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precedenti proposte del P.S.I., “indennizzando le società espropriate in rapporto al loro capitale azionario secondo la media dei valori di borsa degli anni precedenti a quello di presentazione del disegno di legge”,1 cioè del triennio 1959-1961. Quindi già nel marzo 1962 le società elettriche sapevano che l’indennizzo non sarebbe dipeso dal valore dei singoli impianti. Insomma, l’eventuale collaudo dell’impianto del Vaiont non avrebbe avuto alcun influsso sull’entità dell’indennizzo per la nazionalizzazione della SADE.
Di fatto, il secondo invaso fu eseguito con estrema lentezza e con le cautele suddette, e senza puntare al collaudo. A questo proposito può anche essere interessante leggere la lettera del 21 aprile 1961 (riportata nell’Appendice E) di C. Semenza all’ingegnere Ferniani: “Nell’anno prossimo… credo che in ogni caso effettueremo soltanto un parziale invaso”.
Anche per il terzo invaso, richiesto e iniziato a nazionalizzazione avvenuta, dopo la metà di marzo 1963 da Biadene ormai funzionario dell’ENEL, non fu richiesta l’autorizzazione per raggiungere il livello massimo (q. 722,5), ma solo quota 715, che era certamente molto, e anche troppo, vista l’indicazione di Ghetti, ma non sarebbe stata affatto sufficiente per ottenere il collaudo. Per quest’ultimo sarebbe stato necessario, una volta raggiunta senza problemi q. 715, fare una nuova richiesta, avere una nuova autorizzazione per la quota di massimo invaso, e poi raggiungerla senza danni.2
Nonostante questo, dopo il disastro, l’accusa della cosiddetta “corsa al collaudo” per fini economici fu sostenuta dal Pubblico Ministero A. Mandarino, e fu accolta anche dal Giudice Istruttore M. Fabbri, pur con delle distinzioni che dichiaratamente avevano l’intento di spiegare, ampliandole, le argomentazioni di Mandarino, ma implicitamente le contraddicevano.3 Ma tale accusa fu respinta sia dal Tribunale sia dalla Corte d’Appello dell’Aquila, che la dichiarò non solo falsa di fatto, ma anche “priva di ogni base logica”.4 Per maggiori dettagli vedi nota 99.5
♦ Terzo invaso. Come si può vedere nella figura 53, il terzo invaso iniziò prima della metà di aprile, e il livello crebbe dapprima velocemente e poi a velocità sempre più ridotta, arrivando a fine giugno a 700 metri circa. In questo periodo il movimento della frana riprese con velocità bassissima:
Sul fatto che i contributi già “liquidati” venissero poi di fatto pagati in 30 rate annuali (comprensive di capitale e interessi), si veda la Commissione Parlamentare, pagg. 101-102 da cui risulta Credito per le opere pubbliche, incassando una cifra inferiore ma immediata (639 + 354 milioni), e che la cessione era stata accettata con decreto ministeriale (l’ultimo del 28 maggio 1960). Che poi, dopo la catastrofe, il pagamento di tali rate dallo Stato al Consorzio di Credito sia stato di fatto sospeso cautelativamente nel 1964, sembra fosse difficilmente prevedibile a priori.
Rimane poi il discorso della Merlin, sempre a pag. 122/101, nota 15: “Ovviamente era ancora pregiudicata l’intera cifra nel caso che l’opera non fosse giunta a buon termine” (cfr. Mandarino, paragrafo LXIV). Sono, come le altre, questioni da avvocati. Comunque la nazionalizzazione comportava il trasferimento all’ENEL oltre che di tutti i beni anche di tutti i rapporti giuridici. Si noti che si trattava di un trasferimento, non di una vendita, e che l’indennizzo stabilito nel 1962 per l’esproprio era basato sul valore delle azioni negli anni 1959-1961, “senza alcun riferimento al valore e alla funzionalità degli impianti (Corte d’Appello, pag. 205). E a prescindere dalla data della presa in consegna, la data del trasferimento era il 16 marzo 1963.
La Corte d’Appello sottolinea ancora alla pagina 205 che oltretutto “la persistenza, nel Biadene, di un ‘legame psicologico’ con la SADE appare essa stessa poco credibile: l’attaccamento poteva essere concepibile nei confronti dell’impresa, alla quale egli continuava ad appartenere ed alla quale doveva dedicare ancora anni del suo proficuo lavoro, ma non era concepibile nei confronti della società espropriata, priva ormai di qualsiasi apparato tecnico e ridotta a gestire soltanto il proprio patrimonio”. Si ricordi ancora che Biadene era socialista e fautore della nazionalizzazione. Semmai, secondo la Corte (pag. 206), Biadene poteva essere attaccato alla diga. Ed era considerato un decisionista, abituato a risolvere sul campo problemi costruttivi difficili, come aveva dimostrato in precedenza, quando aveva lavorato a costruire ferrovie in Iran, in zone impervie.
Per tutto ciò non sembra lecito insistere sul tema della corsa al collaudo: tanto meno farne la chiave di lettura di tutta questa fase della vicenda.

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(59) Palmieri (1997), pag. 123; cfr. le pagg. 122-125 per tutto questo argomento. ↩
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(60) Invece Paolini (e a seguito di lui la sceneggiatura del film di Martinelli) alle pagine 91-92 e 96-97 afferma che la quota 715, richiesta e autorizzata, era sufficiente per il collaudo. Si tratta di un falso clamoroso! ↩
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(61) Cfr. Mandarino (1967), paragrafo LXIV; Fabbri (1968), pagg. 416-420. ↩
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(62) Corte d’Appello, pag. 205; Tribunale dell’Aquila, pagg. 326-327. ↩
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(99) Sulla “corsa al collaudo”; Palmieri (1997, pag. 125) dice che questa idea trovò accoglienza nella sentenza di rinvio a giudizio (cfr. anche Mandarino, paragrafo LXIV), ma venne respinta sia dal Tribunale (pag. 323 e segg.) sia dalla Corte d’Appello dell’Aquila, che così si è espressa (pag. 205); “La tesi, chiaramente ispirata alle correnti demagogiche che hanno accompagnato il processo di nazionalizzazione delle imprese elettriche, è priva di ogni base logica”. Il contributo statale non ancora corrisposto, 283 milioni (erano stati già liquidati 1135 milioni nel 1958 e 1959, e non 10 o 20 miliardi come capita di leggere qua e là…), sarebbe ormai entrato nelle casse dell’ENEL, come ammette anche la Merlin (nota 15. pag. 122/101). Si veda anche il capoverso “contributi governativi” al paragrafo A3. Riguardo a un ulteriore 15% della spesa totale (essendo 1135+283 il 30%), il Tribunale dell’Aquila rileva: “Non risulta che la SADE abbia avanzato alcuna domanda prima del trasferimento dell’impresa”, quindi “resta confermato che la cifra residua era solo quella di 283 milioni sopraindicata, che sarebbe stata ulteriormente liquidata a collaudo avvenuto. Questa somma, per giunta, a trasferimento avvenuto, avrebbe costituito una sopravvenienza attiva di pertinenza dell’ENEL. Pertanto, a parte l’esiguità della cifra, la tesi secondo cui, anche dopo il trasferimento dell’impresa, i tecnici, legati ancora spiritualmente alla SADE e in particolare all’ing. Biadene, avrebbero proseguito la ‘corsa al collaudo’ perché ‘con il collaudo la SADE’ potesse vedere ‘anche maturato il diritto al contributo statale’ non riesce davvero a convincere e va, pertanto, respinta” (Tribunale dell’Aquila, pagg. 326-327) ↩