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pag.262

di un piccolo cono alluvionale, ben visibile fin dal mattino del 10 ottobre. Come mai, se la massa aveva spinto in avanti e in alto il Colle Isolato, adesso non lo toccava più? Lo studio dettagliato di affioramenti rocciosi, presenti nella suddetta incisione, estremamente fratturati ma con le connessioni stratigrafiche ben conservate e con gli strati ripiegati, permette di affermare che essi corrispondono alle marne della parte basale della massa, parte che immediatamente dopo lo scivolamento era presente fino a quota alquanto maggiore: ma essa è stata erosa subito dopo dall’enorme ondata (fig. 29, profilo 8), che qui aveva raggiunto un’altezza circa 200 metri maggiore di quella del ciglio della diga, e nel riflusso si era diretta in buona parte verso di essa. La pressione esercitata da questa ondata, molto forte sia per la sua altezza sia per la grande velocità, e la scarsa compattezza degli “strati sottili Fonzaso-Socchèr” presenti in quel tratto, possono ben spiegare l’incisione, anche se la durata del fenomeno è stata molto breve, e se l’altezza della colonna d’acqua è andata diminuendo molto rapidamente; negli ultimi minuti della sua attività questo flusso, divenuto meno violento, depositò su quegli affioramenti un leggero strato di sedimento torrentizio, ancora ben visibile. Ne consegue che su questo punto l’ipotesi da me data precedentemente (Semenza, 1965), a dir la verità senza molta convinzione, non è più valida: avevo infatti immaginato che la massa, dopo essere risalita verso Nord sul versante opposto, fosse poi ridiscesa un po’ verso Sud, lasciando il Colle Isolato nella nuova posizione.

  1. Rossi e Semenza (1965).

  2. E. Semenza (1965).

  3. Müller e Broili (20-11-1963); Müller (8-12-1963).

  4. Più precisamente, la suddetta analogia esiste, ma con varianti importanti. Infatti tra le due zone vi è una faglia di direzione all’incirca NS (CTr), a Est della quale tutta la serie delle formazioni geologiche viene a trovarsi qualche decina di metri più in basso che nella zona della frana; per di più in essa la giacitura degli strati è analoga soltanto nella parte più alta, mentre più in basso compare una piega ben documentata, debolmente rovesciata verso Nord, ad asse di direzione all’incirca EW, per cui il livello stratigrafico che ha permesso lo scivolamento della grande frana non affiora più nel versante, ma si immerge andando a finire poi molto al di sotto del fondovalle. La situazione è quindi assai diversa dal punto di vista della stabilità (vedi fig. 48). Ma si sarebbe dovuto tener conto soprattutto del fatto che le misure topografiche durante gli anni precedenti, estese per sicurezza anche a questa zona (ad esempio, il caposaldo 15 indicato in fig. 30), non avevano mai denunciato alcun movimento. Tutto ciò venne esposto all’ENEL informalmente da me e da Rossi già nel novembre del 1963 e più tardi ufficialmente con le relazioni citate nel testo; ma anche chi era d’accordo con questo nostro giudizio non volle convalidarlo.

  5. Paolini alle pagine 109-110 del suo libro lo chiama Muro della Vergogna e sarebbe interessante sapere perché è nato questo nome: forse perché chi l’ha progettato dovrebbe vergognarsi, dato che non sarebbe servito a nulla, come gli ertani avevano sempre intuito? Muro del Pianto invece fa pensare a quello di Gerusalemme, dove gli ebrei osservanti ricordavano piangendo il passato glorioso della loro città, e questo nome mi sembra più in tema con tutta la vicenda. Il muro venne poi demolito nella primavera del 1998.

  6. Comunque sia stata questa conduzione, non si può passare sotto silenzio la parte avuta dall’ENEL nella vicenda. Questo è stato sottolineato da Palmieri (1997), di cui riporto



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