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pag.257

  1. I movimenti dei ghiacciai vallivi sono spesso accompagnati da fessurazioni della loro massa che si muove verso valle, fessurazioni che variano a seconda dell’andamento della superficie della roccia sottostante: oltre ai noti crepacci, che si aprono dove il substrato ha un rilievo positivo trasversale, vi sono altre fessure, anch’esse di direzione trasversale a quella del moto, ma non aperte, che si possono formare quando il substrato passa da un’inclinazione maggiore, in alto, a una minore in basso. Allora nella parte in basso i corpi tabulari individuati dalle fessure subverticali, spinti dai corpi retrostanti e frenati alla base, tendono ad esser ribaltati in avanti, con un effetto “a domino”, che determina in superficie la comparsa di gradini “antitetici”, che formano cioè una “scala particolare”, su cui si sale anche se in ogni gradino il margine superiore è più alto di quello inferiore del gradino successivo, sito più a monte. A quest’ultimo tipo andavano ascritte le fessure osservate da Müller nella zona della Pozza (fig. 39). Perciò la loro comparsa costituiva una conferma sia dei movimenti, sia dell’andamento poco inclinato di questa parte della superficie di scivolamento della frana. Si tratta comunque quasi sempre di movimenti lenti, e a questo proposito si deve precisare che l’autore parlava anche di fenomeni di creep, il che ha dato luogo a speculazioni varie. Occorre precisare che questo termine, che di solito qualifica un movimento visco-plastico senza particolari accelerazioni, è usato da specialisti di varie discipline con significati un po’ diversi, per cui, secondo me e altri, sarebbe auspicabile limitarlo o precisarne il significato di volta in volta. Ad esempio, si auspica, da parte di chi cura la classificazione dei movimenti di versante (Varnes, 1978), di riservare questo termine a movimenti lenti e superficiali di materiale sciolto. Ma effettivamente i geomeccanici (cioè i “meccanici delle rocce”) da molto tempo lo usano per indicare movimenti lenti anche in materiale roccioso situato in profondità, e anche nei ghiacciai. Nel caso specifico può esserci stato fraintendimento da parte di qualcuno, non tra questi due significati, come hanno pensato i periti del secondo collegio, (in particolare Roubault alle pagg. 36 e seguenti della parte III di Calvino et al., 1967), ma nel senso che sentendo parlare di creep ha ritenuto che si trattasse di movimenti comunque lenti e non suscettibili di grosse accelerazioni.

  2. Perciò il movimento tipo ghiacciaio del settore inferiore dell’area occidentale era dovuto alla debole inclinazione della superficie di movimento: sul retro della porzione di massa qui esistente premeva la porzione più meridionale, la quale era appoggiata su quella parte della superficie di movimento che era molto inclinata. L’area più orientale era invece praticamente tutta appoggiata su una superficie di scivolamento molto inclinata, ma si muoveva poco perché nella porzione bassa questa superficie probabilmente non coincideva più con le superfici di stratificazione, ma le tagliava: in tal modo si creava un notevole ostacolo al movimento. Un altro ostacolo al movimento di quest’area, evidenziato specialmente da Hendron e Patton (1985), è l’attrito lungo il grande piano di faglia che limitava a Est la massa instabile. Da queste differenze nel tipo di movimento, evidenziate dall’acuta analisi di Müller, nacque invece in qualcuno, e forse anche in lui, l’idea che nel prosieguo le due parti avrebbero potuto staccarsi l’una dall’altra, scendendo con modalità diverse. Ciò in realtà contrastava con l’aspetto unitario che essa aveva alla sua fronte.

  3. Con la parola acquifero (che sta per “corpo acquifero”) si intende qualsiasi corpo geologico che può contenere acqua e cederla.



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