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pag.95

1:200, costruito a Nove (vicino a Vittorio Veneto) nello scoperto attorno alla Centrale idroelettrica della SADE; gli esperimenti furono affidati al professore Augusto Ghetti, direttore dell’Istituto di Idraulica dell’Università di Padova. Era in assoluto il primo modello di frana costruito nel mondo, e l’idea fu di mio padre, che era un convinto sostenitore della utilità dei modelli nel campo delle costruzioni.1 Il modello esiste ancora, ed è visibile da chiunque vada a visitare la Centrale (fig. 40).

Non un modello di frana, ma dei suoi effetti idraulici. È importante precisare che più che di un modello di frana, si trattava di un modello per studiare gli effetti idraulici della caduta di una frana in un serbatoio, come afferma il titolo della relativa relazione finale. Infatti, dopo la prima serie di prove, si rinunciò al tentativo “di riprodurre nel modello il naturale fenomeno geologico della frana”, per gravità, e si cercò “di esaminare gli effetti di varie possibili frane artificiali, cioè fatte scendere sulla superficie di distacco prevista dai geologi, con differenti velocità di discesa”, ottenute trainando il materiale con un trattore.2 Nel modello fu fatta scendere nell’acqua, con modalità varie in 22 esperimenti, una massa di volume e peso corrispondenti (fatte le debite proporzioni e correzioni per il cambio di scala).

La prima serie di esperimenti (agosto-settembre 1961). Ebbi l’occasione di vedere il primo esperimento, che fu eseguito il 30 agosto 1961 con una superficie di movimento costituita da un tavolato rivestito di lamiera a inclinazione uniforme (30°): la massa in movimento era costituita da ghiaia, trattenuta dapprima con reti metalliche flessibili, mantenute in posizione con funi, allentate poi di colpo. L’impatto della ghiaia sull’acqua mi sembrava molto diverso da quello che ci sarebbe stato nel caso di una massa compatta, e osservai che si sarebbe dovuto usare un materiale diverso, e, inoltre, che la superficie di movimento avrebbe dovuto rispecchiare quella della vera frana, superficie che in quella occasione fui incaricato di precisare con la serie di profili citati nel capitolo 8. Ma in settembre, prima che le modifiche richieste venissero fatte, furono eseguite altre quattro prove orientative, una con piano inclinato ancora di 30° e tre con piano inclinato di 42°.

La seconda serie di esperimenti (gennaio-aprile 1962). Questa serie, di 17 prove, fu condotta dal 3 gennaio al 24 aprile, utilizzando una nuova superficie di scivolamento in muratura, costruita sulla base dei profili da me forniti (fig. 40).

Ma le mie richieste di variazioni avevano messo gli sperimentatori in grosse difficoltà.

Anzitutto la forma della superficie di movimento era tale da rendere molto difficile il moto rapido; d’altra parte mancavano dati precisi sul materiale nel quale la superficie di taglio si sarebbe sviluppata: i sondaggi




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  1. (52) La sua convinzione era tale da esser stato tra i principali ideatori e utilizzatori dell’ISMES (Istituto Sperimentale Modelli e Strutture) di Bergamo, nato nel 1951 sull’esempio di un istituto portoghese: diceva che i paesi più poveri, come allora erano il Portogallo e l’Italia, non potevano permettersi il lusso di non fare modelli, in quanto essi portano di solito a consistenti risparmi nella costruzione. Modelli erano stati fatti e utilizzati, per prove di carattere geomeccanico, per diverse dighe della SADE, tra le quali quelle di Pieve di Cadore e del Vaiont. Qualcuno aveva trovato le seguenti parole di Michelangelo: I più benedetti denari che si spendono a chi vuol fabbricar sono i modegli, e aveva fatto sì che una società costruttrice lo scrivesse su un portacenere, che venne diffuso, suppongo a scopo pubblicitario, negli ambienti dei costruttori. E mio padre lo esibiva nel suo studio, con mal celata soddisfazione.

  2. (53) Citazioni da una lettera di Ghetti a Biadene del 14 febbraio 1962.