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Per inciso Carlo Semenza non guidava neanche l’auto, che non aveva (la prima auto che comperò, nel 1945, su pressione dei miei fratelli più grandi, fu un gippone americano, residuato bellico; con quello facevamo le gite durante le vacanze, e su quello imparai a guidare, anni dopo). Quando girava per lavoro in auto, chi guidava era un autista della Società, così lui poteva riposarsi, o pensare alle incombenze che lo aspettavano, o parlare con chi era con lui, e guardare in giro quand’era sul posto di lavoro. Aveva guidato mezzi militari durante la prima guerra mondiale, alla quale aveva partecipato da volontario nel Genio, ma poi aveva smesso ben volentieri, e per tutta la vita.
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La passione per l’alpinismo si era sviluppata in lui fin da giovanissimo. Già qualche anno prima della prima guerra mondiale aveva fondato a Milano, assieme ad amici e parenti più o meno coetanei, una società “Cicloalpina”; i soci (e le socie) partivano in bicicletta col sacco da montagna sul portapacchi e arrivavano ai piedi dei grandi massicci nella zona di confine della Lombardia; finita l’ascensione ritornavano in bici a Milano. Trasferitosi a Vittorio Veneto nel 1919, assieme ad amici promosse subito attività alpinistiche, e nel 1925 arrivò a fondare la sezione locale del CAI, della quale fu il primo presidente. Aveva un grande rispetto per la montagna e per quelli che la frequentavano, rispetto che inculcò con l’esempio e con la parola in noi figli, nelle innumerevoli gite che ci fece fare: in particolare ci raccomandava di non lasciare mai resti dei pasti, e di non smuovere i sassi, né tanto meno lanciare alcunché nel vuoto, perché “potrebbe esserci qualcuno sotto”.
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Un sensibile decadimento deve essere intervenuto più tardi, probabilmente dopo la frana del 4 novembre 1960, quando fu chiaro che la sua idea era errata e si sentì superato dai fatti, ma soprattutto dopo l’incidente d’auto del 17 ottobre 1961 avvenuto a Vittorio Veneto, di ritorno dal Vaiont, nel quale rimase contuso, e dal quale non si riprese più, fino al giorno della sua morte (20 marzo 1962).
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Su questa lettera si veda anche la seconda parte del paragrafo A4.
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vedi anche C. Semenza (1962).
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La diga di Malpasset si è rotta il 2 dicembre del 1959. L’acqua del lago è scesa per una decina di km lungo la valle del T. Reyran fino al mare, e poco prima è uscita dall’alveo in corrispondenza all’abitato di Fréjus, devastandone un quartiere periferico e causando la morte di 421 persone (vedi il paragrafo A5).
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Nel suo 15° Rapporto, Müller annota: “Ai sopralluoghi e alle successive discussioni hanno partecipato i sigg. Dir. Semenza, Dir. Biadene, Dott. E. Semenza e gli ingegneri Pancini, Linari, Ruol e Vielmo”. E il P. M. Mandarino (1967) afferma che io c’ero e mio padre no.
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Al di sotto di una certa profondità la temperatura non varia con le stagioni, e aumenta poi man mano che aumenta la profondità. È vero invece che quando le precipitazioni sono nevose, non penetra acqua finché la neve non si scioglie.
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Diversamente da quello che sembra pensino vari giornalisti o altri personaggi, che non si sono mai scomodati ad alzarsi dalla loro sedia a Milano o Roma o altrove, per andar sul posto, e prendono fischi per fiaschi e magari Lavarone per Longarone…
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Quante sono in Italia le dighe che non minacciano paesi in caso di crollo? È da notare che lo stesso Palmieri (pagg. 118-119) ammette che se ciò “dovesse diventare la regola di
