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pag.148

cabina comandi della diga”. A questo proposito si veda quanto ho scritto più sopra (capitolo 8). Nella stessa ottica si può vedere il fatto che la relazione, una volta consegnata alla società, senza le attenuazioni richieste, non sia poi stata consegnata a nessuno: è tuttavia da precisare che certamente la Commissione di Collaudo ne conosceva il contenuto.

Il costruttore e le montagne. Infine è da notare il commento al testo di C. Semenza, estesamente riportato, sulle costruzioni idroelettriche nel contesto delle Dolomiti Orientali (pagg. 74-75/62-63). Il testo (C. Semenza, 1950) esprime l’atteggiamento mentale di mio padre di fronte al lavoro che l’ha impegnato per tutta la vita. La Merlin è nel giusto quando dice che lui era convinto di essere un benemerito della nazione. Come si può dargli torto, quando si pensa a tutte le realizzazioni compiute per soddisfare la continua richiesta di aumento della produzione di energia elettrica, bene indispensabile, e quindi non per volontà di guadagno, ma per la necessità di accompagnare e favorire lo sviluppo dell’economia italiana? L’aumento era a quel tempo giustamente richiesto a gran voce da tutti i partiti italiani, nonché dai sindacati, e continua ad essere necessario anche oggi. All’epoca la produzione era quasi tutta ottenuta con impianti idroelettrici, e chiaramente ogni sforzo fatto in questa linea doveva tendere al massimo. Come ogni altra attività umana, la costruzione di impianti idroelettrici comporta dei sacrifici, soprattutto nelle zone dove si creano gli invasi. Ciò era molto chiaro a mio padre, che auspicava apertamente soluzioni diverse, a respiro europeo, ad esempio, che non imponessero sacrifici alle nostre montagne, dove tra l’altro l’acqua è relativamente scarsa. E vedeva il suo “destino” legato a questo problema. Ma in attesa di soluzioni allora soltanto auspicabili, cercava di costruire impianti che facessero il minor guasto possibile alle nostre montagne. Pensare diversamente di lui mi sembra veramente ingiusto. Certo la costruzione di dighe, specialmente di quelle ad arco, era un’impresa che lo stimolava fortemente. E quella del Vaiont era “uno dei sogni” della sua vita, come ha scritto all’amico professor Francesco Marzolo nel 1953. Ma proprio da quella lettera si può ricavare anche il grande equilibrio che lo caratterizzava, al punto di consigliare addirittura di aspettare a parlarne, fino al momento in cui la realizzazione sarebbe divenuta possibile.



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