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pag.264

febbraio 1960, Caloi risponde che gli echi erano pochi e non distribuiti su di una stessa superficie; 26 febbraio 1960, C. Semenza scrive a Dal Piaz, chiedendo che cosa ne pensa; 4 marzo 1960, Dal Piaz risponde tranquillizzando; 4 novembre 1960, frana; dicembre 1960 seconda indagine Caloi; 10 febbraio 1961, 2° rapporto. Si veda anche l’Appendice F.

  1. Il titolo e il testo dimostrano una volta di più la mancanza di informazione. 50 milioni di m³ è circa un quarto del volume allora previsto. Si vedano i capitoli 8 e 10.

  2. Prima dice che Müller “ha scoperto 200.000 m³ di massa in movimento”: non li ha scoperti lui, ma io, e sono 200 o 250 milioni di m³. Poi, parlando del modello, si dice che “la frana è stata valutata 50 milioni di metri cubi, non 200.000 come accertato da Müller”: non ci si capisce più niente, dato che, a parte lo sbaglio del numero di zeri, i 50 milioni qui citati si riferiscono alla parte di frana che poteva rimanere sommersa.

  3. La frase, riportata non esattamente da T. Merlin, viene dall’articolo La diga del Vaiont di C. Semenza in L’industria italiana del cemento, del 1961 e non del

  4. Ma, come si è detto e si dovrà ripetere, la preoccupazione degli ertani, e della Merlin, era sempre per Erto. A questo proposito si veda in A7, il capoverso “Ancora nel settembre 1963, ciò di cui si preoccupa la gente è la stabilità di Erto”.

  5. Sulla “corsa al collaudo”: Palmieri (1997, pag. 125) dice che questa idea trovò accoglienza nella sentenza di rinvio a giudizio (cfr. anche Mandarino, paragrafo LXIV), ma venne respinta sia dal Tribunale (pag. 323 e segg.) sia dalla Corte d’Appello dell’Aquila, che così si è espressa (pag. 205): “La tesi, chiaramente ispirata alle correnti demagogiche che hanno accompagnato il processo di nazionalizzazione delle imprese elettriche, è priva di ogni base logica”. Il contributo statale non ancora corrisposto, 283 milioni (erano stati già liquidati 1135 milioni nel 1958 e 1959, e non 10 o 20 miliardi come capita di leggere qua e là…), sarebbe ormai entrato nelle casse dell’ENEL, come ammette anche la Merlin (nota 15, pag. 122/101). Si veda anche il capoverso “contributi governativi” al paragrafo A3. Riguardo a un ulteriore 15% della spesa totale (essendo 1135+283 il 30%), il Tribunale dell’Aquila rileva: “Non risulta che la SADE abbia avanzato alcuna domanda prima del trasferimento dell’impresa”, quindi “resta confermato che la cifra residua era solo quella di 283 milioni sopraindicata, che sarebbe stata ulteriormente liquidata a collaudo avvenuto. Questa somma, per giunta, a trasferimento avvenuto, avrebbe costituito una sopravvenienza attiva di pertinenza dell’ENEL. Pertanto, a parte l’esiguità della cifra, la tesi secondo cui, anche dopo il trasferimento dell’impresa, i tecnici, legati ancora spiritualmente alla SADE e in particolare all’ing. Biadene, avrebbero proseguito la ‘corsa al collaudo’ perché ‘con il collaudo la SADE’ potesse vedere ‘anche maturato il diritto al contributo statale’ non riesce davvero a convincere e va, pertanto, respinta” (Tribunale dell’Aquila, pagg. 326-327).

Sul fatto che i contributi già “liquidati” venissero poi di fatto pagati in 30 rate annuali (comprensive di capitale e interessi), si veda la Commissione Parlamentare, pagg. 101-102 da cui risulta che la SADE aveva ceduto i suoi crediti al Consorzio di Credito per le opere pubbliche, incassando una cifra inferiore ma immediata (639 + 354 milioni), e che la cessione era stata accettata con decreto ministeriale (l’ultimo del 28 maggio 1960). Che poi, dopo la catastrofe, il pagamento di tali rate dallo Stato al Consorzio di Credito sia stato di fatto sospeso cautelativamente nel 1964, sembra fosse difficilmente prevedibile a priori.



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