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Nel paese di Erto non si ebbe nessun danno, mentre furono distrutte alcune case fuori dal centro e i fabbricati alle quote più basse della frazione di S. Martino. L’ondata aveva raggiunto quote diverse, a causa dei costoni che rendono irregolare il versante, in corrispondenza dei quali l’acqua si alzava di più, mentre si riabbassava subito dietro di essi.
Una parte dell’onda, scendendo dalle alte quote raggiunte sul versante destro a Casso e dintorni, si riversò anche sulla massa franata, trascinando detriti antichi o frammenti strappati dalla superficie dell’ammasso roccioso, e distribuendoli nelle zone dove il suo moto era meno veloce (fig. 43): parte di quest’acqua venne a ristagnare nella parte più bassa della Valle del T. Massalezza, che ora risultava pendente verso Sud a causa della rotazione subita durante il franamento. Sulla massa franata tutti i fabbricati esistenti risultarono distrutti dall’onda, a eccezione di due: la Casera di Attilio Manarin, in località Piana Soi, che in origine era a q. 974 sul lobo orientale (e ora è a q. 813), che fu però completamente diroccata dalle scosse verificatesi durante il movimento,1 e la Casera Pierin, lungo la strada, circa 500 metri a Est dell’alveo del Massalezza, che fu invece sepolta dal lobo occidentale, qui sovrascorso per circa 100 metri sopra la massa principale, come dirò nel capitolo seguente.
In valle del Piave le distruzioni furono molto più gravi (fig. 3), e i morti furono in numero molto superiore: la frazione di Vaiont e le altre sul fondovalle cancellate totalmente, Longarone distrutta quasi completamente (lasciando integra la parte più a Nord, col municipio e la scuola), e lo stesso avvenne per le frazioni di Villanova e Faè, mentre danni minori si ebbero a Codissago, e ancor meno a Castellavazzo e Dogna. Dopo aver colpito Longarone l’ondata si divise in due: una parte risalì nella valle verso Nord fino a Davestra, dove distrusse il ponte sul Piave e poi tornò indietro, mentre l’altra si diresse verso Sud, distrusse Pirago lasciando intatto soltanto il campanile della chiesetta del cimitero, e discese per la valle fino al mare, facendo danni soprattutto nelle case di Borgo Piave a Belluno.

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(69) È probabile che ciò sia avvenuto anche per gli altri fabbricati esistenti sulla massa franata, prima di venir colpiti e cancellati dall’onda di ritorno. Risulta anche che alla Casera Nelve due anziani coniugi siano periti perché gli incaricati dello sgombero non li avevano trovati. ↩