indicano una velocità di circa 100 km/h.
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Müller (1964), pagg. 208-210; Müller (1968), pag. 72-81.
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Per “angolo d’attrito” si intende l’angolo d’inclinazione di una superficie di contatto tra due parti dell’ammasso roccioso (ad esempio, due strati sovrapposti), superato il quale la parte superiore si muove per effetto della gravità.
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Sinclinale significa piega con la concavità verso l’alto; trasversale vuol dire con direzione di piegamento a circa 90° da quelle principali della regione, che qui sono all’incirca Est-Ovest. Per asse della piega s’intende la sua cerniera.
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Da questa parte alta dell’acquifero inferiore l’acqua tendeva (e tende) a scendere verso Nord, dove l’asse della sinclinale trasversale si piega passando ad una pendenza di circa 40°, fino a raggiungere la zona più bassa del versante dove la sua curvatura pare attenuarsi fino ad annullarsi, dato che qui gli strati pendono uniformemente verso Est sui 20°. L’acqua andava quindi (e va) a riempire le cavità carsiche, meno sviluppate o assenti in basso a causa della copertura impermeabile ivi esistente ancora poche migliaia di anni fa, costituita dai livelli argillosi che stavano alla base e al disotto della massa della frana. Queste cavità quindi si restringono, ma continuano fino alla parete sinistra della gola, dove sono in realtà poche ma ben visibili alquanto a valle della diga, e assenti più a monte, come è stato evidenziato dalle fittissime indagini condotte in occasione della costruzione della diga: ciò può essere spiegato con la maggiore persistenza qui della suddetta copertura impermeabile.
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Infatti la pressione dell’acqua negli interstizi, anche piccolissimi, presenti nei livelli argillosi della Formazione di Fonzaso, riduceva le resistenze di attrito tra i granuli che li compongono.
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Questi diagrammi sono stati disegnati da Hendron e Patton (1985): quello relativo ai 30 giorni precedenti, riportato nella figura 54, appare anche in Semenza e Ghirotti (1998).
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vedi Hendron e Patton (1985) pagg. 51-58, tab. 7 e 8 e appendice A.
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Per le norme precedenti si veda la nota 11. Il regolamento dighe, in vigore all’inizio dei lavori (1957), risaliva al 1931 (31 gennaio 1931, n. 1370), e venne sostituito dal DPR 11 gennaio 1959, n. 1363, che a differenza del primo cita l’obbligo, per la relazione geologica, di contenere gli elementi oggettivi relativi alla stabilità dei versanti (vedi Fabbri, pag. 299 e segg.); è da notare che questa parte del regolamento fu curata dal prof. Penta. Corrispondentemente nel succitato trattato di geologia applicata di A. Desio (1948), le indagini sulla stabilità dei versanti non erano nemmeno citate tra gli argomenti che il geologo doveva trattare nella relazione per una diga: questi erano la stabilità delle imposte della diga, la loro impermeabilità, e l’impermeabilità del bacino. È significativo che, nella edizione del 1973 di quel trattato, è stata aggiunta la stabilità dei versanti.
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Kenney (1992).
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Alfred J. Hendron, Jr. (statunitense) e Franklin D. Patton (canadese).
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Relazione Comm. Parlamentare d’Inchiesta (1965), pagg. 100-101; Tribunale dell’Aquila, pag. 326. Cfr. Mandarino (1967), paragrafo LXIV.
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Corte d’Appello, pagg. 124, 125 e 137.
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La relazione di Caloi è del 4 febbraio 1960; quella di Müller è del 3 febbraio 1961, a seguito dei sopralluoghi del novembre 1960.
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Per comodità del lettore riporto una breve cronistoria di questi fatti. 4 febbraio 1960, 1° rapporto; 15 febbraio 1960, C. Semenza scrive a Caloi con richiesta di chiarimenti; 17

