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pag.265

Rimane poi il discorso della Merlin, sempre a pag. 122/101, nota 15: “Ovviamente era ancora pregiudicata l’intera cifra nel caso che l’opera non fosse giunta a buon termine” (cfr. Mandarino, paragrafo LXIV). Sono, come le altre, questioni da avvocati. Comunque la nazionalizzazione comportava il trasferimento all’ENEL oltre che di tutti i beni anche di tutti i rapporti giuridici. Si noti che si trattava di un trasferimento, non di una vendita, e che l’indennizzo stabilito nel 1962 per l’esproprio era basato sul valore delle azioni negli anni 1959-1961, “senza alcun riferimento al valore e alla funzionalità degli impianti” (Corte d’Appello, pag. 205). E a prescindere dalla data della presa in consegna, la data del trasferimento era il 16 marzo 1963.

La Corte d’Appello sottolinea ancora alla pagina 205 che oltretutto “la persistenza, nel Biadene, di un ‘legame psicologico’ con la SADE appare essa stessa poco credibile: l’attaccamento poteva essere concepibile nei confronti dell’impresa, alla quale egli continuava ad appartenere ed alla quale doveva dedicare ancora anni del suo proficuo lavoro, ma non era concepibile nei confronti della società espropriata, priva ormai di qualsiasi apparato tecnico e ridotta a gestire soltanto il proprio patrimonio”. Si ricordi ancora che Biadene era socialista e fautore della nazionalizzazione. Semmai, secondo la Corte (pag. 206), Biadene poteva essere attaccato alla diga. Ed era considerato un decisionista, abituato a risolvere sul campo problemi costruttivi difficili, come aveva dimostrato in precedenza, quando aveva lavorato a costruire ferrovie in Iran, in zone impervie.

Per tutto ciò non sembra lecito insistere sul tema della corsa al collaudo: tanto meno farne la chiave di lettura di tutta questa fase della vicenda.

  1. Cfr. Mandarino (1967), paragrafo XVIII.

  2. vedi Fabbri (1968), pag. 53 e segg.

  3. I numeri delle pagine si riferiscono all’edizione 1997, nella quale mancano i numeri delle figure: questi ultimi si riferiscono all’edizione del 1993.

  4. Dato lo stretto legame del libro con lo spettacolo che vede Paolini come unico attore, nomino d’ora in poi soltanto lui, anche per brevità.

  5. Non ho avuto poi più contatti con lui, e in seguito ho saputo che vuole uscire da questa esperienza, che l’ha “segnato profondamente” («la Repubblica», 1° ottobre 1999). Ciò mi incoraggia a sperare in un suo ripensamento, ma non posso fare come se non fosse successo niente: molti, troppi, sono convinti che abbia ragione lui.

  6. A questo punto di vista sembra che si rifacciano almeno in parte anche gli atti della magistratura bellunese.

  7. Risulta che in passato questo “pezzo” era stato addirittura l’oggetto di una contesa con gli abitanti di Dogna e Provagna, paesi situati giù nella valle del Piave, in quanto era tutto coperto di alberi, che allora erano molto richiesti dalla Repubblica Veneta: ciò era fonte di lavoro e di notevoli guadagni di una specie di corporazione, gli “zattieri” di Codissago, cioè gli addetti al trasporto fluviale di zattere di tronchi, fiorente nel Longaronese. Quando si smise di usare il legname nella costruzione delle navi, il bosco fu sostituito dal prato, e la contesa cessò. Per quanto riguarda l’etimologia, devo dire che in passato avevo anch’io indicato altre ipotesi, simili a quella di Paolini; ma allora non conoscevo la storia qui riportata. È da notare inoltre che spesso sono i monti a ricevere il nome da zone vicine o da fatti utili all’uomo, e non viceversa.



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