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pag.172

tutti i tribunali l’hanno bocciata. Anche il Tribunale dell’Aquila (p. 326) rileva che “nel 1962 – dopo l’annuncio della nazionalizzazione, durante la discussione della legge e dopo la emanazione della stessa – non poteva che dominare il concetto del trasferimento delle imprese elettriche nella globalità di impresa, con tutti i loro beni aziendali (con esclusione o restituzione dei soli beni non elettrici), secondo il disposto della legge, la quale, come ha notato il P.M. di Venezia nella sua richiesta di archiviazione, non conosce, nella sua terminologia, altra espressione che quella di beni destinati o non destinati all’esercizio dell’attività elettrica, senza mai accennare ad una inidoneità dei beni oggetto del trasferimento”. Dunque “riesce arduo pensare che si sia potuta ipotizzare una diversa interpretazione per insistere, affrontando gravi rischi, in una condotta per la quale era venuto a cadere ogni interesse secondo la più lineare, ed allora del tutto pacifica, interpretazione della sopravvenuta situazione giuridica connessa con l’esproprio”.

Per altre precisazioni su questo argomento, rimando a quello che più estesamente riporto nel paragrafo A7 sulla “corsa al collaudo” e particolarmente nella nota 99.1

B3. Critiche al progetto del Vaiont

Che cosa si sapeva fino all’agosto del 1959? Le critiche dell’autore si rivolgono dapprima al progetto primitivo, e ai seguenti, che sarebbero stati fatti senza badare ai pareri negativi e alle segnalazioni di zone franose sulla sinistra della valle: bisogna precisare che tutte le segnalazioni precedenti al 1959 si riferivano più o meno chiaramente alla zona della Pineda, dove esiste una antichissima frana che non presentava e non presenta nessun pericolo, come è stato riconosciuto da tutti quelli che ne hanno trattato, e da me per ultimo nel 1959, a voce (e nel 1960 per iscritto). Per quanto riguarda la zona del Toc, se ne parla nella relazione di Müller del 16 agosto 1957 che accenna però soltanto a qualche piccola massa instabile: si veda per questo la nota 142 al capitolo 3.

Erto e Casso costruiti su ghiaioni. Per quanto riguarda i paesi della valle (Erto e Casso, suppongo) afferma (pag. 43) che sono costruiti “sopra


Sul fatto che i contributi già “liquidati” venissero poi di fatto pagati in 30 rate annuali (comprensive di capitale e interessi), si veda la Commissione Parlamentare, pagg 101-102 da cui risulta Credito per le opere pubbliche, incassando una cifra inferiore ma immediata (639 + 354 milioni), e che la cessione era stata accettata con decreto ministeriale (l’ultimo del 28 maggio 1960). Che poi, dopo la catastrofe, il pagamento di tali rate dallo Stato al Consorzio di Credito sia stato di fatto sospeso cautelativamente nel 1964, sembra fosse difficilmente prevedibile a priori.

Rimane poi il discorso della Merlin, sempre a pag. 122/101, nota 15: “Ovviamente era ancora pregiudicata l’intera cifra nel caso che l’opera non fosse giunta a buon termine” (cfr. Mandarino, paragrafo LXIV). Sono, come le altre, questioni da avvocati. Comunque la nazionalizzazione comportava il trasferimento all’ENEL oltre che di tutti i beni anche di tutti i rapporti giuridici. Si noti che si trattava di un trasferimento, non di una vendita, e che l’indennizzo stabilito nel 1962 per l’esproprio era basato sul valore delle azioni negli anni 1959-1961, “senza alcun riferimento al valore e alla funzionalità degli impianti” (Corte d’Appello, pag. 205). E a prescindere dalla data della presa in consegna, la data del trasferimento era il 16 marzo 1963.

La Corte d’Appello sottolinea ancora alla pagina 205 che oltretutto “la persistenza, nel Biadene, di un ‘legame psicologico’ con la SADE appare essa stessa poco credibile: l’attaccamento poteva essere concepibile nei confronti dell’impresa, alla quale egli continuava ad appartenere ed alla quale doveva dedicare ancora anni del suo proficuo lavoro, ma non era concepibile nei confronti della società espropriata, priva ormai di qualsiasi apparato tecnico e ridotta a gestire soltanto il proprio patrimonio”. Si ricordi ancora che Biadene era socialista e fautore della nazionalizzazione. Semmai, secondo la Corte (pag. 206), Biadene poteva essere attaccato alla diga. Ed era considerato un decisionista, abituato a risolvere sul campo problemi costruttivi difficili, come aveva dimostrato in precedenza, quando aveva lavorato a costruire ferrovie in Iran, in zone impervie.

Per tutto ciò non sembra lecito insistere sul tema della corsa al collaudo: tanto meno farne la chiave di lettura di tutta questa fase della vicenda.

