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9. La frana del 4 novembre 1960
Come si è detto, i primi movimenti misurati si erano verificati nel maggio 1960, con l’invaso a quota 595 circa (vedi fig. 53), e avevano riguardato i punti di misura più settentrionali, cioè i più vicini alla parete settentrionale (PN); i movimenti andarono poi aumentando di velocità ed estendendosi gradualmente agli altri punti di misura, posti più a Sud. Col lago a q. 645 circa, probabilmente verso la fine ottobre, cominciò ad aprirsi una grande fessura a forma grossomodo di M (fig. 30), di oltre due chilometri di lunghezza, che ricalcava il margine meridionale (fig. 33) e le porzioni più alte dei margini occidentale e orientale della massa della paleofrana: margini individuati nelle grandi linee dalle mie ricerche dell’estate precedente. La sua larghezza lungo il margine superiore (meridionale) era tra i 50 e i 100 cm, e il piano di movimento si immergeva in profondità verso Nord con inclinazione media di 30-40°. Lungo il margine occidentale si osservavano fenomeni che denotavano il carattere trascorrente della rottura, cioè il fatto che la massa si muoveva parallelamente al margine (fig. 34).
Il 4 novembre 1960, sulla fronte della massa così individuata, e precisamente sul ripido versante a Nord del Pian della Pozza, circa 200 metri a Nord della strada si staccò una grande “fetta” larga circa 350 metri di materiale roccioso, già individuata precedentemente (fig. 35), che scivolò verso valle su una superficie di movimento leggermente concava (fig. 36), sbriciolandosi e provocando un’ondata di 2 metri, la quale infrangendosi contro la diga raggiunse un’altezza di una decina di metri. Si trattava di circa 700.000 m³ (fig. 37), e cioè una piccolissima parte frontale1 della massa totale in movimento (vedi fig. 29, profili 6 e 7).
♦ Interpretazioni discordanti. È da registrare tuttavia che il movimento dell’intera massa, che ha fatto comparire la fessura perimetrale “a M”, e subito dopo ha provocato la frana, non fu interpretato in modo unanime. In particolare Penta2 ritenne possibile, e anzi più probabile, che il movimento avvenisse non su una superficie di rottura profonda, come sostenuto da me e da Müller, ma superficiale, ossia a debole profondità. Ma è per me inspiegabile, oggi come allora, che uno specialista così famoso abbia avanzato una simile ipotesi, che contrastava sia con le osservazioni di campagna,

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(34) Circa 700.000/250.000.000, cioè circa 1/357 del totale. ↩
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(35) Francesco Penta, professore di Geologia Applicata alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma, autore di numerose pubblicazioni sulle frane, componente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e della Commissione di Collaudo della diga del Vaiont. Si veda in A3 il capoverso “Commissione di Collaudo”. ↩