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Tuttavia della roccia disgregata di questa zona dice chiaramente che può essere facilmente asportata o fatta scivolare:1 non si trattava certo della grande frana, che allora nessuno aveva neppure sospettato, ma soltanto della sua parte frontale e più superficiale. Accenni ad altri fenomeni importanti non erano stati fatti, e quindi da questo punto di vista non vi erano particolari preoccupazioni.
4. La frana di Pontesei
Il 22 marzo 1959 si staccò una grande frana di scivolamento rotazionale, ossia su una superficie di movimento concava, valutata allora di circa 3 milioni di m³ di materiale sciolto, in località Fagaré sul versante sinistro del lago artificiale di Pontesei,2 situato nella Valle Zoldana a Est di Forno (figg. 10 e 11).3 I lavori di costruzione della diga si erano svolti dal 1955 al 1956. Entrando nel lago, il cui livello quel giorno era 13 metri al disotto del massimo invaso, e senza risalire sul versante opposto, la frana vi produsse un’ondata che contro l’opposta sponda raggiunse circa 20 metri di altezza e che travolse un uomo. Per distinguerla dall’altra di cui parlerò più sotto la chiamerò “Frana di Pontesei-Fagaré”.
♦ Il racconto di un testimone oculare. Molte delle notizie che riporto mi sono state fornite recentemente dall’ingegnere Camillo Linari, a quel tempo in servizio alla SADE. Avvisato dalle guardie forestali, verso le 6 del mattino, che le fessure erano aumentate, e anzi formavano un gradino molto alto sulla carreggiata, per cui si era provveduto a sbarrare la strada, l’ingegnere lasciò subito Forno di Zoldo, e si avviò a piedi, assieme al geometra Marinello, per la strada di servizio sul fianco destro (meridionale) del serbatoio, andando verso la diga, per evitare la zona di Fagaré, sulla sinistra, dove la frana si stava muovendo, e per poterla guardare meglio. Qualche minuto prima del franamento, verso le 7, i due furono sorpassati dall’operaio Arcangelo Tiziani che procedeva nella stessa direzione in bicicletta, non per sorvegliare la frana,4 ma per andare alle baracche dell’impresa Cargnel, per la quale lavorava, situate a valle della diga. Al momento del franamento Linari, resosi conto del pericolo, assieme all’altro si mise a
È da notare, a proposito di questo rapporto di Müller, che Calvino, nella seconda perizia a pagina 11 (Calvino et al., 1967), citando una parte della frase sopra riportata, sembra far apparire che Müller abbia denunciato addirittura “il forte pericolo di frane, sebbene si tratti di formazione rocciosa, della sponda sinistra, sui cui verdi pascoli sorgono numerosi casolari”, senza lasciar capire che parlava di un’area molto limitata.

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(14) Era proprio la parte frontale della massa che si mise poi in moto nel 1960, e scivolò velocissimamente nel 1963. Ma ecco come ne parlava (traduzione SADE): “Anche la zona della sponda sinistra, caratterizzata da stacchi estesi collegati fra loro, sui verdi prati della quale si trovano diverse case, presenta seri pericoli di slittamento, malgrado sia costituita da roccia. Però in quei posti la roccia è molto disgregata e degradata e perciò può essere facilmente asportata o messa in movimento di slittamento.” Che corrisponde bene al testo originale: “Auch das links-ufrige, durch ausgedehnte, zusammenhängende Abbrüche charakterisiertes Gebiet, auf dessen grünen Almboden mehrere Häuser stehen, ist stark gleitgefährdet, obwohl es aus Fels aufgebaut ist. Das Gestein ist aber dort sehr stark zerrüttet und aufgelockert, kann daher leicht abgetragen oder in Gleitbewegung versetzt werden”. Esisteva però una traduzione precedente un po’ affrettata, fatta in cantiere e in questo punto meno precisa. L’unica riportata dal giudice Fabbri a pagina 89, che si trova quasi uguale in Ascari a pagina 57 e da qui in Paolini e Vacis a pagina 124. In essa la frase diventa: “Anche il terreno di sponda sinistra, caratterizzato da ammassi di sfasciume, sui cui verdi pascoli sorgono numerosi casolari, è in forte pericolo di frana, sebbene sia una formazione rocciosa. La roccia è ivi molto fratturata e degradata e può pertanto facilmente scoscendere o essere posta in movimento”. Il pensiero di Müller risulta pertanto falsato, in quanto sembra che, parlando di instabilità, si sia riferito a tutta la sponda, mentre parlava solo di una zona (Gebiet) con determinate caratteristiche; manca poi l’avversativa (aber) e, soprattutto, le parole abgetragen … werden (essere asportata, attivamente, dall’uomo, per eliminare il problema) vengono tradotte con “scoscendere”, che fa pensare ad un fenomeno naturale. Invece, sia da questo passo, sia da tutto l’insieme di questa e delle altre relazioni di Müller risulta che egli non aveva affatto scoperto la grande frana, e che le sue parole del 1957 si riferivano ad ammassi di dimensioni limitate, facilmente asportabili. Se avesse capito o anche solo sospettato l’instabilità di buona parte del versante, le sue parole e le sue indicazioni sarebbero state ben diverse! ↩
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(15) Pontesei (plurale di pontesel), è una voce dialettale veneta che indicava la stretta dove due ponticelli, distanti 450 m l’uno dall’altro (uno dei quali tuttora ben visibile a valle della diga), consentivano alla strada di fondovalle di attraversare la gola del T. Maè. Secondo testimonianze di persone del luogo, prima della costruzione dei due ponti suddetti, ne erano stati costruiti vari altri, poi distrutti da fenomeni franosi, evidentemente ricorrenti. Circa il volume, un’altra valutazione, fatta da Caratto (1997) sulla base dei sondaggi eseguiti successivamente, ha portato ad un volume di circa 6 milioni di m³. La questione non è ancora stata risolta, restando il dubbio su eventuali grandi franamenti precedenti difficili da distinguere con i sondaggi. ↩
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(16) vedi Milli (1968 e 1975), Caratto (1997). ↩
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(17) Come affermano invece T.Merlin a pagina 57/47 (vedi A5) e Paolini e Vacis a pagina 42 (vedi B5). ↩