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♦ I “còmpiti” delle mogli. A pagina 85 si conclude poi la “orazione finale” su C. Semenza e G. Dal Piaz, con un capoverso sui “còmpiti” delle mogli e dei conoscenti degli uomini straordinari, che come tali sono anche pericolosi per l’umanità. Qui il Paolini si lascia andare, purtroppo, ad una espressione poco nobile, consigliando colpi che nella noble art (pugilato), ma anche nella lotta cosiddetta libera, sono espressamente vietati.
♦ “Quel contestatore”: i rapporti tra Carlo e Edoardo Semenza. Da ultimo, in questa parte devo commentare i passi dove si immaginano i rapporti tra C. Semenza e me. Alle pagine 58-59 si dice che io (“quel contestatore, quel capellone”) sono stato incaricato da mio padre contro voglia, soltanto dopo le indagini di Müller e di Caloi, per la necessità di dirimere una controversia tra i due. La cosa, oltre che ridicola, è totalmente errata, come ho già scritto quando ho esposto la cronistoria delle ricerche, nei capitoli 5-8 (ma siccome l’ha detta Tina Merlin, cfr. A6, Paolini ci crede!).
♦ Non era il primo incarico! Ma a questo punto mi preme osservare che questo non era il primo incarico che avevo dalla SADE, e quindi da mio padre. Già pochi mesi dopo la laurea, fui incaricato (1956) di esaminare un progetto per una traversa (piccola diga) sul Piave a Belluno e di studiare la geologia della zona tra Vodo (sul T. Boite) e Pontesei (sul T. Maè), al fine di conoscere le caratteristiche delle rocce da attraversare con la costruenda galleria. In particolare questo studio aveva permesso di adottare accorgimenti utili per prevenire eventuali conseguenze pericolose, e mi aveva procurato la fiducia di tutti, mio padre compreso.1 Che poi io esprimessi le mie idee senza paura penso che, da parte sua, fosse considerato un fatto positivo e non un difetto; inoltre non ho mai contraddetto nessuno per partito preso. Per quanto invece riguarda il “capellone” (qualifica che Paolini smentisce subito dopo) la cosa mi secca un po’, perché ho sempre preferito andare dal barbiere piuttosto regolarmente.
♦ “Lui non parla col figlio, ma scrive”. Forse l’idea di un contrasto con mio padre deriva dal fatto che lui mi ha scritto. E Paolini commenta: “Lui non parla col figlio, ma scrive” (pag. 65). Ma in quel caso, come in altri, si trattava di una richiesta di ufficio, che riteneva necessario formalizzare; e poi io abitavo a Ferrara e lui a Venezia.

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(111) Vedi anche C. Semenza (1962). ↩