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febbraio 1960, Caloi risponde che gli echi erano pochi e non distribuiti su di una stessa superficie; 26 febbraio 1960, C. Semenza scrive a Dal Piaz, chiedendo che cosa ne pensa; 4 marzo 1960, Dal Piaz risponde tranquillizzando; 4 novembre 1960, frana; dicembre 1960 seconda indagine Caloi; 10 febbraio 1961, 2° rapporto. Si veda anche l’Appendice F.
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Il titolo e il testo dimostrano una volta di più la mancanza di informazione. 50 milioni di m³ è circa un quarto del volume allora previsto. Si vedano i capitoli 8 e 10.
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Prima dice che Müller “ha scoperto 200.000 m³ di massa in movimento”: non li ha scoperti lui, ma io, e sono 200 o 250 milioni di m³. Poi, parlando del modello, si dice che “la frana è stata valutata 50 milioni di metri cubi, non 200.000 come accertato da Müller”: non ci si capisce più niente, dato che, a parte lo sbaglio del numero di zeri, i 50 milioni qui citati si riferiscono alla parte di frana che poteva rimanere sommersa.
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La frase, riportata non esattamente da T. Merlin, viene dall’articolo La diga del Vaiont di C. Semenza in L’industria italiana del cemento, del 1961 e non del
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Ma, come si è detto e si dovrà ripetere, la preoccupazione degli ertani, e della Merlin, era sempre per Erto. A questo proposito si veda in A7, il capoverso “Ancora nel settembre 1963, ciò di cui si preoccupa la gente è la stabilità di Erto”.
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Sulla “corsa al collaudo”: Palmieri (1997, pag. 125) dice che questa idea trovò accoglienza nella sentenza di rinvio a giudizio (cfr. anche Mandarino, paragrafo LXIV), ma venne respinta sia dal Tribunale (pag. 323 e segg.) sia dalla Corte d’Appello dell’Aquila, che così si è espressa (pag. 205): “La tesi, chiaramente ispirata alle correnti demagogiche che hanno accompagnato il processo di nazionalizzazione delle imprese elettriche, è priva di ogni base logica”. Il contributo statale non ancora corrisposto, 283 milioni (erano stati già liquidati 1135 milioni nel 1958 e 1959, e non 10 o 20 miliardi come capita di leggere qua e là…), sarebbe ormai entrato nelle casse dell’ENEL, come ammette anche la Merlin (nota 15, pag. 122/101). Si veda anche il capoverso “contributi governativi” al paragrafo A3. Riguardo a un ulteriore 15% della spesa totale (essendo 1135+283 il 30%), il Tribunale dell’Aquila rileva: “Non risulta che la SADE abbia avanzato alcuna domanda prima del trasferimento dell’impresa”, quindi “resta confermato che la cifra residua era solo quella di 283 milioni sopraindicata, che sarebbe stata ulteriormente liquidata a collaudo avvenuto. Questa somma, per giunta, a trasferimento avvenuto, avrebbe costituito una sopravvenienza attiva di pertinenza dell’ENEL. Pertanto, a parte l’esiguità della cifra, la tesi secondo cui, anche dopo il trasferimento dell’impresa, i tecnici, legati ancora spiritualmente alla SADE e in particolare all’ing. Biadene, avrebbero proseguito la ‘corsa al collaudo’ perché ‘con il collaudo la SADE’ potesse vedere ‘anche maturato il diritto al contributo statale’ non riesce davvero a convincere e va, pertanto, respinta” (Tribunale dell’Aquila, pagg. 326-327).
Sul fatto che i contributi già “liquidati” venissero poi di fatto pagati in 30 rate annuali (comprensive di capitale e interessi), si veda la Commissione Parlamentare, pagg. 101-102 da cui risulta che la SADE aveva ceduto i suoi crediti al Consorzio di Credito per le opere pubbliche, incassando una cifra inferiore ma immediata (639 + 354 milioni), e che la cessione era stata accettata con decreto ministeriale (l’ultimo del 28 maggio 1960). Che poi, dopo la catastrofe, il pagamento di tali rate dallo Stato al Consorzio di Credito sia stato di fatto sospeso cautelativamente nel 1964, sembra fosse difficilmente prevedibile a priori.

