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pag.182

della cosa con alta competenza. Lui ci andava ogni tanto, e più di lui ci andava Biadene che era anche il suo vice, al quale andava affidando sempre maggiori compiti, in vista del proprio pensionamento.

“Non si fa una diga dove è già caduta una frana” (pag. 62). Affermazione molto generica, e in quanto tale si presta a strumentalizzazioni, comoda quindi per chi vuol trovare colpevoli senza fare la fatica di approfondire: a questo proposito si veda anche quello che ho scritto verso la fine del capitolo 12. Inoltre, di frane ce n’è di molti tipi, e poi occorre distinguere tra le frane già avvenute, quelle in movimento e quelle che possono avvenire; le conseguenze quindi possono essere molto varie sulla stabilità dei versanti interessati. Occorre poi domandarsi se è possibile provvedere alla loro stabilizzazione, come nel caso della frana di Downie (capitolo 17). Addirittura ci sono dighe “costruite su frane”, progettate con speciali accorgimenti, in servizio da molti anni e senza problemi, come quella di Pian Palù, presso Pejo, in Trentino. È chiaro che occorre prima conoscere la situazione, e poi giudicare e agire di conseguenza. Ma questo era stato fatto, purtroppo senza alcun risultato allarmante fino al 1959: la colpa, se è tale, è di chi non aveva visto abbastanza, non di chi progettava e di chi dirigeva i lavori.

“Müller, la frana si può fermare? Ormai no”. A pagina 72 riporta che in una riunione di nove “cervelloni”, dopo il 4 novembre 1960, tutti si affannavano a proporre rimedi, mentre Müller riteneva che la frana non si potesse più fermare. Ma la realtà è diversa e occorre capire come è nata questa diceria (vedi anche capitolo 10).

Come “Ben Hur”. Alla fine della riunione C. Semenza e G. Dal Piaz, che “amano sempre il brivido”, vogliono far cadere la frana “in maniera controllata, magari invasando e svasando acqua rapidamente”: non risulta che abbiano pensato una cosa del genere. Questo sistema, se anche qualcun altro l’aveva ipotizzato, non è mai stato accettato: la prima decisione è stata di abbassare molto lentamente il livello del lago, e da allora la lentezza delle variazioni di livello, intervallate da frequenti e prolungati arresti divenne la regola durante i lunghi abbassamenti (due) e innalzamenti (due) che accompagnarono gli svasi e gli invasi nel corso dei tre anni successivi fino al settembre 1963. Ed era stato Müller (vedi capitolo 10) a suggerire



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