È da notare, a proposito di questo rapporto di Müller, che Calvino, nella seconda perizia a pagina 11 (Calvino et al., 1967), citando una parte della frase sopra riportata, sembra far apparire che Müller abbia denunciato addirittura “il forte pericolo di frane, sebbene si tratti di formazione rocciosa, della sponda sinistra, sui cui verdi pascoli sorgono numerosi casolari”, senza lasciar capire che parlava di un’area molto limitata.



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  1. (99) Sulla “corsa al collaudo”; Palmieri (1997, pag. 125) dice che questa idea trovò accoglienza nella sentenza di rinvio a giudizio (cfr. anche Mandarino, paragrafo LXIV), ma venne respinta sia dal Tribunale (pag. 323 e segg.) sia dalla Corte d’Appello dell’Aquila, che così si è espressa (pag. 205): “La tesi, chiaramente ispirata alle correnti demagogiche che hanno accompagnato il processo di nazionalizzazione delle imprese elettriche, è priva di ogni base logica”. Il contributo statale non ancora corrisposto, 283 milioni (erano stati già liquidati 1135 milioni nel 1958 e 1959, e non 10 o 20 miliardi come capita di leggere qua e là…), sarebbe ormai entrato nelle casse dell’ENEL, come ammette anche la Merlin (nota 15. pag. 122/101). Si veda anche il capoverso “contributi governativi” al paragrafo A3. Riguardo a un ulteriore 15% della spesa totale (essendo 1135+283 il 30%), il Tribunale dell’Aquila rileva: “Non risulta che la SADE abbia avanzato alcuna domanda prima del trasferimento dell’impresa”, quindi “resta confermato che la cifra residua era solo quella di 283 milioni sopraindicata, che sarebbe stata ulteriormente liquidata a collaudo avvenuto. Questa somma, per giunta, a trasferimento avvenuto, avrebbe costituito una sopravvenienza attiva di pertinenza dell’ENEL. Pertanto, a parte l’esiguità della cifra, la tesi secondo cui, anche dopo il trasferimento dell’impresa, i tecnici, legati ancora spiritualmente alla SADE e in particolare all’ing. Biadene, avrebbero proseguito la ‘corsa al collaudo’ perché ‘con il collaudo la SADE’ potesse vedere ‘anche maturato il diritto al contributo statale’ non riesce davvero a convincere e va, pertanto, respinta” (Tribunale dell’Aquila, pagg. 326-327)

  2. (14) Era proprio la parte frontale della massa che si mise poi in moto nel 1960, e scivolò velocissimamente nel 1963. Ma ecco come ne parlava (traduzione SADE): “Anche la zona della sponda sinistra, caratterizzata da stacchi estesi collegati fra loro, sui verdi prati della quale si trovano diverse case, presenta seri pericoli di slittamento, malgrado sia costituita da roccia. Però in quei posti la roccia è molto disgregata e degradata e perciò può essere facilmente asportata o messa in movimento di slittamento.” Che corrisponde bene al testo originale: “Auch das links-ufrige, durch ausgedehnte, zusammenhängende Abbrüche charakterisiertes Gebiet, auf dessen grünen Almboden mehrere Häuser stehen, ist stark gleitgefährdet, obwohl es aus Fels aufgebaut ist. Das Gestein ist aber dort sehr stark zerrüttet und aufgelockert, kann daher leicht abgetragen oder in Gleitbewegung versetzt werden”. Esisteva però una traduzione precedente un po’ affrettata, fatta in cantiere e in questo punto meno precisa. L’unica riportata dal giudice Fabbri a pagina 89, che si trova quasi uguale in Ascari a pagina 57 e da qui in Paolini e Vacis a pagina 124. In essa la frase diventa: “Anche il terreno di sponda sinistra, caratterizzato da ammassi di sfasciume, sui cui verdi pascoli sorgono numerosi casolari, è in forte pericolo di frana, sebbene sia una formazione rocciosa. La roccia è ivi molto fratturata e degradata e può pertanto facilmente scoscendere o essere posta in movimento”. Il pensiero di Müller risulta pertanto falsato, in quanto sembra che, parlando di instabilità, si sia riferito a tutta la sponda, mentre parlava solo di una zona (Gebiet) con determinate caratteristiche; manca poi l’avversativa (aber) e, soprattutto, le parole abgetragen … werden (essere asportata, attivamente, dall’uomo, per eliminare il problema) vengono tradotte con “scoscendere”, che fa pensare ad un fenomeno naturale. Invece, sia da questo passo, sia da tutto l’insieme di questa e delle altre relazioni di Müller risulta che egli non aveva affatto scoperto la grande frana, e che le sue parole del 1957 si riferivano ad ammassi di dimensioni limitate, facilmente asportabili. Se avesse capito o anche solo sospettato l’instabilità di buona parte del versante, le sue parole e le sue indicazioni sarebbero state ben diverse!