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Rimane poi il discorso della Merlin, sempre a pag. 122/101, nota 15: “Ovviamente era ancora pregiudicata l’intera cifra nel caso che l’opera non fosse giunta a buon termine” (cfr. Mandarino, paragrafo LXIV). Sono, come le altre, questioni da avvocati. Comunque la nazionalizzazione comportava il trasferimento all’ENEL oltre che di tutti i beni anche di tutti i rapporti giuridici. Si noti che si trattava di un trasferimento, non di una vendita, e che l’indennizzo stabilito nel 1962 per l’esproprio era basato sul valore delle azioni negli anni 1959-1961, “senza alcun riferimento al valore e alla funzionalità degli impianti” (Corte d’Appello, pag. 205). E a prescindere dalla data della presa in consegna, la data del trasferimento era il 16 marzo 1963.
La Corte d’Appello sottolinea ancora alla pagina 205 che oltretutto “la persistenza, nel Biadene, di un ‘legame psicologico’ con la SADE appare essa stessa poco credibile: l’attaccamento poteva essere concepibile nei confronti dell’impresa, alla quale egli continuava ad appartenere ed alla quale doveva dedicare ancora anni del suo proficuo lavoro, ma non era concepibile nei confronti della società espropriata, priva ormai di qualsiasi apparato tecnico e ridotta a gestire soltanto il proprio patrimonio”. Si ricordi ancora che Biadene era socialista e fautore della nazionalizzazione. Semmai, secondo la Corte (pag. 206), Biadene poteva essere attaccato alla diga. Ed era considerato un decisionista, abituato a risolvere sul campo problemi costruttivi difficili, come aveva dimostrato in precedenza, quando aveva lavorato a costruire ferrovie in Iran, in zone impervie.
Per tutto ciò non sembra lecito insistere sul tema della corsa al collaudo: tanto meno farne la chiave di lettura di tutta questa fase della vicenda.
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Cfr. Mandarino (1967), paragrafo XVIII.
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vedi Fabbri (1968), pag. 53 e segg.
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I numeri delle pagine si riferiscono all’edizione 1997, nella quale mancano i numeri delle figure: questi ultimi si riferiscono all’edizione del 1993.
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Dato lo stretto legame del libro con lo spettacolo che vede Paolini come unico attore, nomino d’ora in poi soltanto lui, anche per brevità.
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Non ho avuto poi più contatti con lui, e in seguito ho saputo che vuole uscire da questa esperienza, che l’ha “segnato profondamente” («la Repubblica», 1° ottobre 1999). Ciò mi incoraggia a sperare in un suo ripensamento, ma non posso fare come se non fosse successo niente: molti, troppi, sono convinti che abbia ragione lui.
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A questo punto di vista sembra che si rifacciano almeno in parte anche gli atti della magistratura bellunese.
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Risulta che in passato questo “pezzo” era stato addirittura l’oggetto di una contesa con gli abitanti di Dogna e Provagna, paesi situati giù nella valle del Piave, in quanto era tutto coperto di alberi, che allora erano molto richiesti dalla Repubblica Veneta: ciò era fonte di lavoro e di notevoli guadagni di una specie di corporazione, gli “zattieri” di Codissago, cioè gli addetti al trasporto fluviale di zattere di tronchi, fiorente nel Longaronese. Quando si smise di usare il legname nella costruzione delle navi, il bosco fu sostituito dal prato, e la contesa cessò. Per quanto riguarda l’etimologia, devo dire che in passato avevo anch’io indicato altre ipotesi, simili a quella di Paolini; ma allora non conoscevo la storia qui riportata. È da notare inoltre che spesso sono i monti a ricevere il nome da zone vicine o da fatti utili all’uomo, e non viceversa.

