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“gli ha fatto dire” che la frana sarebbe caduta in trenta secondi, mentre questo era soltanto il tempo della fase iniziale del movimento (cfr. Paolini e Vacis, pag. 131, e Corte d’Appello dell’Aquila, pag. 105). Il Tribunale ha ritenuto, in base a tutte le testimonianze e i dati a disposizione, che la frana sia discesa in circa due minuti (Tribunale dell’Aquila, pagg. 241-242).
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vedi Capra e Linari (1960) e Walters (1962).
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Le velocità, misurate all’inizio (estate 1957) soltanto in superficie, erano state notevoli (poco più di un millimetro al giorno) e poi per un anno si erano ridotte al minimo (fino a circa 0,08 mm/giorno) in seguito all’abbassamento del lago (lo stesso abbassamento che si ritiene abbia invece provocato l’inizio dei movimenti della frana di Fagaré), per assumere col nuovo invaso, iniziato nel luglio 1958, il valore di 0,22 mm/giorno (riportato nel testo) ottenuto però con misure più precise all’interno dell’ammasso roccioso. Lo spostamento totale in 17 mesi è stato di circa 3 cm.
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È da notare che invece al paragrafo LII-3 della requisitoria del Pubblico Ministero Mandarino (del 1967) vi è un lungo racconto, molto dettagliato, in cui però si parla soltanto della frana di Pontesei-Fagaré. La stessa cosa fanno in sostanza i periti del secondo collegio (Calvino et al., 1967, 11-13), che riportano tuttavia anche un brano della lettera del prof. Caloi del 23 settembre 1959, dicendo che “invita a rileggere la propria relazione del luglio ’58. ‘Ciò che è avvenuto vi è previsto con esattezza sconcertante’”. Ma i secondi periti annotano: “La relazione 3-7-58 Caloi-Spadea si riferisce invece ad una massa rocciosa adiacente alla diga”, cioè all’altra frana (di Pontesei spalla-diga) di cui ho parlato nel testo.
A prescindere da questo episodio, che può essere considerato “un infortunio” dovuto a una temporanea disinformazione di Caloi, è fondamentale sottolineare l’importanza attribuita da molti alle vicende della frana di Pontesei-Fagaré. Invece i fenomeni di movimento descritti più sopra furono sottovalutati dai tecnici della SADE, forse perché analoghi a quelli da sempre esistiti su quel versante. C’è da notare peraltro che in precedenza quei fenomeni li avevano indotti a progettare la strada nuova sul fianco destro: ma a ciò si oppose il Comune di Forno di Zoldo, che temeva non le frane, ma la copertura nevosa, molto più prolungata sul fianco destro, che è in ombra per tutto l’inverno e anche oltre. Nessuno temeva le frane, anche dopo che i sondaggi sul fianco sinistro, eseguiti per cubare la cava di pietrisco da impiegare per il calcestruzzo della diga, avevano evidenziato l’esistenza di un cospicuo spessore di argille rossastre raibliane (fino a 15 metri) al di sotto del detrito calcareo-dolomitico affiorante.
La frana del 22 marzo 1959 fu quindi una “sorpresa”, in un certo senso, ma non fu poi avvolta nel segreto, come dimostrano le citazioni, soprattutto di Walters (1962) che a pagina 257 riporta una lettera di C. Semenza del 1959, e più tardi di Bianchin ed E. Semenza (1965, pag. 31). Questo tendono invece a dimostrare i periti del secondo collegio (Calvino et al., 1967), che hanno parlato di “elementi di giudizio fondamentali”, che furono “taciuti” o almeno rimasero ignoti “agli specialisti di scienze geologiche e di ingegneria”, i quali avrebbero formulato per la vicenda del Vaiont “ricostruzioni e commenti parziali, miranti a sottolineare il carattere di eccezionalità del fenomeno e ad escluderne la prevedibilità”. Calvino (1974) ha addirittura preso i dati sulla frana di Pontesei-Fagaré per fare un parallelo con quelli della frana del Vaiont del 1963, e dimostrare così la sua prevedibilità. Ma il paragone non regge, come ha mostrato la sentenza del Tribunale dell’Aquila (pag. 296 e segg.).
