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movimento lento da secoli. Con lo studio suo e dei suoi collaboratori ne descrisse tutte le caratteristiche, mettendo in evidenza i vari fenomeni inquadrandoli giustamente in un processo di scollamento progressivo (ma ancora in corso, secondo lui, mentre secondo me si era già compiuto prima del movimento della paleofrana, come si può vedere nella figura 29), e preconizzando infine i suoi possibili sviluppi, come è esposto più diffusamente nei capitoli seguenti.
8. Le indagini per controllare l’esattezza della diagnosi
Dato il disaccordo suddetto, il dilemma di mio padre dev’essere stato molto angoscioso; sta di fatto, comunque, che esso lo indusse a programmare una serie di indagini (ricerche geosismiche, sondaggi, misure di eventuali spostamenti) decise probabilmente anche con la consulenza di Müller (anche se di esse non vi è nessun accenno preciso nel suo 6° Rapporto, del 10 ottobre),1 volte a chiarire come realmente stessero le cose.2 La prima di queste, cioè l’indagine geosismica del professore Caloi, fu infatti eseguita nel novembre 1959 (vedi fig. 30).
♦ Prosecuzione dello studio di E. Semenza e F. Giudici. Nel frattempo mi dedicai alla prosecuzione dello studio, per completare il rilevamento geologico-tecnico dettagliato di tutta la zona del bacino. In questo lavoro, da fine settembre fui coadiuvato validamente da Franco Giudici. Lo studio richiese altri mesi e ulteriori controlli, alcuni dei quali però – si era in inverno – rinviati alla primavera; pertanto la relazione fu consegnata all’inizio di giugno.
♦ Geosismica. La suddetta indagine di Caloi fu eseguita nella zona della Punta del Toc, e purtroppo diede risultati contrastanti con le evidenze geologiche: indicavano infatti che la roccia della massa, già da pochi metri al di sotto della superficie, era di una solidità eccezionale, mentre dall’evidenza di campagna risultava molto fratturata. Ho sempre pensato perciò a errori di esecuzione o di interpretazione dei risultati. Anche altri consulenti, così come i periti del primo collegio e i giudici del Tribunale dell’Aquila3 manifestarono notevoli perplessità in proposito.

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(30) Questa relazione ricalca praticamente la lettera scrittami da Müller nel luglio 1959 (vedi capitolo 5), con l’unica variante che l’ubicazione e le modalità degli eventuali sondaggi e trincee, già previsti in quella lettera, avrebbero dovuto essere stabiliti assieme a me dopo la fine del rilevamento di dettaglio delle eventuali zone ritenute pericolose dal punto di vista dei franamenti. L’autore era stato comunque informato da me delle prime risultanze del mio studio il 1° ottobre a Salisburgo, in un incontro insieme a mio padre e all’ing. Pancini durante l’annuale Colloquio di Geomeccanica (vedi capitolo 7, capoverso “Reazioni”). Questi Colloqui erano organizzati da Müller, fondatore e primo presidente dell’ISRM (International Society for Rock Mechanics) e direttore dal 1963 della rivista «Felsmechanik und Ingenieurgeologie - Rock Mechanics and Engineering Geology». I colloqui erano frequentati regolarmente da mio padre, dall’ingegner Pancini, da altri ingegneri che lavoravano al Vaiont, e qualche volta da me. ↩
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(31) Mio padre aveva un vivissimo senso di rispetto per la natura, e si rendeva conto che nel suo mestiere doveva sempre cercare di alterarla il meno possibile: era cioè combattuto tra il dovere di rispettarla e la necessità di costruire impianti per la produzione di energia elettrica (cfr. C. Semenza, 1950). A quei tempi la produzione era ottenuta per la stragrande maggioranza con impianti idroelettrici (sia in conseguenza della “autarchia”, sia per l’alto costo del petrolio), mentre adesso la grande maggioranza è ottenuta con le centrali termiche (atomiche o a idrocarburi). Circa l’assoluta necessità di rispettare la natura, amava spesso citare le parole di Bacone (Francis Bacon, 1561-1626): Natura non nisi parendo vincitur, “La natura non si vince, se non obbedendo ad essa” (Novum organum, I, 3). Anche in questo caso, gli fu chiaro che per obbedirle era necessario fare di tutto per capirla. ↩
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(32) Cadisch et al. (1965), pag. 85 e segg.; Tribunale dell’Aquila, pagg. 270-271. ↩