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Per inciso Carlo Semenza non guidava neanche l’auto, che non aveva (la prima auto che comperò, nel 1945, su pressione dei miei fratelli più grandi, fu un gippone americano, residuato bellico; con quello facevamo le gite durante le vacanze, e su quello imparai a guidare, anni dopo). Quando girava per lavoro in auto, chi guidava era un autista della Società, così lui poteva riposarsi, o pensare alle incombenze che lo aspettavano, o parlare con chi era con lui, e guardare in giro quand’era sul posto di lavoro. Aveva guidato mezzi militari durante la prima guerra mondiale, alla quale aveva partecipato da volontario nel Genio, ma poi aveva smesso ben volentieri, e per tutta la vita.
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La passione per l’alpinismo si era sviluppata in lui fin da giovanissimo. Già qualche anno prima della prima guerra mondiale aveva fondato a Milano, assieme ad amici e parenti più o meno coetanei, una società “Cicloalpina”; i soci (e le socie) partivano in bicicletta col sacco da montagna sul portapacchi e arrivavano ai piedi dei grandi massicci nella zona di confine della Lombardia; finita l’ascensione ritornavano in bici a Milano. Trasferitosi a Vittorio Veneto nel 1919, assieme ad amici promosse subito attività alpinistiche, e nel 1925 arrivò a fondare la sezione locale del CAI, della quale fu il primo presidente. Aveva un grande rispetto per la montagna e per quelli che la frequentavano, rispetto che inculcò con l’esempio e con la parola in noi figli, nelle innumerevoli gite che ci fece fare: in particolare ci raccomandava di non lasciare mai resti dei pasti, e di non smuovere i sassi, né tanto meno lanciare alcunché nel vuoto, perché “potrebbe esserci qualcuno sotto”.
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Un sensibile decadimento deve essere intervenuto più tardi, probabilmente dopo la frana del 4 novembre 1960, quando fu chiaro che la sua idea era errata e si sentì superato dai fatti, ma soprattutto dopo l’incidente d’auto del 17 ottobre 1961 avvenuto a Vittorio Veneto, di ritorno dal Vaiont, nel quale rimase contuso, e dal quale non si riprese più, fino al giorno della sua morte (20 marzo 1962).
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Su questa lettera si veda anche la seconda parte del paragrafo A4.
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vedi anche C. Semenza (1962).
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La diga di Malpasset si è rotta il 2 dicembre del 1959. L’acqua del lago è scesa per una decina di km lungo la valle del T. Reyran fino al mare, e poco prima è uscita dall’alveo in corrispondenza all’abitato di Fréjus, devastandone un quartiere periferico e causando la morte di 421 persone (vedi il paragrafo A5).
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Nel suo 15° Rapporto, Müller annota: “Ai sopralluoghi e alle successive discussioni hanno partecipato i sigg. Dir. Semenza, Dir. Biadene, Dott. E. Semenza e gli ingegneri Pancini, Linari, Ruol e Vielmo”. E il P. M. Mandarino (1967) afferma che io c’ero e mio padre no.
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Al di sotto di una certa profondità la temperatura non varia con le stagioni, e aumenta poi man mano che aumenta la profondità. È vero invece che quando le precipitazioni sono nevose, non penetra acqua finché la neve non si scioglie.
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Diversamente da quello che sembra pensino vari giornalisti o altri personaggi, che non si sono mai scomodati ad alzarsi dalla loro sedia a Milano o Roma o altrove, per andar sul posto, e prendono fischi per fiaschi e magari Lavarone per Longarone…
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Quante sono in Italia le dighe che non minacciano paesi in caso di crollo? È da notare che lo stesso Palmieri (pagg. 118-119) ammette che se ciò “dovesse diventare la regola di

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condotta nel mondo reale, avrebbe probabilmente come conseguenza la paralisi di gran parte delle attività produttive condotte su scala industriale”.
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In una lettera del 21 gennaio 2002, in risposta all’invio della prima edizione di questo libro, l’Avv. Palmieri mi ha spiegato così il suo uso inglese del termine visione: “visione non significa sogno, ma è il più accentuato ed elogiativo termine per descrivere la acuta penetrazione di un problema, la capacità di vedere prima degli altri ciò che dovrebbe essere ovvio… ho voluto mettere in risalto la sua capacità unica di afferrare la reale situazione”. Cfr. anche Ascari (1973), parte III.
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Come ho detto sopra (nota 6 al capitolo 2, che descrive sommariamente la natura della Formazione di Socchèr), la massa era formata da calcari, da calcari marnosi con straterelli marnosi e da marne, ma era in gran parte più o meno fittamente fratturata e con le fessure in grande maggioranza aperte: da ciò derivava la sua estrema permeabilità, e non dal carsismo, possibile soltanto nelle rocce solubili, come i calcari puri e i gessi, o poche altre, ma in grado minore. Questa forte permeabilità non permetteva l’esistenza di corsi d’acqua, e dei fenomeni erosivi conseguenti. Quindi le pieghe, in essa formatesi in precedenza durante la lunga fase di scollamento progressivo dal substrato, erano state solo in parte “piallate” dall’erosione superficiale, e quindi determinavano spesso l’esistenza di depressioni e sporgenze della superficie del suolo. Qualche geologo aveva però supposto che il lieve carsismo del sottostante Calcare del Vaiont si fosse esteso verso l’alto: ma ciò era impedito dall’impermeabilità del livello inferiore della Formazione di Fonzaso, di cui non erano ancora noti gli abbondanti livelli argillosi.
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Corte d’Appello, pag. 205; Tribunale dell’Aquila, pagg. 326-327.
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A questo proposito si veda anche nel paragrafo A7 la parte che riguarda la pag. 78/65 del libro di T. Merlin.
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vedi Garbin e Vanin (1992).
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Valdes y Diaz-Caneja J. M. (1964).
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Le pagine citate sono come al solito quelle della Sentenza pubblicata in Rass. Giur. Enel (1971).
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Palmieri, nota 389, a pag. 125; cfr. Tribunale dell’Aquila, pagg. 283-289.
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L’Avv. Palmieri mi ha fatto presente, in una lettera del 21 gennaio 2002 in risposta all’invio della prima edizione di questo libro, che comunque quando nel 1996 cominciò a lavorare per la Montedison, la corresponsabilità della Montedison nel periodo dal 16 marzo al 27 luglio 1963 era già passata in giudicato. Benché la data del 27 luglio venisse semplicemente dal fatto che la SADE non aveva fino allora firmato l’atto di consegna dei beni, già trasferiti (mentre la legge prevedeva un ritardo massimo di 60 giorni dal 22 marzo, vedi p. 28 e nota 83), perché il conte Cini stava negoziando a Roma lo scorporo dalla nazionalizzazione della sede di palazzo Balbi, a conclusione di un lunghissimo iter giudiziario, la Corte di Cassazione a sezioni riunite ha deciso il 17 dicembre 1986 che in quel periodo la SADE doveva considerarsi depositaria dell’impianto per conto dell’ENEL, e di conseguenza eventuali responsabilità civili relative a quel periodo erano (in parte da stabilirsi) a carico della Montedison, che le era poi subentrata. Invece qualsiasi responsabilità precedente al 16 marzo 1963 con la nazionalizzazione passava all’ENEL, che ereditava (cfr. Palmieri nota

