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pag.21

Proseguimmo quindi sempre a piedi e, attraversato il Piave su alcune tavole di legno,1 potemmo avere un quadro generale della distruzione avvenuta nel paese di Longarone e a Pirago (fig. 3). Risalimmo poi il ripido versante, in basso arrampicandoci sulle rocce denudate dalla grande ondata (fig. 4) e in alto aggrappandoci agli arbusti, fino all’imbocco della prima delle Gallerie S. Antonio Alte, bagnata ma sgombra. Usciti dalla prima galleria, vedemmo la diga, e qui, presso l’imbocco della seconda, dovemmo scavalcare un ammasso di circa 150 m³ di blocchi rocciosi, crollati da un piccolo “tetto” della parete soprastante, staccati evidentemente dalla violenza dell’acqua. Le gallerie successive, che terminano poco a monte della diga, erano quasi piene di detriti, trascinati dall’acqua.2 Restava un piccolo spazio al di sotto della volta, per cui potemmo passare abbastanza agevolmente, quasi carponi. E all’uscita avemmo la prima visione della frana.


decrescenti rapidamente fino a Villa Malcolm: sulla sinistra, dietro al colle di Pirago, si vede la valle del Maè, dove in un grande slargo a monte del ponte della ferrovia si sono fermati molti dei cadaveri, qui portati dall’onda (cfr. fig. 42). Al posto di Longarone c’è una grande distesa di detrito e di ghiaia, strappati dall’onda nella valle del Vaiont e soprattutto nell’alveo del Piave, dove si è creata una grande buca, e quindi un lago, visibile in basso a sinistra (cfr. fig. 4, e la nota 31).




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  1. (3) L’alveo, spostato alquanto verso Est rispetto a prima della frana, era piuttosto stretto e poca acqua scorreva in superficie, probabilmente perché l’ondata, risalita lungo la valle, ridiscendendo da Davestra aveva trasportato ghiaia che si era fermata qui, dove il corso d’acqua era stato improvvisamente ristretto per l’arrivo del materiale trasportato dalla prima ondata, cioè quella uscita dalla valle del Vaiont. Più precisamente, quella che si vedeva era una situazione complessa: il materiale trasportato dalla prima ondata si trovava in fondovalle soltanto sui due lati del suo percorso, dove la violenza del getto d’acqua era minore, mentre davanti all’uscita della gola si era formata una grande buca perché qui la violenza del getto era estremamente forte, e quindi tutto il materiale ghiaioso, assieme ai detriti trasportati dal getto, aveva investito il centro di Longarone, distruggendo i fabbricati e poi depositandosi seppellendo ogni cosa. L’ingente quantità del materiale, trasportato e deposto lungo la valle del Piave dall’ondata di ritorno, non era ancora stata asportata dall’acqua del fiume, allora non in piena, e perciò poteva contenerla quasi tutta al suo interno. Invece gran parte della buca suddetta non era stata ancora colmata, e quindi era piena d’acqua (figg. 3 e 4). ↩2

  2. (4) Questi detriti erano stati deposti secondo il processo normale dei corsi d’acqua non turbolenti: si trattava cioè di depositi alluvionali con “gradazione normale”, ossia con gli elementi più grossolani in basso e quelli via via più fini verso l’alto. Ciò significa che, come era logico dato che sono stati gli ultimi depositi dell’acqua al termine del processo di tracimazione, il flusso era ormai relativamente lento e quindi tranquillo: in queste condizioni il deposito non è caotico, ma ben stratificato, e la dimensione dei frammenti depositati va diminuendo con il diminuire della velocità.