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pag.96

sondaggi infatti non avevano fornito sufficienti elementi di giudizio in questo senso.

Per quanto poi riguardava il materiale che doveva riprodurre la massa della frana, i blocchetti suggeriti da me, e poi assai più autorevolmente dal professore L. Bjerrum di Oslo con una lettera del 23 gennaio 1962,1 avrebbero comportato grosse resistenze di attrito sulla superficie di movimento: resistenze che in natura non vi erano, come era dimostrato dal moto della massa. Quindi il materiale da far scendere non fu cambiato, e si usò ancora la ghiaia (fig. 40 c): questa non poteva certo provocare da sola un impatto simile a quello della parete rocciosa del Toc; gli sperimentatori ne erano ben consapevoli, e allora per arrivare a qualcosa di simile si provvide a “irrigidire” l’insieme con l’inserimento di settori rigidi verticali, e trainandolo con funi azionate da un trattore (fig. 40 d). In questo modo si poté ottenere una velocità variabile a volontà. Dato che lo scopo principale dell’esperimento era di provocare sull’acqua un impatto con diverse velocità di caduta della massa, e la difficoltà era di trovare un materiale che scivolando su quel piano fosse capace di provocarlo, ritengo questi accorgimenti validi, e anche nelle discussioni fatte nei processi si giudicò che negli esperimenti condotti ad alta velocità l’impatto così provocato non fosse molto diverso da quello di un materiale rigido.2

La suddivisione della massa in due parti. Una parte a valle del T. Massalezza e l’altra a monte. Questa ipotesi derivava dall’analisi di Müller, che distingueva varie modalità di movimento osservabili nelle varie parti della frana. Essa era ritenuta dai tecnici la più probabile nel caso si verificasse effettivamente un grande franamento: sta di fatto che tutti gli esperimenti vennero eseguiti facendo scendere quelle due parti separatamente. Nel modello, le due parti furono fatte scendere dapprima in tempi diversi in modo che i loro effetti fossero separati; ma poi in diverse prove Ghetti fece scendere la seconda parte nel momento in cui l’ondata prodotta dalla prima tornava indietro; così l’effetto “di sovralzo totale” era anche superiore a quello che si sarebbe avuto con la discesa della massa in un tempo unico.3

I tempi di caduta e i risultati. Gli esperimenti vennero effettuati con tempi di caduta da alcuni minuti fino a un minuto (corrispondente a circa 4,24 secondi nel modello, secondo il rapporto 1:√200, dato che il modello è in scala 1:200). Quest’ultimo tempo era stato sperimentato per iniziativa di Ghetti anche per meglio conoscere il rapporto tra i tempi e l’altezza dell’onda, ed era da lui stesso considerato già “eccezionalmente ridotto”. Con il tempo di un minuto le ondate ottenute, sia con il lago pieno sia con il lago a 700 m, erano corrispondenti a circa 30 metri contro la sponda


L’uso della ghiaia era stato criticato in particolare dai periti del 2° collegio (Calvino, Gridel, Roubault e Stucky 1967). Roubault aveva fatto a Nancy degli esperimenti su un modello in scala 1:830 (Roubault, 1967), i cui risultati erano stati maggiori facendo scendere, lungo delle rotaie su di un piano inclinato a pendenza costante, un carrello rigido e carico, simulante una massa compatta, con velocità diverse ottenute variando la massa di un contrappeso che funzionava mediante una carrucola (vedi fig. 41). Le ondate erano state invece minori lasciando scendere per gravità (senza carrello) materiali incoerenti: ondate maggiori per materiali più grossolani, ondate minori per materiali via via più fini, fino alla sabbia. I dati esposti nella relazione su queste esperienze non permettono una valutazione adeguata, soprattutto della taratura del modello; fra l’altro non si parla della quota dell’invaso; ma la cosa più sorprendente è che la massa di frana veniva fatta scendere per gravità, mentre a Nove nella seconda serie di esperimenti la velocità veniva impressa artificialmente dal trattore. Quindi le diverse ondate ottenute sembra si possano più facilmente attribuire alle diverse velocità raggiunte dal carrello a rotelle, e da materiali di diverse dimensioni, e quindi con attrito diverso. Invece i periti le avevano attribuite semplicemente all’impatto con l’acqua di materiali di diverse dimensioni e compattezza.

Avevano detto fra l’altro che la ghiaia usata da Ghetti cominciava prima a colmare la valle, e quella rimasta fuori non era in grado di cedere all’acqua la propria energia cinetica. Ma anche un carico di ghiaia, se fatto scendere velocemente trainato da un trattore (il tempo di un minuto corrispondeva nel modello a circa 4,24 secondi) è in grado di trasmettere all’acqua la gran parte della propria energia cinetica.

Gli stessi periti del 2° Collegio dovettero riconoscere in dibattimento la sostanziale giustezza dei risultati di Ghetti. Nell’udienza del 20 maggio 1969 (Tribunale dell’Aquila, pag. 295) “Gridel risponde: riconosco che se nel modello del prof. Ghetti fosse stata, per mezzo di un artificio, riprodotta la frana nel tempo di 2 secondi nel modello, pari ai 25 secondi nella realtà, l’onda che ne sarebbe derivata sarebbe stata corrispondente a quella reale di 200 metri. Calvino, Roubault e Stucky si dichiarano d’accordo con Gridel”. E nell’udienza del 27 maggio 1969 il prof. Votruba, consulente di parte civile, dichiarò: “È possibile, nel caso, che la ghiaia ad una velocità così elevata - si stava parlando di una velocità di 26 metri al secondo - si comporti in modo uguale come una materia compatta” (vedi anche B8).

A prescindere dalla velocità, si noti anche che le reti di canapa che trattenevano la ghiaia (fig. 40 c), una volta allentate, pur consentendo la plasticità del movimento davano comunque una certa compattezza alla fronte della frana.

Anche Ghetti fece degli esperimenti dopo la frana (vedi B8, alla fine del capoverso “Gli esperimenti di Roubault e quelli di Ghetti”). Poiché non fu possibile usare il modello di Nove per fare esperimenti con i tempi brevissimi della vera frana, dato che il modello era stato posto sotto sequestro dalla magistratura, fece un modello più piccolo, bidimensionale, a Padova, che con tali tempi diede luogo a onde e sopralzi molto vicini alla realtà.



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  1. (54) vedi Fabbri, pag. 175.

  2. (55) Dalla lettura della sentenza del Tribunale dell’Aquila (pag. 294 e segg.) e dalla perizia del 2° collegio si desume quanto segue.

  3. (56) Considerazione espressa da Ghetti nella sua relazione del 1962, e riportata da Fabbri a pagina 197 (cfr. Tribunale dell’Aquila, pag. 295). Il sovralzo totale, che negli esperimenti era misurato con vari strumenti presso la sponda opposta e la diga, oltre che con fotografie e film, è scomponibile in sovralzo “statico”, che è l’aumento di livello che rimane per effetto dell’immersione della frana nel lago, una volta raggiunto lo stato di quiete, e sovralzo “dinamico”, dovuto al moto ondoso transitorio. Il sovralzo statico dipende dal volume di frana immerso, mentre quello dinamico dipende dalla velocità e poco o nulla dal volume della frana.