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257, pag. 89) anche i “rapporti giuridici” della SADE. L’accordo di transazione tra lo Stato, l’ENEL e la Montedison per la ripartizione delle responsabilità e del risarcimento per i danni subiti dai comuni interessati e dagli eredi delle vittime è stato poi definito, con il contributo determinante del Ragioniere Generale dello Stato prof. Monorchio, il 27 luglio 2000. La somma da versare da parte di ciascuno dei tre Enti è un terzo del totale.

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pag.277 Indice
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INDICE
Presentazione (5)
Introduzione (7)
Prologo (15)
LA STORIA
- Il 9 e il 10 ottobre 1963 (17)
- Come ho conosciuto il Vaiont (27)
- Che cosa si conosceva sulla stabilità dei versanti della Valle del Vaiont prima dell’estate 1959? (32)
- La frana di Pontesei (36)
- Lo studio dei fenomeni di instabilità del bacino del Vaiont (41)
- La scoperta dell’antica massa di frana (o paleofrana) del Toc (44)
- Mia diagnosi conclusiva sulla paleofrana e prognosi sulla sua rimobilizzazione (60)
- Le indagini per controllare l’esattezza della diagnosi (74)
- La frana del 4 novembre 1960 (80)
- Il 15° Rapporto Müller (88)
- Il modello fisico-idraulico (94)
- Verso la catastrofe (101)
- Gli effetti dell’onda (109)
- Il nuovo studio, dopo la frana del 9 ottobre 1963 (113)
- Vicende del dopo-frana (124)
- Altri studi dopo il franamento (128)
- Conseguenze a livello mondiale (136)
APPENDICE A - Osservazioni e risposte al libro di Tina Merlin
A1. Introduzione (139)
A2. La sua visione politica (141)
A3. Critiche alla SADE e agli organi governativi (142)

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A4. Giudizi negativi sui protagonisti (146)
A5. Errori vari (149)
A6. Errori nel campo geologico-tecnico (150)
A7. Critiche e inesattezze circa la conduzione dei lavori (158)
A8. Il franamento finale (164)
A9. Il periodo successivo alla frana del 1963 (164)
A10. Le responsabilità della SADE e dell’ENEL (166)
A11. Errori e problemi nelle figure (167)\
APPENDICE B - Osservazioni e risposte al libro di Marco Paolini e Gabriele Vacis
B1. Introduzione (169)
B2. La sua visione politica (170)
B3. Critiche al progetto del Vaiont (172)
B4. Giudizi negativi sui protagonisti (173)
B5. Errori vari (176)
B6. Errori nel campo geologico e in quello ingegneristico (176)
B7. La conduzione dei lavori e dell’impianto (181)
B8. Il modello fisico-idraulico (185)
B9. Il franamento finale e considerazioni conclusive (188)\
APPENDICE C - Osservazioni e risposte al libro di Nicola Walter Palmieri
C1. Introduzione (191)
C2. Scelta della sezione d’imposta (192)
C3. Rapporti tra la SADE e i consulenti (193)
C4. Possibilità che le dighe crollino (194)
C5. Sulla scoperta della paleofrana (195)
C6. Sui movimenti (196)
C7. Responsabilità politiche (196)
C8. La confutazione della “Corsa al Collaudo” (197)
C9. Previsioni sulla direzione e sull’entità della frana (197)
C10. La galleria di sorpasso (199)
C11. Allarmi dei giornali e della gente, e comportamento dei tecnici (200)
C12. Prevedibilità giuridica e prevedibilità tecnica (201)

