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pag.46

estensione, da pieghe ad assi (ossia cerniere) di direzione EW. Più precisamente, andando da Nord a Sud, si notava una variazione graduale, per cui nella parte più settentrionale (zona Punta del Toc) comparivano banchi apparentemente orizzontali (banchi di Socchèr, b), che erano tagliati da alcune grandi fessure più o meno verticali anch’esse di direzione EW, talora aperte anche qualche metro;1 più a Sud erano presenti anche gli strati sottili Fonzaso-Socchèr (c), con le pieghe suddette, relativamente ampie, con qualche faglia; ancora più a Sud la fratturazione e il ripiegamento andavano infittendosi fino a rendere difficile il riconoscimento della giacitura degli strati.2


Figura 15 Il versante settentrionale del M. Toc visto dai pressi di Casso (E. Semenza, 1° settembre 1959). Si distingue l’intera massa della paleofrana (tranne la parte più bassa della sua parete settentrionale), divisa in due dal solco del T. Massalezza; a destra del solco nel centro della foto si notano dal basso all’alto il Pian del Toc (più piccolo), il Pian della Pozza (più grande) e i prati più alti, prossimi all’avvallamento di quota 1110 (A. nella fig. 16’). Tutta la zona della paleofrana, prevalentemente prativa, è formata da materiale roccioso corrispondente ai livelli qui chiamati “Strati sottili Fonzaso-Socchèr” (Giurassico superiore e Cretacico inferiore) e “Banchi di Socchèr” (Cretacico inferiore e parte del superiore), mentre a destra e in alto quasi tutte le zone boscate corrispondono agli affioramenti del




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  1. (24) È a questa porzione, relativamente piccola, che ritengo si riferisse Müller al paragrafo 4 del suo 2° Rapporto, del 16 agosto 1957. Accennando ad una massa rocciosa di circa 1 milione di m³ situata a circa un km dalla diga: a questa stessa zona pare che si riferiscano le frasi “presenta seri pericoli di slittamento”, e “può essere facilmente asportata o messa in movimento di slittamento” (nota 14, capitolo 3).

  2. (25) Per quanto riguarda la fratturazione, è da notare che su tutta la massa non esisteva neppure un solo corso d’acqua, e la valle del Torrente Massalezza, che la divideva in due (probabilmente scavata prima dell’antico franamento, che aveva provocato la fratturazione della massa), era quasi costantemente all’asciutto. Più precisamente, esisteva una sorgente a monte della massa di frana al suo contatto con il calcare del Vaiont (a q. 900 circa). La sua portata era di norma scarsissima, meno di un litro al minuto, ma aumentava molto durante le piogge. Nel tratto a valle si formava un corso d’acqua temporaneo, di portata mai rilevata, che comunque andava scemando rapidamente verso valle, senza mai arrivare fino alla parete settentrionale. Ciò era segno che l’acqua piovana penetrava tutta e subito nell’interno attraverso le numerosissime fratture più o meno largamente aperte, per uscire da sorgenti situate alla base della massa; una di esse era ben visibile a Ovest del “Pinnacolo” (cioè dell’estremità NW del Pian del Toc). Questi fatti dimostrano che la massa in frana era un acquifero, indipendente da ciò che si trovava al di sotto di essa (vedi capitolo 16).