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pag.254

  1. Il 6° Rapporto (Müller 10 ottobre 1959), contenente anche altri argomenti, fu poi presentato il 10 ottobre per motivi di salute e per altri impegni, suoi e dei collaboratori. Nella lettera del 24 luglio aveva esposto il programma di lavoro in tre “tappe”: 1) un primo rilevamento “speditivo” di tutta l’area all’incirca al di sotto della strada; 2) un rilevamento più preciso e dettagliato delle aree che presentassero chiari pericoli di franamento; 3) un completamento mediante eventuali sondaggi e trincee nel terreno. Circa le prime due tappe, che riguardavano il mio lavoro, precisava in dieci punti ogni particolare di ciò che attualmente si potrebbe definire uno studio preliminare di carattere geologico-tecnico, con raccolta di dati geomeccanici, geotecnici e idrogeologici.

  2. Si vedano le relazioni scritte da G. Dal Piaz dal 1930 al 1960.

  3. È a questa porzione, relativamente piccola, che ritengo si riferisse Müller al paragrafo 4 del suo 2° Rapporto, del 16 agosto 1957. Accennando ad una massa rocciosa di circa 1 milione di m³ situata a circa un km dalla diga: a questa stessa zona pare che si riferiscano le frasi “presenta seri pericoli di slittamento”, e “può essere facilmente asportata o messa in movimento di slittamento” (nota 14, capitolo 3).

  4. Per quanto riguarda la fratturazione, è da notare che su tutta la massa non esisteva neppure un solo corso d’acqua, e la valle del Torrente Massalezza, che la divideva in due (probabilmente scavata prima dell’antico franamento, che aveva provocato la fratturazione della massa), era quasi costantemente all’asciutto. Più precisamente, esisteva una sorgente a monte della massa di frana al suo contatto con il calcare del Vaiont (a q. 900 circa). La sua portata era di norma scarsissima, meno di un litro al minuto, ma aumentava molto durante le piogge. Nel tratto a valle si formava un corso d’acqua temporaneo, di portata mai rilevata, che comunque andava scemando rapidamente verso valle, senza mai arrivare fino alla parete settentrionale. Ciò era segno che l’acqua piovana penetrava tutta e subito nell’interno attraverso le numerosissime fratture più o meno largamente aperte, per uscire da sorgenti situate alla base della massa; una di esse era ben visibile a Ovest del “Pinnacolo” (cioè dell’estremità NW del Pian del Toc). Questi fatti dimostrano che la massa in frana era un acquifero, indipendente da ciò che si trovava al di sotto di essa (vedi capitolo 16).

  5. vedi Riva et al. (1990).

  6. vedi Giudici e Semenza (1960) e E. Semenza (1965).

  7. È possibile che si tratti di depositi dell’ultima età interglaciale, deposti in un solco scavato all’inizio della stessa età, o forse in una precedente età interglaciale. La frana doveva essere avvenuta invece dopo lo scioglimento del ghiacciaio dell’ultima fase glaciale, detta würmiana, che aveva certamente riempito la valle fino a una quota di varie centinaia di metri più alta del fondo dell’alveo torrentizio suddetto, senza però asportare tutti i depositi fluviali precedenti, annidati nella gola e quindi protetti nei confronti dell’azione erosiva del ghiacciaio stesso.

  8. Cfr. Müller (1968) pag. 72.

  9. Questa relazione ricalca praticamente la lettera scrittami da Müller nel luglio 1959 (vedi capitolo 5), con l’unica variante che l’ubicazione e le modalità degli eventuali sondaggi e trincee, già previsti in quella lettera, avrebbero dovuto essere stabiliti assieme a me dopo la fine del rilevamento di dettaglio delle eventuali zone ritenute pericolose dal punto



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