pag.174
viene bene” (pagg. 16-17). E la folla di strumenti, completamente inutili in quella fase preliminare dello studio, che da come Paolini lo descrive doveva essere un sopralluogo, che molto probabilmente non durò più di un giorno. Per le misure con gli strumenti saranno certamente intervenuti in seguito i tecnici specializzati.1
♦ Orazione in memoria dei padri della diga. A pagina 83 arriva al giudizio finale per i due protagonisti dell’impianto, giunti al Vaiont a bordo del sidecar, anche se, a pagina 16, aveva scritto che erano “forse” sul sidecar e a pagina 36 che il sidecar se l’è inventato.
♦ Carlo Semenza. A parte questa nota ricorrente or ora commentata, che evidentemente lo diverte, passa a qualcosa di più pesante, e spara su Carlo Semenza dicendo praticamente che per realizzare il suo rapporto con la montagna e con Dio (!) riteneva di poter fare a meno di occuparsi di uno che fosse stato colpito da un sasso, smosso in conseguenza del suo camminare in montagna. È un’affermazione grave, che sembra fatta per distruggere la memoria di una persona, ma che contrasta con quanto pensano quelli che l’hanno conosciuto, oltre che con la cultura degli alpinisti.2
♦ Giorgio Dal Piaz. Su di lui, a dir la verità, in questo punto del libro non si dà un giudizio, che invece traspare da tutta la narrazione. Ad esempio, a pagina 36, dopo averlo descritto come funzionario (nel 1929) del Magistrato alle Acque di Venezia, passato poi alla Cattedra di Geologia di Padova, mentre la sua “carriera” era stata ben diversa, lo fa apparire come un povero vecchietto,3 succube di C. Semenza, che addirittura gli detta il testo della relazione geologica! Qui c’è un equivoco. È vero che Dal Piaz era molto vecchio, e come tale un po’ limitato nei movimenti (molto meno però della maggior parte dei suoi coetanei), ma era tutt’altro che arrendevole. Per quanto riguarda le relazioni “dettate” occorre precisare anzitutto che, per i geologi che fanno studi applicativi, c’è sempre stata (adesso meno) una certa difficoltà a capire quali sono le esigenze degli ingegneri ai quali spetta la responsabilità dei progetti e della costruzione. Nel caso in questione, la fiducia e la stima reciproca, della quale posso dare piena testimonianza, erano tali che le frasi della lettera riportate da Paolini, e da innumerevoli altri autori, possono venire interpretate senza pensare a cose come la “circonvenzione di incapace” o altro.4

-
(107) Per inciso Carlo Semenza non guidava neanche l’auto, che non aveva (la prima auto che comperò, nel 1945, su pressione dei miei fratelli più grandi, fu un gippone americano, residuato bellico; con quello facevamo le gite durante le vacanze, e su quello imparai a guidare, anni dopo). Quando girava per lavoro in auto, chi guidava era un autista della Società, così lui poteva riposarsi, o pensare alle incombenze che lo aspettavano, o parlare con chi era con lui, e guardare in giro quand’era sul posto di lavoro. Aveva guidato mezzi militari durante la prima guerra mondiale, alla quale aveva partecipato da volontario nel Genio, ma poi aveva smesso ben volentieri, e per tutta la vita. ↩
-
(108) La passione per l’alpinismo si era sviluppata in lui fin da giovanissimo. Già qualche anno prima della prima guerra mondiale aveva fondato a Milano, assieme ad amici e parenti più o meno coetanei, una società “Cicloalpina”; i soci (e le socie) partivano in bicicletta col sacco da montagna sul portapacchi e arrivavano ai piedi dei grandi massicci nella zona di confine della Lombardia; finita l’ascensione ritornavano in bici a Milano. Trasferitosi a Vittorio Veneto nel 1919, assieme ad amici promosse subito attività alpinistiche, e nel 1925 arrivò a fondare la sezione locale del CAI, della quale fu il primo presidente. Aveva un grande rispetto per la montagna e per quelli che la frequentavano, rispetto che inculcò con l’esempio e con la parola in noi figli, nelle innumerevoli gite che ci fece fare: in particolare ci raccomandava di non lasciare mai resti dei pasti, e di non smuovere i sassi, né tanto meno lanciare alcunché nel vuoto, perché “potrebbe esserci qualcuno sotto”. ↩
-
(109) Un sensibile decadimento deve essere intervenuto più tardi, probabilmente dopo la frana del 4 novembre 1960, quando fu chiaro che la sua idea era errata e si sentì superato dai fatti, ma soprattutto dopo l’incidente d’auto del 17 ottobre 1961 avvenuto a Vittorio Veneto, di ritorno dal Vaiont, nel quale rimase contuso, e dal quale non si riprese più, fino al giorno della sua morte (20 marzo 1962). ↩
-
(110) Su questa lettera si veda anche la seconda parte del paragrafo A4. ↩