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“Gridel risponde: riconosco che se nel modello del prof. Ghetti fosse stata, per mezzo di un artificio, riprodotta la frana nel tempo di 2 secondi nel modello, pari ai 25 secondi nella realtà, l’onda che ne sarebbe derivata sarebbe stata corrispondente a quella reale di 200 metri. Calvino, Roubault e Stucky si dichiarano d’accordo con Gridel”. E nell’udienza del 27 maggio 1969 il prof. Votruba, consulente di parte civile, dichiarò: “È possibile, nel caso, che la ghiaia ad una velocità così elevata - si stava parlando di una velocità di 26 metri al secondo - si comporti in modo uguale come una materia compatta” (vedi anche B8).
A prescindere dalla velocità, si noti anche che le reti di canapa che trattenevano la ghiaia (fig. 40 c), una volta allentate, pur consentendo la plasticità del movimento davano comunque una certa compattezza alla fronte della frana.
Anche Ghetti fece degli esperimenti dopo la frana (vedi B8, alla fine del capoverso “Gli esperimenti di Roubault e quelli di Ghetti”). Poiché non fu possibile usare il modello di Nove per fare esperimenti con i tempi brevissimi della vera frana, dato che il modello era stato posto sotto sequestro dalla magistratura, fece un modello più piccolo, bidimensionale, a Padova, che con tali tempi diede luogo a onde e sopralzi molto vicini alla realtà.
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Considerazione espressa da Ghetti nella sua relazione del 1962, e riportata da Fabbri a pagina 197 (cfr. Tribunale dell’Aquila, pag. 295). Il sovralzo totale, che negli esperimenti era misurato con vari strumenti presso la sponda opposta e la diga, oltre che con fotografie e film, è scomponibile in sovralzo “statico”, che è l’aumento di livello che rimane per effetto dell’immersione della frana nel lago, una volta raggiunto lo stato di quiete, e sovralzo “dinamico”, dovuto al moto ondoso transitorio. Il sovralzo statico dipende dal volume di frana immerso, mentre quello dinamico dipende dalla velocità e poco o nulla dal volume della frana.
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Motto che sembra voler esprimere la continua incontentabilità dei ricercatori, fatto proprio dalla famosa Accademia del Cimento, fondata a Firenze nel 1657 da Leopoldo dei Medici. Ma Dante (Paradiso, 3, 39) aveva usato le stesse parole con un significato diverso, poiché “provando” equivaleva a dimostrando e “riprovando” equivaleva a confutando!
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Carlo Semenza morì verso le otto di mattina di lunedì 30 ottobre del 1961, dopo meno di 24 ore di coma passate all’Ospedale al Mare del Lido di Venezia. Era stato colpito da emorragia cerebrale in casa sua, poco dopo il ritorno dalla messa domenicale nella chiesa della sua parrocchia, S. Maria Elisabetta del Lido, dove era andato con mia madre. L’ultima domenica di ottobre era allora la festa di Cristo Re, e aveva quindi ascoltato la lettera di S. Paolo ai Colossesi (1,12-20) e il vangelo di S. Giovanni (18, 33-37), e anche la predica sulle medesime letture: mi conforta pensare che gli fossero ancora nella mente le parole di Paolo, secondo il quale Gesù è venuto per pacificare, “mediante il sangue della sua croce, le cose della terra e le cose del cielo” e le parole di Gesù a Pilato: “Il mio regno non è di questo mondo”, nonché la preghiera dopo la comunione, con la quale il celebrante aveva invocato per tutti di potere, “avendo ricevuto questo alimento d’immortalità… per sempre regnare con Lui nella celeste dimora”. Con in mente queste parole forse è entrato nel mistero della morte con quella tranquillità che gli era mancata nell’ultimo anno. Certamente, poco prima di entrare in coma aveva avuto chiara la percezione della fine e lo disse a mia madre, che lo rincuorò e gli portò un caffè, che non riuscì a bere. Fino a quel momento era stato nel pieno delle sue forze, e addirittura dal 6 al 16 ottobre aveva affrontato
