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♦ Galleria di sorpasso e piezometri. L’idea della galleria in destra era già stata avanzata durante la riunione del 16 novembre 1960; ma era chiaro che erano previsti nuovi sviluppi della ricerca, al fine di conoscere meglio la situazione e soprattutto il comportamento dell’acqua all’interno del versante sinistro, e di precisare altri possibili interventi. In particolare Müller affermava che, mediante l’installazione di piezometri (tubi attrezzati con strumenti per la misurazione della pressione dell’acqua), si sarebbero ottenuti i dati necessari per trovare il metodo che regolasse, come più sopra accennato, la velocità del movimento.
♦ Diagnosi di Müller sulla frana. Ciò premesso, si deve riconoscere anzitutto che in questo rapporto, l’autore, partendo dalla relazione Giudici-Semenza del giugno 1960, descriveva magistralmente i fenomeni che si erano verificati nell’autunno 1960. Ma parlando della paleofrana, cioè dell’antica frana da me individuata e descritta nella nostra relazione, e che nel 1960 si era riattivata, affermava invece che in passato doveva essersi mossa soltanto con piccoli spostamenti; da altri suoi scritti risulterebbe che fosse rimasto di questa idea anche dopo il 1963.
♦ La divisione in due parti. L’autore avanzava anche l’idea che la frana fosse divisibile in due parti, separate dal corso del T. Massalezza; ciò, a mio avviso, si giustificava con la necessità di descrivere le differenti modalità dei movimenti, che si osservavano in superficie nelle diverse zone della frana. Infatti, una diversità di velocità e di tipo di movimento è piuttosto frequente, specialmente nel caso di grandi masse franose, ed è spiegabile con le differenze nella pendenza e nella resistenza d’attrito lungo la superficie di scivolamento, o nella consistenza del materiale.
Differenze all’interno della massa in frana. In questo caso, in particolare, Müller riconobbe, nella porzione più bassa della parte occidentale, un movimento “tipo ghiacciaio”1 (fig. 39, da Müller 1964’), movimento che mancava nella parte orientale. Ma giustamente spiegò la differenza con l’irregolarità della forma della superficie di scivolamento (vedi fig. 28, profilo a), dovuta ai grandi ripiegamenti avvenuti durante la formazione della catena alpina: l’area poco inclinata della parte più settentrionale di quella superficie, estesa a occidente fin sotto il Pian della Pozza, si andava infatti restringendo progressivamente verso oriente, fino quasi ad annullarsi, in quanto la cerniera della sinclinale aveva una direzione obliqua rispetto a quella della parete sinistra della gola.2

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(45) I movimenti dei ghiacciai vallivi sono spesso accompagnati da fessurazioni della loro massa che si muove verso valle, fessurazioni che variano a seconda dell’andamento della superficie della roccia sottostante: oltre ai noti crepacci, che si aprono dove il substrato ha un rilievo positivo trasversale, vi sono altre fessure, anch’esse di direzione trasversale a quella del moto, ma non aperte, che si possono formare quando il substrato passa da un’inclinazione maggiore, in alto, a una minore in basso. Allora nella parte in basso i corpi tabulari individuati dalle fessure subverticali, spinti dai corpi retrostanti e frenati alla base, tendono ad esser ribaltati in avanti, con un effetto “a domino”, che determina in superficie la comparsa di gradini “antitetici”, che formano cioè una “scala particolare”, su cui si sale anche se in ogni gradino il margine superiore è più alto di quello inferiore del gradino successivo, sito più a monte. A quest’ultimo tipo andavano ascritte le fessure osservate da Müller nella zona della Pozza (fig. 39). Perciò la loro comparsa costituiva una conferma sia dei movimenti, sia dell’andamento poco inclinato di questa parte della superficie di scivolamento della frana. Si tratta comunque quasi sempre di movimenti lenti, e a questo proposito si deve precisare che l’autore parlava anche di fenomeni di creep, il che ha dato luogo a speculazioni varie. Occorre precisare che questo termine, che di solito qualifica un movimento visco-plastico senza particolari accelerazioni, è usato da specialisti di varie discipline con significati un po’ diversi, per cui, secondo me e altri, sarebbe auspicabile limitarlo o precisarne il significato di volta in volta. Ad esempio, si auspica, da parte di chi cura la classificazione dei movimenti di versante (Varnes, 1978), di riservare questo termine a movimenti lenti e superficiali di materiale sciolto. Ma effettivamente i geomeccanici (cioè i “meccanici delle rocce”) da molto tempo lo usano per indicare movimenti lenti anche in materiale roccioso situato in profondità, e anche nei ghiacciai. Nel caso specifico può esserci stato fraintendimento da parte di qualcuno, non tra questi due significati, come hanno pensato i periti del secondo collegio, (in particolare Roubault alle pagg. 36 e seguenti della parte III di Calvino et al., 1967), ma nel senso che sentendo parlare di creep ha ritenuto che si trattasse di movimenti comunque lenti e non suscettibili di grosse accelerazioni. ↩
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(46) Perciò il movimento tipo ghiacciaio del settore inferiore dell’area occidentale era dovuto alla debole inclinazione della superficie di movimento: sul retro della porzione di massa qui esistente premeva la porzione più meridionale, la quale era appoggiata su quella parte della superficie di movimento che era molto inclinata. L’area più orientale era invece praticamente tutta appoggiata su una superficie di scivolamento molto inclinata, ma si muoveva poco perché nella porzione bassa questa superficie probabilmente non coincideva più con le superfici di stratificazione, ma le tagliava: in tal modo si creava un notevole ostacolo al movimento. Un altro ostacolo al movimento di quest’area, evidenziato specialmente da Hendron e Patton (1985), è l’attrito lungo il grande piano di faglia che limitava a Est la massa instabile. Da queste differenze nel tipo di movimento, evidenziate dall’acuta analisi di Müller, nacque invece in qualcuno, e forse anche in lui, l’idea che nel prosieguo le due parti avrebbero potuto staccarsi l’una dall’altra, scendendo con modalità diverse. Ciò in realtà contrastava con l’aspetto unitario che essa aveva alla sua fronte. ↩