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♦ Monti dal nome che indica instabilità? Alla fine (pag. 167/127) lancia un “affondo” a tutti gli esperti, non al corrente di quanto i primi abitanti della zona sapevano, al punto da dare ai monti (Toc e Salta) dei nomi che indicherebbero instabilità (cosa non tanto sicura, vedi B3). Domanda: se erano così esperti, perché non temevano per la stabilità del Pian del Toc e del Pian della Pozza, e temevano in pratica soltanto per Erto?
A7. Critiche e inesattezze circa la conduzione dei lavori
♦ Diga ultimata nell’autunno del 1959? A pagina 74/62 scrive che in autunno la diga è ultimata. Dal contesto si deduce che siamo nel 1959, ma è noto che i getti della diga sono finiti nel settembre del 1960.
♦ Il 2 febbraio 1960 inizia l’invaso: “L’acqua comincia a fluire”. Questo sembra sottintendere qualcosa di tragico (pag. 76/63). Iniziare l’invaso significa chiudere la galleria di deviazione del T. Vaiont, che andava dai pressi del Ponte del Colombèr fino poco a valle della diga (galleria scavata per poter lavorare all’asciutto durante la costruzione della diga), e inoltre aprire le paratie della galleria proveniente da Pieve di Cadore. Quindi l’acqua del Vaiont ha fluito fino a quel momento in tutto il resto del suo corso, a monte come a valle; e da quel momento ha smesso di fluire a valle della diga. Riporta poi che le case sulle sponde cominciano a sprofondare nell’acqua: ma le case più basse erano a quote superiori ai 600 m, e quindi furono sommerse vari mesi più tardi.
♦ Corsa al collaudo? Afferma che nel 1960, dopo i primi dubbi sulla stabilità della zona del Pian del Toc e del Pian della Pozza, la SADE ritenga si debba “arrivare al pieno invaso malgrado tutto entro l’anno, per ottenere i contributi previsti e per potere, dopo l’eventuale nazionalizzazione, farsi risarcire per intero l’impianto” (pag. 78/65). A questo proposito bisogna osservare che il collaudo entro l’anno era da escludere per mancanza di tempo, e la nazionalizzazione, decisa in seguito a un rovesciamento di alleanze politiche avvenuto nei primi mesi del 1962, era ancora di là da venire (vedi capitolo 12).1 Anche per il 1961 dichiara che la SADE “ha fretta”, perché “ormai è fuori tempo” (pag. 98/82). E poco prima aveva scritto: “C. Semenza vuole precorrere i tempi”.
Sul fatto che i contributi già “liquidati” venissero poi di fatto pagati in 30 rate annuali (comprensive di capitale e interessi), si veda la Commissione Parlamentare, pagg. 101-102 da cui risulta che la SADE aveva ceduto i suoi crediti al Consorzio di Credito per le opere pubbliche, incassando una cifra inferiore ma immediata (639 + 354 milioni), e che la cessione era stata accettata con decreto ministeriale (l’ultimo del 28 maggio 1960). Che poi, dopo la catastrofe, il pagamento di tali rate dallo Stato al Consorzio di Credito sia stato di fatto sospeso cautelativamente nel 1964, sembra fosse difficilmente prevedibile a priori.
Rimane poi il discorso della Merlin, sempre a pag. 122/101, nota 15: “Ovviamente era ancora pregiudicata l’intera cifra nel caso che l’opera non fosse giunta a buon termine” (cfr. Mandarino, paragrafo LXIV). Sono, come le altre, questioni da avvocati. Comunque la nazionalizzazione comportava il trasferimento all’ENEL oltre che di tutti i beni anche di tutti i rapporti giuridici. Si noti che si trattava di un trasferimento, non di una vendita, e che l’indennizzo stabilito nel 1962 per l’esproprio era basato sul valore delle azioni negli anni 1959-1961, “senza alcun riferimento al valore e alla funzionalità degli impianti” (Corte d’Appello, pag. 205). E a prescindere dalla data della presa in consegna, la data del trasferimento era il 16 marzo 1963.
La Corte d’Appello sottolinea ancora alla pagina 205 che oltretutto “la persistenza, nel Biadene, di un ‘legame psicologico’ con la SADE appare essa stessa poco credibile: l’attaccamento poteva essere concepibile nei confronti dell’impresa, alla quale egli continuava ad appartenere ed alla quale doveva dedicare ancora anni del suo proficuo lavoro, ma non era concepibile nei confronti della società espropriata, priva ormai di qualsiasi apparato tecnico e ridotta a gestire soltanto il proprio patrimonio”. Si ricordi ancora che Biadene era socialista e fautore della nazionalizzazione. Semmai, secondo la Corte (pag. 206), Biadene poteva essere attaccato alla diga. Ed era considerato un decisionista, abituato a risolvere sul campo problemi costruttivi difficili, come aveva dimostrato in precedenza, quando aveva lavorato a costruire ferrovie in Iran, in zone impervie.
Per tutto ciò non sembra lecito insistere sul tema della corsa al collaudo: tanto meno farne la chiave di lettura di tutta questa fase della vicenda.

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(99) Sulla “corsa al collaudo”; Palmieri (1997, pag. 125) dice che questa idea trovò accoglienza nella sentenza di rinvio a giudizio (cfr. anche Mandarino, paragrafo LXIV), ma venne respinta sia dal Tribunale (pag. 323 e segg.) sia dalla Corte d’Appello dell’Aquila, che così si è espressa (pag. 205): “La tesi, chiaramente ispirata alle correnti demagogiche che hanno accompagnato il processo di nazionalizzazione delle imprese elettriche, è priva di ogni base logica”. Il contributo statale non ancora corrisposto, 283 milioni (erano stati già liquidati 1135 milioni nel 1958 e 1959, e non 10 o 20 miliardi come capita di leggere qua e là…), sarebbe ormai entrato nelle casse dell’ENEL, come ammette anche la Merlin (nota 15, pag. 122/101). Si veda anche il capoverso “contributi governativi” al paragrafo A3. Riguardo a un ulteriore 15% della spesa totale (essendo 1135+283 il 30%), il Tribunale dell’Aquila rileva: “Non risulta che la SADE abbia avanzato alcuna domanda prima del trasferimento dell’impresa”, quindi “resta confermato che la cifra residua era solo quella di 283 milioni sopraindicata, che sarebbe stata ulteriormente liquidata a collaudo avvenuto. Questa somma, per giunta, a trasferimento avvenuto, avrebbe costituito una sopravvenienza attiva di pertinenza dell’ENEL. Pertanto, a parte l’esiguità della cifra, la tesi secondo cui, anche dopo il trasferimento dell’impresa, i tecnici, legati ancora spiritualmente alla SADE e in particolare all’ing. Biadene, avrebbero proseguito la ‘corsa al collaudo’ perché ‘con il collaudo la SADE’ potesse vedere ‘anche maturato il diritto al contributo statale’ non riesce davvero a convincere e va, pertanto, respinta” (Tribunale dell’Aquila, pagg. 326-327). ↩