pag.203
Dopo l’elencazione, Palmieri conclude che un nascondimento non vi fu mai, perché in sostanza tutto era stato comunicato regolarmente, sia al Genio Civile, sia a Penta che faceva parte della Commissione di Collaudo, e chiude l’argomento dicendo che (sempre citando la suddetta sentenza) “le omissioni, le lacune e le variazioni lamentate ‘non assurgono mai al rango di nascondimenti tali per cui si possa dire che sia stata impedita la previsione delle modalità dell’evento reale’ ”.
Il Tribunale cita poi continue visite al Vaiont in occasione di congressi ecc., anche negli ultimi mesi. Per quanto riguarda i rapporti quindicinali che venivano inviati, nota che “la parte principale e più estesa” di ogni rapporto era costituita dai diagrammi, che erano “la parte di più immediata e convincente lettura”. E non risulta che questi “siano stati alterati o arbitrariamente ridotti”. La sentenza afferma: “Spesso vi sono commenti che si concretizzano nel rapporto seguente dopo una miglior verifica della tendenza appena profilatasi la volta precedente”. E ad alcune osservazioni troppo tenui, si contrappongono le “non poche variazioni apportate in senso opposto” (Tribunale pag. 289).
C15. Conclusioni
Leggendo il testo l’impressione globale che se ne trae è che l’autore tenda ad accentuare le responsabilità di chi ha progettato, costruito e gestito l’impianto fino al giorno della cessazione della gestione SADE, e quelle di chi lo ha gestito negli ultimi mesi; e ciò allo scopo di allontanare le responsabilità dall’unico periodo (16 marzo-27 luglio 1963) in cui vi era, benché solo giuridicamente e non sostanzialmente, una corresponsabilità della SADE e quindi della Montedison.1
Sul fatto che la Montedison non avrebbe dovuto essere coinvolta nel discorso delle responsabilità sono d’accordo, perché, come Palmieri dimostra (pagg. 141-150), di fatto l’ENEL ha preso fin dal 16 marzo le redini della situazione, con strutture centrali già esistenti, anche se forse non ancora ben organizzate. Penso comunque, in linea con l’impressione

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(125) L’Avv. Palmieri mi ha fatto presente, in una lettera del 21 gennaio 2002 in risposta all’invio della prima edizione di questo libro, che comunque quando nel 1996 cominciò a lavorare per la Montedison, la corresponsabilità della Montedison nel periodo dal 16 marzo al 27 luglio 1963 era già passata in giudicato. Benché la data del 27 luglio venisse semplicemente dal fatto che la SADE non aveva fino allora firmato l’atto di consegna dei beni, già trasferiti (mentre la legge prevedeva un ritardo massimo di 60 giorni dal 22 marzo, vedi p. 28 e nota 83), perché il conte Cini stava negoziando a Roma lo scorporo dalla nazionalizzazione della sede di palazzo Balbi, a conclusione di un lunghissimo iter giudiziario, la Corte di Cassazione a sezioni riunite ha deciso il 17 dicembre 1986 che in quel periodo la SADE doveva considerarsi depositaria dell’impianto per conto dell’ENEL, e di conseguenza eventuali responsabilità civili relative a quel periodo erano (in parte da stabilirsi) a carico della Montedison, che le era poi subentrata. Invece qualsiasi responsabilità precedente al 16 marzo 1963 con la nazionalizzazione passava all’ENEL, che ereditava (cfr. Palmieri nota 257, pag. 89) anche i “rapporti giuridici” della SADE. L’accordo di transazione tra lo Stato, l’ENEL e la Montedison per la ripartizione delle responsabilità e del risarcimento per i danni subiti dai comuni interessati e dagli eredi delle vittime è stato poi definito, con il contributo determinante del Ragioniere Generale dello Stato prof. Monorchio, il 27 luglio 2000. La somma da versare da parte di ciascuno dei tre Enti è un terzo del totale. ↩