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C13. La crisi idrologica dell’inverno 1962-1963 (201)
C14. La confutazione della tesi del nascondimento (202)
C15. Conclusioni (203)
APPENDICE D - Osservazioni e risposte al film di Renzo Martinelli
D1. Antefatto (205)
D2. Risultati positivi (205)
D3. Osservazioni di carattere generale (206)
D4. Rapporti fra SADE e funzionari e organismi governativi (207)
D5. Carlo Semenza e collaboratori (211)
D6. Rapporti tra Carlo e Edoardo Semenza (213)
D7. Nino Alberico Biadene e il periodo dopo la morte di Carlo Semenza (216)
D8. Tina Merlin (218)
APPENDICE E - Lettera di Carlo Semenza a Vincenzo Ferniani (225)
APPENDICE F - Successione riassuntiva degli avvenimenti, con particolare riguardo agli aspetti geologici (229)
APPENDICE G - Termini scientifici, abbreviazioni e sigle usati nel testo (241)
G1. Termini scientifici geologici e tecnici (241)
G2. Abbreviazioni e Sigle (247)
NOTE (249)
BIBLIOGRAFIA
1. Pubblicazioni e relazioni scientifico-tecniche (269)
2. Altre pubblicazioni e relazioni (275)

pag.280
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Ristampa per conto di
Tecomproject Editore Multimediale
presso la
Tipolitografica CS S.r.l. di Padova
nel mese di maggio 2002

pag.281 Terza di copertina
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Paleontologiche. È stato consigliere nazionale con l’istituzione dell’Ordine dei Geologi, coordinatore del primo Dottorato italiano di Geologia Applicata, membro del Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Come geologo non si è limitato alle ricerche e alla formazione accademica, ma ha lavorato nella concretezza della geologia applicata. Si è occupato di numerosi studi e interventi di sistemazione di versanti in frana, principalmente nel Bellunese e nelle Alpi orientali, tra i quali quello nella valle del Torrente Tèssina, dove, dopo un accurato studio geologico, ha ideato la galleria di drenaggio che, finalmente costruita pochi anni fa, ha contribuito notevolmente alla stabilizzazione della grande frana che dagli anni Sessanta minacciava alcuni paesi dell’Alpago (BL).
Nella sua opera di geologo al servizio del Paese, Edoardo Semenza è sempre stato guidato dall’idea, maturata tragicamente proprio al Vaiont, che per la prevenzione dei disastri naturali è fondamentale lo studio approfondito della geologia prima della progettazione di qualsiasi lavoro di ingegneria civile. I suoi lavori sul Vaiont hanno dato un contributo notevole ai due geologi americani che, dovendo studiare la fattibilità di una grande diga sul Columbia River fra U.S.A. e Canada, dove era stata scoperta l’enorme frana di Downie, hanno voluto prima capire le cause della frana del Vaiont.
In copertina: foto di G. De Biasi (agosto 2001).
Sul retro: foto di R. Urro (21 luglio 1964).

pag.282 Retro copertina
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Edoardo Semenza è il geologo che ha scoperto la frana del Vaiont nell’agosto 1959, più di quattro anni prima che scivolasse provocando l’immane tragedia, ipotizzando che potesse muoversi nuovamente col riempimento del lago, ed è figlio del progettista della diga.
Ha insegnato geologia applicata e altre materie geologiche per più di quarant’anni all’Università di Ferrara.
Ha studiato la frana anche dopo il 9 ottobre 1963 e fino a oggi. A tanti anni dalla catastrofe ha voluto esporre, con un linguaggio comprensibile anche ai non addetti ai lavori e con numerosissime immagini, in buona parte inedite, tutti i suoi ricordi, gli studi scientifici e le riflessioni che ha maturato, anche con l’aiuto dei documenti raccolti dalla magistratura, oggi accessibili dopo la conclusione del lunghissimo iter processuale.
Il volume contiene anche un ampio commento ai libri di Tina Merlin e Marco Paolini e al film di Renzo Martinelli.
La Storia del Vaiont raccontata dal geologo che ha scoperto la frana diventa quindi un’opera indispensabile per fondare un giudizio obiettivo sulla catastrofe, e importante per contribuire a far sì che simili tragedie non si ripetano.
